Volume: la patata

Sezione: coltivazione

Capitolo: patata comune

Autori: Bruno Parisi

Introduzione

Con la terminologia “patata comune” si deve intendere il prodotto (tubero) ottenuto da coltivazioni effettuate nel periodo primaverile-estivo, le cui piante sono prossime al raggiungimento della fenofase di maturazione fisiologica stimabile facilmente, a vista, quando le foglie del primo palco virano di colore passando dal verde al giallo. I tuberi raccolti devono presentarsi con periderma (buccia) ben indurito ed esente da difettosità di abbucciamento (skinning), intesa come suscettibilità a screpolature e lesioni più o meno estese, al momento dello scavo, meccanizzato o manuale che esso sia. Il ciclo colturale della patata definito “comune” prevede, a seconda dei bacini produttivi italiani, semine a partire da fine gennaio (areali campani) fino a tutto maggio (areali di media collina e montagna); le raccolte iniziano da fine giugno nelle zone più calde fino a proseguire per tutto settembre in quelle più fredde (Fucino, Sila).

Tipologie di prodotto in Italia

Tradizionalmente in Italia, con l’allestimento di produzioni pataticole in ciclo comune, si ottengono tuberi destinati di solito a una conservazione post-raccolta più o meno prolungata a seconda delle varietà utilizzate (dormienza differenziata), delle tecnologie di stoccaggio (raffreddamento, uso di antigermoglianti) nonché delle strutture aziendali impiegate (celle fredde, ricoveri a temperatura ambiente, grandi cantine, magazzini sotterranei). Nella tipologia “patate comuni” sono distinguibili almeno due grandi categorie merceologiche: – le produzioni da consumo reperite dai consumatori principalmente nel canale distributivo dei supermercati e del dettaglio (ambulanti e mercato); nettamente minori sono in termini percentuali le vendite tramite il canale discount o direttamente gestite dai pataticoltori (farmers market e punto-vendita aziendale); – le produzioni per la trasformazione in lavorati industriali (prefritti surgelati, chips, cubetti ecc.), che interessano una percentuale sempre più alta di prodotto nazionale contrattualizzato (circa 170.000 t).

Evoluzione delle superfici coltivate in Italia

Nel decennio 2000-2009 la coltivazione di patate comuni ha conosciuto una contrazione (–14%) delle superfici passando da quasi 58.000 ha a poco meno di 50.000 ha, e perdendo mediamente oltre 800 ha/anno. Nel 2009 le regioni italiane principali per la produzione di patata comune sono state, in ordine di importanza, Campania, EmiliaRomagna, Calabria, Toscana e Abruzzo, che insieme detengono a livello nazionale: – il 60% (29.502 ha) delle superfici seminate; – il 64% (869.278 t) dell’intera produzione raccolta. In soli dieci anni il panorama delle regioni a forte tradizione pataticola risulta mutato poiché nel 2000 le prime cinque in ordine di importanza erano Campania, Calabria, Emilia-Romagna, Abruzzo e Veneto; in un decennio la Toscana ha compiuto un grosso salto (+158%) in avanti passando da 2005 a 5163 ha e scalzando così l’Abruzzo dalla quarta posizione del ranking nazionale. Nel periodo di riferimento si è assistito a un sensibile ridimensionamento delle superfici anche in Campania (–10%) ed Emilia-Romagna (–15%); vi è invece sostanziale stabilità negli investimenti ettariali in Abruzzo (–1%), mentre si è verificata una poderosa contrazione in Calabria (–36%). Ancora nel 2009, i bacini produttivi più importanti (>2000 ha) rientravano nelle province di Bologna (3800 ha), L’Aquila (3600 ha), Cosenza (3302 ha), Livorno (3243 ha), Avellino (2400 ha), Napoli (2204 ha) e Caserta (2008 ha).

Panorama varietale

La patata è una specie agraria che più di altre risente di un’elevata interazione “genotipo x ambiente”: ne è lampante esempio il fatto che il panorama varietale cambia man mano che ci si sposta tra le varie aree di produzione. Per gli aspetti concernenti le cultivar da impiegarsi, per singola destinazione produttiva (consumo o industria), vanno considerati ovviamente l’areale in cui esse vengono coltivate, i periodi di raccolta dei tuberi, la variabilità pedologica dei terreni interessati alla coltivazione ecc. Tra le cultivar da consumo più coltivate troviamo quelle: – a pasta gialla (Adora, Agata, Agria, Marabel, Monalisa, Primura e Vivaldi); – a buccia rossa (Désirée, Kuroda); – a pasta bianca (Kennebec). Tra le cultivar da industria più coltivate troviamo quelle destinate alla trasformazione in: – chips (Agria, Hermes, Lady Claire, Lady Rosetta, Sinora); – bastoncini prefritti surgelati (Daisy, Fontane, Innovator); – surgelati vari come cubetti, novelle crude e minestroni (Jaerla). In forma schematica possiamo comunque indicare, per bacini di coltivazione, le cultivar oggi più utilizzate e che di fatto si sono maggiormente affermate nel tempo suddividendole per destinazione. In ambito varietale è bene ricordare che l’utilizzo del tubero-seme certificato rappresenta la prima garanzia di qualità e pone pertanto le basi per una buona riuscita degli investimenti. Del resto l’impegno economico relativo all’acquisto del tuberoseme obbliga i produttori e le loro OP a una scelta quantomai attenta. In linea di massima l’introduzione di novità varietali (di per sé mai facile) deve essere affrontata con le opportune cautele, tenuto conto della molteplicità di fattori che influenzano i risultati finali, siano essi produttivi o qualitativi. È perciò indispensabile favorire sinergie tra produttori, OP e strutture (cooperative, operatori privati ecc.) che ritirano il prodotto per immetterlo, dopo periodi più o meno prolungati di frigostoccaggio, sul mercato del consumo o per trasformarlo (industrie alimentari) in quanto le risposte agronomiche delle cultivar devono sempre essere associate agli aspetti più specifici della piena rispondenza merceologica (lavabilità, uniformità della forma e dei calibri ecc.) ed efficacia nella trasformazione dei tuberi (insieme di parametri tecnologici). L’idoneità alla trasformazione va poi necessariamente abbinata ai diversi periodi di raccolta in quanto la dilatazione del periodo di ritiro delle patate, implementata o meno alla conservazione del prodotto, risulta elemento essenziale perché si colleghino opportunamente esigenze industriali e agricole. La necessità di valutare con attenzione e per più anni le caratteristiche di nuove cultivar per le diverse destinazioni produttive (consumo o industria) dovrebbe mirare all’individuazione di nuove potenziali cultivar per i diversi bacini di produzione italiani poiché l’innovazione varietale è strategica per il settore.

Avvicendamento e preparazione del terreno

Una successione colturale agronomicamente corretta rappresenta uno strumento imprescindibile per preservare la fertilità dei suoli, contenere le avversità telluriche e migliorare la qualità delle produzioni agricole. La patata è una coltura molto esigente dal punto di vista agronomico in quanto richiede, per ottenere produzioni copiose e di qualità, l’impostazione di un razionale avvicendamento colturale e un’accuratissima preparazione del terreno. Il terreno destinato alla semina di patata comune, che generalmente sarebbe bene fosse stato occupato come precessione colturale da un cereale a paglia, va lavorato durante l’estate con un’aratura profonda (40-45 cm). Nel lungo periodo tra questa aratura e la semina della patata (fine inverno) occorre operare, in uno o due passaggi, in modo che il terreno sia ridotto uniformemente senza zolle e che sia esposto il più possibile all’azione strutturante dei geli invernali. È da valutare, inoltre, in base alle caratteristiche del terreno e al tipo di seminatrice che verrà impiegata, l’eventualità di effettuare la pre-assolcatura autunnale, utile per aumentare l’esposizione della massa terrosa al gelo. Questa tecnica agronomica, indicata per i terreni a contenuto d’argilla piuttosto alto (oltre il 18-20%), consente di realizzare una migliore copertura dei tuberi alla semina. Una leggera pre-assolcaltura è di buona efficacia anche nel caso si utilizzino seminatrici automatiche che non la richiedono: così facendo si elimina l’inconveniente del compattamento (suola) causato dal vomere della seminatrice, il tubero verrà collocato più in profondità e la sua copertura sarà migliore. In terreni limosi o sabbiosi, in primavera, arature leggere seguite da erpicature sono le più consigliabili.

Sesti d’impianto, densità di semina e calibri

Poiché il materiale con cui la patata si propaga non è costituito dai semi ma dai tuberi, “piantamento” è termine agronomicamente più appropriato di “semina”. Per poter procedere a una scelta ragionata del materiale per l’impianto di una coltivazione di patata e della conseguente tecnica di piantamento, è opportuno richiamare alcune nozioni. Il tubero-seme, una volta affidato al terreno in condizioni di temperatura adeguate (>8 °C), germoglia e da ognuna delle gemme (occhi) su di esso presenti si origina un fusto, cosicché dal terreno emerge un cespo (comunemente chiamato pianta) di germogli autonomi che crescono vicini e tra i quali si instaurano rapporti di competizione edafici. Tuberi grossi, che presentano parecchi occhi, formano un cespo di numerosi steli tra i quali la competizione è forte; viceversa nel caso di tuberi piccoli. Il grado di competizione a livello sotterraneo determina il numero e la dimensione dei nuovi tuberi: se ne deduce che i folti cespi derivati da tuberi grossi formano molti tuberi ma di dimensioni spesso ridotte, e viceversa. Quanto detto è importante per ottenere produzioni di tuberi del calibro più richiesto (piccolo e medio per tuberi da semina, medio per il consumo, grosso per trasformazioni industriali). A livello aziendale poi, fattori economici e organizzativi, oltre a quelli tecnici visti prima, entrano in gioco nella scelta finale del calibro acquistato dal produttore. Molti tendono a utilizzare calibri più grossi (45-55 mm e oltre) per poter tagliare il seme e ottenere un risparmio. Tuttavia non bisogna dimenticare che il seme tagliato ha bisogno di alcuni giorni e determinate condizioni microclimatiche per poter suberizzare bene la ferita derivante dal taglio. Sono disponibili seminatrici cosiddette cut and sowing che consentono di tagliare e seminare immediatamente, accelerando le operazioni di semina; tali macchine sono dotate anche di uno o più spruzzatori, collegati a una tanica contenente una miscela di fungicida e insetticida, aventi lo scopo di coibentare il seme con un velo protettivo prima che venga coperto definitivamente dal terreno. Comunque, la semina del tubero intero appare, dal punto di vista agronomico e fitosanitario, la soluzione ideale: meno fallanze, meno disetaneità delle piante, più tuberi per pianta, calibri più uniformi alla raccolta. Per ciò che riguarda il sesto di impianto, oggigiorno il produttore si trova di fronte a due scelte: interfile a 75 cm (a volte anche 80 cm) oppure a 90 cm. Le aziende pataticole di dimensioni medio-grandi preferiscono optare per i 90 cm, mentre le aziende piccole propendono per i tradizionali 75 cm. È facile comprendere che una distanza di 90 cm sull’interfila consente di effettuare una rincalzatura più alta, che protegge meglio i tuberi da: – inverdimento, soprattutto nelle cultivar a tuberizzazione superficiale, considerando anche che le piogge e alcuni tipi di irrigazione (impianti semoventi) durante il ciclo produttivo tendono ad asportare terreno dalle prose; – repentini cambiamenti della temperatura del suolo, soprattutto nel caso degli innalzamenti termici oltre i 30 °C, in estate, che favoriscono una perdita di brillantezza nella buccia; – danni da tignola, per il maggior allungamento in profondità degli stoloni. La densità ottimale di semina, pur con aggiustamenti numerici legati alla cultivar, al calibro e al tipo di tubero-seme usato (intero o tagliato), si può mediamente stimare in circa 45.000-65.000 cespi/ha. Ancora oggi molti produttori si basano sul peso dei tuberi-seme per superficie piuttosto che sul loro numero, anche se si sta affermando sempre più la tendenza a usare seme di calibro più omogeneo possibile, facilitando così il raggiungimento della densità d’impianto desiderata. L’investimento può essere considerato ottimale quando massimizza la produzione in rapporto alla quantità di tubero-seme utilizzata favorendo nel contempo la presenza di piante sane e tuberi di pezzatura omogenea. La fittezza di piantagione quindi deve essere definita non solo come numero di tuberi-seme messi a dimora per metro quadrato, ma anche come numero complessivo di fusti che se ne origineranno; si considera che l’optimum sia una copertura costituita da 15-20 steli/m2.

Rincalzatura

La rincalzatura consiste nell’addossare terreno dall’interfila alla fila di piante di patata in modo da favorire l’emissione di stoloni e radici dalla parte interrata degli steli. Una pre-rincalzatura di 5-10 cm potrebbe essere fatta già al momento della semina con opportuna regolazione dei dischi copritori della piantatrice. Una prima leggera rincalzatura può essere consigliabile appena prima dell’emergenza dei germogli, magari in concomitanza con la rottura della crosta; quella vera e propria si fa con i germogli allo stadio di 2-3 foglie formando una prosa di almeno 20 cm di altezza sul piano di campagna: questo assicura condizioni ottimali di sviluppo alle radici e ai nuovi tuberi in via di differenziazione sugli stoloni. Per realizzare una buona rincalzatura si richiede che il terreno sia stato ben sminuzzato su tutta la profondità interessata; si utilizzano varie tipologie di macchine operatrici (aratro rincalzatore a doppio vomere, rincalzatrice a dischi, rincalzatrice a fresa). Una buona rincalzatura consente: – di evitare ai tuberi gli stress termici nel periodo estivo, caratterizzato da temperature del terreno spesso elevate; – alle piante di sviluppare un apparato radicale capace di esplorare un maggior volume di terreno, con vantaggi importanti in termini di asportazione di nutrienti e acqua; – di evitare l’inverdimento dei tuberi; – di proteggere i tuberi dalle infezioni di peronospora determinate dalla caduta al suolo degli sporangi del patogeno sviluppatisi sulle foglie attaccate; – di proteggere i tuberi dai danni causati dalle larve di tignola, lepidottero gelechide di estrema pericolosità in alcune annate e in condizioni di campo predisponenti (rincalzatura bassa + crepacciature del terreno).

Concimazione minerale

Come per ogni coltura, anche in quella della patata una razionale concimazione deve basarsi anzitutto sul fabbisogno ponderato dei nutrienti e sulle dotazioni del terreno. Una coltura di patata in condizioni equilibrate di nutrizione, senza carenze e senza consumi “di lusso”, per produrre una tonnellata di tuberi richiede le seguenti quantità di macro- e mesoelementi: – azoto (N) = 4,2 kg – anidride fosforica (P2O5) = 1,5 kg – potassio (K2O) = 6,9 kg – calcio (CaO) = 0,2 kg – magnesio (MgO) = 0,3 kg In fatto di macroelementi di solito il terreno non provvede completamente al fabbisogno nutritivo colturale, per cui la differenza va colmata con la concimazione e va stimata con oculatezza considerando che: – insufficienze o squilibri abbassano le rese finali; – eccessi di disponibilità al di là del fabbisogno reale possono essere dannosi per la qualità (eccessivi apporti azotati peggiorano alcuni parametri tecnologici necessari per la frittura industriale), sono sempre dannosi per il conto economico della coltura e talora per l’ambiente (lisciviazioni in falda ecc.); – le risposte produttive a input crescenti di fertilizzanti seguono l’andamento degli incrementi decrescenti, per cui la massima convenienza economica spesso può essere trovata con dosi di fertilizzanti inferiori a quelle necessarie per avere la resa areica massima. L’approccio razionale per impostare la concimazione è quello di fare il bilancio tra ciò che serve alla coltura e ciò che essa trova nel terreno: è la differenza che va integrata. Nella moderna agricoltura di precisione (precision farming) lo stato di salute della pianta, vista la sua stretta correlazione con il contenuto di clorofilla, può oggi essere facilmente monitorato con strumenti portatili misuratori di clorofilla (chlorophyll meters); la misurazione diretta di questo pigmento verde è importante perché svariate ricerche dimostrano una forte correlazione tra le misure effettuate e i contenuti di azoto, rendendo così possibile assumere direttamente in campo decisioni gestionali che evitino il rischio produttivo della sottofertilizzazione o i costi superflui, economici e ambientali, del sovradosaggio.

Ruolo dell’azoto

L’azoto è nutriente cruciale nella produzione della patata, stante il suo ruolo nel determinare l’ampiezza dell’apparato fogliare e la sua efficienza fotosintetica, fattori questi sui quali si basa l’accumulo di fotosintati (amido) nei tuberi. Tuttavia, l’azoto in eccesso promuove un eccessivo sviluppo fogliare a scapito dell’efficacia della tuberizzazione e ritarda la maturazione dei tuberi diminuendone il peso specifico e quindi la sostanza secca. Se a questi motivi si aggiungono quelli economici (ridurre i costi di produzione) e quelli ecologici (non inquinare le falde con i nitrati) risulta evidente che la concimazione azotata deve essere improntata a criteri razionali e ragionata caso per caso. È questo un compito non agevole, data la complessa dinamica delle disponibilità di azoto del terreno: ancora perfettibili sono i modelli previsionali o analisi di affidabilità. L’azoto è presente nel terreno in tre forme diverse: organica, ammoniacale e nitrica. L’azoto del terreno si trova in massima parte nella sostanza organica umificata e per essere utilizzato deve subire il processo microbiologico di mineralizzazione che trasforma l’azoto organico in azoto ammoniacale. Il ritmo di mineralizzazione varia con la temperatura: molto limitato nei mesi freddi, si avvia in primavera con temperature di circa 10 °C e procede con crescente intensità per tutta l’estate. Il tasso annuo di mineralizzazione si aggira sul 2% dell’azoto organico totale. L’azoto ammoniacale del terreno proviene dalla mineralizzazione della sostanza organica e dall’apporto dei concimi. Non è mobile perché viene fissato dal terreno e non è utilizzabile dalle colture tal quale, ma solo dopo essere stato ossidato ad azoto nitrico nel processo microbiologico della nitrificazione. L’azoto nitrico è la forma preferita sotto cui moltissimi vegetali assorbono l’azoto loro necessario. L’assorbimento dell’azoto da parte di una coltura procede parallelamente allo sviluppo della parte epigea, in relazione al ritmo di accumulo della sostanza secca, andando a diminuire con il declino del filloplano fotosinteticamente attivo. Poiché la parte edule della pianta è diversa da coltura a coltura (foglie, radici, tuberi, infiorescenze, frutti), i modelli di crescita e di assorbimento dell’azoto variano fortemente. Nella patata, ai fini del risultato produttivo si dimostra importante la disponibilità di azoto sin dalla fase di emergenza delle piante, nonostante il fabbisogno sia basso in questa fase. L’accumulo di sostanza secca procede con intensità crescente durante l’ingrossamento dei tuberi, che si verifica dai 50 agli 80 giorni dopo il piantamento nelle cultivar precoci e tra i 50 e i 100 giorni in quelle tardive. Nei tuberi si accumula la parte più elevata (circa il 70%) dell’azoto asportato dalla coltura. Il fabbisogno di azoto risulta quindi relativamente modesto (0,2-0,5 kg/ha/giorno), ma non per questo meno importante, nelle prime fasi di crescita fino alla differenziazione dei primi tuberini sugli stoloni, per poi raggiungere valori marcatamente più elevati (3-5 kg/ha/giorno) durante la fase del loro rapido di ingrossamento. Quest’ultima fase è anche quella in cui eventuali fattori ostativi all’assorbimento del nutriente (fenomeni di antagonismo con K, carenze idriche, stress termici, avversità biotiche ecc.) possono arrecare danni quanti-qualitativi alla produzione; sempre in questa fase sono da evitare eccessi di azoto, in quanto possono causare: – squilibri nell’allocazione dell’amido nei tuberi con aumento della presenza di aminoacidi liberi (asparagina) che, reagendo con gli zuccheri riducenti (glucosio e fruttosio), alle alte temperature di cottura, possono portare all’accumulo di acrilammide (composto considerato probabile cancerogeno o causa di alterazioni genetiche ereditarie nell’uomo) nel prodotto industriale finito (fritti, grigliati, da forno); – rischio di sviluppo della fisiopatia del cuore cavo nei tuberi che, seppur fortemente legata a genotipi sensibili, si manifesta proprio a seguito di eccessivo dosaggio unito a errato timing dell’azotatura, che favoriscono tassi di crescita giornalieri, in periodi brevi, troppo elevati. In ogni caso, pur essendo pianta potassofila (N:K2O = 1:1,5), la patata risponde più alla concimazione azotata che a quella potassica; è infatti specialmente dall’assorbimento dell’azoto nelle prime fasi di crescita che dipende poi lo sviluppo di un’adeguata biomassa fogliare capace di supportare efficacemente la traslocazione di sostanze di riserva nei tuberi e così assicurare quantità e qualità del raccolto. Purtroppo la disponibilità di azoto nitrico di un terreno è di non facile misurazione per via analitica e difficile da stimare per vari motivi: – la produzione di nitrato dipende direttamente dal ritmo dei processi di mineralizzazione e nitrificazione; – una coltura può contare sull’azoto nitrificato in precedenza (“forza vecchia”) e su quello che si nitrificherà durante la sua crescita; – l’azoto nitrico, essendo solubilissimo, non è trattenuto dal terreno e quindi non si accumula, ma si trova disciolto nella soluzione circolante, seguendo la quale è altamente suscettibile di essere lisciviato nel sottosuolo da piogge abbondanti; – l’azoto nitrico inoltre può essere ridotto ad azoto gassoso e perdersi nell’atmosfera nel processo di denitrificazione, in caso di ristagno idrico e conseguente stato asfittico del terreno. Quantificare questi aspetti costituisce la difficoltà di avere modelli affidabili sulla dotazione di azoto, presente e futura, che una coltura, la patata nel nostro caso, troverà. Coltura in stress idrico Un approccio né rigoroso né troppo empirico, ma basato su buonsenso ed esperienza, è di effettuare la concimazione della patata in modo ragionato. Per calcolare gli apporti di azoto da somministrare alla coltura, si può applicare la seguente relazione: Concimazione azotata = fabbisogni colturali – apporti derivanti dalla fertilità del suolo + perdite per lisciviazione + perdite per immobilizzazione e dispersione – azoto da residui della coltura in precessione – azoto da fertilizzazioni organiche effettuate negli anni precedenti – apporti naturali Come base di partenza si consideri il fabbisogno di azoto, che per una produzione per esempio di 35-50 t/ha di tuberi si aggira su 170 kg/ha. A questa quantità bisogna: – detrarre la presumibile “forza vecchia” lasciata dalla coltura precedente, eventualmente ridotta dopo autunni e inverni piovosi (dopo cereali a paglia si può considerare azzerata); – detrarre l’effetto residuo di un’eventuale concimazione organica fatta alla coltura precedente; – aggiungere azoto nel caso la paglia del cereale fosse stata interrata (1 kg per ogni 100 kg di paglia). Considerando che la dotazione di sostanza organica di molti terreni italiani è bassa, che le rese areiche non sono elevatissime e che la coltura che più comunemente precede la patata è un cereale a paglia, le dosi di concimazione azotata consigliate in genere sono di 150-160 kg/ha. Il frazionamento dell’azoto in parte alla semina e in parte in copertura trova giustificazione nei bacini di coltivazione con terreni sciolti, dove i rischi di lisciviazione sono consistenti. La localizzazione sulla fila di modeste quantità di concimi azotati a effetto starter può avere azione favorevole in terreni poveri o per varietà precoci. In termini generali, i moderni concimi complessi con forme di azoto a cessione controllata o con inibitori della nitrificazione (3,4 DMPP, DCD) sono particolarmente adatti alla concimazione di fondo; pur sempre valido rimane l’impiego di concimi semplici (perfosfato triplo, solfato potassico, urea) o binari NP (fosfato biammonico). Per la concimazione di copertura si interviene di solito 1-2 volte (prima e dopo la rincalzatura) somministrando la restante parte (55-60%) della dose di azoto non data alla semina: si useranno concimi semplici (urea, nitrato ammonico) o binari NK (nitrato potassico, nitrato di calcio). Nella patata, circa il 50-60% dell’intero fabbisogno di azoto è asportato nella fase fenologica di accrescimento dei tuberi (tuber bulking), conseguentemente la sua disponibilità per la pianta deve essere adeguata sin dalle prime fasi di crescita; apporti eccessivi nel periodo iniziale aumentano però il rischio di lisciviazione (leaching) di nitrati verso le falde, poiché modesta è l’azione di cattura esercitata da un apparato radicale poco sviluppato e aumenta in alcune cultivar la sensibilità dei tuberi al cuore cavo e al cuore scuro; apporti eccessivi nel periodo finale, oltre al rischio di lisciviazione, portano a riduzione della sostanza secca nei tuberi, aumento delle deformazioni da accrescimenti secondari e difficoltà di abbucciamento alla raccolta. Nella patata, il periodo più critico per l’assorbimento dell’azoto corrisponde alle fenofasi “induzione della tuberizzazione – accrescimento tuberi”: in questa parte del ciclo colturale l’assorbimento giornaliero di azoto ha un range di 2-6 kg/ha a seconda della cultivar e del tasso di crescita dei tuberi. Nelle cultivar tardive con raccolta nella tarda estate, poiché il ciclo colturale è piuttosto lungo (anche oltre i 150 giorni), diventa necessario il monitoraggio dello stato nutritivo delle piante mediante analisi chimiche delle foglie intere o dei piccioli fogliari: livelli subottimali di accumulo di macro- e micronutrienti possono determinare carenze e quindi incidere sui livelli produttivi e sulla qualità dei tuberi. Eventuali livelli sub-ottimali possono essere corretti anche mediante concimazioni fogliari poiché l’assorbimento cuticolare-stomatico e la sua traslocazione in pianta sono di solito efficienti (più di P e K) in presenza di piante non affette da stress abiotici e biotici.

Fosforo e potassio

La patata ha esigenze alte di fosforo e molto alte di potassio: entrambi questi nutrienti, avendo elevata affinità con i colloidi del terreno, sono sottratti al dilavamento e tenuti a disposizione della coltura. Il ruolo del fosforo è importante perché è fattore di precocità, inducendo lo sviluppo di un buon apparato radicale; una sua carenza invece può determinare cali di produzione, più elevate percentuali di sottocalibro e riduzione del peso specifico dei tuberi. L’asporto giornaliero di fosforo è fattore critico nel periodo di accrescimento dei tuberi: esso è di 0,3-0,6 kg/ha a seconda della cultivar e del tasso di crescita dei tuberi. Carenze anche severe possono verificarsi nel caso vi sia nel terreno inadeguata concentrazione di fosforo assimilabile, pertanto un’attenta valutazione può agevolare un corretto piano di concimazione. Per calcolare gli apporti di fosforo da somministrare alla coltura, si può applicare la seguente relazione:

Concimazione fosfatica = fabbisogni colturali +/– (apporti derivanti dalla fertilità del suolo × immobilizzazione)

È risaputo che la patata è specie agraria definibile ad alto fabbisogno di potassio (o potassofila) e si stima che in terreni scarsamente dotati del nutriente, asportazioni colturali stagionali tra 200 e 400 kg/ha siano proporzionalmente correlate allo stesso risultato produttivo. Durante il periodo di accrescimento dei tuberi l’assorbimento giornaliero di potassio ha un range di 3-9 kg/ha a seconda della cultivar e del tasso di crescita dei tuberi. Per garantire una buona resa in sostanza secca dei tuberi la sua concentrazione in tali organi dovrebbe essere intorno all’1,8%; a questa concentrazione per ottenere 100 kg di tuberi occorrono 0,5 kg di potassio. Una produzione che aumenta mediamente di 1 t/ha/giorno richiede circa 4-5 kg/ha/giorno per garantire adeguati livelli di sostanza secca e buon ritmo di crescita dei tuberi. Il potassio facilita la sintesi di glucidi nelle foglie e la loro traslocazione nei tuberi; un buon livello di potassio nella pianta migliora la qualità dei tuberi limitando alla raccolta l’accumulo di zuccheri riduttori, i quali concorrono allo scadimento delle caratteristiche organolettico-sensoriali (retrogusto dolce) e tecnologiche (fritture scure) nonché attenua la suscettibilità a danni da ammaccature (bruising), questi ultimi spesso molto presenti in cultivar a elevato contenuto di sostanza secca nei tuberi, tanto da invalidarne le possibilità di trasformazione industriale. Criterio principale per determinare le dosi di concimazione per la concimazione fosfo-potassica è la disponibilità nel terreno di ciascuno di essi; un’analisi fisico-chimica del suolo consente di giudicare il livello di fosforo e potassio assimilabili. Nel caso della concimazione potassica la relazione di riferimento è:

Concimazione potassica = fabbisogni colturali + lisciviazione + (apporti derivanti dalla fertilità del suolo × immobilizzazione)

Meso- e microelementi

Tra i mesonutrienti, lo zolfo andrebbe reintegrato solo se la sua concentrazione nel suolo è bassa o se non vi è effetto residuo da applicazioni precedenti. Altri due fattori che dovrebbero far propendere i tecnici agricoli per una maggiore considerazione del ruolo dello zolfo sono i seguenti: – se è vero che esso è anione facilmente asportabile dal terreno dall’apparato radicale, è anche vero che altrettanto facilmente va incontro a dilavamento; – le acque di irrigazione possono essere povere di solfati. Pertanto questo nutriente va tenuto sempre più in considerazione nei piani di concimazione, in quanto le immissioni nell’atmosfera si sono drasticamente ridotte; inoltre, avendo esso stretto sinergismo con l’azoto se c’è carenza, il metabolismo di quest’ultimo risulta ostacolato con conseguente rallentamento della crescita della pianta. Per apporti al terreno si ricorda che tra i concimi minerali contenenti zolfo si possono usare, nella concimazione di fondo della patata, i tradizionali solfati granulari (di potassio o potassico-magnesiaco) oppure organo-minerali NPK e organici pellettati arricchiti di zolfo o ancora zolfo lenticolare, mentre alla rincalzatura si userà solfato ammonico. Il magnesio, come componente centrale della clorofilla, partecipa attivamente alla fotosintesi, alla sintesi proteica e degli zuccheri. Le carenze di magnesio si presentano spesso durante le fasi di intenso accrescimento o nei periodi di siccità. Se nella concimazione di fondo viene usato solfato potassico-magnesiaco quasi mai si riscontrano carenze in corso di coltivazione. È un elemento poco mobile in pianta e non si trasferisce dai tessuti vegetativi più vecchi a quelli più giovani, per cui, qualora si manifestassero visivamente temporanee situazioni di carenza, determinabili con analisi fogliari, con coltura in atto si possono considerare strategie di intervento fogliare con svariate formulazioni di magnesio (solfati, nitrati, cloruri). Il calcio è presente in molti terreni in forma di carbonato, fosfato, silicato e nella sostanza organica. Nel terreno si combina con altri elementi nutritivi riducendone la solubilità. Da un punto di vista fisiologico, il calcio è un componente essenziale delle protopectine presenti nelle pareti cellulari. L’apporto di calcio aumenta la consistenza e la resistenza meccanica dei tessuti alla maturazione, alla manipolazione, al trasporto e allo stoccaggio; alcune importanti fisiopatie interne dei tuberi, come la maculatura ferruginea (internal brown spot) e il cuore scuro (brown centre), sono associate a carenze del nutriente; studi recenti hanno confermato che l’assorbimento di calcio nei tuberi avviene per oltre il 40% del suo ammontare attraverso il periderma, pertanto è strategica la presenza di calcio assimilabile nella zona di terreno più vicina possibile alla pianta. Le principali cause che determinano la carenza di calcio possono consistere in un’insufficiente dotazione nel terreno (specialmente quelli sabbiosi), nell’indisponibilità a causa di pH acidi e in un eccessivo contenuto di zolfo o fosforo che legano il calcio formando composti insolubili (solfato di calcio e fosfato di- e tricalcico). Possono verificarsi, inoltre, fenomeni di antagonismo con l’azoto, il potassio e il magnesio. Le piante non riescono a trovare nel terreno tutto il calcio di cui hanno realmente bisogno, perché è sì presente ma probabilmente bloccato e non disponibile oppure, se libero, può essere in forma idratata al punto da presentarsi come una molecola così grande che le radici hanno difficoltà ad assorbirlo se non con alto dispendio energetico. In pataticoltura, se i terreni sono alcalini occorre acidificare con l’impiego di fertilizzanti a pH acido (acido nitrico, acido fosforico, urea fosfato) in fertirrigazione con bassi dosaggi e molto frequentemente, al fine di mantenere la zona vicino alle radici in condizioni ottimali; qualora la fertirrigazione non fosse adottata, per correggere carenze di calcio si può ricorrere a due diverse strategie, anche tra loro sovrapponibili: – apporti in pre-semina (per es. calciocianamide, gesso agricolo) e alla rincalzatura con nitrato di calcio; – applicazioni fogliari con composti veicolanti (ligninsolfonati) il calcio all’interno della pianta o con prodotti che abbiano un legame forte tra il calcio e lo ione nitrico. I micronutrienti zinco, manganese, boro, ferro, rame e cloro sono solitamente presenti in buona quantità nei suoli italiani, soprattutto quelli a pH sub-acido, e comunque sono rilasciati anche ove si usa somministrare concimi e ammendanti organici. Occorre porre molta attenzione al fatto che la patata è specie agraria sensibile ai danni da cloro: pertanto, nella scelta dei concimi minerali da distribuire si opterà sempre per quelli a basso contenuto in cloro. In generale, nel caso di carenze da micronutrienti conclamate la strategia migliore è l’intervento per via fogliare: oggi sono disponibili sul mercato decine di formulati con agenti chelanti ad alta efficacia di assorbimento cuticolare.

Concimazione organica

La patata è una coltura capace di trarre i massimi benefici dalla concimazione con ammendanti organici, per esempio con apporti fino a 30-40 t/ha di letame. I fertilizzanti organici maggiormente impiegati sono i reflui di origine zootecnica (letame, liquami e materiali palabili) e i compost. Questi contengono, in varia misura, tutti i principali elementi nutritivi necessari alla crescita delle piante. Nella tabella sono riportati valori indicativi dei diversi ammendanti organici, utilizzabili qualora non si disponga di valori analitici. L’effettiva disponibilità dei vari nutrienti contenuti negli ammendanti organici è però condizionata da due fattori: – l’efficienza del processo di mineralizzazione della sostanza organica; – l’entità anche consistente che possono assumere le perdite di azoto (volatilizzazione) durante e dopo gli interventi di distribuzione. Al letame è universalmente riconosciuto il ruolo-chiave non solo di restituzione della fertilità chimica del suolo, ma soprattutto di potente strutturante con miglioramento delle caratteristiche fisiche (aerazione, aumento della capacità di ritenzione idrica nei suoli sabbiosi, limitazione della formazione di strati impermeabili nei suoli limosi, compattamento ed erosione nei suoli argillosi) e bioattivatore delle comunità biologiche telluriche. In mancanza di letame, si possono impiegare pollina o borlanda fluida, somministrati con largo anticipo rispetto al periodo di semina, valutando bene, in base alla loro composizione, gli apporti di macroelementi e considerando che la patata ne utilizzerà una frazione intorno al 30% circa poiché: – l’efficienza del processo di mineralizzazione della sostanza organica è variabile; – le perdite di azoto per volatilizzazione, durante e dopo gli interventi di distribuzione, possono essere anche consistenti.

Irrigazione

La patata comune ha esigenze idriche elevate durante un periodo dell’anno (la stagione estiva) in cui le precipitazioni sono sovente scarse; l’apparato radicale poco profondo, a debole forza di penetrazione e suzione, la rende molto sensibile allo stress idrico. In Italia è normale che durante il periodo di crescita (primavera-estate) ci sia uno sbilancio idrico crescente tra evapotraspirazione (ET) e piogge (P), quindi l’irrigazione è indispensabile negli ambienti di coltivazione (anche del Nord Italia) dove lo squilibrio ET/P è forte. È risaputo che in condizioni di stress idrico l’efficacia dei fertilizzanti minerali azotati si riduce a causa della mineralizzazione più lenta dell’azoto organico del terreno e delle difficoltà di trasporto del nutriente alle radici. Nella patata, la sensibilità allo stress idrico varia molto con le diverse fenofasi della coltura: – dall’emergenza all’inizio della tuberizzazione un leggero deficit idrico può anche essere utile perché stimola le radici a un maggior approfondimento e quindi una migliore esplorazione del terreno; – dall’inizio della tuberizzazione per circa un mese si ha una fase critica di grande sensibilità alla carenza idrica, che può avere un effetto molto grave provocando atrofia dei tuberini differenziatisi e quindi riduzione del loro numero per pianta; – durante la fase di ingrossamento dei tuberi ogni deficit idrico causa una diminuzione della fotosintesi e quindi una minor traslocazione di fotosintati nei tuberi, ma sarebbe molto pericolosa l’alternanza di periodi secchi e umidi che darebbe luogo ad arresti e riprese di accrescimento con conseguenti fenomeni di ricacci e deformazione, nonché di predisposizione alla fisiopatia del cuore cavo dei tuberi nelle cultivar più sensibili: regola di base è apportare acqua quando l’umidità del terreno è ancora lontana dal punto di appassimento; – quando compaiono i segni di senescenza dell’apparato fogliare l’irrigazione risulta meno utile, anzi comporta ritardo della maturazione, diminuzione del contenuto di sostanza secca dei tuberi e, nei terreni induttivi, sviluppo di marciumi secchi (per es. fusariosi). Per rendere massima l’efficacia d’uso dell’acqua di irrigazione bisogna calcolare razionalmente il volume d’adacquamento. Il calcolo va fatto considerando aspetti che attengono alle caratteristiche del terreno e della coltura (umidità di intervento, profondità da bagnare).

Volume di adacquamento

Le caratteristiche del terreno da conoscere sono riconducibili a due parametri idrologici essenziali: capacità idrica di campo (CIC) e punto di appassimento (PA), che vengono espressi come percentuale in volume di suolo. La loro differenza fornisce la riserva disponibile (RD, % in volume), cioè la quantità d’acqua che il terreno è capace di trattenere per sola capillarità tenendola a disposizione della coltura. Un programma irriguo non può certamente prevedere di lasciare la coltura arrivare all’appassimento, ma deve prevedere di intervenire con l’irrigazione in un momento intermedio tra il limite superiore (CIC) e il limite inferiore (PA), momento questo variabile da cultivar a cultivar secondo la capacità di suzione dell’apparato radicale e la maggiore o minore suscettibilità allo stress idrico. Da quanto detto emerge che per programmare il volume di adacquamento bisogna conoscere un altro parametro dipendente dalla fisiologia della coltura stessa: la quota della riserva disponibile che può essere assorbita con facilità. Questa frazione è indicata come riserva facilmente utilizzabile (RFU): nel caso della patata, si stima che la RFU sia il 60% della RD, vale a dire che si debba intervenire quando ancora nel terreno c’è un 40% d’acqua disponibile, che però la pianta assorbirebbe solo con notevole dispendio energetico. La conoscenza della RFU consente di definire l’umidità di intervento, per esempio, avendo un terreno con i seguenti parametri idrologici: – CIC = 32% vol.; – PA = 18% vol.; – RD = 14% vol.; – RFU 60% di RD = 8,4% vol.; – umidità di intervento 23,6% vol. (32-8,4). L’intervento irriguo va fatto appena l’umidità del terreno scende al 23,6%, con una quantità d’acqua tale da rimpinguare l’8,4% d’acqua consumata dalla coltura. Un altro dato che è necessario conoscere per definire il volume di adacquamento è la profondità dello strato di terreno che si vuole umettare, evitando bagnature troppo superficiali o troppo profonde. La profondità di espansione delle radici è l’elemento base da considerare: nel caso della patata, con piante nel pieno sviluppo vegetativo, si considera ottimale bagnare per una profondità di almeno 50 cm. A questo punto, volendo esemplificare, ci sono tutti gli elementi per calcolare il volume di adacquamento nel terreno: – volume di terreno da bagnare: 0,5 m × 10.000 m2/ha = 5000 m3/ha; – acqua da reintegrare: 8,4% vol.; – volume d’adacquamento: 0,084 × 5000 = 420 m3/ha (= 42 mm). Ogni pataticoltore dovrebbe conoscere le caratteristiche del suo terreno, non solo per la dotazione in nutrienti su cui basare la concimazione, ma anche per requisiti idrologici sulla base dei quali calcolare il volume d’adacquamento, evitando sprechi o carenze, ritardi dannosi o interventi non tempestivi. Il volume di adacquamento (V) si può calcolare come segue:

V = S × s × h × (c – u) × ρ/(100 × Ei)

dove S = superficie da irrigare; s = superficie interessata dalla bagnatura (per es. 100% irrigazione per aspersione; 60-65% irrigazione a goccia); h = profondità dell’apparato radicale; c = % umidità alla CIC; u = umidità del terreno al momento dell’irrigazione; ρ = massa volumica apparente del suolo (Mg/m3); Ei = efficienza del sistema irriguo in uso (0,6-0,7 per aspersione oppure 0,85-0,95 per minirrigatori a basso volume e per ala gocciolante, rispettivamente).

Bilancio idrico e turno irriguo

L’elemento base per impostare il bilancio idrico (WB, Water Balance) è l’evapotraspirazione potenziale di riferimento (ET0), l’indice standard che esprime la “domanda evaporativa” dell’atmosfera con riferimento a una copertura vegetale standard. L’ET0 può essere calcolato: – con formula di Penman-Monteith, che richiede come dati di input temperatura e umidità dell’aria, radiazione solare e velocità del vento. Tali dati sono oggigiorno rapidamente disponibili a livello territoriale, grazie a una fitta rete di stazioni di rilevamento gestite da enti di ricerca, università, ARPA e servizi tecnici regionali; – in base ai dati forniti da vasca evaporimetrica di classe A nella quale si misura quanti millimetri al giorno evaporano (EV). L’acqua evaporata da vasca è più dell’acqua evapotraspirata da una copertura vegetale completa, per cui questo dato va corretto per passare a ET0. Il coefficiente di conversione varia secondo le condizioni dello spazio circostante la stazione di rilevamento, ma si può considerare aggirarsi su 0,8 quindi:

ET0 = 0,8 × EV

Si potrà programmare l’irrigazione sulla base dei fabbisogni idrici determinati dall’ET0 per definiti coefficienti colturali (Kc), codificati dalla FAO, secondo le diverse fenofasi relative alla patata di seguito riportate: – da emergenza al 50% copertura 0,5 – da copertura 50% a copertura completa 0,8 – 30 giorni di copertura completa 1,1 – 15 giorni da inizio senescenza fogliare 0,7 Recenti sperimentazioni per la gestione irrigua della patata in ambiente mediterraneo, mirati alla sostenibilità di tale pratica, hanno dimostrato che una “ricalibratura” dei coefficienti colturali più specifica per singola zona di produzione può portare a sensibili risparmi idrici: infatti, riducendo i volumi irrigui del 25% la produzione non è variata significativamente. Ciò ha dimostrato che i Kc codificati dalla FAO sovrastimano in ambiente mediterraneo i volumi irrigui per la patata; durante la fenofase “30 giorni di copertura completa”, i Kc ottenuti dalla coltura sottoposta a stress idrico controllato (Kc = 0,8-0,9) sono risultati inferiori a quello proposto dalla FAO (Kc = 1,1). Per calcolare l’evapotraspirazione massima (ETc), si adotterà la seguente formula:

ETc = Kc × ET0

I valori dell’ET0 giornaliera si sommano progressivamente a partire dall’ultimo evento piovoso o dall’ultima irrigazione che abbia riportato il terreno alla CIC e l’irrigazione va fatta quando la sommatoria del deficit idrico eguaglia il volume d’adacquamento stabilito per quel terreno. Nel bilancio idrico le piogge vanno conteggiate tra le entrate solo quando superano i 10 mm. Con ogni adacquata il terreno è riportato alla CIC e il problema che si pone all’agricoltore è di sapere quando dovrà intervenire di nuovo o, in altre parole, per quanti giorni servirà l’acqua apportata: il turno è il tempo tra un’adacquata e quella successiva. È evidente che il problema consiste nel conoscere i consumi evapotraspiratori della coltura nei giorni successivi all’adacquamento e quindi tenere il conto della disponibilità idrica del terreno facendo regolarmente il bilancio idrico dell’appezzamento irrigato. Riprendendo l’esempio fatto:

V (giorno 0): 420 m3/ha = 42 mm Kc: 1,1 (fenofase “30 giorni di copertura completa”)

Nelle condizioni verificatesi il turno risulta di 8 giorni. L’applicazione di volumi irrigui al di sotto del pieno soddisfacimento dell’evapotraspirazione (DI, Deficit Irrigation) è uno strumento importante per aumentare l’efficienza dell’irrigazione: l’obiettivo è di ridurre l’evapotraspirazione con limitati effetti negativi sulle rese. Strategie di DI richiedono comunque valutazioni accurate della tolleranza nelle diverse fenofasi e un’attenta gestione delle risorse idriche, da supportare a sistemi di irrigazione a elevata flessibilità d’intervento. Con la patata, gli errori più frequenti nell’esecuzione degli interventi irrigui si verificano nella fase finale del ciclo produttivo: infatti, una sospensione tempestiva delle irrigazioni è garanzia di un prodotto sano e qualitativamente pregiato.

Scelta del sistema irriguo

La scelta della tecnologia irrigua è altamente loco-specifica, riflettendo fattori propri del luogo d’utilizzo (caratteristiche edafiche e microclimatiche), della tecnica (qualità e fornitura dell’acqua) e di mercato (prezzi del materiale, costi energetici, incidenza di manodopera). Dal punto di vista energetico (uso di gasolio o energia elettrica) l’impianto deve mantenere a livelli contenuti i costi/m3; si cercherà pertanto di prediligere sistemi con portate elevate e pressioni medio-basse (2-5 bar). Punti tecnici salienti da considerare nella scelta devono essere: – delicatezza d’impatto dell’irrigazione con il terreno allo scopo di non scoprire i tuberi e neppure provocare ruscellamento (runoff) di nutrienti; – uniformità nella distribuzione e adattabilità a eventuali necessità di fertirrigazione; – efficienza distributiva poco influenzata dal vento; – effetto climatizzante in grado di contrastare le alte temperature estive; – mobilità non eccessivamente impegnativa nella gestione del turno irriguo; – possibilità di gestione di aree di grandi dimensioni o piccoli appezzamenti. Nella pataticoltura italiana le tipologie tecniche oggi più importanti, in ordine di diffusione, sono: – sistemi semoventi con tubi avvolgibili (detti anche rotoloni) collegati a irrigatore oppure ala piovana carrellati; – aspersione a basso volume con minirrigatori; – impianto a goccia. Ciascuno di questi sistemi gode di una certa popolarità, ma uno solo soddisfa appieno tutti i requisiti richiesti prima richiamati: per praticità ed efficienza complessiva, in patata, il sistema ideale è l’aspersione a basso volume con minirrigatori. La delicatezza di questo sistema è elevatissima in quanto il getto dei minirrigatori (minisprinklers) è realmente leggero e l’effetto battente sul terreno trascurabile. La stessa cosa non si può dire per gli impianti semovente con irrigatore o ala piovana in quanto l’effetto sferzante del primo (la polverizzazione del getto potrebbe essere migliorata aumentando la pressione o riducendo il diametro del boccaglio) e la precipitazione elevata del secondo destrutturano il terreno, causando ristagni indesiderati e allettamento della parte aerea della pianta. L’impianto a goccia è il sistema meno impattante su pianta e terreno, ma induce la pianta a esplorare porzioni più limitate di terreno e questo non sempre è positivo. L’uniformità ottenibile con i minirrigatori può superare il 90% anche in presenza di terreni con forti dislivelli grazie a meccanismi di regolazione della portata. Solo i sistemi a goccia sono più efficienti in fatto di uniformità; per i sistemi irrigui semoventi il dato si attesta sovente al di sotto del 70% (valore considerato soddisfacente per una buona irrigazione ad aspersione) per problemi di ventosità o non uniforme distribuzione irrigua (per es. tra le parti terminali delle ali piovane). La ventosità è un aspetto che va tenuto bene in considerazione per l’elevata influenza negativa che esercita sull’efficienza dell’irrigazione. I minirrigatori, data la bassa traiettoria e la vicinanza tra loro (7-15 m), riescono a contenerne gli effetti negativi anche in aree costantemente battute da correnti d’aria, come le fasce litorali. L’impianto a goccia è il sistema meno influenzato dal vento, ma nulla può sugli effetti negativi prodotti sulle coltivazioni di patata da venti secchi e salmastri oppure da aerosol marino carico di tensioattivi (zone litorali) e temperature elevate. La flessibilità di un sistema irriguo è fondamentale quando si tratta di irrigare efficacemente piccoli appezzamenti o grandi aree; l’aspersione a basso volume e la goccia sono sistemi perfettamente adattabili e garantiscono lo stesso risultato. L’economicità di gestione di un sistema irriguo, invece, è tanto più apprezzata quanto maggiore è il prezzo del combustibile o dell’energia elettrica ed essendo il consumo energetico influenzato da parametri quali la portata richiesta e la pressione di esercizio, è chiaro che, a parità di superficie irrigata e millimetri distribuiti, il sistema a goccia e l’aspersione a basso volume sono quelli che comportano un maggiore risparmio. L’irrigazione a goccia della patata è tecnicamente fattibile ed economicamente vantaggiosa, rispetto ad altri metodi irrigui, in diverse aree climatiche, pur presentando alcune criticità operative che è necessario considerare: – posizionamento dei tubi su ogni prosa e quindi grandi quantità in metri lineari con costi da non sottovalutare; – bagnatura della prosa non sempre perfetta (dipende dalle caratteristiche idrologiche del suolo) nonostante l’uso di erogatori autocompensanti, nel senso che l’acqua tenderà a bagnare maggiormente un lato o l’altro della prosa; – se non è interrata, l’ala gocciolante si sposta dal centro della prosa per l’effetto deformante esercitato dal caldo e quindi va fissata con attenzione; – danni da roditori all’ala gocciolante con aggravi di costi per le riparazioni in campo; – monitoraggio attento della salinità delle acque irrigue, soprattutto nelle zone litorali a rischio di infiltrazione di acqua salmastra, al fine di evitare l’accumulo di sodio localizzato vicino alla pianta. L’ala gocciolante viene di solito posizionata sulla prosa e quasi mai tra l’una e l’altra: si deciderà se metterla in superficie (sistema più usato) oppure interrata (con macchine interratubo al momento della rincalzatura). La sub-irrigazione della patata invece, posata nel solco di semina, ha evidenziato numerosi vantaggi tecnici e agronomici, così come la semplice rincalzatura dell’ala: tra questi, per esempio, la flessibilità nel recupero del tubo polietilenico attraverso l’utilizzo di macchinari specifici. Altro vantaggio molto importante è la distribuzione di acqua e fertilizzanti direttamente in prossimità dell’apparato radicale e la possibilità di utilizzare le macchine agricole senza interferire con i cicli irrigui giornalieri. Si ricorda che la patata è specie agraria moderatamente sensibile alla salinità, con i seguenti valori di riferimento: – estratto saturo del suolo (soglia 1,7 dS/m; pendenza 12%); – acqua irrigua (soglia 1,1 dS/m; pendenza 18%). Gli effetti negativi dell’eccesso di Na nella soluzione circolante portano a un’alterazione nel bilancio dell’assorbimento di ioni da parte della pianta, con conseguenti squilibri nella concentrazione di nutrienti all’interno dei tessuti (ion imbalance stress); il motivo è l’antagonismo tra ioni, in particolare Na contro K e Ca, e Cl contro NO3.

Tecnica del disseccamento chimico

Nelle aree italiane di produzione di patata a raccolta estiva, tra le tecniche agronomiche di recente introduzione (meno di 10 anni) vi è senza dubbio la tecnica del disseccamento chimico delle piante ante raccolta, diffusasi rapidamente perché risulta interessante per i vantaggi descritti di seguito: – riduzione della biomassa fogliare che interferisce con le operazioni di scavatura meccanizzata; – maggior facilità di distacco dello stolone dal tubero nelle cultivar tardive; – miglior abbucciamento dei tuberi con forte riduzione dei danni provocati da sbucciature (skinning) causate da impatto meccanico, in quanto con la devitalizzazione del fogliame l’attività meristematica del fellogeno (strato cellulare che presiede allo sviluppo radiale e longitudinale del tubero) cessa; – possibilità di riduzione della quota percentuale di tuberi di calibro >75 mm (“fiorone”), poco remunerativi; – eliminazione delle malerbe estive a produzione di biomassa verde elevata (erba morella, farinello comune, amaranto comune, cencio molle) eventualmente presenti, che potrebbero creare intasamenti di alcuni organi meccanici di raccolta; – riduzione della diffusione, per caduta, di spore dalle foglie ai tuberi nel caso di talune malattie fungine (peronospora, alternariosi). Le sostanze attive, tutte ad azione erbicida non selettiva, attualmente disponibili in Italia sono: – carfentrazone etile, incluso anche in alcuni Disciplinari di Produzione Integrata regionali; – diquat. Fino a pochi anni fa, quando il disseccamento chimico nella patata da consumo non era ammesso come pratica agronomica, la soppressione della chioma verde veniva effettuata mediante frantumazione meccanica (trinciatura) oppure rullatura. Molto spesso, soprattutto nelle cultivar a tuberizzazione superficiale, la rullatura arrecava danni da schiacciamento ai tuberi mentre la trinciatura poteva provocarne l’inverdimento poiché l’eliminazione della parte aerea li lasciava scoperti. Entrambe le operazioni poi non erano esenti da rischi in quanto nelle zone di produzione a stagione estiva piovosa (Pianura padana, Piana del Fucino) le piante trinciate o rullate (ma non devitalizzate), a seguito di precipitazioni importanti, dovendo ritardare la raccolta soprattutto nei bacini con suoli franco-argillosi, riemettevano nuova vegetazione dalle gemme basali dei culmi. Tale fenomeno comportava pesanti squilibri fisiologici, con ripercussioni sulla qualità merceologica e tecnologica dei tuberi come: – pre-germogliamento nel terreno; aumento delle fisiopatie interne; – perdita di sostanza secca per rimobilitazione dell’amido dai tuberi verso la parte aerea; – aumento del contenuto di zuccheri riduttori, fattori questi di scadimento della qualità delle fritture a livello industriale. Oggigiorno a livello mondiale, soprattutto nelle aree pataticole vocate alla produzione di tubero-seme, l’interruzione della coltivazione è operata effettuando prima la frantumazione meccanica (che preserva la qualità fitosanitaria dal decadimento virale) e poi uno o più passaggi con disseccanti chimici. Per la patata da consumo, il trattamento disseccante va collocato nella fase di viraggio di colore del fogliame, dal verde al giallo, o comunque quando almeno il primo palco fogliare sia ingiallito; è eseguibile con uno o due passaggi, a seconda del vigore della cultivar (che determina calibri e altezze dei culmi molto variabili) e della sua densità di semina (che determina il numero di fusti per unità di superficie). Il tempo di attesa prima della raccolta dipende da molteplici fattori (ciclo di maturità della cultivar, calibro dei culmi, posizionamento dell’intervento disseccante, livello di abbucciamento dei tuberi) e può superare anche le 2 settimane. Interventi troppo anticipati (su piante ancora in piena attività fotosintetica) possono portare alla comparsa di due specifiche fisiopatie dei tuberi: la necrosi della zona del punto di distacco dello stolone (stem-end browning) e l’imbrunimento dell’anello vascolare (vascular discoloration) difettosità merceologiche gravi per le patate da consumo. Fattori predisponenti per queste fisiopatie sono: – disseccamento con piante in intensa crescita e in presenza di suolo secco; – interventi effettuati a fine giornata su piante appassite. Le possibili azioni di contenimento sono: – posizionare il momento del disseccamento quando almeno il primo palco fogliare vira al giallo; – se la coltura è molto verde, somministrare prima potassio fogliare (ripening effect); – evitare stress idrici a ridosso del trattamento disseccante; – non disseccare con terreno secco.

Parametri qualitativi pre-raccolta

Per i produttori di patata è di cruciale importanza il momento della raccolta, che giunge dopo un periodo piuttosto lungo (per le cultivar molto tardive, anche oltre 5 mesi dal piantamento) di cure colturali consecutive: dal giusto grado di maturazione dei tuberi dipenderanno infatti qualità merceologica, tecnologica e organolettica. Rispetto ai tuberi provenienti da colture extrastagionali, destinati alla commercializzazione quasi immediata, nel caso delle patate da avviare a frigostoccaggio, siano esse da consumo fresco o da industria, la maturazione dei tuberi deve essere completa: l’obiettivo da perseguire è lo scavo di prodotto fisiologicamente maturo. Parametri oggettivi per valutare la raggiunta maturazione sono: – l’accertamento del contenuto di sostanza secca dei tuberi, crescente via via che il processo di maturazione prosegue; – basso livello di zuccheri riducenti (glucosio e fruttosio). Valori alla raccolta superiori allo 0,15% in peso fresco (oppure 0,8% in peso secco) predispongono a un loro accumulo precoce durante il frigostoccaggio, con ripercussioni negative sia sulla qualità organolettica (addolcimento) sia su quella tecnologica (imbrunimenti non enzimatici alla frittura) dei tuberi; – periderma ben suberizzato quando sottoposto a sfregamento. Tale verifica (skin set) si effettua esercitando con il pollice una pressione tangenziale sul tubero e controllando se vi è rimozione di periderma. Per minimizzare i danneggiamenti da ammaccature (bruising), che possono causare perdite economiche severe per il produttore, connesse alle operazioni di raccolta, è importante monitorare: – temperatura interna dei tuberi (± 18-20 °C); – umidità del terreno (± 60-65%). L’umettamento del terreno in pre-raccolta assurge a grande importanza considerando che bassi livelli predispongono ad ammaccature puntiformi (blackspot) mentre la troppa idratazione, intesa come alta turgidità, può causare danni da microfessurazioni (shatter bruise) o apertura delle lenticelle (enlarged lenticels). È risaputa l’impossibilità di operare la raccolta interamente meccanizzata in suoli con elevata presenza di sassi (pena danni seri alle macchine raccoglitrici). Invece nei suoli franco-argillosi (facilmente costipabili), non adeguatamente curati nella preparazione del letto di semina, poco umettati in pre-raccolta, molto elevato è il rischio di zollosità: tale situazione operativa è predisponente a raccolte di tuberi “spellati” (skinning). In tal caso è possibile intervenire riportando il suolo a un livello adeguato di umidità con irrigazioni pre-raccolta da effettuarsi 3-4 giorni prima dello scavatura, con volumi di 150-200 m3/ha. Nella stessa tipologia di suolo può verificarsi il caso di piogge pre-raccolta; ne deriveranno difficoltà a separare il terreno dai tuberi e i seguenti problemi annessi al frigostoccaggio: – sui tuberi sporchi di fango l’azione degli antigermoglianti chimici (CIPC, olio di menta, etilene) è di efficacia ridotta; – la presenza di una grande quantità di fango nei bins può interferire con il corretto movimento dei flussi di ventilazione interna nelle celle di stoccaggio.

Raccolta meccanizzata

In base alla dimensione dei singoli appezzamenti in cui effettuare la raccolta, ci si trova di fronte a un bivio al momento di scegliere le macchine raccoglitrici: cantieri separati o cantieri riuniti. La prima opzione è tipica delle grandi aree pataticole dell’Europa centro-settentrionale e del Nord America: per grandi appezzamenti la meccanizzazione dedicata è tecnicamente elevata con presenza di: – macchine scavaraccoglitrici capaci di raccogliere fino a 4 file in continuo con scarico in bunker molto capienti (anche oltre 12 t) oppure a mezzo nastro “a collo di cigno” direttamente su carro raccolta; – cantieri per selezione e calibratura dei tuberi prima dell’ingresso nelle celle di frigostoccaggio. La seconda opzione è quella tipica negli areali di produzione italiani dell’Italia centro-settentrionale. Le scavaraccoglitrici in uso, tutte trainate, sono a 1-2 file con bunker di scarico (2,5-6,5 t) a fondo mobile: garantiscono un buon compromesso tra capacità lavorativa oraria e qualità merceologica del prodotto. Sono dotate di vomere avente la funzione di sezionare la prosa e di un rullo tastatore, azionato da sensori che correggono il timone sterzante, utile per il controllo della profondità di scavo nonché per la centratura del piano di lavoro. Il trasporto dei tuberi è assicurato da nastri a velocità variabile (grazie alla trasmissione idraulica) che consentono di adattare la raccolta a vari tipi di terreno. La presenza di un nastro di cernita permette la selezione manuale del prodotto con eliminazione dello scarto (guasto, tagliato); uno o più rulli di pulizia favoriscono l’espulsione delle zolle e dei tuberi piccoli (tondello) e un ulteriore nastro gommato ad appendici estroflesse consente di eliminare buona parte del terreno sollevato dal vomere a inizio percorso di scavo. Tutti i punti che possono arrecare danni meccanici da rotolamento e impatto sono ricoperti di materiale antiurto. L’opzione del cantiere riunito è più confacente, come si è detto, alla pataticoltura comune italiana: vi è però un maggior costo per la manodopera addetta alla cernita e per la movimentazione dei bins in campagna. Il vantaggio è determinato dal minor costipamento del terreno e dalla minor quantità di scarto. Nel Bolognese di recente, al fine di determinare un maggior valore economico (fascia B1) per il “tondello sporco” (30-45 mm), si avviano i tuberi, raccolti in campo in un bunker dedicato delle macchine scavapatate, alla cernita in un impianto fisso sterratore, ottenendo così materia prima senza detriti (sassi, zolle terrose) per specifiche preparazioni dell’industria alimentare. La capacità di lavoro oraria per il prodotto precalibrato proveniente dalla campagna è di 15 t/h di prodotto in entrata, con una resa di selezione dell’85-90%.

Pataticoltura biologica

Nel 2009 in Italia le superfici coltivate a patata con il metodo biologico, secondo i dati del SINAB, sono state pari a 957 ha (dei quali 202 in conversione); con un incremento medio annuo del 2% nel decennio 2000-2009, cifra questa ben inferiore rispetto a quelle registrate per altre colture orticole quali, per esempio, pomodoro e pisello. Le regioni italiane leader in questa produzione sono, in ordine di importanza, Sicilia ed Emilia-Romagna; la resa areica media italiana è intorno alle 21 t/ha, livello produttivo questo assolutamente inadeguato, che rende estremamente critico il conto economico della coltura per il pataticoltore. Il lento aumento degli investimenti, rispetto ad altre colture, è da ricondurre a una serie di cause, tra le quali si possono indicare in primis la mancanza di cultivar specificamente adatte a questo metodo di coltivazione, con particolare riferimento alla risposta verso temibili patogeni quali peronospora e alternariosi, che sono fortemente limitanti nei confronti della produttività considerando che il loro controllo, con i fungicidi disponibili in agricoltura biologica, è spesso difficile. La cultivar ideale (ideotipo) adatta alla produzione in biologico deve integrare in un unico genotipo (che possieda anche adeguati standard merceologici): – i caratteri che conferiscono alla pianta di tollerare gli stress (biotici e abiotici) dominanti nell’ambiente di coltivazione in cui si sviluppa; – una maggiore efficienza d’uso dell’azoto (NUE, Nitrogen Use Efficiency) poiché, essendo questo macronutriente non disponibile nel suolo nelle forme convenzionalmente utilizzate (in assenza di concimi di sintesi, banditi dal regime biologico, esso è ottenuto principalmente dalla mineralizzazione della sostanza organica), lo stesso timing di assorbimento potrebbe essere non perfettamente allineato con le esigenze fenologiche della pianta. Con riguardo agli stress di natura biotica, vi sono diverse avversità molto temibili per la patata quando questa non può fruire della protezione con agrofarmaci di sintesi: – la peronospora (Phytophthora infestans), l’avversità fungina che suscita le maggiori preoccupazioni nella produzione biologica, anche in considerazione della progressiva diminuzione dei quantitativi di rame che si possono utilizzare per il suo controllo (6 kg/ha/anno) come da norme contenute nel Reg. CE n. 889/2008. I genotipi più sensibili, in presenza delle condizioni microclimatiche innescanti l’infezione, possono arrivare nel giro di poche ore alla completa distruzione della parte aerea, con risvolti molto seri sull’esito produttivo e qualitativo finale. Sempre con riferimento alla peronospora, altro aspetto importante in pataticoltura è la correlazione ben conosciuta tra indice di maturazione e sensibilità alla peronospora, nel senso che le cultivar più precoci sono in genere più sensibili; infatti, uno dei problemi maggiori per la coltivazione biologica è che attualmente non esistono cultivar precoci, di buon valore agronomico e sufficientemente tolleranti, che possano essere curate con bassi dosaggi di rame; – l’alternariosi (Alternaria solani), avversità fungina questa che in Italia, principalmente nei bacini produttivi più a nord, sembra essere addirittura più insidiosa della stessa peronospora (soprattutto sulle cultivar tardive), considerando che, in assenza di cultivar resistenti e con i pochi fungicidi autorizzati in agricoltura biologica, il controllo è scarso e l’unico strumento valido sembra essere la scelta di genotipi meno sensibili alla malattia; – la dorifora (Leptinotarsa decemlineata), il fitofago defogliatore più dannoso per la coltura della patata. In agricoltura biologica il controllo è imperniato sull’utilizzo di alcune varietà e ceppi di Bacillus thuringiensis (Bt), molto efficaci specialmente sulle larve di prima e seconda età, nonché formulati a base di piretrine naturali e spinosad; – la tignola (Phthorimaea operculella), lepidottero minatore di foglie e tuberi in campo e nei magazzini di conservazione. Fino a pochi anni fa preoccupante solo nel Sud Italia, attualmente è divenuto un fitofago-chiave anche negli areali produttivi del Viterbese e del Bolognese, imponendo un serio lavoro di monitoraggio dei voli con trappole a feromoni sessuali al fine di impostare al meglio le strategie di difesa. Buono il controllo esercitato da Bt e spinosad; assai interessanti le prospettive d’uso offerte da specifico Granulovirus (PoGR); – gli elateridi (Agriotes spp.), coleotteri polifagi ad ampia diffusione le cui larve erodono tuberi e radici, provocando danni merceologici molto seri. L’impossibilità di utilizzare geodisinfestanti di sintesi impone un’attenta valutazione delle precessioni colturali più predisponenti al loro proliferare, quali prati poliennali di graminacee, medicai, doppie colture (cereali verninimais, loiessa-mais, loiessa-soia), nonché una specifica attività di monitoraggio a mezzo trappole a esca alimentare (per le larve) o a feromoni sessuali tipo YATLORf (per gli adulti); – i nematodi cisticoli (Globodera rostochiensis e G. pallida), molto aggressivi sulla patata in diverse regioni italiane. Anche i nematodi galligeni (Meloidogyne spp.) risultano molto pericolosi, in particolare per le colture a semina estiva (bisestili). La scelta di adeguati avvicendamenti colturali è efficace per la lotta ai nematodi cisticoli aventi una ristretta gamma di piante ospiti; per esempio, di recente in alcune aree del Nord Europa è inserita nella rotazione, come precessione colturale, una specifica solanacea (Solanum sisymbrifolium), avente azione di pianta trappola (catch crop). Più complesso è il controllo dei nematodi galligeni, che invece proliferano su moltissime specie di piante coltivate e spontanee. Sia nel caso degli elateridi che dei nematodi fitoparassiti, l’inserimento nella rotazione di sovesci di alcuni genotipi di piante brassicacee appositamente selezionate come piante trappola (Eruca sativa) o come piante ad azione biofumigante (Brassica juncea), nonché l’uso di loro formulati secchi (pellet o sfarinati) a base di farine disoleate, garantiscono un buon livello di contenimento esercitato dall’azione biocida di alcuni metaboliti secondari (isotiocianati) rilasciati nel terreno a seguito dell’idrolisi, catalizzata dall’enzima endogeno mirosinasi, dei glucosinolati contenuti negli organi vegetativi e riproduttivi. L’uso di piante ad azione biofumigante può consentire, nel corso degli anni, importanti ricadute sulla gestione e sul miglioramento della qualità dei suoli, attraverso il riequilibrio tra micoflora patogena e non e, più in generale, del sistema suolo. In quest’ottica sono documentati a livello internazionale effetti positivi non solo nel contenimento di nematodi fitoparassiti (Globodera, Meloidogyne), malattie telluriche (rizottoniosi, verticilliosi, scabbia argentea, dartrosi) e coleotteri elateridi, ma anche tutti i noti benefici fisici, chimici e biologici derivati dall’uso di sovesci. In particolare è interessante evidenziare che gli apporti fertilizzanti di un buon sovescio biocida possono rappresentare in molti casi la concimazione di fondo della coltura che segue in rotazione e la patata ne beneficia sicuramente. Inoltre, è da ricordare che l’apporto di considerevoli quantità di sostanza organica al terreno consente un’azione di sequestro e immagazzinamento (carbon sink) della CO2 atmosferica che, in considerazione della gravità degli effetti dei cambiamenti climatici a livello planetario, rappresenta una prospettiva di grande importanza per l’intero sistema agricolo. Un recente studio ambientale riferito a un’esperienza di 13 anni, nel Nord degli Stati Uniti, che prevedeva l’inserimento di sovesci biofumiganti nella rotazione della patata in sostituzione delle fumigazioni chimiche, ha dimostrato ricadute economiche e ambientali di grandi potenzialità applicative. La varietà di patata adatta alla coltivazione in agricoltura biologica deve quindi possedere rese stabili ed elevate, alta efficienza nell’uso dei macro- e micronutrienti, quindi maggior attitudine complessiva alla produzione in condizioni di ridotti input energetici. Inoltre, altro indispensabile tratto di interesse agronomico è la velocità di sviluppo dell’apparato fogliare per consentire: – una più celere copertura del terreno sottostante per i benefici legati alla riduzione dell’evaporazione dell’umidità in esso contenuta; – una maggiore competizione con le malerbe infestanti; – una maggiore protezione dai danni delle infezioni di peronospora, giacché per i genotipi che producono in tempi più brevi e ipotizzabile, in caso di infezioni gravi, la trinciatura della parte aerea, per evitare danni ai tuberi se questi già sono di calibro commerciale.


Coltura & Cultura