Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: papa peruana nella cultura andina

Autori: Gladys Julia Torres Urday

Misticismo nella coltura della patata

La patata nativa peruviana ci invita a percorrere un affascinante viaggio attraverso la storia della cosmovisione andina, un percorso millenario, ancestrale, nei luoghi dove sembra che il tempo si sia fermato, dove i campesini (gli agricoltori locali) hanno saputo conservare le loro tradizioni, nonostante il passare degli anni e di fronte a tante difficoltà. Nella cosmovisione andina fondamentale è la relazione tra uomo, natura e spiritualità, quest’ultima basata sul rispetto e sul dialogo con tutti gli elementi del cosmo e con la pachamama (madre terra). La patata nativa non fu solamente la base dell’alimentazione delle culture preispaniche, ma ebbe un ruolo importante nelle tradizioni e nelle consuetudini, poiché il sacro si fonde con il quotidiano in ogni atto della vita andina, e la patata è più di una risorsa genetica: è considerata sacra. I reperti archeologici ci dimostrano che le culture mochica e nazca nel 100 e nel 600 d.C. avevano già stabilito una relazione fra l’universo soprannaturale e la patata (che apparteneva all’Ukju-Pacha – mundo de abajo –, ovvero il mondo sotterraneo). È in questo contesto che nelle Ande persistono ancora oggi antichi rituali tramandati di generazione in generazione. Rituali con protagonista la patata, che si celebravano prima degli Inca e che continuarono durante la dominazione spagnola fino ad arrivare ai nostri giorni. Nelle comunità altoandine, per esempio, la cerimonia della semina della patata è considerata sacra. Il rituale prevede il sotterramento di una patata con foglie di coca come offerta alle apus (montagne), con la popolazione che si esibisce in danze e canti tipici. È a più di 3000 m intorno al lago Titicaca che la patata nativa, figlia prediletta della pachamama, ha la sua origine. Qui è considerata il regalo più generoso che la madre terra ha donato al mondo intero, e per questo è diventata per gli abitanti locali il “vero tesoro degli Inca”. Non c’è dubbio che la storia della patata è legata alla cultura inca. Gli Inca hanno il primato di aver raggiunto livelli altissimi in tutti i campi, principalmente nell’agricoltura e nelle tecniche di produzione e, per primi, hanno messo a punto la disidratazione della patata al fine di conservare il prodotto in condizioni estreme. Hanno incontrato difficoltà di ogni tipo, di carattere sia morfologico sia climatico, ma hanno saputo superarle realizzando opere che ancora oggi vengono ammirate dal mondo intero. Per quando riguarda la conservazione di questi valori storici, encomiabile è il lavoro che realizza il Centro Internazionale de la Papa (CIP), fondato a Lima (Perú) nel 1971. Il CIP è la più grande istituzione mondiale d’investigazione scientifica sulla patata e altri tuberi e radici. Possiede la banca genetica più ricca del mondo, con oltre 5000 varietà diverse tra patate selvatiche e coltivate, e possiede per ogni varietà il seme (libero da contaminazioni e di facile trasporto) pronto per essere usato in caso di catastrofi naturali o emergenze, al fine di fornire l’opportuno contributo genetico per la produzione di questo importante tubero. Congiuntamente al CIP, esistono anche il Parco della Patata, situato a Pisac (Cuzco), e le Comunità altoandine come Huancavelica, Andahuaylas e Puno. Tutte queste entità hanno un obiettivo comune: porsi a salvaguardia delle identità genetiche e storiche, lavorando accomunati dalla consapevolezza dell’importanza della biodiversità genetica.

Simbolismo andino della patata

I miti e i rituali andini stabiliscono parallelismi fra il ciclo degli astri e le stagioni. Interagiscono con la crescita delle piante coltivate (patate e mais), come nella vita dell’uomo. Questa ritualità viene celebrata in forma collettiva, seguendo un calendario cerimoniale, oppure viene vissuta personalmente e altrettanto personalmente trasmessa all’interno delle famiglie. I riti sono sempre caratterizzati dall’osservazione del cielo stellato (principalmente le Pleiadi) e segnano il ciclo annuale che, a differenza del nostro calendario, inizia con il solstizio d’inverno (giugno nell’emisfero opposto al nostro) sino alla stagione secca. Il culmine della visibilità delle Sette sorelle si ha a novembre, con il solstizio d’estate, che coincide con la stagione umida; esse scompaiono dal cielo a maggio, mese che segna la fine del calendario. Gli Inca osservavano con molta attenzione, al fine di piantare la patata, il movimento del sole durante l’anno, festeggiando i solstizi e gli equinozi, e tenendo in grande considerazione i passaggi del sole nello zenit (l’intersezione della perpendicolare al piano dell’orizzonte con l’emisfero celeste). Il calendario andino era luni-solare: i dodici mesi erano soliti variare, e questa variante determinava il periodo di semina e di raccolta del prezioso tubero. Nell’altopiano peruviano (zona di Puno) si dice che la donna, il seme e la pachamama sono la stessa persona, perché sono considerate sacre, ed è per questo che nelle comunità dell’antico impero inca il significato culturale è molto più che un “ricordo” genetico. Questo è il motivo per cui ancora oggi si celebrano le feste e i rituali di mille anni fa. Nella società inca ognuno agisce secondo le proprie attitudini e le proprie abilità, non tutti possono fare tutto. Alcuni hanno più familiarità con gli animali, altri con la coltivazione del grano, chi con la produzione di cibo, chi con l’irrigazione e chi con la coltivazione della patata. Ogni singolo momento della “vita” della patata è vissuto come un momento solenne. Anche la scelta delle varietà rappresenta un momento fortemente legato al rito. Ci si affidava al cielo per capire che tipo di andamento meteorologico poteva avere la stagione in corso. Il responso determinava la semina di patate con caratteristiche differenti: patate resistenti alle gelate, alle intemperie o alla siccità. Altro aspetto interessante è il connubio tra natura e influenza divina. Il germogliamento della patata era, ed è, considerato un vivere in armonia con la natura e le deità. La saggezza e la ricerca spirituale nella coltivazione si tramandano di generazione in generazione da quasi 8000 anni e fanno da trait d’union fra diverse tipologie di saperi e di esperienze. Per la cultura inca ogni momento della vita è motivo di apprendistato, alla scoperta di nuovi saperi e di nuovi segreti per coltivare la patata, che mutano quotidianamente. La semina o la raccolta delle patate non è vissuta come un momento qualsiasi, bensì con il massimo del rispetto. Tutto aveva il suo tempo, il suo preciso momento. Nella ritualità le patate andine non sono semplici patate. Sono diverse l’una dall’altra. Ogni patata ha il suo segreto, la sua terra, la sua forma, il suo carattere. Sono capricciose, non crescono ogni anno; tutto dipende dalla pachamama, la madre terra, non da noi umani. Nel periodo della raccolta vengono selezionate: patate da mangiare, patate per fare il chuño (una patata che viene disidratata per consentirne una più lunga conservazione) e patate da semina, che saranno adoperate l’anno successivo. Il segreto della coltivazione della patata è un’arte che si impara con l’esperienza, giorno dopo giorno, come un apprendistato in cui molto importanti sono anche le emozioni e i sentimenti. Non devono interferire elementi negativi, perché potrebbero danneggiare la coltivazione: questa pratica rituale è un insieme di positività e amore per quello che si sta facendo. Nella cultura inca l’agricoltura non è solo abilità nel lavoro materiale, ma piuttosto il connubio ancestrale tra uomo e pianta, indispensabile per avere quantità e qualità nella produzione. Bisogna tenere presente che per gli Inca “la patata non cresceva mai da sola ma era sempre accompagnata da situazioni favorevoli e positive, unite in un unicum inscindibile”.

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Raccolta della patata andina: un rituale antico

Nel processo produttivo della patata nativa, se si vuole un buon prodotto, è necessario seguire alcune regole ben precise che riguardano l’utilizzo di semi di qualità, sani e resistenti, la scelta della terra, che deve essere ubicata a più di 3800 m s.l.m., la semina, che prevede una distanza tra pianta e pianta di almeno 90 cm, e la raccolta, che avviene nel mese di maggio, per poi lasciare “riposare la terra” fino a luglio-agosto e ricominciare con la semina. Una curiosità è legata a un rito che avviene subito dopo la raccolta: la huatia. La huatia prevede la cottura della patata sotto terra subito dopo la raccolta. Nella cultura inca e pre-inca viene praticata sin dai primordi. Per la raccolta, è normalmente il proprietario della chacra (terra di coltivazione) che si fa carico di dirigere il gruppo usando un attrezzo molto speciale, chiamato azadon. Nella chacra il proprietario delimita gli spazi e dà inizio alla raccolta. Tutto è in perfetto ordine e si svolge ritmicamente, come una danza, avanzando di solco in solco sino alla fine prima di dare inizio a un altro filare. La terra, come in un balletto, si muove, e le persone incaricate raccolgono le patate per poi posarle sul bordo dei solchi. Un’altra persona raccoglie le patate, le pulisce e le sistema dentro ai sacchi, per poi portarli ai confini della chacra. In quel preciso istante inizia il rito della huatia, che in lingua quechua significa “cottura sotto la terra”. La persona che si occupa di preparare la huatia in genere è un uomo riconosciuto nella sua comunità come esperto in questa tecnica. Costui prepara una buca nella terra e la riempie di legna, mentre altre persone raccolgono i rami delle patate che, posati sopra il legname, serviranno da letto per la speciale pentola di terracotta utilizzata per la cottura. Finito di preparare la buca, si selezionano le patate appena raccolte e le si lavano a una a una per poi collocarle nella pentola senz’acqua. Si posiziona la pentola capovolta sopra i rami incrociati con la legna e si accende il fuoco, lasciandola coperta per 35-40 minuti. Appena la pentola diventa gialla – è il colore della terra cotta quando è secca – è il momento di ritirarla dal fuoco: le patate sono cotte a puntino, pronte per essere mangiate con cachipa (tipico formaggio fresco della Sierra andina).

Cultura ancestrale della patata

Conoscere la cultura ancestrale andina è come fare un viaggio nella storia dell’antico Perú. La cultura ancestrale peruviana dimostra che la patata fa parte della vita quotidiana ed è l’asse centrale della famiglia stessa, elevandola simbolicamente a un livello di sacralità. Gli uomini e le donne delle Ande conoscevano tre mondi sacri: – Hanan-Pacha, il mondo di sopra; – Chay-Pacha, il mondo presente; – Ukju-Pacha, il mondo sotterraneo. In quest’ultimo mondo, Ukju-Pacha, l’uomo andino trovò la base del suo sostentamento giornaliero: la patata. Nel processo di coltivazione della papa peruana si perpetuano rituali mistici che costituiscono parte integrante del processo di produzione, atti che sono direttamente correlati al mondo magico-religioso. Nelle comunità dove si celebrano questi rituali la produzione della patata nativa è molto singolare: tutto è ritualità, anche le più normali pratiche agricole. Nel mese di aprile, con il Chacmaruyacuy o Yapuy (giramento della terra), si deve fare un pago (offerta) alla pachamama. In pratica si chiede il “permesso” per realizzare l’attività sia alla madre terra sia agli apus. Durante i mesi di ottobre e novembre, invece, si effettua il K’orpeo (la preparazione della terra) e si procede al Tarpuy (la semina). Durante quest’ultima tappa si realizza un secondo pago di grande importanza per propiziare la semina, che è la parte cruciale del processo di coltivazione. Nel pensiero andino il “seminare” è dare vita a un altro essere, che sarà complementare alla nostra stessa vita. Per questa delicata cerimonia il proprietario della terra incarica uno Yachaq (il maestro che sa). Questi si “consulterà” con gli apus e darà inizio ai preparativi. Gli ingredienti che comunemente si utilizzano in suddetti rituali sono: la Pichiwira (il grasso del petto dell’alpaca), l’incenso, la coca e il cocaruro (il seme della coca), i petali di garofano (rosso, bianco e bicolore) e il Sullo (un feto di lama destinato all’aborto). A questo punto lo Yachaq si riunisce insieme a un suo collaboratore, il Kamanchi, e agli Aynicuk (persone preposte alla semina della patata) formando un circolo attorno al tavolo su cui si trovano tutti gli elementi per la cerimonia. Lo Yachaq, chiesto il permesso ai presenti, prende una pietra piatta con del carbone, vi versa dell’incenso e, rivolgendosi al cielo, pronuncia la parola Licenciallaykimanta, che significa “con il vostro permesso”, e i presenti rispondono Taitachak licenciallanmanta, “con il permesso di Dio”. A questo punto aggiungono altro incenso e, indicando il cielo, recitano preghiere in lingua quechua, il loro idioma nativo, mostrando i semi di patate di tutte le varietà e indicando gli andenes (i terrazzamenti) dove saranno seminate. Nel frattempo il Kamanchi prepara il pit’o (miscuglio di mais, grano macinato con chicha – un fermentato di mais, la birra degli Inca) e lo spruzza sopra le patate da semina dicendo causay allinlla q’espepunki pachamamapac, che in lingua quechua significa “che tu, seme, raggiunga vivo il ventre della pachamama”, e tutti ringraziano pronunciando in coro la frase pachamama santa terra voluntarnillanta, “che sia fatta la volontà della Santa Madre Terra”. Successivamente vengono benedetti gli strumenti atti alla coltivazione della patata stessa, e in particolare la Chakitaclla, uno speciale attrezzo utilizzato solo dagli uomini per bucare la terra e introdurre il seme della patata, nonché la P’ejrona, usata solo dalle donne per coprire il buco seminato, rappresentando, con questi gesti, la dualità, di fondamentale importanza nella cosmovisione andina. Lo Yachaq conclude la cerimonia con la frase augurale “che il frutto di questa semina porti abbondanza e prosperità al popolo”, e in questo modo inizia il papa h’iloy (la semina della patata). Ancora oggi, e solo nelle comunità andine, si celebrano questi riti ancestrali che sono un lascito degli antichi Inca.


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