Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: paesaggio

Capitolo: olivo in Italia settentrionale

Autori: Andrea Fabbri

L’olivo, pur se domesticato in Medio Oriente sin dal IV millennio a.C., non sembra abbia raggiunto la Penisola prima degli albori del I millennio a.C., a opera dei Fenici e dei Greci. Dalla Sicilia, verso il VII-VI secolo a.C., probabilmente passando dall’Etruria, è riportato, a opera degli storici classici, il passaggio dell’olivo al mondo romano. Le notizie relative alla presenza dell’olivo coltivato a nord degli Appennini, al di là delle province di Rimini e Forlì-Cesena, e della regione Liguria, che da un punto di vista ambientale più appropriatamente si dovrebbero considerare appartenenti all’olivicoltura dell’Italia centrale, sono scarse e discontinue, segno evidente che la coltura di questa specie arborea non può che essere stata contraddistinta, pur con alti e bassi, da superfici sempre contenute e da vicende contrastanti che ne hanno influenzato le fortune. In ogni modo la prima segnalazione storica ci viene da Columella (De agricultura, 1, 5), che visse nel secolo I d.C.: egli ci parla di quanto scriveva nel secolo precedente tale Saserna, georgico latino appartenente a una famiglia di agricoltori di origine etrusca che conducevano terre di loro proprietà nel Piacentino: questi scrisse, all’inizio del I secolo a.C., un trattato agronomico di cui ci rimangono frammenti riportati da Columella e da cui emerge che nel Nord Italia il clima era molto mutato rispetto al passato, tanto che regioni in cui era prima impossibile coltivare la vite e l’olivo erano, ai tempi dell’Autore, ricche di pingui oliveti e vigneti. In effetti sappiamo che vi fu un periodo di relativo riscaldamento tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. L’epoca di introduzione dell’olivo a nord è d’altronde difficile da stabilire, in quanto l’inizio della colonizzazione etrusca della Valle del Po centro-occidentale risale alla prima metà del I millennio a.C. Per alcuni poi gli Etruschi si sarebbero spinti fino al Piemonte sin dagli inizi di tale colonizzazione. Un sito etrusco risalente al V secolo a.C. è stato scavato anche in terra lombarda, presso Bagnolo San Vito (MN). La coltivazione dell’olivo si diffonde quindi nei secoli successivi, a opera dei Romani, e con essa anche la tecnica di estrazione, produzione e commercio di olio; testimonianze di un’intensa attività di trasformazione sono i ritrovamenti di resti di frantoi in ville rurali, come la villa di Desenzano, e quella del secolo I d.C. recentemente scavata in provincia di Reggio Emilia, nella quale sono evidenti i resti di torchi e di un’orciaia. Anche ritrovamenti carpologici, di residui vegetali e studi di archeopalinologia testimoniano la presenza di Olea europaea in Lombardia in età romana. Altre indagini di tipo archeobotanico hanno segnalato tracce di polline di olivo, risalenti ai secoli I a.C. e V-VI d.C., presso San Giovanni in Persiceto (BO). Di epoca analoga sono gli scritti di Flavio Cassiodoro (V-VI sec. d.C.), politico e scrittore romano, che attestano la presenza di folti oliveti sulle sponde dei laghi prealpini. Dello stesso periodo sono documenti di compravendita che parlano di oliveti a Classe e nel Ravennate. L’olivo non sembra però molto diffuso nell’Italia padana in età romana, grazie alla facilità di trasporto da altre regioni dell’Impero. Se quindi i pochi olivi esistenti resistono alla recessione economica della seconda metà del IV secolo, che invece coinvolge la vite, molto probabilmente sono invece colpiti dalle profonde devastazioni provocate dalla guerra greco-gotica prima, e dalla discesa dei Longobardi poi. I quali però non tardano a riconoscerne l’importanza e a favorirne la diffusione. L’olivo sembra quindi entrare a far parte del paesaggio agrario di ampie zone del Nord Italia, e diviene una pianta abbastanza importante se nel VII secolo l’editto di Rotari (643) prevede addirittura multe elevate per coloro che danneggiano piante di olivo. Nel secolo successivo (VIII) le tracce storiche si intensificano: numerose sono quelle relative ai laghi di Lugano (Campione), di Como, d’Iseo e di Garda. Cominciano a nascere i primi toponimi: nella laguna veneta esiste un villaggio chiamato Olivola. Lo storico bresciano Paolo Guerrini ricorda che la Pieve di Manerba nel IX secolo fu un territorio della Badia di Leno e che proprio i monaci di Leno dissodarono tali paludi e colline per impiantarvi vigne e olivi. È dei secoli IX-XI la menzione, in atti notarili, di oliveti nel Novarese, nel Piacentino e nel Bresciano; sembra inoltre che nel tardo Medioevo l’olivicoltura arrivi fino a Cremona, probabilmente lungo le sponde del Po. Nel 1151 Vincenzo di Praga, descrivendo la marcia verso Garda dell’esercito di Federico Barbarossa, scrive che egli progrediva “inter olivas spendidissimas” e che vide cadere “olivas preciosissimas ad focum et ad equorum stabula”. L’olivo ormai è ampiamente diffuso e nei secoli XII e XIII sono numerosissime le segnalazioni di oliveti in tutto l’arco della Pianura Padana: se nel VI secolo sono segnalati oliveti nell’attuale Cantone Vallese, non può destare sorpresa apprendere che più a sud, in Valle d’Aosta e in Piemonte, olivi sono coltivati un po’ dappertutto; in Valle d’Aosta a Donnas, Verrès, Pont Saint Martin e in genere sulla riva sinistra della Dora: la presenza di olivi in questi territori è testimoniata per la prima volta in un atto di donazione del 515 dove Sigismondo, re di Borgogna, appena convertito al Cristianesimo, dona varie terre tra le quali oliveti in Valle d’Aosta. In Piemonte olivi si trovano nel Canavese e nel Biellese (Ivrea, Chiaverano, alture di Biella), dove numerosi sono i documenti e catasti tra il Duecento e il Settecento: un ordinato della Credenza di Ivrea stabiliva che tutti coloro che erano proprietari di gerbidi o di vigneti sulla collina morenica della Serra erano tenuti a coltivare almeno una pianta di olivo o di mandorlo per ogni sapatura di superficie. Il Comune, per ciascuna pianta in stato fruttifero, prometteva un premio di due soldi e, a loro tutela, proibiva il pascolo nei terreni con piante di olivo e di mandorlo. Sempre a Ivrea un editto del 1329 proibiva la vendita di piantine da olio ai forestieri, e un altro del 1341 obbligava i proprietari di terreno di superficie superiore a uno iugero, nei territori comunali di Bollengo, Palazzo, Burolo e Piverone, a piantare 10 alberi d’olivo e mandorlo. La presenza di olivi nel Canavese è testimoniata anche nel secolo successivo: infatti un editto del 1449 stabiliva premi ai proprietari di oliveti in produzione, mentre a Chiaverano uno statuto sanciva tra le varie norme le distanze da rispettare tra i terreni privati e le strade, citando tra i diversi alberi di medio fusto l’olivo. Ancora nel XV secolo il catasto di Chivasso riportava nei comuni di Vestignè, Strambino e Parella alcuni toponimi come Regione d’oliva e Giardino d’oliva. L’olivo era presente anche nella zona di Torino, dove oliveti sono segnalati a Castelvecchio di Moncalieri, a Rivoli, in Val di Susa e in Val Pellice: fu in un periodo di innalzamento delle temperature, fra il 1545 e il 1564, che sembra fosse introdotto l’olivo nella Val Pellice. Come riferisce uno studio del Malan (1935-38), il materiale arrivò dalla vicina Provenza: si tratta di un caso più unico che raro in cui si ha conoscenza della provenienza del materiale vegetale. A Torino il 7 febbraio 1369 è emesso un ordinato che impone di piantare olivi e mandorli a chiunque abbia vigne; gli Statuti Criminali di Chieri, dello stesso secolo, impongono gravi multe a chi estirpi, rubi o danneggi piante di olivo, e se non può pagare “ponatur ad berlinam sine remissione per tres dies continuos”. La massima diffusione della coltivazione dell’olivo in Piemonte, come d’altronde in gran parte delle aree settentrionali che l’avevano accolto, si verificò nella seconda metà del Duecento, allorché molti statuti prevedevano l’obbligo della piantagione di olivi nella fascia pedemontana che va dalla Langa al Monferrato, fino ad arrivare, verso nord, ad aree con microclimi più compatibili al loro sviluppo quali il lago di Viverone, il lago d’Orta e le xerofile Valli di Susa. Olivi sono stati coltivati anche in provincia di Cuneo nel Saluzzese, nell’Albese (Vezza d’Alba) e a Santo Stefano Belbo, nel Monferrato e in provincia di Alessandria, se devono far fede toponimi nei comuni di Avolasca e Frassinello. Un documento del 20 febbraio 1167 attesta l’arrivo degli olivi a Rocca delle Donne, quando Guglielmo, Marchese di Monferrato, effettuò la donazione di vari olivi alla Chiesa e in particolare al Monastero di Santa Maria della Rocca, che aveva vari possedimenti a Maranzana e a Ronco. L’importanza assunta nel Monferrato casalese dall’olivo tra l’XI e il XIII secolo è testimoniata dalle contese giuridiche durate diversi decenni tra i comuni di Gabiano, Fontanetto, Palazzolo e Rocca delle Donne per il possesso di un vasto territorio denominato Giara o Oliveto, nel quale venivano coltivati gli olivi. Ma nella regione le segnalazioni più numerose e antiche riguardano il Nord-Est, nella zona dei laghi e delle province di Verbania e Novara: dell’885 sono documenti che menzionano oliveti sul Mont’Orfano nei pressi del lago di Mergozzo, e del 1148 per la Val d’Ossola; di poco più recenti altri che tra i secoli X e XV testimoniano la presenza della coltura dell’olivo sul lago Maggiore (Cànnero, Griffa, l’Isola Maggiore delle Borromee, nominata come “insula olivarum” nel 998), sul lago d’Orta (Cureggio e Gozzano), ma anche nei dintorni di Novara (Cerano). Molti olivi dovevano essere coltivati nelle aree rivierasche del Novarese, dove la presenza della specie, nel XII e nel XIII secolo, coincide esattamente con la curva climatica favorevole. In quel periodo il Vescovo Giovanni de Urbe, rinnovando l’invito a impiantare olivi e mandorli nei terreni agricoli nella misura di una pianta per ciascun sestario di pertica, minacciò di infliggere multe severe ai trasgressori: ben 5 soldi imperiali per ogni pianta omessa. La presenza di olivi nel Novarese è comunque antecedente: nel marzo dell’anno 1100 le direttive di Anselmo, Vescovo di Novara, indicavano come canone in natura per le proprietà di Gozzano un certo quantitativo di olio d’oliva. Almeno fino alla fine del XIV secolo l’olivo risultava ben presente in tutto il Piemonte, e veniva segnalato a Buttigliera, Camino, Ceresole d’Alba, Corneliano e sicuramente in tutto il Roero, che si stava risollevando dalle lotte con Asti, dedicando ogni forza alla coltivazione delle alture, dove gli abitanti si erano dovuti trasferire. A Gabiano e Montiglio gli oliveti erano frequenti, ma la presenza di olivi era segnalata anche a Villadeati, Vignale, Viale, Viarigi, Ozzano, Revigliasco, Rosignano, Lu, Santo Stefano Belbo, Sinio e perfino a Murazzano, posta in alto, ma soleggiata e dolce. Le fortune dell’olivo sembra siano durate a lungo: nel 1566, in occasione del pranzo offerto per l’incoronazione di Pio V, vennero servite, come ghiottoneria, olive di Tortona. Alcuni studiosi ritengono che all’inizio del Settecento in Piemonte fosse più diffusa l’olivicoltura che la viticoltura, e comunque l’olio d’oliva era certamente prodotto in quantità considerevole, sia per uso alimentare, anche se meno dell’olio di noci, sia come olio da lampada per l’illuminazione. Ancora nell’Ottocento l’abate Goffredo Casalis compila una nutrita lista di località piemontesi in cui si coltiva l’olivo. Ma a quella data l’olivicoltura piemontese non rappresenta più un’attività di rilevanza economica: infatti i grandi freddi del secolo precedente (famoso quello del 1709) e la spietata concorrenza di altre colture arboree concorrono a far abbandonare la coltura. Il colpo definitivo fu determinato dagli abbassamenti termici a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo: tra la fine del 1700 e il 1812 gli inverni furono talmente rigidi da far gelare il vino nelle botti e costrinsero gli agricoltori a svinare all’arrivo del disgelo. Tali condizioni climatiche continuarono all’incirca fino all’Unità d’Italia; ma se intorno al 1860 ha termine il periodo dei grandi freddi, l’olivo non viene più rinnovato come coltura da olio e da reddito, a causa della ormai definitiva affermazione sulle pendici collinari piemontesi della vite, il cui prodotto trova ampi sbocchi commerciali. Inoltre, ottenuta l’unità territoriale, venne a decrescere la convenienza di produrre olio di oliva al Nord. Come vedremo anche per le altre regioni settentrionali, i collegamenti ferroviari, soprattutto con la Puglia, resero l’olio un prodotto meno costoso, mettendo fuori mercato i meno produttivi impianti del Nord. In Lombardia, la presenza dell’olivo si ha maggiormente intorno ai laghi Maggiore, di Lugano, di Como, d’Iseo e di Garda, ma anche su molte pendici collinari prealpine; in particolare quelle della provincia di Brescia sono cosparse di olivi. Testimonianze del Gallo e del Clementi evidenziano che in Lombardia, già dal periodo rinascimentale, l’utilizzo intensivo delle colline moreniche spinse a importanti opere di terrazzamento utilizzate per la coltura di vite, olivo e agrumi. D’altronde ancora nel 1288 Bonvesin de la Riva scrive nel De magnalibus urbis Mediolani che “le bacche d’olivo si raccolgono in qualche luogo del nostro contado anche se non sono sovrabbondanti”. Per quanto riguarda l’Emilia-Romagna, una testimonianza del 541 ricorda oliveti nel Riminese, mentre in un atto notarile dell’VIII secolo, presente nelle carte nonantoliane, si hanno accenni di un oliveto situato nei pressi di Monteveglio, tra il Modenese e il Bolognese, e in particolare lo si individua in una località qui detta “Casale Sociolo”, la quale verrà di seguito denominata Oliveto. In questo atto notarile (datato 6 marzo 776) il Duca Giovanni da Persiceto trasferiva al monastero di Nonantola la proprietà di alcune terre “in pago Montebelio” (Monteveglio) specificando che il luogo era “oliveto circumdato”. In questo stesso territorio la coltivazione dell’olivo fu attestata anche da altri documenti quali, per esempio, una donazione del duca Orso datata 30 dicembre 789, un analogo atto del vescovo Warino datato 15 luglio 1016 e un documento di donazione da parte di Carlo Magno a favore della Chiesa di Modena. In quest’ultimo documento, datato 822, viene chiaramente specificata l’elargizione dell’oliveto sito presso il castello di Monteveglio. Una carta di livello dell’878 può far pensare alla presenza di un oliveto nel Piacentino, in questo documento è infatti previsto un canone di olio, così come il polittico Bobbiese del X secolo lo faceva supporre nel Parmense; in particolare questa testimonianza, se pur frammentaria, ha la particolarità di specificare la produzione di olio di questo oliveto, che si aggira intorno alle 500 libbre. In questo periodo storico sempre con maggiore frequenza si susseguono passaggi di proprietà, a causa del sistematico avvicendamento gerarchico, tipico del Medioevo. I documenti redatti in seguito agli accordi presi spesso rilevano la presenza di toponimi direttamente collegati all’olivicoltura: è il caso di Castro Oleriano, che viene ceduto al comitato di Parma nel 944. In provincia di Reggio Emilia, nei dintorni di Albinea, si ha una presenza inequivocabile di oliveti, confermata da diverse testimonianze: quella di Enrico II di Germania, in un diploma del 1002 ancora nominato nel 1072 da Papa Alessandro II, che conferma al monastero di San Prospero la proprietà di “S. Maria di Pissignano coll’oliveto attiguo”, che solamente un anno dopo, nel 1073, il vescovo reggiano Gandolfo cita come “S. Maria de Oliveto”. L’attività principale di questi monaci doveva essere la coltivazione dell’olivo, pianta che “abbondava nelle vallate, di Montericco e di Borzano, esposte a mattina e riparate dai venti e dai geli”. Ancora oggi si possono vedere, in queste zone, olivi che per secoli hanno fornito prezioso olio alle lampade delle chiese reggiane e rametti ai parrocchiani di Montericco nel periodo pasquale. Altra località del territorio matildico, in cui si produce olio, è Cortenova. Inoltre in una carta di precario del monastero di Nonantola del 1115 si citano Castro Oliveto e Corte dei Monti Oliveti. Un provvedimento del 1136, disposto dall’arcivescovo di Ravenna da cui allora dipendeva la chiesa di Bologna, accordò ai canonici di Santa Maria del Reno il privilegio su tutti i possedimenti di cui essi già godevano nel territorio bolognese, comprese alcune “vineas et oliveta”. Pagamenti in olio sono menzionati in alcuni contratti agrari del 1161 relativi al territorio di Montecatone, mentre documenti che risalgono ai secoli XII e XIII accennano alla coltivazione dell’olivo in terreni di proprietà della canonica di San Cassiano (Imola). L’esistenza di un’attiva olivicoltura nel Reggiano è documentata da un atto di compravendita conservato nell’Archivio Capitolare del Duomo di Reggio, in cui si legge di una vendita “in Vergnano il 29 dicembre 1212, di una terra con ulivi”. Pellini, nella sua monografia Alberi nella storia di Reggio, scrive che il prodotto derivato dalla frangitura delle olive veniva utilizzato in svariati modi: per la liturgia, la medicina, la farmacopea, l’illuminazione di ambienti sacri, per la lavorazione di tessuti e del sapone. Testimonianze della presenza di questa specie sono ancora oggi presenti nei pressi della Chiesa vecchia di Montericco di Albinea (denominata appunto “Madonna dell’Uliveto”), nei pressi del Castello di Bianello e nella zona di Canossa. Nel 1258, in uno statuto della parmense repubblica veniva ordinata la messa a dimora, in tutto il territorio di montagna, dell’olivo. Facendo riferimento a questo statuto Bianchedi, nel 1880, scrive che “dopo qualche lustro si videro le coste di molti dei nostri colli floride e popolate d’olivi che vi prosperarono per oltre due secoli”. Nel XIII secolo, che l’olivo fosse coltivato nel Parmense è testimoniato dal fatto che se ne fa menzione al pari di colture risaputamente più importanti: nel “1234 il freddo fa gelare le viti, i fichi e gli uliveti”. È proprio il freddo una delle cause dell’alternata presenza degli olivi nell’Emilia; il monitoraggio del clima dal XII al XVII secolo nel Bolognese, e successivamente fino ai giorni nostri, segnala il verificarsi di eccezionali eventi climatici (taluni fuori stagione) con particolare riguardo alla temperatura e alle nevicate. Nel 1300 due autori bolognesi, Pier De’ Crescenzi e Paganino Bonafede, scrivono due trattati agronomici di rilevante successo ed entrambi dedicano particolare attenzione all’olivo. Paganino Bonafede, nel suo Thesaurus rusticorum del 1360, dà un’ampia e originale descrizione della pratica dell’innesto come metodo di propagazione, ma sostiene che per l’olivo è preferibile la propagazione per talea; inoltre dà consigli anche sulla potatura e sulla concimazione. E infine, se è vero quello che scrive come conclusione del suo poemetto, cioè che tutte le cose da lui scritte sono state provate, corrette e certe, c’è da ritenere che a Bologna e nei dintorni vi fossero olivi. Per tutto il Medioevo la valle del Reno fin verso Vedegheto fu “coperta di oliveti”. Nel 1387 in Albinea (ad Puzalium) si affitta per cinque anni una terra “casamentiva, clausurativa, vineata, olivata, figata”, cioè una casa, chiusa con vigna, olivo e fico. Sulle colline reggiane compaiono, in questo periodo, terreni coltivati a olivo e fichi; una di queste località è addirittura chiamata Figarium, “una pecia terre figate clausurate et olivate”. Nel 1390 si danno a mezzadria per un anno, rinnovabili, sei bifolche di terra lavorativa “olivata figata in loco dicto ad Figarium”; nel documento viene specificato che “il mezzadro darà metà del grano, olio e fichi, ricevendo cinque fiorini in auxilium laborandi”. Esempio di quella alterna fortuna alla quale questa coltura è stata soggetta nel tempo è la sorte di tre oliveti posseduti dal monastero bolognese di San Procolo alla fine del Duecento (due situati sulle colline immediatamente a sud della cinta urbana, una nella zona collinare di Casalecchio dei Conti); a neppure un secolo di distanza di essi non restava più nulla se non un “olivetum satis desolatum et triste”. Simile sorte tocca a un oliveto situato nella valle del Savio, che nel XVI secolo era ormai scomparso per lasciare posto a vigneto e selva. In seguito alla generalizzata riduzione dell’olivicoltura in tutto il Nord Italia, le notizie storiche diventano sempre più sporadiche e l’olivicoltura viene citata nelle opere di pochi autori come l’Alberti nel 1551, che raccontava di olivi nel Bolognese (verso Imola), i quali producevano una specialità di Bologna. Tali olivi venivano descritti dall’Autore come “quegli olivotti tanto stimati confettati da ogni lato d’Italia e massimamente a Roma”. E infine ve ne sono accenni da parte del Bussato (1578), del Garzoni (1584) e del Tanara (1644); quest’ultimo attesterà il completo abbandono dell’olivicoltura bolognese, visto lo spostamento dell’agricoltura verso la pianura. Nel 1688 in uno schizzo a penna viene raffigurata la presenza di olivi tra la chiesa di Santa Maria di Monteveglio e la nuova strada detta del Calvario. L’inverno del 1709 fu caratterizzato da un’eccezionale gelata che, secondo Calindri, provocò la morte di oltre 5000 olivi nel Bolognese. Tra il 1772 e il 1785 la produzione media di olive in provincia di Bologna era stata di 6000 libbre all’anno, aveva raggiunto le 8000 libbre nel 1829, ma nel 1837 si assistette a un crollo della produzione (3800 libbre). Molto interessante è l’esistenza, nel 1831 a Bologna, di tre “mole da olio” (tre frantoi). Anche nel Piacentino fino a duecento anni fa esistevano dei frantoi, ne è testimonianza un documento del 1821 del Catasto Napoleonico conservato presso l’Archivio Storico di Piacenza nel quale, per motivi fiscali, sono elencati tutti i beni del Comune di Nibbiano e dove si annovera l’esistenza di almeno un torchio da olio a Trevozzo. Nel Reggiano, più precisamente nella zona di Quattro Castella (castello di Bianello), intorno al 1850 si ha l’introduzione di olivi da impiantare intorno al castello come risposta all’aumento del prezzo dell’olio da parte del Duca di Pontremoli. Per ultima si annovera l’opera dell’ingegnere Camillo Bianchedi, che nel 1880 scrive, in chiave lodevolmente propositiva, L’olivo sulle colline parmensi, con l’intento di poter ripristinare questa antica coltivazione di cui sono rimasti come testimonianza “olivi sparsi e non pochi anche prosperosi e secolari, accennanti indubbiamente a una più estesa florida e propizia coltivazione di quella pianta”. Nelle Venezie la coltivazione si spinge ben più a nord degli attuali areali del lago di Garda e della piana del Sarca, per arrivare fino al laghetto di Santa Massenza e nei dintorni di Bolzano (Valle dell’Adige). Il lago di Garda comunque, che nei primi secoli dell’era cristiana non pare interessato dalla coltura, diviene nel giro di pochi secoli una delle più importanti aree di produzione olearia dell’alto Medioevo. Nei secoli IX e X vi sono attestati gli oliveti dei vescovati di Verona, Vicenza e Reggio Emilia, dei monasteri di San Colombano di Bobbio, Santa Giulia di Brescia, San Martino di Tours, e di quelli veronesi di San Zeno e Santa Maria in Organo. Relativamente abbondanti sono gli olivi sui colli veronesi e vicentini, sui colli Berici ed Euganei, fino a Bassano e alle pendici della Valle del Brenta, località queste ultime nelle quali la coltura dell’olivo non si è mai interrotta, e anzi sta conoscendo una vigorosa rinascita. In atti di locazione del 1238, riguardanti i possessi di Santa Maria in Organo nella Valpantena (VR), si menziona l’affitto di due poderi, uno con viti e olivi, e l’altro solo a olivi. Lo Statuto di Castelnuovo Veronese sull’anfiteatro morenico gardense, del 1260, contiene un capitolo in cui si minaccia una grossa multa contro chi “faciet ire aquam oliue in alienas terras”, cioè per chi riversava l’acqua di vegetazione derivata dalla spremitura delle olive su terreni altrui. Documenti relativi a Panego (1334) e Clozago (1343) nel Veronese testimoniano la presenza di olivi anche in queste zone, ove l’olivo era di norma maritato alla vite. Ricordi della coltivazione dell’olivo si trovano sempre più frequenti nel XV secolo in tutto il distretto del Garda e del Veronese dove, fino a quel momento favorita dalle leggi, doveva aver raggiunto una grande estensione. Sulla riviera bresciana Marin Sanudo (1847) ricorda che fra Salò e Maderno “si cavalca sempre per oliari, pareno boschi”. Una locazione di mezzadria del 1458 nel Veronese fa obbligo al mezzadro di non seminare sotto gli olivi, il che dimostra che vi erano anche dei veri oliveti specializzati. La diffusione della coltivazione dell’olivo nel Bassanese si pensa sia iniziata in epoca romana con l’insediamento in zona della Gens Bassia, portatrice della cultura agraria romana. Nella trasmissione dei “livelli” (affitti di terreni), trascritti nei documenti medievali della pieve di Solagna, troviamo l’attestazione che un certo numero di piante di olivo era in dotazione ai parroci. Analoga testimonianza troviamo più tardi negli annali delle parrocchie, a conferma della presenza e dell’importanza di questa coltura. Anche la tradizione si rivela particolarmente affezionata a questa pianta: il sacro e miracoloso crocifisso di Pove, scolpito in una sola notte da un misterioso pellegrino, è in legno d’olivo. Oltre il Piave, pur se varie fonti letterarie (Strabone V, 1,8) documentano l’importanza di Aquileia come centro per il commercio di olio in età romana, bisogna attendere l’anno 1140 per avere documentazione certa sulla presenza dell’olivo coltivato in Friuli; si tratta di una donazione a un monastero. Nei secoli successivi (XII-XV) i documenti divengono numerosi, anche se le superfici e le produzioni riportate restano modeste, segno evidente, in fondo, dell’importanza attribuita alla coltura e al prodotto. La coltivazione dell’olivo appare presente su tutto l’arco pedemontano che va dalle alture occidentali della provincia di Pordenone, i primi contrafforti delle Prealpi Carniche, alle Prealpi Giulie, passando per l’anfiteatro morenico posto tra San Daniele, Gemona e Udine. Nel Collio, in particolare, l’olivo sembra aver trovato un ambiente relativamente favorevole, se ancora nel XIX secolo vi si produceva olio; attività che ha iniziato a rifiorire solo negli ultimi decenni. Le alture di Gorizia e Monfalcone continuano la sottile striscia di coltura che, attraverso la ben posizionata area triestina, confluisce nella tradizionale olivicoltura istriana. L’olivicoltura padana raggiunge, come abbiamo visto, la massima diffusione nel periodo che va dal XII secolo alla prima metà del XIV secolo. Questo a causa dell’interesse delle classi dirigenti a estenderne la coltura; innumerevoli sono gli Statuti, gli Editti e le Ordinanze che obbligano gli agricoltori a piantare olivi, come quello della Valsolda (lago di Lugano) del 1246, di Parma del 1258, di Castelnuovo Veronese del 1260, di Vicenza del 1264, di Este (Colli Euganei) del 1276 (che rinnovava un precedente statuto del 1212 che obbligava i coloni a piantare 12 piante per villa), di Novara del 1276-1286, di Riviera d’Orte del 1357, di Ivrea dei primi del Quattrocento, fino alle sovvenzioni offerte dal comune di Torino nel 1377 a chi avesse piantato olivi sulle rive del Po. Nello stesso periodo (XIV-XVI sec.) la zona del Garda produce tanto olio che può esportarlo nelle zone di Bergamo, Mantova e nei Paesi del Nord, passando dal Trentino verso la Germania; e Marco Dandolo nel 1629 scrive: “la riviera un anno per l’altro rende sei et più milla mozi di oglio del quale se ne ispedisce per Alemagna circa moza quattromila et del rimanente parte ne va a Brescia et parte si consuma in servitio di quelli sudditi”. Purtroppo questa spinta si sarebbe presto infranta su una serie di fattori avversi che si stavano accumulando sul percorso dell’olivo. Uno di essi fu senza dubbio il crollo demografico dovuto al peggioramento del clima e alle carestie che ne seguirono, e quindi alle pestilenze di cui quella di metà XIV secolo fu solo la più famosa e devastante. Molti villaggi vennero abbandonati e quindi anche parte dei terreni meno produttivi, favorendo le colture alimentari di base. Da un punto di vista climatico i secoli XIV e XV furono caratterizzati da forte abbassamento medio delle temperature, fenomeno cui l’olivo è sensibile. Da Cronache Spilimberghesi: “Nell’anno 1432 il freddo seccò gli olivi insieme agli allori e agli alberi di fico”. Un resoconto analogo si ha per Cividale nel 1490: “Nell’anno 1490 fu un freddo straordinario con gran quantità di neve che durò da dicembre ad aprile, e si seccaro li oliari e li figari e li aurari e vide assai”. Dal che si deduce tra l’altro che l’olivo era presente anche in pianura, e in una zona niente affatto favorita geograficamente; questa presenza dell’olivo in pianura o su rilievi appena accennati non riguarda solo Spilimbergo, ma altre zone del Nord; alcune erano favorite dalla vicinanza del mare, quali Aquileia, Jesolo, Venezia, ma in altri casi (Cremona, San Giovanni in Persiceto) era stata la mitezza del clima a spingere la coltura in zone oggi inimmaginabili. Dalla metà del Cinquecento alla metà dell’Ottocento si ebbe poi il periodo climaticamente peggiore, quella che è chiamata Piccola Era Glaciale. Nel corso dell’inverno del 1709 la temperatura scese a –17°, e i danni furono gravi perché ci si affrettò a spiantare gli olivi seccati e a sostituirli con la vite invece di tagliarli e allevare i polloni che la ceppaia avrebbe prodotto l’anno successivo. Un evento analogo si verificò nel 1788. Ma più che da avvenimenti climatici, l’olivo fu ostacolato da eventi socio-economici: si stava uscendo dal Medioevo, la classe dei mercanti si espandeva e con essa i commerci e le comunicazioni, sempre più efficienti e veloci. A rendere più difficoltosa la produzione in loco di olio di oliva fu il verificarsi della differenziazione dei noli avvenuta nel corso del Quattrocento, per cui il costo del trasporto delle merci non era più legato al peso o all’ingombro, ma al loro valore: questo rendeva il trasporto a distanza di prodotti agricoli meno costoso, e veniva a cadere la convenienza a produrre derrate che altrove si reperivano a costi minori. Rientrava in questa tipologia di derrate l’olio di oliva. Così, via via che gli olivi, per varie ragioni, scomparivano, non venivano rimpiazzati, ma piuttosto sostituiti da colture arboree di più pronta entrata in produzione e di sicuro reddito: la vite e il gelso. Alla decadenza della coltura contribuì anche la nuova politica economica iniziata nella prima metà del XVII secolo dalla Repubblica di Venezia, la quale, mentre favoriva la coltivazione dell’olivo sulle coste e nelle isole dei suoi possedimenti mediterranei, gravava con provvedimenti fiscali la coltura degli olivi sulla terraferma, per mantenere il mercato alla produzione più abbondante e sicura delle terre d’oltremare; il rifornimento di olio nell’entroterra cominciò quindi a dipendere sempre più da Venezia. Nel Friuli orientale (sotto l’amministrazione austriaca), la coltura dell’olivo diviene invece oggetto nel Settecento di un’intensa campagna di incentivazione promossa dalle autorità asburgiche, interessate a diffondere una produzione di rilevante interesse economico in quel territorio goriziano, che costituiva il meridione dell’Impero. Così, negli anni 1768-69 la Regia Società d’Agricoltura di Gorizia s’impegna a corrispondere “fiorini 4 per ogni 25 olivari piantati di nuovo, o in colle o in piano, due anni dopo che avranno allignato”, anche per favorire la ripresa della coltura dopo la disastrosa gelata del 1763. Fra le iniziative di incentivazione v’è anche la distribuzione di “alberi ollivi (...) gratis alli poveri villici di queste contee”. Ma l’olivicoltura era ormai entrata in una fase di recessione irreversibile. In alcune zone del Veneto (Valli d’Illasi, del Chiampo e dell’Agno) è provato che la produzione andò, nell’Ottocento, declinando soprattutto per motivi economici, infatti la costruzione della ferrovia facilitò la concorrenza di altri oli importati dalla Toscana e dalle Puglie. Ovviamente si tratta di un fenomeno che non può non aver interessato tutta l’Italia settentrionale, e che si è completato in epoca recentissima (XX sec.). Verso il 1840 aveva cominciato anche ad apparire il verme o mosca dell’olivo (Bactrocera oleae), insetto che recò gravi danni alla produzione dell’olio. La comparsa della mosca rappresentò un motivo di sostituzione degli olivi nel Vicentino con specie più redditizie (gelso e vite). Quando i commerci si intensificarono ulteriormente la stentata olivicoltura padana continuò ancora a regredire o, più esattamente, a concentrarsi e a svilupparsi nelle zone più adatte: laghi lombardi, colline veronesi, vicentine, padovane e romagnole. In queste zone è sopravvissuta fino a oggi. Non si hanno molte informazioni sulle caratteristiche dell’olivicoltura settentrionale, perlomeno riguardo a quella del resto d’Italia. Sin dall’alto Medioevo è stata una coltura in genere non affidata a coloni ma piuttosto gestita direttamente dalla proprietà, fosse questa signorile o, più spesso, monastica. Questo legame tra olivo e chiesa cattolica è costante, soprattutto nelle zone nelle quali la coltura sopravvive con difficoltà; nella sua sopravvivenza è percepibile una componente volontaristica, che consente di superare difficoltà ambientali ed economiche che avrebbero altrimenti determinato la scomparsa della coltura; tra l’altro ancora oggi le pievi isolate, i monasteri, e anche piccole chiese delle zone collinari del Nord spesso possiedono, riparati da muretti o da edifici, olivi più o meno antichi che si rivelano potenziali fonti di germoplasma raro o sconosciuto. La ragione ovvia è l’esteso uso fatto nella liturgia dell’olio di oliva (unzioni, luminarie) e delle fronde di olivo (Domenica delle Palme), che si aggiunge a quello alimentare e a quello, forse più importante nell’antichità, per l’illuminazione. Infatti nei secoli in cui l’olivo conobbe maggior sviluppo al Nord non sembra che ne fosse aumentato il consumo come alimento; ne aumentò però il commercio dopo l’XI secolo. Quest’ultima condizione è forse la causa di un progressivo spostamento della coltura, a partire dal XII secolo, verso i piccoli e medi proprietari terrieri, insieme al generalizzato declino dei grandi enti monastici. La diffusione dell’olivo in Italia settentrionale è stata ovviamente influenzata dalle vicende climatiche. Abbiamo visto che la pianura è stata raggiunta dalla coltura solo in periodi estremamente favorevoli, mentre la norma sono sempre state, al Settentrione, zone collinari ben riparate sul lato nord dalle incursioni di masse di aria fredda, soprattutto quelle che possono presentarsi verso la fine dell’inverno, quando i tessuti vegetali iniziano a reidratarsi e sono più vulnerabili alle basse temperature. Non sembrano invece di per sé negative, entro certi limiti, né altitudine né latitudine. Infatti olivi sono stati coltivati, e lo sono tutt’oggi, producendo, ad altitudini inaspettate, come a Chiesa in Val Malenco (900 m); riguardo alla latitudine, olivi sono ancora oggi coltivati ben oltre i 46° N: senza uscire dai confini nazionali, olivi sono stati e sono coltivati a Santa Massenza (TN), sul Collio (UD), sulle sponde dei laghi di Como e Maggiore (CO e VB). Poche sono le differenze storicamente riscontrabili da un punto di vista della tecnica colturale tra l’olivicoltura padana e quella del resto d’Italia; in realtà sotto questo aspetto la condizione dell’olivo al Nord è assimilabile a quella delle regioni centrali, e in particolare della Toscana, dove si trovano situazioni climaticamente identiche a quelle dell’olivicoltura transappenninica. Così sono presenti tipici adattamenti della tecnica all’ambiente marginale: potatura attenta e regolare, per una migliore utilizzazione della luce e per sfuggire alle malattie favorite dal ristagno dell’umidità; difesa limitata alla slupatura e all’eliminazione di rami e branche più colpiti da malattie e insetti; raccolta che viene eseguita direttamente a mano (brucatura), in quanto ragioni sanitarie e climatiche costringono all’anticipo dell’epoca di raccolta rispetto al Sud, e impediscono la raccolta da terra o la bacchiatura. Si tratta di un’olivicoltura che fornisce rese più basse che al Sud, ma comunque accettabili e non dissimili da quelle degli analoghi ambienti dell’Italia centrale.


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