Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: paesaggio

Capitolo: olivo in Umbria

Autori: Primo Proietti, Giorgio Pannelli

Premessa

L’Umbria concorre con meno del 2% alla produzione nazionale di olio, ma può considerarsi una delle più interessanti aree olivicole del Paese sia per la qualità e la tipicità del prodotto, sia per i molteplici riflessi e le connessioni che l’olivo ha da tempi remoti nella storia, nella cultura, nel tessuto economico-sociale e nel paesaggio della regione. In Umbria la presenza dell’olivo non è spontanea, ma frutto della tenacia e della passione dell’uomo che con quest’albero ha stabilito un rapporto che all’aspetto produttivo associa valenze simboliche, sociali e culturali. Gli olivicoltori umbri, infatti, hanno sempre riservato un’attenzione particolare all’olivo e, al verificarsi di ogni circostanza avversa, hanno provveduto a sostituire le piante morte e a curare quelle danneggiate o malate; così l’olivo, divenendo simbolo di forza e di longevità, vive la sua vita secolare nonostante le frequenti avversità che lo colpiscono, contribuendo in maniera decisiva all’odierna immagine dell’Umbria nel mondo. Gran parte dell’olivicoltura umbra è rimasta ai margini del processo di intensificazione colturale che ha caratterizzato l’agricoltura negli ultimi decenni e che ha determinato profonde alterazioni dei paesaggi agrari tradizionali. Ciò, se da una parte ha determinato una progressiva marginalizzazione e insostenibilità economica della coltura, dall’altra ha consentito la conservazione dell’arcaica bellezza di numerosi paesaggi olivicoli, frutto del lavoro di generazioni di olivicoltori. Il geografo francese Henri Desplanques, nel 1975, scrisse che i paesaggi agrari della collina tosco-umbro-marchigiana sono stati realizzati “come se non si avesse altra preoccupazione che la bellezza”. La scarsa propensione all’intensificazione colturale nell’olivicoltura, con conseguente vetustà di gran parte degli impianti, è dovuta soprattutto alle limitazioni pedoclimatiche (con particolare riferimento alle basse temperature invernali) che deprimono l’attività vegetativa e il potenziale produttivo degli alberi, scoraggiando investimenti nel settore. Tuttavia, sussiste la possibilità di recuperare competitività rispetto a zone più produttive puntando sia ad attività non direttamente legate alla produzione, ma ai servizi culturali e turistici in un’ottica di multifunzionalità, sia al valore aggiunto di un olio di qualità superiore per valenze nutrizionali, salutistiche e sensoriali, obiettivi facilmente perseguibili in Umbria per effetto dell’ottimale e sinergica combinazione fra varietà, territorio, tradizione e professionalità degli olivicoltori.

Ambiente olivicolo

L’Umbria occupa un territorio di quasi 8500 km2, il 6% dei quali costituito da pianure, il 41% da colline intercalate da valli alluvionali con fianchi spesso ripidi e il 53% da rilievi montuosi che a nord e a Oriente costituiscono la dorsale appenninica umbromarchigiana. Le condizioni climatiche, come sopra accennato, sono tutt’altro che ideali per la coltivazione dell’olivo. La regione, infatti, rientra nella sottozona fredda dell’areale di coltivazione della specie ed è quindi soggetta al rischio di gelate capaci di provocare danni anche molto gravi alle piante. In tale situazione fattori quali l’altitudine, l’esposizione e la scelta varietale possono determinare condizioni di minori rischi per la coltura. In particolare, le zone collinari comprese tra 300 e 500 m s.l.m., con esposizione a ovest, sud e sud-ovest, offrono maggiori garanzie di sopravvivenza alla coltura sia per il ridotto rischio di gelate, sia per i minori livelli di umidità atmosferica. La frastagliata distribuzione territoriale degli oliveti, le ridotte dimensioni degli alberi, le modeste e incostanti produzioni unitarie, le frequenti deformazioni del tronco e la scarsa densità della chioma sono tutte conseguenze delle difficili condizioni climatiche, cui si aggiunge la povertà di gran parte dei terreni destinati all’olivicoltura. La coltivazione dell’olivo è largamente diffusa in entrambe le province di Perugia e Terni e si ritrova soprattutto nelle colline che chiudono la Conca ternana e la Valle Umbra, a quote variabili dai 150-200 m nella prima e fino ai 500-600 m nella seconda, sopra Foligno, Trevi, Campello, Spoleto. Altre aree con elevata diffusione dell’olivo sono quelle prospicienti la media Valtiberina e il territorio limitrofo al lago Trasimeno. Solo nell’alta Valtiberina e nell’alta Valnerina, per effetto delle condizioni climatiche particolarmente avverse, l’olivicoltura è praticamente assente o sporadica in alcune pendici riparate dai venti freddi, dove comunque la produzione è molto scarsa e incostante. La zona di maggior concentrazione olivicola è in Valle Umbra, lungo la dorsale pedemontana appenninica occidentale che parte da Assisi, piega verso Nocera Umbra e si spinge fino a Spoleto. L’ambiente è piuttosto freddo, ma si avvale delle solatie pendici riparate dai venti del Nord. Il terreno è costituito da breccia calcarea, mescolata a scarso terreno argilloso; lo spessore dello strato coltivabile è disforme in quanto negli avvallamenti è abbastanza profondo, mentre sulle pendici è spesso molto limitato. Oltre a presentare insoddisfacente fertilità, tali tipologie di terreno, in annate siccitose, possono determinare stress idrici alle piante. Per questo nel territorio domina la cultivar Moraiolo, adattata a queste difficili condizioni pedoclimatiche. In queste zone gli oliveti sono specializzati e furono impiantati con un’elevata densità di piantagione, fino a 350-500 piante per ettaro alle maggiori altitudini, per realizzare precoci e relativamente elevate produzioni per ettaro nonostante le limitate produzioni per albero. Le dimensioni degli olivi sono modeste, anche se esistono sporadici esemplari di notevole mole. La forma di allevamento prevalente è il vaso cespugliato, utilizzata per accelerare il recupero produttivo degli alberi danneggiati dalle gelate del 1956 e del 1985 e ottenuta allevando 3-4 polloni emersi dalla ceppaia. L’area del Trasimeno si presenta come un anfiteatro collinare che circonda quasi integralmente il lago (126 km2, il più esteso dell’Italia peninsulare, vincolato come Parco Regionale), eccetto che sulla parte occidentale, dove si apre in una fascia pianeggiante verso la Toscana. Il clima, grazie alla leggera azione mitigatrice delle acque del lago, è più favorevole per l’olivo rispetto alla fascia pedemontana appenninica e di conseguenza gli alberi, anche per la disponibilità di terreni più fertili e profondi, sono ricchi di fronde, sviluppano e producono maggiormente. Le temperature invernali relativamente miti e l’elevata umidità atmosferica favoriscono, però, lo sviluppo di alcuni parassiti dell’olivo verso cui sono in genere tolleranti le principali varietà tradizionali (per es. Dolce Agogia, particolarmente tollerante all’occhio di pavone). Ancora presenti sono la coltivazione promiscua, dove gli olivi sono consociati con colture erbacee, e impianti con alberi disposti senza regolarità geometrica. Nelle due fasce pedemontane della catena dei monti Martani, a partire da Sangemini verso occidente e da Spoleto verso oriente e nelle sue propaggini settentrionali fino a Torgiano attraverso i comuni di Montefalco, Giano dell’Umbria, Bevagna, Bettona ecc., il clima è più fresco e umido rispetto a quello del versante orientale della Valle Umbra. Le colline sono ricoperte da depositi fluvio-lacustri rappresentati da ghiaie, conglomerati, sabbie e argille ricche, talvolta, di depositi ligniferi e torbosi. Spesso i terreni presentano un’elevata quantità di calcare che, comunque, non causa problemi alla coltura. Nella zona prevale la coltivazione della cultivar Moraiolo, seguita da Frantoio, Leccino e San Felice, diffusa quest’ultima prevalentemente intorno all’omonima abbazia nel comune di Giano dell’Umbria. Anche nell’Umbria meridionale e sud-occidentale l’olivo trova la sua sede naturale in collina, addensandosi maggiormente sulle pendici che fiancheggiano la Conca ternana e la Valnerina, su quelle che sovrastano la riva sinistra del Tevere e la destra del fiume Paglia, sui dossi calcarei e ghiaiosi di Narni, Amelia e Otricoli e sulle trachiti vulcaniche circostanti Orvieto. Predomina la cultivar Moraiolo (sinonimo Carboncella) e in minor misura le cultivar Leccino, Frantoio e Raio. Le condizioni climatiche e orografiche sono migliori di quelle della zona pedemontana appenninica, tanto che già nella seconda metà dell’Ottocento i folti oliveti che si distendono da Rocca San Zenone fino a Cesi venivano descritti come piante di maggiori dimensioni rispetto a quelle coltivate alla stessa altitudine in Foligno e Spoleto, per effetto di favorevoli condizioni topografiche che inducono temperature più elevate. Il terreno spesso presenta caratteristiche sub-ottimali, in quanto l’olivo in genere è relegato su pendici impervie, povere, aride e a volte con carenze di calcio.

Cenni storici sulla coltivazione dell’olivo

L’olivicoltura umbra ha radici antichissime: gli Etruschi, oltre la riva destra del Tevere, furono i primi a coltivare l’olivo utilizzando i frutti per il consumo diretto, così come testimoniato dal ritrovamento di noccioli in contenitori posti all’interno di tombe etrusche del VII secolo a.C. A Bovara (frazione di Trevi, PG), si trova uno dei più vecchi olivi d’Italia, testimone secondo la tradizione del martirio di Sant’Emiliano, che sarebbe avvenuto nel 304 d.C. proprio sotto un giovane olivo nei pressi di Bovara, località ritenuta sacra dai pagani, durante la persecuzione dei cristiani operata dall’imperatore Diocleziano. L’olivo di Sant’Emiliano presenta un tronco con perimetro di ben 9 m. Nel Ternano le origini della coltivazione dell’olivo risalgono all’epoca romana, così come testimoniato da vari reperti ritrovati in edifici dell’epoca, nonché da resti archeologici di frantoi per l’estrazione dell’olio dalle olive rinvenuti nel 1870 a nord-ovest di Terni e recentemente in località Tripozzo, nel comune di Arrone. L’estremità meridionale dell’Umbria, che fu parte dell’antica Sabina, mandava a Roma olio, vino e altri prodotti avvalendosi, probabilmente, del sistema di collegamento fluviale Nera-Tevere con l’antico “porto dell’olio” di Otricoli posto in un’ampia ansa del Tevere, ora interrata per il deviare del corso del fiume. La caduta dell’Impero Romano e le successive invasioni barbariche portarono allo spopolamento delle campagne e all’abbandono della coltivazione dell’olivo. L’interesse per l’olivicoltura riprese a partire dalla fine del XII secolo, soprattutto a opera delle grandi congregazioni religiose animatrici di innovative tecniche agricole. A partire dal Quattrocento, aumentando il consumo e il valore dell’olio, è documentata la presenza di una consistente quantità di olivi nelle colline tra Assisi e Spoleto, con una coltivazione effettuata all’interno della cinta muraria di alcune città, di cui ancora oggi rimangono testimonianze ad Assisi, Spello, Foligno, Trevi e Spoleto. Fuori da queste l’olivo veniva protetto dal pascolo del bestiame nelle clausurae, termine dal quale deriva la parola “chiusa” ancora oggi comunemente usata per indicare un appezzamento olivetato. Le chiuse erano delimitate da muri a secco o da siepi. Nel XVI e XVII secolo crebbe ulteriormente l’interesse per la coltura e l’olivo si diffuse ampiamente anche verso la fascia altimetrica dei 500-600 m in sostituzione del bosco. I monaci dell’abbazia benedettina di San Pietro in Perugia, dopo aver ammantato di olivi quasi tutti i pendii delle frazioni circostanti la grande casa religiosa, intensificarono la coltivazione anche nelle colline della restante immensa proprietà, lungo la valle del Tevere. Nei contratti di enfiteusi, affitto e colonia comparve frequentemente l’obbligo di piantare olivi. Nella seconda metà del Cinquecento gli oliveti erano così copiosi che la conca ternana fu descritta come un giardino capace di produrre olio in abbondanza. Gran parte dei suggestivi oliveti tradizionali, tuttora visibili in Umbria, è principalmente frutto di interventi a sostegno di nuove piantagioni approntati a più riprese dallo stato Pontificio a partire dalla seconda metà del Settecento, fino all’Unità d’Italia. Gli olivi vennero impiantati con sesto regolare per facilitare il conteggio da parte degli addetti al controllo per l’elargizione degli incentivi. L’opera si trasmise al neonato Stato unitario, contribuendo alla trasformazione del paesaggio lungo l’intera fascia collinare che corona il bacino del fiume Tevere e dei suoi numerosi affluenti. Nei primi decenni del Novecento all’olivo si attribuiva ancora un’importanza straordinaria sia in campo economico per il suo ricco prodotto, sia in quello sociale per il vasto impiego di manodopera nella stagione invernale. La coltivazione si svolgeva prevalentemente in consociazione erbacea e/o arborea nelle aziende mezzadrili ubicate al limite altimetrico inferiore della specie, a confine con la valle, dove il terreno è più fertile. La coltivazione specializzata era per lo più praticata alle maggiori altitudini, dove restava prerogativa della media e grande proprietà. La coltura promiscua svolgeva un importante ruolo di supporto all’economia dei piccoli produttori, anche nell’ottica di rendere autosufficiente la famiglia contadina. I due tipi di coltura si distinguono per la densità di piantagione, con olivi molto più distanziati fra loro nel caso di coltivazione promiscua. Nella seconda metà del Novecento la superficie olivicola e il numero delle piante di olivo si è ridotto progressivamente, soprattutto per effetto della vetustà degli impianti e dei danni provocati dalle gelate, che hanno determinato la morte di molti alberi, non sufficientemente compensata da nuove piantagioni. Negli ultimi decenni, inoltre, l’estirpazione delle piante nelle zone più prossime alla pianura, dove si praticava la coltivazione promiscua, l’abbandono degli oliveti nelle aree più impervie e la scarsa incentivazione alla realizzazione di nuovi impianti hanno determinato un’ulteriore contrazione della superficie coltivata a olivo.

Stato attuale e importanza dell’olivicoltura

Attualmente in Umbria sono dediti all’olivicoltura circa 31.600 produttori che operano su una superficie di poco superiore ai 31.000 ettari (il 60% circa della superficie agricola regionale destinata a colture legnose), sui quali sono collocati circa 7,5 milioni di piante. L’estrazione dell’olio dalle olive è attuata in circa 270 frantoi oleari. La quantità di olio prodotta annualmente varia da 6500 a 11.000 tonnellate. Le varietà di olivo in ordine di diffusione sono Moraiolo (41,7%), Leccino (21,5%), Frantoio (20,4%), Dolce Agogia (5,9%), San Felice (1,4%), Raio (1,0%) e altre (6%), reperibili in quantità limitata e in aree circoscritte, ove si sono adattate a particolari condizioni ambientali. Il 70% circa della superficie olivicola è ubicata su versanti collinari con una pendenza media del 20%. In queste aree, per condizioni pedoclimatiche e orografiche, scarse o nulle sono le alternative colturali e occupazionali e, quindi, numerosi agricoltori traggono dalla coltivazione dell’olivo la totalità o gran parte del loro reddito.

Cultura dell’olivo e dell’olio

L’interesse turistico per la regione Umbria, che va progressivamente crescendo a livello nazionale e internazionale, può essere in larga parte attribuito alla singolare e sobria bellezza dei paesaggi olivicoli e all’armonioso raccordo che essi stabiliscono fra campagna e città, fra passato e presente, fra quotidiano e mistico, fra lavoro e cultura, fra mito e scienza. Interessanti testimonianze sull’importanza dell’olivo e dell’olio nella cultura delle popolazioni dell’Umbria sono il Museo dell’Olivo e dell’Olio e il Museo della Civiltà dell’Ulivo. Il primo ha sede entro le mura castellane di Torgiano (PG), in un piccolo nucleo di abitazioni medievali, dove era collocato un frantoio; il secondo ha sede nei suggestivi spazi dell’ex convento di San Francesco a Trevi (PG). Entrambi documentano la storia dell’olivo, l’importanza dell’olivicoltura nelle trasformazioni del paesaggio collinare umbro e nel contesto sociale e artistico nel corso della storia, gli usi quotidiani dell’olio come condimento, medicamento e fonte di luce e le sue valenze simboliche. Altra iniziativa di notevole importanza è la recente realizzazione della Strada dell’olio extravergine di oliva DOP Umbria, costituita da un unico itinerario che coinvolge tutto il territorio regionale interessato alla produzione dell’olio extravergine di oliva DOP Umbria, la quale, riconosciuta con regolamento (CE) n. 2325/1997, prevede 5 menzioni geografiche: Colli Assisi-Spoleto, Colli Martani, Colli del Trasimeno, Colli Amerini e Colli Orvietani. La Strada dell’Olio si pone come autorevole elemento di integrazione tra tutte le poliedriche risorse artistiche, naturalistiche, storiche, religiose, gastronomiche e agroalimentari che animano il territorio olivicolo regionale. Essa si snoda in territori spesso marginali rispetto ai flussi turistici più consolidati, trasformando il viaggio in un’occasione per riscoprire le risorse naturali e le tradizioni popolari, fra esemplari di olivi secolari, suggestivi oliveti, frantoi, alcuni dei quali di rilevante interesse storico come quello nella grotta di tufo di Orvieto (TR) e quello di epoca romana di Arrone (TR), musei e beni artistici, fra i quali la Torre dell’Olio di Spoleto (PG) e l’antico porto dell’olio sul fiume Tevere.

Paesaggi olivicoli

In gran parte delle aree olivicole umbre, paesaggi arcaici documentano le vicissitudini storiche, le motivazioni economico-sociali e le esperienze culturali e tecnologiche che li hanno modellati. Il lavoro delle generazioni passate è ben percepibile soprattutto negli oliveti delle fasce pedemontane, sui versanti ben esposti dove minori sono i rischi di danni da freddo, anche in terreni molto calcarei, superficiali, sassosi e fortemente acclivi, non idonei ad altre colture, ma nei quali l’olivo riesce a sopravvivere grazie alla sua frugalità. La coltivazione in questi territori è il risultato dell’ingegno, dell’operosità e della tenacità dell’uomo che, lavorando duramente per generazioni sui versanti ripidi e sassosi, ha adattato l’albero alle sfavorevoli condizioni ambientali, realizzando complesse opere che nel tempo sono andate stratificandosi le une sulle altre, disegnando un paesaggio dinamico, indivisibile ed emozionante, che offre una straordinaria varietà di panorami e di scorci suggestivi. Il confine fra il limite superiore della fascia di coltivazione dell’olivo e il bosco in alcuni casi è netto e geometrico, per cui si evidenziano linee di demarcazione orizzontali, verticali o oblique che, spezzando le pendici e le continuità boschive, esaltano il contrasto fra il verde cupo, la compattezza e l’irregolarità del bosco e il verde argenteo e le rade geometrie degli oliveti. In altri casi, dove la roccia affiorante tende a prevalere sul terreno, i confini fra oliveti e bosco perdono la loro continuità poiché porzioni di oliveto si inframmezzano irregolarmente al bosco, creando una transizione più armonica e naturale. La mancanza e/o l’insufficienza della copertura vegetale, rendendo i pendii fragili, facile preda dell’erosione e del dissesto idrogeologico, ha imposto la necessità di difendere questi territori da rischi idrogeologici e la sottostante pianura da allagamenti. Ecco quindi che con opera dura, enorme e secolare è stato rimodellato il profilo delle pendici delle dorsali montane e collinari per ricavare strisce o fazzoletti di terra adatti alla coltivazione e per preservare dall’erosione l’esigua quantità di terreno disponibile, a volte addirittura trasportata a spalla dal fondovalle, imprimendo alle pendici più scoscese quei tratti che attualmente caratterizzano questi territori: terrazzamenti, ciglioni inerbiti, lunette circolari, muretti di pietra a secco ecc. Queste sistemazioni costituiscono un simbolo della vittoria dell’uomo sulle avversità naturali e sono considerate fra le più imponenti e più suggestive trasformazioni fondiarie che può vantare la storia dell’agricoltura. Grazie all’insieme di queste opere, gli oliveti caratterizzano il paesaggio collinare con continuità, ma senza monotonia, bensì con una serie di effetti e connotazioni, diversi da zona a zona, ma sempre interessanti e di singolare e sobria bellezza. Le opere di sistemazione sono minime nelle aree pianeggianti e sulle colline con modesta pendenza, mentre a quote superiori, dove l’inclinazione del terreno si accentua, sono frequenti e ben visibili, anche a distanza, dai fondovalle. Queste opere, che tuttora proteggono egregiamente i terreni dal punto di vista idrogeologico, sono state realizzate secondo modalità differenti in funzione della pendenza del terreno. La sistemazione a ciglioni, che venne avviata già fra il XIV e il XV secolo, fu realizzata su colline con pendenze inferiori al 40% predisponendo una scarpata, o ciglio, in terra battuta. Essendo attuata con movimenti di terra, è la più semplice fra le sistemazioni collinari. I ripiani sono stretti e allungati, spesso in pendenza, aderenti all’orografia della zona, sostenuti e divisi fra loro da scarpate inerbite molto inclinate, ma non verticali, realizzate con il costipamento della terra e, in alcuni casi, rinforzate con massi e pietre nei punti maggiormente scoscesi; l’ampiezza e la forma dei ciglioni è imposta dall’orografia. Gli olivi, in genere, sono in un unico filare che segue le linee di livello. Al declivio continuo della pendice si sostituisce, così, una successione di ripiani degradanti, senza creare visivamente, però, un’eccessiva alterazione dell’orografia collinare, anche se le gradazioni del verde nell’alternarsi dei ripiani, delle scarpate e delle chiome degli alberi crea suggestivi giochi di colori, volumi, luci e ombre, variabili nel corso della giornata e delle stagioni, che conferiscono al paesaggio un senso di ritmica vivacità. Oliveti ciglionati si ritrovano frequentemente fra Assisi e Spoleto e in alcune aree delle colline intorno al Trasimeno. La sistemazione a terrazze, invece, fu realizzata su colline rocciose con pendenze superiori al 40%, erigendo muretti con pietrame murato a secco che assicuravano il contenimento del terreno dei ripiani, pianeggianti o leggermente inclinati. L’operazione, più complessa e costosa del ciglionamento, fu avviata nella seconda metà del XVIII secolo insieme alla sistemazione a lunette quando, per espandere la coltivazione dell’olivo verso l’alta collina, emerse l’esigenza di utilizzare terreni con maggiore pendenza. La sistemazione a terrazze è subordinata alla disponibilità di materiali duri quali i calcari, derivanti dallo spietramento del terreno. I muretti, in funzione della pendenza delle chine e della larghezza delle terrazze, possono essere di varia altezza e avere un andamento parallelo e continuo, sinuoso secondo curve di livello, o spezzato. Rispetto al ciglionamento, la pietra diventa più evidente del terreno, tanto che dalle visuali dal basso quest’ultimo tende a scomparire, mentre resta visibile da punti di osservazione sovrastanti. La sistemazione a lunette fu adottata nelle pendici più scoscese, impervie e con rocce affioranti. La scarsa quantità di prezioso terreno intorno alle piante è sostenuta e trattenuta con muretti a secco semicircolari di varia altezza, spesso sfalsati tra filari adiacenti. I ripiani discontinui che ne risultano, distribuiti disordinatamente, senza un rapporto con l’orografia originaria, esaltano le asperità del terreno e suggeriscono una sensazione di tensione e aggressività, potenziata dal contrasto fra l’austero colore argento dell’olivo e il calcare bianco dei muretti delle lunette. Queste sistemazioni andarono a sostituire la lavorazione del terreno più antica e diffusa: il rittochino, ovvero la lavorazione secondo la linea di massima pendenza. Una soluzione poco dispendiosa e, soprattutto, relativamente facile da realizzare, che però è responsabile di gravi processi erosivi fino anche alla formazione di calanchi e fossi. Va notato che anche negli oliveti in cui la coltivazione è attuata a rittochino, raramente i versanti si presentano regolari e monotoni poiché i filari si spezzano, cambiano direzione e si intersecano con altri per ridurre il ruscellamento delle acque meteoriche e, quindi, l’erosione. Tediosi schemi geometrici sono assenti pure negli oliveti su terreni pianeggianti, poiché la modesta dimensione degli appezzamenti, i filari con orientamenti diversi fra un appezzamento e quelli contigui, l’inserimento di colture erbacee fra i filari negli oliveti promiscui che crea un paesaggio a struttura più complessa, i sentieri, la vegetazione lungo i fossi e la frequente presenza di svettanti cipressi inframmezzati agli oliveti disegnano un paesaggio variegato e vivace. Il paesaggio olivicolo del Trasimeno si differenzia fortemente da quello delle altre aree regionali per la dolcezza dei rilievi e la presenza di numerosi cipressi, disposti a filari o a piccoli gruppi. In una cronaca in latino del 1492 già si legge l’ammirazione suscitata dalla bellezza degli oliveti che contornano il Trasimeno. In effetti gli olivi secolari del lago, tra i più maestosi dell’Umbria, mostrano chiome espanse e morbide su forme contorte dei tronchi, connotando così fortemente il paesaggio. È soprattutto a nord e a est del lago che l’olivo, incontrastato, domina il paesaggio. Persino su una delle tre isole che emergono dalle acque del lago, l’isola Polvese, spicca la presenza di oliveti terrazzati. Intorno al lago gli oliveti lambiscono quasi la costa e da qui salgono lungo i versanti collinari dove si possono ancora scorgere i resti di sistemazioni a terrazza, in alcuni casi addirittura ricavate direttamente nella roccia (San Savino e Montemelino), e dove sui pendii più acclivi il bosco sta riconquistando quanto aveva perso nel passato negli oliveti abbandonati, nei quali gli olivi intristiscono sempre più fino a essere soffocati. In effetti, in Umbria è raro riscontrare l’abbattimento di oliveti improduttivi poiché si preferisce lasciarli al loro destino che, normalmente, è costituito da invasione, sempre più consistente, di rovi, ginestre e altre essenze della boscaglia. Nelle zone migliori per la coltivazione, gli oliveti tradizionali, in coltura promiscua e sparsa, sono stati sostituiti da oliveti specializzati. Il fascino degli oliveti più vetusti, che continuano a evocare paesaggi arcaici, non è compromesso dalla vicinanza dei nuovi impianti che, anzi, ne esaltano la secolare maestosità. Nel territorio olivicolo ternano si ritrovano con una certa frequenza le “chiudende”, delimitate da muretti alti un metro e oltre e con olivi disposti in file parallele, ma la vera peculiarità del comprensorio è rappresentata dalla diffusa presenza di piante monumentali, per effetto di condizioni stazionali migliori delle altre nella regione. Nell’areale limitrofo la chiesa di San Vittore, in località Poggio del comune di Otricoli, sono presenti numerosi esemplari monumentali di olivo delle cultivar Moraiolo e Frantoio, probabilmente coevi con la chiesa della fine del Trecento. Nelle zone di Amelia, Narni e Montoro, dove la stagione vegetativa è prolungata da un’ottimale esposizione e dalla buona disponibilità di acqua in terreni profondi, sono reperibili oliveti secolari con piante di notevoli dimensioni, particolarmente della varietà Raio (più vigorosa delle altre). Nella zona di Piedimonte, gli oliveti godono di condizioni microclimatiche particolarmente favorevoli, per cui le piante secolari appaiono integre nonostante le numerose gelate intervenute nella regione, particolarmente alle maggiori altitudini. Nel complesso, gli oliveti in Umbria creano paesaggi diversificati da zona a zona. Alcuni definiscono paesaggi dolci, che richiamano alla memoria il misticismo francescano e la dolcezza della pittura umbra del Quattrocento e che, infondendo una pacata serenità, invitano al silenzio e alla preghiera; altri, invece, delineano paesaggi aspri e ostili, in forme e aspetti che ricordano le sofferenze e documentano la povertà, ma anche la caparbietà, delle genti che popolarono queste zone; altri, infine, conferiscono un senso di movimento e vitalità, per effetti cromatici derivanti dal verde delle chiome cangiante con il muoversi delle foglie, allo spirare dei venti dal verde intenso e lucente della pagina superiore al verde argenteo e setoso nella pagina inferiore, che mitiga il giallo acceso delle ginestre e il rosso dei papaveri ed esalta il verde cupo e compatto dei cipressi. Nel mese di giugno, poi, gli olivi in fiore, con la loro elegante fragranza, si presentano con una chioma più chiara, per l’armonica fusione tra il verde delle foglie e il bianco dei piccoli e abbondanti fiori.

Olivi, religione e chiese

Molti paesaggi olivicoli in Umbria assumono connotazioni mistiche e sembrano invitare al raccoglimento e alla preghiera. D’altra parte proprio le colline olivetate intorno ad Assisi sono state testimoni della vita di San Francesco, Santa Chiara e della Beata Angela da Foligno. Nella tradizione religiosa umbra ricorre spesso il racconto di apparizioni della Vergine, sopra o nei pressi degli olivi, che tramite innocenti bambini esortava le popolazioni locali alla devozione e alla costruzione di luoghi di culto. Uno di tali episodi accadde nell’estate del 1399 in un oliveto nei pressi di Assisi dove, subito dopo, venne costruita una piccola chiesa intitolata alla Madonna dell’Oliva contenente un affresco evocativo, oggi in pessimo stato di conservazione. Un altro episodio accadde nella piccola chiesa di San Giovanni immersa tra gli olivi in Piedimonte, dove usava ritirarsi in meditazione Mons. Vincenzo Tizzani, vescovo di Terni dal 1843 al 1848, impegnato anche nel sollevare le sorti della locale industria olearia. Sotto l’intonaco di una delle pareti ebbe l’intuito di scoprire l’immagine di una Vergine con Bambino, subito da lui eletta Madonna dell’Oliva, restaurata e aggiunta di un ramo di olivo (rimosso da un recente restauro) per suffragare il titolo attribuito, ma anche per soddisfare uno specifico interesse per la coltura. La sacra immagine è tuttora oggetto di venerazione da parte della locale popolazione. L’originario culto per la Madonna dell’Oliva è evoluto nell’ambito della devozione rurale con la principale funzione di proteggere il popolo dalle sventure, propiziando anche i mezzi di sostentamento. Nella toponomastica di Assisi tale culto ha lasciato tracce indelebili con l’intestazione di una chiesa, di una strada e di diverse immagini votive.


Coltura & Cultura