Volume: la patata

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: patata arricchita al selenio

Autori: Roberto Piazza

Storia di un successo

Gli anni dal 1994 al 1996 furono neri per la pataticoltura: delusero produttori, commercianti, grossisti e distributori finali. I prezzi mediamente bassi non consentirono vantaggi ad alcun operatore del settore, tantomeno ai consumatori, in quanto la filiera non trovò le risorse adeguate per portare alla fine del suo percorso un prodotto di alta (o anche buona) qualità, ben selezionato, ben calibrato e uniforme. Insieme a questo sentimento di delusione, maturò nei produttori più attenti una riflessione: il mito della varietà Primura, che aveva trovato nel comprensorio bolognese il suo habitat migliore, era in forte calo nel livello di gradimento della clientela. La varietà veniva coltivata con discreti risultati anche in altre zone del Paese. Di più: da Montagnana ad Avezzano, da Grotte di Castro a Viterbo, da Napoli a Caserta, da Polignano a Gallipoli, dall’altopiano silano alle vallate alpine, da Siracusa a Giarre, non c’era regione o provincia italiana che non producesse patate di alta o buona qualità, tali da poter tranquillamente competere con la vecchia Primura. Era dunque necessario trovare una strada nuova perché il “sistema Bologna” tornasse agli elevati indici di gradimento che la clientela di tutte le regioni italiane gli aveva riconosciuto: occorreva qualcosa che, per così dire, facesse la differenza. Dinanzi a questo problema, tutt’altro che semplice da risolvere, si potevano seguire due strade: o utilizzare meglio le risorse disponibili, oppure tentare una combinazione straordinaria, cercando una soluzione “creativa”. Era necessario rispondere ad alcune domande fondamentali: che cosa dare in più alla patata per renderla appetibile agli occhi del consumatore? In che modo garantire al prodotto, già di per sé buono – ma modesto – un’immagine moderna, salutare e accattivante? Difficile, se non impossibile, perseguire la via del rinnovamento di immagine: troppe le pecche del nostro prodotto dal punto di vista estetico, aggravate dal fatto di dover essere venduto in quantità notevoli, e a prezzi contenuti. Fu forse per questa ragione che la risposta non fu subito trovata in campo pubblicitario, bensì in ambito agronomico: ci si immaginò di poter trasformare la patata da semplice tubero a veicolo di elementi essenziali per la salute del consumatore. L’operazione, a posteriori, potrebbe essere paragonata a quella, celeberrima, delle prugne secche californiane, che, da cibo per vecchie zitelle adatto per lo più al menu di pensioncine economiche, divennero in poco tempo il frutto magico che donava leggerezza, bellezza e gioventù. Si parva licet componere magnis, chioserebbe il buon Virgilio al paragone tra la California e il modesto comprensorio emiliano. Si cominciava a parlare molto, in quegli anni, degli integratori alimentari, tra i quali si era segnalato un elemento che non serviva a dare slancio alle performance atletiche, ma era conosciuto come un buon antiossidante e, di conseguenza, come un discreto fattore contro l’invecchiamento: il selenio. Le prime ricerche sui suoi effetti nella dieta alimentare convinsero a compiere un passo decisivo. Ci si rivolse alla facoltà di chimica industriale dell’Università di Bologna, da cui venne la prima conferma: in Finlandia, dove il terreno è scarsamente dotato di questo metalloide, nell’uomo erano state riscontrate sindromi da seleniodeficienza, e il Ministero dell’Agricoltura finlandese aveva imposto l’aggiunta di selenio ai tradizionali concimi chimici, sia nella fertilizzazione di pascoli e foraggere, sia in quella dei cereali a impiego umano. Si sapeva inoltre che il selenio, assunto attraverso un alimento vegetale, arricchito durante il suo sviluppo vegetativo, viene in buona parte organicato, e quindi più facilmente assorbito dall’organismo umano. Nel giro di pochi giorni fu organizzata, presso il Mercato ortofrutticolo di Bologna, una riunione con i direttori delle cooperative aderenti alla Borsa patate, insieme a dieci commercianti e a due associazioni di produttori. Non fu un incontro facile: all’inizio lo scetticismo parve prevalere anche nella mente di chi, poi, sarebbe salito sul carro dei vincitori. Le obiezioni erano tante: chi diceva che gli agricoltori non sono farmacisti, chi ricordava la loro proverbiale resistenza al nuovo, chi vedeva un ostacolo nella scelta delle persone a cui affidare l’incarico della produzione, chi rimaneva titubante all’idea di investire, senza la certezza di un guadagno maggiore nella vendita del prodotto. Nessuno aveva la certezza del successo, ma bisognava osare. E ci fu chi ebbe il coraggio di farlo, anche perché, in fondo, i costi erano sostenibili. Nella sperimentazione fu coinvolta anche la facoltà di medicina e chirurgia dell’ateneo bolognese, per garantire la salubrità del prodotto e la correttezza del sistema di integrazione. La squadra fu così completa: intorno all’idea del selenio si riunì il meglio della chimica, della medicina, dell’agronomia e dell’expertise in materia di organizzazione. Infatti, proprio dalla Borsa patate, che vantava un’esperienza più che ventennale di lavoro sinergico, i protagonisti trassero lo spirito di corpo per programmare, coperti da segreto d’ufficio, la bellezza di 3 anni di prove sperimentali di campo, al fine di mettere a punto la migliore forma di somministrazione del selenio. Fu scelto il sistema della concimazione fogliare, che offriva il vantaggio di una minore dispersione del prodotto e dell’azzeramento del rischio di sovradosaggio in caso di errore nella somministrazione (a dosi eccessive il selenio “brucia” le foglie, e di conseguenza i tuberi cessano di assorbire alimenti da quelle fonti). Per le prove di campo fu fabbricato nientemeno che un prototipo di macchina, completo di attrezzatura per i trattamenti parcellari. Dopo il primo e il secondo anno di sperimentazione, conclusisi con ottimi risultati, cominciò l’iter della brevettazione del “sistema selenio” per tutelarlo non solo a livello nazionale, ma anche in quei Paesi europei che sarebbero potuti entrare in competizione su questo terreno. Non furono pochi, anche a livello istituzionale, i dubbi e le perplessità: perché non erano stati coinvolti la facoltà di Agraria e l’istituto di Agronomia? Perché la sperimentazione non era stata condotta sotto l’egida degli enti ufficiali preposti? Chi garantiva la certezza delle prove sperimentali e della regolarità del prodotto dal punto di vista igienico-sanitario? Quali erano le valutazioni del Ministero della Sanità? Pur vivendo in una regione, in una provincia e in un comune dove la burocrazia ha ancora un peso accettabile e dove i soci dell’allora Consorzio per la Patata Tipica di Bologna, in linea di massima, accordavano il loro appoggio all’iniziativa, non furono rari i momenti in cui chi lavorava a questa idea pensò seriamente di desistere. La tenacia fu tuttavia premiata. La porta del successo fu aperta da un nome, Selenella, che è emblema di una leggerezza lunare; si studiò un packaging accattivante, uguale per tutti i confezionatori del Consorzio; dopodiché vennero le prime campagne promopubblicitarie su quotidiani, riviste e periodici specializzati in arte culinaria, alla radio e infine in televisione. La comunicazione del prodotto fu affidata a un’importante azienda pubblicitaria. Infatti, c’era la consapevolezza che nessuna innovazione – specialmente in campo agroalimentare – poteva essere interiorizzata e “digerita” di per sé dal mondo del consumo, e che la qualità non poteva essere apprezzata se non era opportunamente comunicata e percepita. Occorreva, inoltre, far crescere con sistemi ben studiati, per quel determinato bene, un bisogno assoluto. Non solo: i prezzi più interessanti e le maggiori marginalità sarebbero arrivati quando il consumatore, insieme al prodotto, avrebbe acquistato dei servizi, relativi al packaging, alle capacità professionali e alle tradizioni dei produttori, alla sicurezza alimentare, alla certezza di trovare il prodotto ogni qualvolta lo ricercasse. Quando, cioè, il consumatore avrebbe acquistato anche un “sogno”: per Selenella, il sogno del selenio, elisir di lunga vita. Sono i numeri la migliore dimostrazione di questo successo: il comprensorio di produzione passò da 30.000 q di tuberi venduti nel primo anno agli oltre 300.000 q di patate al selenio venduti dopo il terzo-quarto anno. Sulle prime confezioni di patate al selenio si poteva leggere “La differenza”, in quanto finalmente il “sistema Bologna” era riuscito a dare una risposta al bisogno di una patata diversa, che stimolasse nel consumatore la voglia e il desiderio non tanto di patate, quanto di quella patata. E così il sistema divenne un consorzio, ovvero il Consorzio delle Buone Idee, che oggi raggruppa quattordici aziende specializzate nella produzione della patata di Bologna ed è proprietario del marchio Selenella. Alla patata si affiancarono la cipolla al selenio, e di seguito la carota. Selenella, in altre parole, era divenuta un marchio a ombrello: gli alimenti arricchiti al selenio cominciavano, da questo momento, a caratterizzare il comprensorio bolognese e aprivano la strada anche ad altre innovazioni, come dimostra l’ingresso sul mercato della patata arricchita allo iodio, la Iodì, seguita da pomodori e carote, sempre arricchite dello stesso elemento.


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