Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: parassiti animali

Autori: Antonio Guario, Giuseppe Laccone, Enrico De Lillo

Introduzione

Nell’agroecosistema vite, e in particolare in quello della vite per l’uva da tavola, non si può affermare che vi sia un solo fitofago dominante e diffuso che possa ritenersi “chiave” per la coltura; avversità secondarie di rilevante aspetto economico possono assumere localmente importanza primaria sia nel tempo sia nello spazio. All’inizio dell’espansione dell’uva da tavola nel Meridione d’Italia, la tignoletta sembrava essere l’unico insetto da contenere, una volta quasi scomparsa l’altra tignola, cioè la clisia, e risolto il problema della fillossera con l’innesto. Ma non sempre è stato e continua a essere così, anche se la tignoletta, in modo assai variabile, continua a essere sempre presente nei programmi di difesa. Nella successione delle avversità parassitarie si è osservato che mentre con continui trattamenti si contenevano abbastanza bene le avversità ostacolanti la conduzione intensiva della coltura per ottenere un prodotto abbondante e sano, spesso si dava luogo all’affermarsi di altri fitofagi come afidi, acari, cicaline, oziorrinchi, cocciniglie e tripidi (fra i quali il tripide occidentale di recente introduzione e in competizione con la stessa tignoletta) i quali non erano ritenuti dannosi in quanto contenuti dai loro antagonisti naturali, sempre più in diminuzione. Attualmente, l’agroecosistema della vite per uva da tavola appare meno stabile e richiede un’assistenza tecnica specialistica molto attenta per evitare inutili interventi che possono essere più dannosi che efficaci, proprio quando non si tiene conto dell’utile presenza degli antagonisti. In questa breve nota saranno trattati quelli più importanti e maggiormente frequenti nel nostro territorio.

Insetti

Tignoletta della vite (Lobesia botrana)
È un piccolo lepidottero tortricide diffuso in tutti gli areali di coltivazione della vite e risulta particolarmente dannoso nei vigneti del Meridione d’Italia e ancor più sulle uve da tavola, costituendo uno degli insetti verso cui vengono poste le maggiori attenzioni, anche in considerazione delle rilevanti innovazioni dei metodi e mezzi di difesa avvenute in quest’ultimo periodo. Inoltre, l’adozione di diverse tipologie di conduzione della coltura, con copertura precoce con film plastici per l’anticipazione o per la raccolta ritardata, copertura con reti o senza alcuna copertura, determina una irregolarità nelle catture degli adulti con difficoltà a registrare chiaramente l’inizio e la fine dei voli in modo da impostare adeguatamente la difesa. Peraltro, le infestazioni della tignoletta sono molto influenzate dalle condizioni climatiche e microclimatiche e la sua presenza nei vigneti è assai variabile: da un anno all’altro, da un luogo all’altro, in una stessa azienda o in uno stesso appezzamento da un punto all’altro. Sembra, ancora, che la tignoletta sia stata favorita nel suo insediamento e sviluppo nei nostri vigneti dalle condizioni che si determinano nell’allevamento quasi totale dell’uva da tavola a tendone, dove è meno disturbata dal vento, dalle forti umidità e dal secco, che teme. Infine, grazie alla sua polifagia, l’olivo può ospitarla in notevole quantità. L’adulto ha un’apertura alare di 11-12 mm; le ali anteriori hanno piccole macchie di vario colore con tendenza al grigio, al blu e al giallo; le ali posteriori sono grigie. L’uovo è lenticolare, misura circa 0,6 mm in diametro, ha colore quasi verdastro appena deposto, per poi diventare grigio chiaro, iridescente, facile da vedersi per i riflessi della luce, specialmente se si gira il grappolo. La larva appena nata misura circa 1 mm, ha colore biancastro con capo scuro, mentre a maturità misura circa 10 mm ed è di colore verdastro tendente allo scuro. La crisalide è di colore nocciola scuro, avvolta in un bozzolo bianco sericeo. La tignoletta svolge su vite normalmente tre generazioni all’anno, ma può iniziarne anche una quarta che quasi sempre non si completa. Sverna come crisalide sotto il ritidoma dei ceppi o in ripari naturali occasionali. In aprile inizia lo sfarfallamento (primo volo) che termina generalmente alla fine di maggio, ma questo primo volo può iniziare anche in marzo e terminare ai primi di giugno. Ha costumi crepuscolari. La femmina fecondata, dopo 3-4 giorni dallo sfarfallamento, depone di seguito circa 100 uova sui bocci fiorali, o su altri elementi del germoglio. Le larve penetrano nell’interno dei bocci dei quali si nutrono, avvolgendoli con fili sericei in modo da formare dei tipici glomeruli, più conosciuti come “nidi”. Dopo circa un mese, la larva matura si incrisalida e dopo una settimana sfarfallano i nuovi adulti (secondo volo). Questi avviano la seconda generazione che si svolge a carico degli acini generalmente dai primi di giugno a fine luglio. L’ovideposizione avviene sugli acini e dopo 3-4 giorni nascono le larve, che penetrano direttamente nell’interno dello stesso acino svuotandolo. Le larve, completate le 5 età, si incrisalidano dopo circa 20-25 giorni e i nuovi adulti sfarfallano dopo circa una settimana. La femmina fecondata avvia la terza generazione ovideponendo ancora sugli acini; dopo 4-5 giorni di incubazione nascono le larve che attaccano gli acini in via di maturazione, danneggiandone più di uno. Questa terza generazione si svolge in agosto-settembre, sino a ottobre; un’eventuale quarta generazione può avviarsi se le condizioni ambientali lo consentano. La presenza della tignoletta in campo può essere monitorata mediante trappole attrattive innescate con feromone o con altri mezzi. L’infestazione sulla pianta può essere vista mediante il rinvenimento di nidi a livello delle infiorescenze, per quanto riguarda la prima generazione, e la presenza di ovideposizioni e di acini danneggiati con o senza larve nella polpa per le generazioni carpofaghe. Le infestazioni di tignoletta causano imbrunimenti, disseccamenti o marcescenza degli acini in seguito all’insediamento successivo di muffa grigia (Botrytis cinerea), muffe secondarie (Rhizopus, Aspergillus, Penicillium ecc.) e marciumi acidi dovuti a lieviti, batteri ecc. Sulle uve da tavola i danni sugli acini non sono accettati comportando un maggiore aggravio di costi per la difesa e per la pulizia dei grappoli. Nei tendoni è possibile riscontrare una maggiore concentrazione di tignoletta nelle zone periferiche rispetto a quelle più centrali del vigneto per la presenza in detta zona di temperature più elevate e maggiore vegetazione e produzione.

Tripidi (Frankliniella occidentalis, Thrips tabaci, Drepanothrips reuteri)
La Frankliniella occidentalis, segnalata per la prima volta nel 1990 sull’uva da tavola in Sicilia e in Puglia, è il tripide che provoca i maggiori danni sull’uva da tavola. Sono, comunque, dannose anche altre specie di tripidi come il Thrips tabaci e il Drepanothrips reuteri, riscontrabili in concomitanza tra loro o in fasi separate del periodo vegetativo. I tripidi sono insetti polifagi, spesso hanno dieta principalmente costituita da polline, tant’è che l’attività di molte specie si svolge maggiormente durante la fioritura. La femmina della Frankliniella occidentalis inizia l’ovideposizione dopo 3 giorni dallo sfarfallamento, con temperature intorno ai 25 °C, e presenta longevità di 15-40 giorni. L’ovideposizione avviene per mezzo della penetrazione della terebra nei tessuti vegetali. Il maggior danno si manifesta quando l’ovideposizione interessa le bacche all’allegagione. Ogni femmina può deporre da 40 a 80-100 uova. Se le condizioni ambientali sono ottimali l’insetto può completare una generazione in 15-40 giorni e sembra che sia in grado di compiere circa 18 generazioni all’anno. L’attacco su vite inizia nella fase dei grappolini distesi e si protrae fino all’allegagione. Il tripide può essere presente anche sugli organi vegetativi, ma non sempre causa danni apprezzabili. Le forme giovanili si alimentano a spese delle cellule parenchimatiche e del polline e verso la fine del loro sviluppo si rifugiano nei tessuti vegetali o negli strati superficiali del terreno. I danni riguardano quasi esclusivamente il grappolo e possono essere diretti, con le punture di ovideposizione e di nutrizione, e indiretti, in seguito all’insorgenza di “marciumi”. Gli adulti e le forme giovanili pungono i tessuti per nutrirsi e vi immettono saliva, i cui componenti causano lisi e svuotamento delle cellule che assumono colore biancastro, madreperlaceo, che evolve successivamente a scuro per necrosi. In seguito alle punture, gli acini mostrano macchie decolorate, necrotizzate o suberifìcate. Attacchi interni ai fiori possono causarne l’atrofia. La puntura dell’ovopositore provoca lesioni nelle cellule dei tessuti che attraversa causandone la morte. A seguito di queste punture, la superficie dei tessuti può mostrare concavità crateriformi o verruche preminenti in seguito a ipertrofia dei tessuti limitrofi. Intorno a queste punture possono formarsi aloni decolorati. I danni indiretti sui grappoli sono dovuti all’insorgenza di marciumi da Botrytis cinerea e, maggiormente, da marciumi secondari e acidi riferibili, rispettivamente, a funghi secondari dei generi Aspergillus, Rhizopus, Penicillium ecc. e a batteri e lieviti. Sulla vegetazione i danni possono essere riscontrati nelle prime fasi vegetative e nella fase di ingrossamento degli acini. Le foglie assumono una colorazione bronzea e riducono la loro efficacia fotosintetica. La presenza di tripidi nel vigneto va rilevata sin dall’inizio della vegetazione, ma in modo particolare nelle fasi di pre-fioritura e allegagione, al fine di avviare interventi in grado di contenere le popolazioni di tale insetto. Negli ambienti meridionali il tripide riesce a infestare un numero elevato di specie coltivate e spontanee, in vegetazione e in fioritura, durante tutto l’anno, senza richiedere lo svernamento. L’abbondante presenza, comunque, di fiori prodotti da essenze spontanee lungo le strade o i bordi di campi, soprattutto con fiori gialli, consente di attirare una gran quantità di tripidi specialmente se la fioritura è contemporanea a quella della vite. A riguardo è stato rilevato più volte che in caso di scarse piogge e di conseguente scarsa fioritura di piante spontanee in primavera, si assiste a un maggior impatto del tripide sulle specie coltivate come vite, olivo ecc.

Cocciniglie cotonose (Planococcus ficus, Planococcus citri)
La loro diffusione negli ultimi anni è in aumento in quanto, probabilmente, la gestione fitosanitaria dei vigneti sta subendo modificazioni nell’applicazione degli agrofarmaci. Sono stati, infatti, recentemente eliminati alcuni insetticidi a largo spettro di azione che, oltre a contenere la tignoletta, indirettamente contenevano altri fitofagi come le cocciniglie. Aumenti di popolazione sono stati riscontrati anche in vigneti dove è applicata la tecnica della confusione sessuale per la tignoletta. Le femmine fecondate svernano sotto il ritidoma dei tralci e del fusto. A primavera riprendono l’attività deponendo le uova e producendo un caratteristico ovisacco bianco e cotonoso. Dopo 15 giorni, nascono le neanidi. Gli adulti di questa generazione compaiono all’inizio di giugno; le femmine sono prive di ali, mentre i maschi ne sono provvisti. In estate si hanno due generazioni. Le cocciniglie durante la prima generazione sono localizzate sul tronco e alla base dei germogli. Nella seconda generazione preferiscono i primi internodi e la pagina inferiore delle foglie. Le neanidi della terza generazione si spostano fino ai grappoli nella fase di invaiatura. I maggiori danni si rilevano sui grappoli in quanto la presenza di questo fitofago in fase di commercializzazione non è tollerata e la produzione abbondante di melata favorisce lo sviluppo di fumaggine rendendo l’uva di scarso o nullo valore commerciale. Nel periodo invernale, le forme mobili si portano sotto il ritidoma del ceppo e qui svernano come femmine mature, pronte per l’ovideposizione. È fondamentale riuscire a valutare la presenza di antagonisti che sono comuni nei nostri ambienti e mantengono bassa la popolazione e il livello di danno determinato dalle cocciniglie. Tra questi antagonisti si segnalano: Leptomastix dactylopii, Chilocorus bipustulatus, Cryptolaemus montrouzieri, Brumus quadripustulatus ecc. Per le cocciniglie cotonose gli interventi vanno posizionati in diversi periodi in relazione alle diverse generazioni che si sviluppano da maggio ad agosto. In particolare, le infestazioni vanno contenute sin dalla prima generazione per evitare un aumento di popolazione nel vigneto come pure la migrazione di un maggior numero di neanidi sui grappoli.

Cocciniglia nera (Targionia vitis)
Anche questa cocciniglia sta conquistando sempre più areali viticoli sia di uva da tavola sia di uva da vino. A differenza delle altre cocciniglie, la Targionia vitis non attacca i grappoli ma si posiziona su ceppi, branche, tralci e in alcuni casi anche sulle foglie con conseguente deperimento dell’intera pianta o disseccamento della stessa in caso di forte infestazione. La cocciniglia nera sverna come femmina fecondata sul ceppo, sulle giovani branche, sui tralci, e in primavera, nei nostri ambienti in maggio, compaiono le neanidi che si fissano sul legno per nutrirsi della linfa. La massima concentrazione delle neanidi si verifica durante il periodo della fioritura. Nelle fasi iniziali di infestazioni diventa difficile rilevare la sua presenza in quanto si mimetizza con il ritidoma, ma un attento esame dei tralci consente di rilevare le forme giovanili e lo stato di infestazione della cocciniglia. I trattamenti vanno eseguiti con presenze diffuse nel vigneto ma con lievi densità di popolazione e solo in presenza di neanidi di prima età. Per la cocciniglia nera la presenza delle neanidi si verifica tra la fine di aprile e la prima quindicina di maggio, periodo idoneo per programmare gli interventi di contenimento.

Oziorrinchi (Otiorhynchus sulcatus e O. corruptor)
La loro presenza nei tendoni di uva da tavola è sempre più comune e tale sistema di allevamento sembra favorirne il successo. In aggiunta, si segnala che in diversi casi le partite di uva da tavola esportate all’estero sono state respinte per la presenza di adulti di oziorrinco nelle confezioni. Questi insetti hanno una sola generazione all’anno e l’adulto attacca la vite in primavera, danneggiando i giovani germogli, mentre sui grappoli non determina danni di rilievo. L’adulto ha abitudini notturne ma è possibile osservarlo anche nelle prime ore del mattino quando si sposta lentamente verso la parte basale del ceppo per trovare rifugio dalla luce solare sotto il ritidoma o nei primi strati del terreno alla base delle piante. Spesso è possibile riscontrare diversi individui sotto le foglie, in stato di quiete durante le ore diurne. In caso di disturbo l’adulto si lascia cadere al suolo e rimane per alcuni minuti immobile, come morto. Questa abitudine determina, durante la raccolta, la casuale caduta degli adulti nelle casse di uva e la conseguente presenza nelle confezioni per l’esportazione. Le larve, invece, vivono nel terreno nutrendosi di radici. La sua presenza in un vigneto spesso è limitata ad alcune chiazze o a zone confinanti con canali, fossati ecc. Il danno si riconosce con facilità per la caratteristica rosura delle foglie e diventa apprezzabile quando gli individui presenti su un ceppo sono numerosi (40-50 adulti). Nei casi di nuovi impianti e degli innesti i danni sono certamente più rilevanti in quanto le poche foglie presenti vengono erose quasi completamente (restano immuni soltanto le nervature più grosse) con conseguente effetti sullo sviluppo vegetativo.

Mosca mediterranea (Ceratitis capitata)
La sua presenza, particolarmente diffusa su moltissime colture frutticole, viene ormai rilevata anche sull’uva da tavola seppure in modo non costante e diffuso. L’infestazione si nota essenzialmente sugli acini in fase di maturazione e i sintomi sono facilmente visibili sottoforma di gallerie sottocuticolari di colore bruno scuro che contrastano nettamente con il colore chiaro dell’acino. Il danno determinato da questo insetto, oltre a quello diretto per la deturpazione dell’acino, è legato al divieto di commercializzazione di prodotti con la presenza di tale dittero, in quanto esso rientra tra i parassiti da quarantena per i Paesi come gli Stati Uniti, il Canada e altri non comunitari. Nei casi di accertata presenza o suscettibilità del vigneto a tale infestazione, è opportuno installare trappole attrattive al fine di valutare la presenza della popolazione e i periodi di maggiore incremento degli adulti. Il controllo va effettuato sfruttando l’azione di sostanze attive utilizzate nei confronti di altri fitofagi come la tignoletta.

Cicaline (Zygina rhamni, Empoasca vitis, Scaphoideus titanus)
La cicalina gialla della vite (Zygina rhamni) è la più presente nei vigneti di uva da tavola, di colore bianco-giallo; sverna come adulto su piante arboree e arbustive diverse dalla vite; compie tre generazioni all’anno. Gli individui di questa specie sono poco mobili, si nutrono del contenuto delle cellule del parenchima fogliare creando piccole aree clorotiche sul lembo fogliare e tipiche picchiettature. La cicalina verde della vite (Empoasca vitis) produce accartocciamenti, imbrunimenti nervali, arrossamenti e ingiallimenti, con evidenti alterazioni fogliari. Sverna come adulto su conifere o latifoglie e si trasferisce sulle viti in primavera. Depone le uova sulla pagina inferiore delle foglie preferendo zone con elevata umidità e vigneti vigorosi. Compie 2-3 generazioni durante l’anno. Si nutre pungendo le foglie e succhiando la linfa dal floema delle nervature, determinando un’alterazione cromatica delle foglie che diventano rosse o gialle a seconda che si tratti di una cultivar a bacca nera o bianca. Successivamente si ha il disseccamento del margine fogliare. Particolare attenzione viene posta anche allo Scaphoideus titanus vettore della flavescenza dorata, un giallume della vite causato da fitoplasmi, attualmente non ancora segnalato nel meridione e quindi su uva da tavola. In presenza di consistenti popolazioni dell’insetto vettore della flavescenza dorata può diffondersi rapidamente, causando gravi epidemie, per cui è oggetto di lotta obbligatoria. Scaphoideus titanus ha una sola generazione l’anno e per evitare la diffusione di Flavescenza dorata è necessario eliminare questa cicalina allo stadio di neanide, prima che diventi adulto. Il momento ottimale per l’intervento chimico può essere fatto coincidere con quello utile per la lotta contro la seconda generazione della tignola impiegando sia i tradizionali esteri fosforici sia i regolatori di crescita (IGR).

Afidi (Aphis gossypii)
Sui tendoni di vite per uva da tavola, sono sempre comparsi sporadici localizzati focolai di afidi, che negli ultimi tempi, però, si sono incrementati tanto da richiedere, a volte, interventi specifici di contenimento. L’afide più riscontrato è quello detto comunemente del cotone, delle malvacee o delle cucurbitacee (Aphis gossypii). Si presenta in due forme distinte: alata virginopara e attera virginopara. La forma alata ha il capo e il torace nerastri, mentre il resto del corpo è di colore variabile dal bruno ocraceo, dal verde e dal bluastro più o meno scuri. Ha una lunghezza di circa 2 mm. La forma attera è di forma ovoidale, piccola, con una lunghezza del corpo di 1-1,8 mm e una colorazione non molto dissimile dall’alata virginopara. È un afide cosmopolita presente in tutte le parti del mondo su piante erbacee, arboree, coltivate e spontanee. In Italia è presente in tutte le regioni, specialmente nelle zone meridionali e insulari. Su vite per uva da tavola, specialmente nei tendoni coperti con teli di plastica, fa la sua comparsa ai primi di maggio, inizialmente sulla cima dei teneri germogli, per poi intensificarsi soprattutto sui grappoli durante la fioritura. I suoi danni sono atipici rispetto agli altri afidi, perché non comportano alterazioni dell’apparato vegetativo, pur limitando in qualche modo lo sviluppo della pianta. Produce melata sulla quale si sviluppa la fumaggine, che imbratta un po’ tutto. Il contenimento dell’insetto, nei casi di estrema necessità, si può avvalere degli insetticidi-aficidi o semplici aficidi, quando altri contemporanei interventi non ne riducono al limite accettabile la presenza.

Acari

La vite può ospitare un numero limitato di specie di acari fitofagi e la loro presenza è abbastanza comune, spesso asintomatica o poco palese. Al contrario, numerose altre specie associate alla vite sono predatrici o non sono strettamente specializzate. Diversi fattori colturali (cultivar, pratiche agronomiche, biodiversità dell’ambiente produttivo) interagiscono con le popolazioni dei predatori e, quindi, con gli acari fitofagi. In molti casi le infestazioni sono, infatti, rilevanti localmente e in alcune stagioni. Interventi fitosanitari rispettosi della fauna utile (principalmente fitoseidi) e delle epoche di maggiore sensibilità degli organismi dannosi possono ridurre considerevolmente i rischi di severe infestazioni da acari. Gli acari fitofagi più dannosi in Italia sono i ragnetti rossi Panonychus ulmi e Eotetranychus carpini e l’eriofide Calepitrimerus vitis. Tetranychus urticae, Colomerus vitis, i falsi ragnetti rossi i e tarsonemidi, pur presenti, sono spesso di trascurabile significato.

Acaro rugginoso o dell’acariosi della vite (Calepitrimerus vitis)
Comune nei vigneti e dannoso solo in certe condizioni colturali e ambientali. L’eriofide vaga sulle superfici verdi, grappoli inclusi. Il sintomo fogliare più usuale consiste in macchie puntiformi opalescenti, prive di necrosi, che possono interessare anche l’intera lamina, e da increspature di varia estensione e complessità. Di norma, la pagina superiore può imbrunire o ingiallire con le più alte densità di popolazione che si registrano in estate. In seguito all’infestazione dei primordi degli organi vegetativi, i tralci possono avere uno sviluppo stentato, internodi esili e corti, talora ad andamento irregolare. Talvolta, l’accecamento della gemma principale induce lo sviluppo di germogli avventizi. Tutte queste alterazioni sono temute soprattutto nei giovani vigneti. In aggiunta, la presenza dell’eriofide è correlata a una riduzione quantitativa della resa in uva e alcune rugginosità degli acini sono, da taluni, attribuite a questa specie. La femmina invernale, morfologicamente diversa da quella primaverile-estiva, sverna sotto le perule delle gemme e nelle screpolature del ritidoma, soprattutto all’inserzione dei tralci. Durante la dormienza, i primordi delle foglie, infiorescenze e germogli sono molto compatti sotto le perule e non vengono raggiunti dall’eriofide. Viceversa, l’acaro invade questi all’ingrossamento della gemma, si alimenta sui tessuti giovani, si distribuisce sul tralcio in crescita e sulle sue foglie, e inizia a ovideporre. Le successive popolazioni primaverili-estive assumono una densità e una distribuzione sulla vite che dipendono dalle condizioni climatiche, colturali e dagli agrofarmaci utilizzati contro altri fitofagi e parassiti. Generalmente, nei vigneti condotti nel rispetto dei principi del controllo integrato, l’eriofide raggiunge il suo picco di densità verso fine luglio-agosto quando compaiono le nuove forme svernanti. Recenti studi hanno rilevato come il tasso intrinseco di crescita dell’acaro rugginoso sia massimo tra 25 e 31 °C, che la soglia minima è di ~10 °C e quella massima di ~39 °C, e, infine, che la vite è più esposta all’azione dell’eriofide quanto più lungo è il periodo compreso tra il rigonfiamento delle gemme e la punta verde, il che avviene con clima tendenzialmente fresco. Le popolazioni di questa specie sono naturalmente controllate da fitoseidi, tra i quali il Kampinodromus aberrans.

Acaro dell’erinosi della vite (Colomerus vitis)
Questo eriofide strettamente monofago sulla vite induce lo sviluppo di specifici ricoveri sulla pianta. Il sintomo più vistoso consiste in alterazioni della lamina fogliare con aree di 0,5-2 cm2 caratterizzate da una bollosità sulla pagina superiore e una coppa fittamente pelosa (erineo) su quella inferiore. Nelle nostre condizioni colturali, questo sintomo interessa, in genere, una limitata estensione della lamina di poche foglie tra quelle sviluppatesi per prime in primavera. L’impatto economico è sostanzialmente nullo. Lo svernamento di questo eriofide avviene prevalentemente sotto le perule delle gemme, dove l’adulto si alimenta e inizia a ovideporre prima della schiusura. Al germogliamento, l’eriofide si diffonde sulla vegetazione inducendo lo sviluppo delle tipiche erinosi fogliari, mentre ricerca i siti di ibernamento verso fine estate.

Ragnetto rosso dei fruttiferi (Panonychus ulmi)
L’infestazione al germogliamento è la più temuta e, comunque, il ragnetto può essere più frequente da metà estate. I sintomi fogliari consistono in clorosi puntiformi di varia estensione, con comparsa di necrosi, imbrunimenti o ingiallimenti, in alcuni casi con riduzione e deformazione della lamina, e nei casi più gravi con filloptosi. I tralci, invece, possono avere una crescita stentata. Nelle infestazioni estive, la densità di ~20 individui mobili per foglia non influenza la produzione e le indagini condotte nei vigneti del nord-est d’Italia sembrano indicare come popolazioni anche più consistenti (40 individui per foglia) non causino significativi cali di resa. Questo ragnetto sverna come uovo deposto verso la fine dell’estate prevalentemente in prossimità delle gemme, spesso in aggregati. La schiusura delle uova invernali avviene scalarmente al germogliamento e gli individui si diffondono sulle foglie che man mano si rendono disponibili, dove compiono da 6 a 9 generazioni l’anno. Va osservato che le alte temperature (>35 °C) possono causarne la morte. Le popolazioni di questa specie sono naturalmente controllate da fitoseidi e, in particolare, da Kampinodromus aberrans e Typhlodromus pyri nei vigneti dell’Italia settentrionale.

Ragnetto giallo della vite (Eotetranychus carpini)
Tale acaro gradisce umidità relativa intorno al 60% e andamento climatico relativamente caldo e siccitoso; la sua presenza è più comune nell’Italia centro-settentrionale. L’attività trofica del ragnetto giallo durante il germogliamento può causare una crescita stentata dei tralci e aree clorotiche o rossastre sulle giovani foglie. I sintomi fogliari sono più frequenti da inizio estate, potendo indurre una caduta delle foglie più o meno importante in funzione della densità di popolazione e delle condizioni colturali e ambientali. Durante il periodo di rapida crescita fogliare, 20-30 individui mobili per foglia possono limitare notevolmente la crescita dei tralci e causare la caduta delle prime 2-3 foglie. Le femmine inseminate svernano nelle screpolature del ritidoma, come anche in altri rifugi, e al germogliamento iniziano a colonizzare le foglie più basali. Nell’Italia settentrionale si contano fino a 7-8 generazioni l’anno della durata di 15-30 giorni a seconda delle condizioni ambientali; il picco di densità viene tipicamente rilevato tra fine luglio e inizio agosto. Comunque, il tasso intrinseco di crescita del ragnetto giallo è simile a quello del P. ulmi e inferiore a quello del T. urticae. Le popolazioni del ragnetto giallo sono naturalmente controllate da fitoseidi e, in particolare, da Kampinodromus aberrans e Typhlodromus exhilaratus nei vigneti dell’Italia centrale e da T. pyri nell’Italia settentrionale.

Ragnetto rosso comune o bimaculato (Tetranychus urticae)
È ampiamente polifago, soprattutto su piante erbacee, e sulla vite mostra, generalmente, minore dannosità del P. ulmi e dell’E. carpini. La sua infestazione è favorita da condizioni di caldo-secco più abituali in ambienti meridionali. Solitamente, il ragnetto rosso comune causa clorosi fogliare con possibili effetti anche sui germogli e grappoli. La presenza di consistenti popolazioni è associata alla produzione di tela. L’inverno viene superato da femmine specializzate, inseminate prima della diapausa, le quali sfruttano i più svariati ripari per lo svernamento, ma raramente possono rinvenirsi sotto il ritidoma o in altri ricoveri della vite. L’attività alimentare e riproduttiva di questo acaro avviene con temperature superiori a 8-12 °C. Le generazioni primaverili si susseguono prevalentemente su piante erbacee e le popolazioni possono diffondersi sulla vegetazione della vite, come di fruttiferi, a cominciare dall’estate in relazione con la composizione, distribuzione e senescenza delle erbe infestanti. Questo ragnetto ha ciclo breve e compie un elevato numero di generazioni durante l’anno. Le popolazioni di questa specie sono naturalmente controllate da macropredatori.

Nematodi

I nematodi costituiscono un gruppo zoologico tra i più diffusi e numerosi in natura per la loro straordinaria capacità di adattamento ai diversi ambienti ma anche di superare periodi critici di sopravvivenza. Erano noti nel passato come vermi o anguillule per la loro forma e il loro modo di muoversi. I danni causati dall’attività trofica dei nematodi consistono nella riduzione dello stato vegetativo della pianta e di conseguenza nella riduziona delle produzione, ma anche nella possibilità di trasmettere virosi da pianta infetta a pianta sana. Tra i generi più pericolosi per la vite vanno menzionati Xiphinema, Longidorus e Meloidogyne. In particolare Xiphinema index è responsabile della trasmissione del virus che causa la degenerazione infettiva o complesso dell’arricciamento (Grapevine fanleaf virus, GFLV) che possiede ceppi cromogeni, agenti del mosaico giallo o giallume infettivo e ceppi deformanti che invece inducono malformazioni ai vari organi aerei e, spesso, decolorazioni fogliari accompagnate da una diminuzione della vigoria, talvolta nanismo, e da produzioni ridotte per qualità e quantità. I nematodi appartenenti al genere Longidorus trasmettono, invece, il nepovirus Tomato Black Ring Virus (TBRV), che provoca forme degenerative accompagnate o meno da vivaci ingiallimenti. Questi due generi di nematodi in ambienti meridionali italiani completano il loro sviluppo, dall’ovideposizione allo stadio di adulto, in 2-4 mesi. La distribuzione verticale nel terreno di X. index su vite non è influenzata dalla diversa temperatura e nei terreni abbastanza permeabili si colloca tra i 30 e i 50 cm, in corrispondenza della massima densità delle radici. È stato osservato anche che X. index può trovarsi vitale su pezzi di legno della vite su profondità molto maggiori. Le specie appartenenti al genere Meloidogyne possono determinare gravi danni alla vite nei diversi stadi vegetativi per la formazione di galle sulle radici con deperimento vegetativo della pianta.

Strategie di difesa

I più importanti fitofagi della vite per uva da tavola si possono elencare secondo un ordine che tenga conto del rischio potenziale di danno in relazione alle stagioni dell’anno e, grosso modo, alle fasi fenologiche della coltura. Spesso al germogliamento si assiste alla comparsa di germogli esili, rachitici e ad accrescimento cespuglioso e irregolare che possono indicare un’infestazione causata dall’eriofide dell’acariosi ma possono essere anche l’espressione di altre avversità con analoga sintomatologia. Per chiarirne l’agente causale è indispensabile un esame di laboratorio che, purtroppo, non sempre viene effettuato facendo spesso ricorso a trattamenti di controllo non necessari. Altra condizione di errore comune si può verificare se non si valuta adeguatamente la presenza di antagonisti efficienti nel contenere i fitofagi rinvenuti (per esempio ragnetti rossi e alcuni insetti fitofagi). Pertanto, sarebbe opportuno limitare i trattamenti, quando possibile, solo dove la pressione esercitata dai fitofagi è forte e localizzata, per dar modo agli antagonisti di conservarsi, svilupparsi e diffondersi. La difesa dagli acari con mezzi chimici va attuata quando si riscontra una presenza diffusa, utilizzando sostanze attive che interferiscono poco o nulla con gli antagonisti. Ben nota è l’interazione tra acari fitofagi e acari fitoseidi, il cui equilibrio può essere efficacemente mantenuto cercando di rispettare le regole di corretta pratica fitosanitaria con particolare cura nella scelta degli acaricidi da impiegare in vigneto. Verso la fine di marzo, ma più normalmente in aprile, si verifica il primo volo degli adulti della tignoletta che daranno origine alla prima generazione, quella “antofaga”. Il controllo di questa generazione non viene di norma effettuato. A cominciare dalle fasi di pre-fioritura e fioritura va impostata la difesa dai tripidi (soprattutto F. occidentalis), oziorrinchi, cicaline, acari ecc. In particolare, il controllo chimico dei tripidi è difficoltoso e impegnativo per l’ubicazione dei fitofagi all’interno dei fiori. Inoltre piante ospiti spontanee, come l’amaranto e la camomilla, rappresentano un serbatoio continuo di popolamento e accolgono facilmente popolazioni capaci di migrazioni massive dell’insetto nel vigneto in quanto ne viene attratto dalla sua fioritura. Nelle fasi di pre-fioritura-inizio allegagione è possibile monitorare la presenza dei tripidi collocando in vigneto trappole cromotropiche (gialle o azzurre) ed esaminando i grappoli per sbattitura su superfici chiare. Gli interventi di controllo vanno eseguiti dall’immediata pre-fioritura fino alla fine della fioritura. Sulle uve da tavola risulta difficile stabilire una soglia di intervento in quanto anche la presenza di pochi individui può determinare danni. Nella generalità dei casi, con uno o due trattamenti insetticidi distanziati di 3-5 giorni è possibile controllare i tripidi con successo. In alcune cultivar, come Italia, la maggiore scalarità della fioritura comporta la necessità di aumentare il numero degli interventi. Il controllo delle generazioni carpofaghe della tignoletta (L. botrana) deve essere affrontato impostando un’adeguata strategia di difesa integrata: larvicida, con uso di sostanze chimiche, o adulticida, con il metodo della confusione sessuale. La revoca dal commercio e dai disciplinari di produzione di alcune sostanze attive, finora utilizzate per il contenimento di L. botrana, sta ovviamente modificando i criteri d’impiego dei prodotti fitosanitari da parte dei viticoltori, spostando la scelta su sostanze attive in grado di soddisfare sia i disciplinari di produzione, sia i requisiti di rispetto dell’ambiente e dell’artropodofauna utile, tenendo conto delle caratteristiche di residualità delle stesse. La strategia da adottare per il controllo delle generazioni carpofaghe deve essere frutto della combinazione di tre fattori: 1) scelta della sostanza attiva da utilizzare; 2) momento di intervento; 3) adeguata distribuzione della miscela insetticida. Va evidenziata la scarsa o la mancanza di citotropicità dei formulati attualmente disponibili con la conseguenza che le larve penetrate nell’acino difficilmente vengono a contatto con le sostanze insetticide. Considerato, inoltre, il lungo periodo di sfarfallamento degli adulti rispetto alla persistenza dei prodotti impiegati, è necessario ripetere l’intervento di controllo a 10-12 giorni dal primo. Gli insetticidi con residualità maggiore (esteri fosforici, regolatori di crescita ecc.) sono consigliati nel contenimento della prima generazione carpofaga preferendo, invece, quelli che garantiscono assenza o ridotta residualità (B. thuringiensis, spinosad ecc.) per la seconda generazione carpofaga. Particolare interesse è posto nell’applicazione del metodo della confusione sessuale anche per l’uva da tavola. Il metodo, utilizzato inizialmente solo in aziende certificate in agricoltura biologica, viene oggi adottato anche in aziende che applicano la difesa integrata. Esso consiste nel saturare la superficie coltivata con feromone sessuale femminile tramite la collocazione di numerosi diffusori, con conseguente confusione per i maschi nel ritrovare la femmina. Ne consegue il mancato accoppiamento con la diminuzione della popolazione dell’insetto nel tempo. La buona riuscita del metodo è influenzata da una serie di fattori quali: – il numero di diffusori da applicare e la concentrazione del feromone presente nel vigneto; il posizionamento dei diffusori nel tendone distribuendoli in considerazione della prevalenza dei venti; – le condizioni meteorologiche e in particolar modo la velocità del vento; – la dimensione dell’area trattata: si ottengono migliori risultati se il metodo viene applicato su ampie superfici (superiori a 3-4 ettari); – la densità di popolazione dell’insetto che influenza la quantità dei diffusori; la posizione e giacitura del vigneto in quanto la diffusione può essere influenzata dalla presenza di zone adiacenti di disturbo (strade di intenso traffico), dalla pendenza ecc. Per tutto il periodo di applicazione del metodo della confusione sessuale è indispensabile installare anche le trappole a feromone, in quanto esse rappresentano lo strumento di rilevamento immediato per verificare l’efficacia del metodo di contenimento. Infatti, i maschi dell’insetto non dovrebbero essere in grado di identificare selettivamente la trappola, che rappresenta la femmina, per cui non si dovrebbero riscontrare catture significative. In caso contrario è necessario verificare l’applicazione e capire i punti critici della scarsa o mancata efficacia. Tra i diversi prodotti impiegati per il contenimento di L. botrana, spinosad e Bacillus thuringiensis nelle diverse varietà kurstaki e aizawai possono essere impiegate sia in agricoltura integrata sia in quella biologica. Anche in questi casi è indispensabile l’impiego delle trappole a feromone per collocare temporalmente il trattamento. L’applicazione del formulato dopo 4-5 giorni dall’inizio del volo consente di assicurare la presenza della sostanza attiva sul grappolo subito dopo la fuoriuscita delle larve dalle uova e prima della penetrazione delle stesse nell’acino. Infine, è necessario effettuare un secondo intervento con il B. thuringiensis dopo 8-10 giorni dal primo per garantire una migliore efficacia. Lo spinosad è in grado di controllare la tignoletta e ha buoni effetti su altri insetti come i tripidi e oziorrinchi. Nel periodo vegetativo non mancano fitofagi che, in seguito a particolari condizioni climatiche favorevoli al loro sviluppo, raggiungono densità di popolazione tali da determinare danno alla produzione o da causare significative alterazioni dello stato vegetativo della pianta. In questi casi, si rende necessaria l’esecuzione di interventi selettivi di contenimento. È il caso delle cocciniglie contro le quali l’olio minerale bianco all’1% va impiegato da solo o in miscela con esteri fosforici. La scortecciatura del ceppo e la successiva spazzolatura rappresentano una buona soluzione solo in caso di limitate infestazioni su pochi ceppi, dato il rilevante costo dell’operazione. Particolare attenzione va data alla presenza dell’oziorrinco, il cui controllo non va mai generalizzato su tutto il vigneto ma localizzato alle sole chiazze interessate, e raggiunge buoni risultati se effettuato di notte o nelle prime ore della mattina. Le sostanze attive che hanno mostrato buona efficacia sono quelli a base di spinosad e chlorpirifos. Al fine di evitare l’eventuale presenza di adulti nella cassette pronte all’esportazione, il confezionamento va evitato in campo ed effettuato presso i magazzini dove la manipolazione dei grappoli consente di individuare e allontanare tali insetti. Gli acini, in particolari annate favorevoli, sono anche interessati dalla mosca mediterranea della frutta, il cui controllo va effettuato al rilevamento delle prime punture o dei sintomi di infestazione preferendo prodotti a base di etofenprox. È possibile sfruttare anche l’azione di sostanze attive impiegate nei confronti di altri fitofagi come la tignoletta. In alcune aree vengono segnalate presenze di cicaline per le quali la difesa non va mai generalizzata su tutto il vigneto ma localizzata alle sole aree interessate. Gli interventi insetticidi a base di flufenoxuron, thiametoxam ecc. vanno eseguiti con 1-2 neanidi per foglia e contro la seconda generazione (prima decade di luglio). Per conseguire buoni risultati, i trattamenti vanno effettuati all’alba, quando le cicaline si spostano con difficoltà essendo ancora intorpidite, e bisogna avere cura di raggiungere le parti più interne della vegetazione dove sono maggiormente presenti le infestazioni. Questo breve cenno sulla difesa della vite per uva da tavola dai fitofagi ha soprattutto lo scopo di richiamare l’attenzione sulla necessità di coltivare uva da tavola con un’assistenza tecnica qualificata, specialistica, aggiornata, che risponda alle richieste dei consumatori, che vogliono qualità e sanità igienico-sanitaria, e alla società tutta, che vuole il rispetto dell’ambiente. Il controllo dei nematodi prevede l’impiego di mezzi più complessi rispetto ai trattamenti alla chioma, legati alle metodologie di campionamento, di identificazione e di distribuzione del nematocida. Il contenimento dei nematodi fitoparassiti nel terreno mira essenzialmente a ridurre le popolazioni, per mettere le piante in condizione di una vita produttiva accettabile. Nei casi di nematodi vettori di virus, la difesa deve tendere all’eradicazione, in quanto anche una semplice puntura da parte di un nematode infetto determina la trasmissione del virus su tutta la pianta, con grave danno alla coltivazione. La verifica della popolazione di nematodi presenti nell’appezzamento prossimo all’impianto si rende indispensabile per evitare sorprese sgradevoli durante il periodo vegetativo. La difesa può essere realizzata con: – mezzi chimici: oggi sono in uso sostanze granulari e fumiganti, – mezzi fisici: prevedono l’immissione nel terreno di vapor acqueo ad alta temperatura o l’impiego di teli plastificati per la solarizzazione; – operazioni colturali: consistono nell’eliminazione, subito dopo l’espianto di tutte le radici di diametro superiore ai 3 mm o nel lasciare il terreno per 3-7 anni senza coltivazione, oppure coltivandolo con colture erbacee alternative (cereali e leguminose, erba medica.) – portainnesti resistenti: abbastanza efficaci come resistenza, sono risultati, nei confronti di nematodi galligeni, Vitis champini, V. solonis, V. berlandieri; – contenimento biologico: l’uso di organismi parassiti dei nematodi comprende funghi, batteri, protozoi e nematodi predatori, ma hanno ancora uno scarso peso applicativo.


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