Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: paesaggio

Capitolo: olivo nel Lazio

Autori: Rita Biasi, Eddo Rugini

Origini del paesaggio olivicolo laziale

Scrivere della storia del paesaggio dell’olivo nel Lazio significa ripercorrere la storia del paesaggio agrario della regione, trattandosi di una specie fortemente radicata nei luoghi e nella tradizione agricola locale, che ha tramandato a noi i plurimi paesaggi contemporanei di questa coltura. Le prime documentazioni della coltivazione dell’olivo a scopi alimentari (consumo di olive più che di olio), oltre che religiosi, nel Lazio e nell’Etruria, risalgono al VII-VI secolo a.C. Sembra che l’olivo sia stato introdotto nel Lazio all’incirca nel 500 a.C., certamente dopo la vite e tra le ultime colture arrivate nel mondo romano. Probabilmente gli Etruschi conobbero prima dei Romani la pianta dell’olivo e i suoi frutti, grazie ai consolidati scambi commerciali con il mondo fenicio e greco, patrie culturali dell’olivo. L’olivicoltura nel Lazio accompagnò lo sviluppo e il declino dell’agricoltura dell’Impero Romano. La coltivazione dell’olivo fu oggetto di trattati di agronomia che distinguevano la tipicità dei diversi oli ottenibili dalle tante varietà conosciute e che esaltavano un olio laziale, quello sabino in particolare, per le sue qualità organolettiche e per le diversificate possibilità di impiego. Dopo il declino di tutta l’agricoltura italica nel II e nel III secolo, l’olivicoltura caratterizzò nuovamente le produzioni agricole del Medioevo, sotto la spinta dell’affermazione del Cristianesimo e pertanto anche di un utilizzo liturgico dell’olio. Chiese e monasteri del Lazio ancora conservano traccia di queste piantagioni simboliche, così come gli orti-frutteti di epoca medievale, ancora presenti così numerosi nella città di Viterbo. Nell’alto Medioevo, fra l’VIII e il IX secolo d.C., impianti intensivi di olivo sono ricordati in Sabina a opera di enti religiosi e proprietari laici. Un’espansione di questa coltura anche in consociazione con vite, alberi da frutta e ortaggi, accompagnò l’affermarsi di un’agricoltura per lo più di autosufficienza nei secoli XII e XV. Le fonti documentaristiche del Due-Trecento menzionano oliveti associati a orti, vigne e colture cerealicole soprattutto nell’agro viterbese. Alla fine del Medioevo e con l’inizio dell’età moderna l’olivicoltura assurge nel Lazio a elemento connotativo del paesaggio agrario a seguito della sua rapida espansione, stimolata forse anche dalla vicinanza a un forte centro di commercio e consumo rappresentato dalla città di Roma. Nel corso del XV secolo la coltura dell’olivo si spinge anche oltre la fascia altimetrica ottimale per dar vita a un mosaico di paesaggi su aree vaste e in luoghi singoli, in coltura specializzata o consociato con la vite, in pochi o singoli esemplari negli orti-frutteti, a segnare i confini di vigneti e orti. Oltre che nel territorio tiburtino e nella Sabina, l’olivo si espande nel Viterbese e nel Lazio meridionale, colonizzando gradualmente tutti quegli ambienti in cui lo si ritrova ai giorni nostri. Da allora gli oliveti, fortemente radicati nel territorio laziale, hanno opposto una sorta di inerzia ai cambiamenti dell’organizzazione del territorio nelle epoche successive costituendo una sorta di ordito con cui si è intessuta la trama del paesaggio agrario della regione. Le analisi più recenti riguardanti il cambiamento degli assetti del paesaggio rurale nella regione Lazio evidenziano un’espansione delle aree olivicole e, quindi, il consolidarsi di una tipologia paesaggistica dove questa specie predomina e di tante tradizioni locali legate alla produzione e all’utilizzo dell’olio.

Paesaggi contemporanei dell’olivo nel Lazio

La coltivazione dell’olivo e la produzione dell’olio rappresentano una delle eccellenze del territorio laziale. L’olivo nel Lazio si identifica con la nozione stessa di territorio, ne rappresenta una componente fondamentale nei paesaggi sia rurali sia urbani. La coltura dell’olivo si è espansa un po’ ovunque nella regione, tanto negli ambienti più favorevoli e facilmente coltivabili, dove si sono infine concentrati gli impianti specializzati e intensivi, quanto in quelli naturalmente e storicamente difficili, ma pur vocati, come negli ambienti dell’alta collina e bassa montagna, dove resistono ai cambiamenti del paesaggio oliveti marginali di gran pregio e plurimo valore. Nelle zone di diffusione la coltivazione dell’olivo e la trasformazione delle olive svolgono un ruolo importante per l’economia agricola locale e la gestione del territorio, rappresentando spesso l’unica utilizzazione di aree altrimenti destinate all’abbandono e al degrado sociale e ambientale. Più della metà (53,3%) delle aziende agricole del Lazio ha una parte della superficie destinata a oliveto: ne deriva una polverizzazione della coltura sul territorio che origina tanti unici e suggestivi paesaggi. Sono state distinte due tipologie fondamentali di aree e paesaggi dell’olivo: l’area dell’olivicoltura specializzata e l’area dell’olivicoltura promiscua (assieme rappresentano il 30% della SAU della regione Lazio). Dove la coltura dell’olivo è specializzata (province di Roma, Rieti e in parte Frosinone) l’uso del suolo è semplificato e gli oliveti (39% della SAU) sono intercalati da prati e pascoli permanenti (42,7% della SAU). Nelle ben più vaste aree a olivicoltura promiscua nel senso lato, ovvero non necessariamente intesa come consociazione con altre colture, predomina, invece, un paesaggio più sfaccettato con orientamenti produttivi policolturali (province di Viterbo, Rieti, Frosinone, Latina) dove l’olivo rappresenta solo il 18,4% della SAU e coesiste, oltre che con i prati pascoli permanenti, con la coltura della vite, dei fruttiferi, le foraggere e i cereali. Questi contesti colturali costituiscono due antitetiche realtà dal punto di vista della produttività della coltura e rappresentano la dualità dell’economia dell’olivicoltura laziale. Da un lato un’olivicoltura ad alta produttività e redditività (impianti moderni, intensivi, meccanizzabili) e dall’altra un’olivicoltura marginale a bassa produttività e redditività, ma di indiscusso valore paesaggistico e ambientale, spesso produttrice di oli di eccellenza. Accomuna queste due realtà la frammentazione della struttura fondiaria e una poco competitiva valorizzazione del prodotto. La superficie totale degli oliveti laziali è oggi di circa 88.684 ha (Istat, 2006), rappresentando le aree in collina (81%) e montagna interna (15%) la quasi totalità della superficie destinata a questa coltura, solo per circa il 4% ospitata nei fertili suoli della pianura (quasi esclusivamente in provincia di Roma e Latina). Questa distribuzione per zone altimetriche non ha potuto che imprimere un carattere di unicità al paesaggio dell’olivo nel Lazio che si esprime in tante diverse, ma omogenee, fisionomie: un’olivicoltura moderna, intensiva con sesti regolari, meccanizzabile, un’olivicoltura estensiva (meno di 200 piante/ha) specializzata, ma più spesso consociata, che rappresenta la tipologia prevalente, un’olivicoltura di versante e un’olivicoltura di particolare valore storico-culturale. Ricco il germoplasma olivicolo locale, per lo più rappresentato da varietà vigorose e scarsamente resistenti al freddo: Canino, Crognolo (sin. Frantoio), Itrana, Olivone, Raja Sabina (sin. Frantoio), Carboncella (sin. Marziale), Fosco (sin. Moraiolo), Rosciola. Tanti i frantoi polverizzati nella regione, oltre 370, ben rappresentati in tutte le province (Frosinone 97, Latina 53, Rieti 43, Roma 91, Viterbo 87) e per metà con tecnologia di frangitura a pressione. Tre sole le denominazioni di qualità riconosciute e affermate: una storica, la prima nazionale nel comparto olivicolo, quella dell’olio DOP Sabina, quella dell’olio DOP Canino e una più recente, quella dell’olio DOP Tuscia. Alcune altre denominazioni sono in regime transitorio avendo affrontato l’iter per il riconoscimento europeo in un’ottica di valorizzazione delle produzioni e dei loro territori.

Paesaggio olivicolo moderno. Un’olivicoltura moderna nel Lazio si è affermata solo in tempi recenti e prevalentemente nei facilmente coltivabili e fertili terreni della bassa collina o pianura delle province di Rieti e Roma. Anche nel Lazio si è cercato, non sempre con successo, di introdurre i criteri per una razionale, redditizia e concorrenziale produzione di olio di qualità, spesso adottando modelli di coltivazione diversi, meccanizzabili in vario grado per la raccolta, e di diversa longevità. Accomuna questa tipologia di impianti il ricorso a risorse genetiche autoctone, in grado di fornire le migliori garanzie produttive grazie all’ottimale interazione con l’ambiente, ma migliorate sotto il profilo della qualità del materiale di propagazione rispetto al passato. Così da un lato il paesaggio olivicolo è stato strappato alla sua staticità e impianti regolari (con disposizione in quadro o a rettangolo) a elevata densità di piantagione (300-500 piante/ha), con forme di allevamento a vaso o monocono, di rapida entrata in produzione, ma di altrettanto rapido declino, si sono succeduti e rinnovati nelle aree più facilmente meccanizzabili e con i genotipi più plastici. A fianco di questi modelli, si continuano a realizzare anche impianti di ridotta densità (meno di 300 piante/ha), regolarmente geometrici, ma con durata economica prolungata grazie alle minori competizioni fra le piante. Molti dei criteri dell’olivicoltura moderna si sono imposti anche in zone meno favorevoli, ma soprattutto su genotipi locali particolarmente vigorosi, che mal si sono adattati agli impianti ad alta densità e sesti ridotti (perfino dinamici), manifestando precocemente i sintomi delle competizioni reciproche, decretando il loro successivo abbandono a favore di impianti estensivi, maggiormente integrati nel paesaggio agricolo identitario del territorio. Fra le diverse espressioni della moderna ruralità del Lazio, vanno incluse le campagne urbane. Queste rappresentano nella regione, e ancor più attorno alla città di Roma, una delle nuove forme di paesaggio con cui pianificatori e urbanisti sono chiamati a confrontarsi. Non si tratta solo di un contesto rurale che si sviluppa ai margini di quello urbano, e da questo viene compenetrato, ma anche dell’autentica neo-importazione di una ruralità nei centri abitati, dai frutteti familiari dei giardini, agli orti urbani nei parchi, nelle aree verdi cittadine, su terrazzi e balconi. In tutti questi casi raramente manca l’oliveto o la singola pianta di olivo. Fin dalla sua introduzione nel mondo romano, la pianta di olivo ha ricevuto nei borghi, nei monasteri e nelle città l’onore e il rispetto che tutt’oggi mantiene. A partire dagli orti-giardini, che già dall’alto Medioevo costituivano una realtà propria dei paesaggi urbani, l’olivo, assieme agli alberi da frutto, è rimasto a lungo elemento prezioso all’interno delle aiuole nei giardini dei secoli successivi. Il Lazio è regione ricca di parchi e giardini, storici e contemporanei, in cui la pianta dell’olivo è presente come elemento costitutivo di rilievo. Il ricorso alle piante di olivo nella realizzazione delle aree verdi ha portato questa specie a rappresentare uno degli elementi che contraddistinguono gli agro-ecosistemi urbani e il loro paesaggio soprattutto nella città di Roma, uno degli insediamenti urbani a più alto rapporto di metri quadrati di verde per abitante in Europa, dove l’agro romano, con la tipicità delle sue produzioni, si incunea nella città in una miriade di orti-giardini e tenute agricole, fino a portare una specie, come l’olivo, da secoli radicata anche nell’ambiente naturale, a esaltare la bellezza delle aree archeologiche della città.

Paesaggio olivicolo tradizionale. Il Lazio è terra di antichi vigneti, frutteti e oliveti che conservano forme di utilizzo del suolo agrario riconducibili al passato e che hanno resistito alla continua e rapida trasformazione del paesaggio e degli insediamenti urbani, mantenendo l’individualità e l’identità specifica dei luoghi. Questa tipologia di olivicoltura non è identificabile in modo univoco, anche se per lo più interessa territori marginali per le condizioni orografiche o pedo-climatiche. Accomunano i diversi paesaggi olivicoli tradizionali l’eterogeneità varietale e la consociazione, spesso con altre colture arboree. Queste realtà olivicole risultano piuttosto invulnerabili laddove, se pur a bassa redditività, gli olivi sono facilmente gestibili (aree di bassa collina), ma laddove la coltivazione si fa difficile e in perdita sono sempre in agguato l’abbandono e il degrado, proprio in quei contesti ambientali, quali l’alta collina o la bassa montagna, in cui il permanere di questa coltura consentirebbe invece la conservazione di un assetto idrogeologico, di una tipicità paesaggistica e biologica ora a forte rischio di compromissione. Il valore di questi sistemi produttivi è plurimo ed è riconducibile al significato biologico per l’unicità del germoplasma olivicolo, ecologico per la sostenibilità dei sistemi di coltivazione (inerbimenti e naturale ricostituzione della fertilità del suolo, bassi input produttivi fino ad autentici modelli produttivi in biologico), estetico per la pittoricità degli impianti e il loro inserimento nel contesto paesaggistico dell’area vasta, storico per l’età spesso centenaria degli impianti riconducibile alla storia dei luoghi, culturale per le forme di conduzione che rappresentano la testimonianza di pratiche agricole antiche proprie della cultura contadina del passato. Un carattere costitutivo dell’olivicoltura tradizionale del Lazio è rappresentato dalla consociazione con colture erbacee o altre arboree. La pratica della consociazione era consigliata già nei trattati di agricoltura nel mondo romano: nei terreni più fertili le distanze di 60×40 piedi permettevano la consociazione con grano, avena e leguminose, e distanze più ristrette, 60×25-30 piedi, erano riservate ai terreni meno adatti ai seminativi. Nei documenti del Due-Trecento si parla di terra cum oliveto o olivetum cum terra, e l’associazione con vite e seminativi acquista maggior rilievo proprio nell’agro viterbese; da allora tale consuetudine ha costantemente caratterizzato le produzioni agricole per l’autoconsumo fino ai tempi nostri. In tante aree della Tuscia ancora oggi le consociazioni dell’olivo con la vite, le colture ortive e i cereali ci ripropongono modelli ancestrali di agricoltura degni di tutela e valorizzazione. Infatti, negli ultimi decenni, da un lato lo sviluppo delle tecniche agricole di pianura, dall’altro l’aumento dei costi di produzione, hanno decretato l’abbandono delle aree agricole marginali, soprattutto nelle condizione orografiche più difficili. Da qui il graduale abbandono di paesaggi tradizionali, inclusi i terrazzamenti della montagna, con una sicura alterazione di quegli equilibri ambientali faticosamente mantenuti fra campagna coltivata, ambiente naturale e insediamenti urbani. Ma una mutata coscienza collettiva, anche del valore del paesaggio percepito da chi lo governa, ha avviato puntuali, ma significative, azioni di sottrazione di vecchi oliveti ad alto valore ambientale a rovi, ginestre e sterpaglie e la lenta ricostruzione della trama coltivata anche attraverso il recupero della vecchia viabilità agricola.

Olivicoltura dei laghi

Il Lazio presenta una straordinaria ricchezza di laghi, fiumi, aree sorgive attorno ai quali si sono concentrati attività agricole e insediamenti urbani. Ai confini fra Lazio, Umbria e Toscana, in questa antica terra etrusca rappresentata dalla Conca calderica di Bolsena e Latera, uno dei più vasti bacini vulcanici d’Europa, si compone la trama fitta di un paesaggio in cui boschi, seminativi, vigneti e oliveti si affollano da secoli lungo le colline e le piane rivolte alle rive mitigatrici del lago di Bolsena, impegnando l’uomo nel governo di questi luoghi oggi, come accadeva fin dalla Preistoria. Tutto il territorio attorno al lago, la cui vegetazione naturale è rappresentata da cerri, castagni, faggi e ciliegi selvatici, è segnato dalla presenza dell’olivo, con le varietà Canino (sin. Caninese) e Frantoio, favorito nel suo sviluppo dalla mitezza di un clima che ha quasi impresso al luogo la fisionomia di un giardino, esteso dalle rive lacustri con i loro canneti alle colline dell’antico comune di Gradoli dove olivo, vite (i vitigni autoctoni Aleatico e Grechetto), patate e fagioli da secoli occupano, contendendoli al bosco e alla macchia, questi terreni vulcanici, tanto poveri quanto fecondi, e che ospitano fra i più tipici paesaggi dell’arboricoltura italiana. Tipiche in questo ambiente sono la consociazione dell’olivo con il vigneto e l’orto e l’associazione oliveto-pascolo. La coltura dell’olivo unisce poi idealmente il lago di Vico a quello di Bracciano, seguendo il profilo dei rilievi collinari e delle forre vulcaniche assieme ai boschi misti di castagni e noccioli, per arrivare a rappresentare una tipologia consueta di uso del suolo nei terreni che si affacciano sul lago di Bracciano e nel suo entroterra.

Olivicoltura lungo le vie consolari

Lungo le vie consolari che si diramano da Roma si trovano ancora oggi terre che ospitano oliveti secolari e moderni, che rappresentano alcune fra le aree olivicole di eccellenza della regione. Così fra i promontori del Lazio meridionale e la Piana di Fondi, dove l’olivastro, assieme a corbezzoli, allori, sorbi e sughere, rappresenta la vegetazione naturale prevalente, lungo il tracciato dell’Appia antica fra Itri e Fondi, man mano che l’orografia del territorio si fa più docile e cede il passo alla pianura dell’agro pontino, l’olivicoltura, anche da mensa con la cultivar Itrana (sin. Oliva di Gaeta), perde i tratti distintivi della coltura marginale delle aree pedemontane e si fa intensiva e moderna. Qui gli oliveti sono interrotti dalle colture orticole intensive in pieno campo o in coltura protetta e si presentano ben governati e ordinati, ma finiscono con il cedere gradualmente spazio alle più redditizie colture industriali e all’esotica actinidia di cui il Lazio, e la provincia di Latina in particolare, è divenuto il primo produttore mondiale, a dispetto delle tradizioni. La coltura dell’olivo è comunque presente ovunque, con la sola eccezione delle fasce costiere, ben inserita nel contesto di un’agricoltura intensiva e organizzata. All’interno del Parco regionale dell’Appia antica ricade un’area agricola le cui caratteristiche di unicità sono definite dalla coesistenza di paesaggio agricolo, naturale e aree archeologiche frammiste a numerosi manufatti di architettura rurale storica. Il tracciato extraurbano della via Appia antica ripropone un paesaggio olivicolo che caratterizza la componente agricola di questa area protetta. Questo contesto rurale nel Parco dell’Appia antica, talvolta in stato di abbandono, aspira a nuova e rinnovata competitività nel rispetto di avvicendamenti colturali antichi, quanto indispensabili per opporsi al degrado, data dall’olivo consociato alla pastorizia e alle necessarie colture foraggere, con l’obiettivo di recuperare nel contempo anche la valenza paesaggistica di questa coltura in un’area in cui la terra coltivata convive con le componenti naturali, storiche, archeologiche e urbane. Poco distante da Roma, fra le due strade consolari Prenestina e Tiburtina, gli olivi dell’agro romano ricompaiono a occupare ambiti agro-ambientali estensivi. La campagna romana, territorio a vocazione agricola fin dalla preistoria, ospita gli oliveti con le cultivar Carboncella, Leccino e Frantoio su versanti e fondovalle di vasti territori incontaminati o coltivati a seminativo che sopravvivono da secoli nella struttura fondiaria del latifondo. La via Salaria, lungo le pianure e i deboli rilievi collinari della valle del Tevere, introduce a una delle zone a maggiore vocazione olivicola della regione. L’olivo, accanto alla vite, caratterizza in modo incisivo il paesaggio delle colline sabine. Qui l’olivo cresce anche allo stato selvatico, e selvatico (Olea oleaster) è il patriarca che ancora produce con immutabile vigore in questa area, dove le tecniche olivicole, inclusa la bacchiatura, si sono conservate sostanzialmente immutate dai tempi romani almeno fino ai primi del Novecento. La Sabina, area lievemente collinare (200-300 m s.l.m.) a cavallo delle province di Roma e Rieti, ospita una zona DOP di pregio, quella dell’olio DOP Sabina. Qui l’agricoltura si armonizza con la natura nella creazione di un paesaggio dolce di colline e borghi medievali dove modernità e tradizione si intrecciano in un contesto agro-ambientale estremamente diversificato e non facile dal punto di vista climatico data la collocazione interna e la giacitura in pendenza. Lo sfruttamento intensivo dell’olivicoltura (gli oliveti spesso hanno dimensione superiore all’ettaro e quindi maggiore rispetto alla media regionale) e di altre colture agrarie in questa area ha portato alla stratificazione di modelli produttivi contrapposti, dalla monocoltura gestita secondo i criteri dell’olivicoltura specializzata, alla più tradizionale coltura promiscua con specie arboree da frutto (pesco, susino, ciliegio) o la vite. Questa dualità di sistemi ha originato oltre che diversità del paesaggio olivicolo, anche diversità biologica facendo coesistere con l’autoctona cultivar Carboncella, e gli ecotipi locali Salviana, Olivago, Raja, Olivastro, le più diffuse varietà Leccino, Moraiolo e Frantoio, oliveti centenari e di giovane impianto. Anche la vecchia consolare Cassia si snoda fra piane e monti attraversando un ambiente suggestivo di boschi di querce, castagni e coltivi di oliveti, vigneti, noccioleti e noceti. Qui si vedono ancora oggi alcuni fra i paesaggi più tradizionali dell’olivicoltura laziale: olivo associato alla vigna, olivo e seminitavo, olivi negli orti-frutteti come fra Caprarola e Capranica, attraverso Ronciglione, lambendo San Martino in Cimino e ancora fino a Montefiascone dove oliveti, vigneti e orti tornano ad affacciarsi sul lago di Bolsena e sulla piana circostante.

Terrazzamenti a olivo del Frusinate

Un paesaggio assolutamente tipico e unico nel Lazio è rappresentato dall’olivicoltura del Frusinate, realtà di rilievo nel panorama produttivo della regione, dove i terrazzamenti, diversamente gestiti, rappresentano l’unica forma di utilizzo ai fini agricoli delle forti pendenze pedemontane dei monti Ausoni e Aurunci, da pochi a 500-600 m s.l.m. Percorrendo la Strada Regionale 637 che da Frosinone porta a Gaeta, imperante è la presenza di terrazzamenti per lo più disegnati da elaborati muri a secco, testimonianza di un uso cosciente del territorio, per consentire la coltivazione finanche di un solo olivo in uno suolo circoscritto e tenacemente trattenuto da queste autentiche opere di architettura rurale, che definiscono lunghe terrazze o singole “lunette”. Per quanto ogni tipo di terrazzamento mantenga la comune funzione di sistemazione collinare-montana, in ogni ambiente si manifestano particolarità costruttive che rendono unico quel paesaggio. Nelle zone di fondovalle o a minor pendenza la coltivazione dell’olivo si realizza su dolci gradonamenti che ospitano grano, orzo, mais e filari di vite, che disegnano una regolare trama orizzontale, contornati da un contesto paesaggistico rappresentato da querceti a roverella, lecceti e boschi misti, corbezzoli, tamerici e ginestre. Nelle zone a maggiore pendenza e governate dai muri a secco domina, invece, incontrastato il paesaggio dell’olivo, qua e là vivacizzato dalle chiome svettanti dei cipressi e qualche ceppo di vite e colture orticole, in residuali attività agricole per l’autoconsumo di aziende polverizzate sul territorio, nella creazione di un sistema paesaggio terrazzato ora regolare, ora interrotto dall’asperità delle rocce affioranti. Spesso i terrazzamenti, nelle zone a maggiore pendenza e altitudine, si evidenziano nel loro abbandono. Il terreno brullo, testimonianza di passati incendi, ricorda all’osservatore attento il ruolo conservativo del paesaggio e dell’assetto geologico che queste difficili ed eroiche sistemazioni perpetuano nel tempo. Le varietà dominanti sono Moraiolo e Rosciola, assieme a varietà locali (Marroncina, Cellacchia, Sugghiacciana) che forniscono un olio di pregio, anche se non ancora certificato da alcuna denominazione di origine. Non è possibile riconoscere un sistema di impianto definito, essendo il sesto unicamente imposto dalle asperità del suolo con le sue rocce affioranti e le variabili pendenze, mentre la forma di allevamento è spesso libera (a vaso o cespuglio) e imponente. Il paesaggio si mantiene identico digradando verso il mare attraverso il Parco regionale degli Aurunci, con terrazzamenti meno aspri, molti dei quali abbandonati e spesso invasi dalla vegetazione dei boschi circostanti.

Olivo patriarca e olivi centenari

In Sabina, fra i patriarchi vegetali censiti (lecci, castagni e querce), si distingue un olivastro, monumentale esemplare con una circonferenza del tronco di oltre 7 metri e una chioma espansa di 30 metri. Cresce a Canneto, nella tenuta dei fratelli Bertini, acquistato per poco più di mille lire dagli antenati di famiglia e tramandato di padre in figlio. È considerato uno dei più vetusti d’Europa, probabilmente millenario. Per quanto la leggenda voglia far risalire la sua piantagione all’epoca dei Re di Roma (400 a.C.), probabilmente la sua messa a dimora è da attribuire ai monaci benedettini dell’abbazia di Farfa, che operarono la prima bonifica dell’area, amministrando gli allora possedimenti dello Stato Pontificio. Meta di visite di esperti e turisti, l’“Ulivone” continua a produrre quintali di olive, manifestando una grandiosa longevità e un vigore che sopravvive alla contingenza delle vicende umane. Sin dal Duecento l’area delle campagne di Tivoli era nota per importanti produzioni di olio. Nel Quattrocento la produzione derivava da numerosi piccoli appezzamenti di pochi esemplari di olivo. Probabilmente millenario, il patriarca Olivo di “Tivoli”, con una circonferenza del tronco di 14 m, è sopravvissuto alle gelate che si sono succedute nel tempo e ancora oggi si distingue all’interno di un oliveto di giovane impianto alla periferia di Tivoli (Roma) conservando un’elevata produttività. Ma nel Lazio, dove il paesaggio dell’olivo diventa connotativo di aree vaste, è facile imbattersi in esemplari o impianti secolari che con la loro residuale presenza aggiungono un valore storicoculturale ai tanti che l’olivicoltura può possedere nel paesaggio dei sistemi arborei. Un po’ ovunque, più le leggende che le fonti storiche alimentano i miti di olivi secolari radicati nel territorio e nel tempo. Così per l’oliveto dei Prischi a Canino, per gli olivi centenari lungo l’Appia antica. In località Chiusa Grande, lungo la via Salaria a Nerola, si trova un antico oliveto di origine romana. Dalla alternante e sorprendente (più di un quintale per pianta) produzione dei 75 esemplari centenari della cultivar Carboncella consociata con l’impollinatore Fecciaro si ricava un olio, “Cru-Secolare”, e un legno particolarmente ricercato dagli ebanisti. Questi sistemi produttivi antichi, impostati secondo criteri ribaditi poi dalla più moderna ecofisiologia delle piante arboree (orientamento nordsud, impianto a quinconce che ottimizza l’intercettazione della luce, distribuzione in sesto di piante impollinatrici) meglio d’altri si prestano alla coltura in biologico, manifestando un’equilibrata e ottimale interazione di genotipo e ambiente e una naturale reintegrazione della fertilità del suolo (sfalcio della medica intercalare). Olivi secolari e impianti “tradizionali” caratterizzano il paesaggio dell’olivo nella Maremma Laziale. Il territorio attorno a Canino e Arlena di Castro è caratterizzato da dolci colline, dominate dal Monte Canino, e da zone depresse (di fondovalle) con ambienti umidi ricchi di sorgenti termali. In questo comprensorio, al confine tra Lazio e Toscana, si produce ancora uno dei migliori oli laziali (olio DOP Canino), e in questi antichi feudi dei Torlonia oliveti secolari si mescolano al paesaggio dei boschi e della macchia, alle sughere residuali di un sughereto, un tempo vasto, e alle rocce di tufo su cui sorgono gli antichi borghi. Secolare è la cura riservata a questa coltura che Luciano Bonaparte (metà Ottocento) concorse a rinnovare con potature di ringiovanimento sugli olivi esausti e abbandonati. Da allora il classico olivo caninese (cultivar Canino) si è continuato a piantare di generazione in generazione a fianco alle cultivar Leccino e Frantoio, di più recente introduzione negli impianti di nuova realizzazione. Oggi il paesaggio è segnato da vecchi olivi che si ergono in mezzo ai seminativi di cereali rappresentando uno dei più tipici paesaggi vegetali dell’area mediterranea. Spesso anche questi esemplari centenari, come altri in Italia, non sfuggono al commercio per adornare giardini e terrazzi nell’intento di portare un po’ di campagna e natura nelle città e nelle periferie urbane.

Giardini e aree archeologiche di Roma

Nell’Urbe, dai giardini privati ai giardini storici, e perfino nelle riqualificate aree verdi che accompagnano le strade dei quartieri dal centro storico alle periferie, le piante di olivo adornano, spesso con la monumentalità delle loro forme architettoniche strappate al paesaggio rurale, ogni spazio verde, in un mosaico di tasselli che acrobaticamente si elevano fino ai giardini pensili e ai terrazzi, sacrificando la funzione produttiva a quella estetica. In tempi recenti, olivi sono stati considerati come elementi vegetali da impiegare nei restauri vegetazionali di ville e giardini storici. Il ritorno delle piante produttive, incluso l’olivo, nei giardini dove all’origine della loro addomesticazione erano state introdotte, testimonia una riscoperta sensibilità alla bellezza della vista di questi alberi anche nei paesaggi urbani. Ma è soprattutto nelle aree archeologiche della città che l’albero di olivo, assieme ai cipressi, richiama fra le antiche rovine quel paesaggio coltivato che si portava fin dentro la città, rinnovando quell’antico omaggio tributato a questa pianta simbolica dagli stessi antichi Romani che mantenevano un oliveto in pieno mercato dell’Urbe, simbolo di una coltivazione rappresentativa delle terre attorno a Roma e in tutto il Lazio.


Coltura & Cultura