Volume: la patata

Sezione: alimentazione

Capitolo: patata di Pocahontas

Autori: Rita Bertazzoni

Passeggiando lungo i sentieri che costeggiano il Grande Fiume che divide in due la Pianura Padana può capitare di rimanere catturati da un profumo inconsueto ma stupendo che emerge dall’insieme composito di sensazioni odorose del bosco. È un profumo inconfondibile e intensissimo che ricorda la violetta. Seguirne la traccia è relativamente semplice e grande è la sorpresa quando si trovano piccoli fiori fucsia, disposti a grappoli, dai quali promana la fragranza. Sono i fiori del glicine tuberoso, secondo la denominazione ufficiale in lingua italiana, Apios americana per la sistematica dei botanici. Seguendone lo stelo e scavando nel terreno sottostante si trovano i tuberi, la “trogna” delle popolazioni rivierasche. Glicine tuberoso, Apios americana, trogna sono, dunque, tre nomi diversi per designare la patata che cresce spontaneamente sulle rive del Po. Ma l’Apios americana è originaria degli Stati Uniti, dove viene chiamata groundnut o Indian potato: la patata di Pocahontas, per l’appunto. Fu proprio la principessa indiana, figlia di Powhatan, capo della tribù degli Algonquian, a farne dono all’esploratore inglese, capitano John Rolfe, suo sposo. Che da lei apprese l’uso della groundnut (noce di terra), la trogna, e, tornando in Inghilterra, l’avrebbe offerta in dono addirittura alla regina Elisabetta I. Il primo tentativo riuscito di trapiantare il tubero nel Vecchio Continente viene descritto dal medico francese Jacques Cornut nel suo famosissimo trattato Canadensium plantarum, aliarumque nondum editarum historia pubblicato a Parigi nel 1635, e da allora troviamo segnalazioni e descrizioni del rampicante in tutta Europa ma limitatamente alle aree incolte lungo il corso dei fiumi. La scelta tra la coltivazione della patata e quella della trogna fu argomento di grande dibattito nell’Ottocento, risolto a favore della prima per la maggiore redditività e per i tuberi più grossi. Nel diario di un parroco dell’Oltrepò mantovano si legge il resoconto della raccomandazione impartita ai villici della borgata di mettere a dimora nei loro orticelli la patata e non la trogna. Ma l’Apios americana avrà la sua rivincita un secolo dopo quando, nel 1995, l’Organizzazione internazionale della FAO, a seguito di minuziose analisi, dimostrerà che il contenuto di proteine della povera trogna è addirittura triplo rispetto a quello della patata: 17 grammi per un etto di prodotto fresco. In più, si tratta di proteine nobili, contenenti i cosiddetti aminoacidi essenziali (leucina, lisina, fenilalanina, valina, triptofano e treonina) che l’organismo umano non è in grado di produrre. Ecco perché l’Apios americana fu alimento chiave per affrontare i problemi alimentari nelle popolazioni indigenti delle aree sottosviluppate. La trogna, infatti, era da tempo immemore un componente di assoluta importanza per l’alimentazione degli indiani nella parte nord-orientale del continente americano e nel 1623, durante una carestia di grano, numerosi coloni inglesi, insediatisi nel Massachusetts, erano sopravvissuti grazie a questi tuberi ricchissimi di proteine.

Consumo da parte delle popolazioni rivierasche

Sebbene la coltivazione non fosse praticata, Paolo Barbieri, custode del Regio Orto Botanico di Mantova nella prima metà dell’Ottocento, descriveva il consumo del tubero da parte degli abitanti delle zone rivierasche del Po. Essi andavano alla sua ricerca nelle golene del fiume per curare una fame cronica ed endemica. Il trognaio, raccoglitore quasi professionista, entrava in azione soprattutto nelle stagioni tardo-autunnale e invernale, quindi con vanga e cesto raggiungeva le zone dove nell’estate aveva osservato i fiori. Era considerato un buon raccolto quello di 3-4 chili che venivano consegnati alla razdora. La reggente governatrice delle faccende domestiche metteva le trogne in un secchio pieno d’acqua per la selezione e la pulizia: se la trogna era leggera e galleggiava veniva eliminata in quanto priva di sapore e nutrimento.

Il fiore dei botanici

Per i botanici il glicine tuberoso ha come denominazione sistematica Apios americana, con due sinonimi: Apios tuberosa e Glycine apios, e appartiene alla famiglia delle Fabaceae (Leguminosae). È una pianta erbacea perenne dotata di radici a sviluppo sotterraneo orizzontale che presentano ingrossamenti a tubero (le trogne, appunto). Queste rimangono vitali durante l’inverno e nella primavera seguente germinano nuovamente. Lo stelo presenta foglie composte imparipennate, con 3-9 foglioline lanceolate lunghe fino a 8 cm e larghe fino a 4 cm. I fiori, a grappoli ovali, sono papilionacei, con petali dal brunoporpora al fucsia ed emanano un intensissimo profumo di violetta. Il frutto è un legume con baccello lungo 6-12 cm contenente parecchi semi che si staccano con difficoltà.

Frutto perduto del Po

Il glicine tuberoso predilige i terreni drenanti con tessitura limosabbiosa come quelli che costituiscono il suolo della golena aperta del Po e di qualche affluente (Ticino, Stura e pochi altri). È una specie del sottobosco, si avvinghia ad arbusti e piccoli alberi con il suo stelo sottile e tenace e si sviluppa per metri cercando di raggiungere l’esposizione al sole. Ma le attuali pratiche colturali e il governo dei pioppeti in golena l’hanno ormai quasi del tutto sterminato. La zappatura meccanica dei filari di pioppi, infatti, distrugge i pochi tuberi presenti mentre i rampicanti vengono eliminati in massima parte. Così il povero glicine tuberoso resta confinato ai pochi scampoli di incolto, alle siepi che costeggiano sentieri e alle vie alzaie, diventando a tutti gli effetti una rarità in via di estinzione.

A tavola con la trogna

Crudi o cucinati, i tuberi di questa antica pianta possiedono un aroma delizioso come le patate dolci o le castagne. Se essiccati e polverizzati, possono essere aggiunti alle farine di cereali per la panificazione e diventano utili per ispessire le zuppe. Si consumano lessati, fritti o cotti in carta stagnola.


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