Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: paesaggio

Capitolo: olivo in Calabria

Autori: Enzo Perri, Paolo Inglese, Gregorio Gullo

Caratteristiche strutturali dell’olivicoltura calabrese

La coltivazione dell’olivo in Calabria interessa oggi 186.000 ettari ripartiti tra 137.700 aziende, con un’ampiezza media di 1,3 ha, sinonimo di un elevato grado di frammentazione strutturale, comune all’olivicoltura nazionale. Il 48,5% della superficie appartiene ad aziende inferiori ai 5 ha della SAU complessiva, pari all’84% del totale e nel 74,2% di queste l’olivo è coltivato su meno di 2 ha. In Calabria il 70% delle aziende agricole è interessato da questa coltura e il 75,9% della superficie olivetata ricade in aziende che sono classificate a olivicoltura specializzata, con livelli più bassi in provincia di Cosenza (84%) e più elevati in quelle di Catanzaro, Vibo Valentia e Crotone (96%). L’olivicoltura in Calabria è estremamente diversificata da un punto di vista sia geografico sia strutturale e tecnologico. Riguardo alla collocazione altimetrica, solo l’8% degli impianti olivicoli ricade in zone di pianura, mentre la gran parte è localizzata in collina (75,8%) e parte in montagna (16,2%). La giacitura è caratterizzata dalla predominanza di appezzamenti con pendenze più o meno accentuate e da numerosi terrazzamenti. Gli oliveti pianeggianti, sulla base delle rilevazioni dell’AIMA, rappresentano appena il 17% mentre quelli a forte pendenza sono in media il 35% con punte del 42% nella provincia di Cosenza. Nel Reggino il 30% delle piante è situato su terreni terrazzati. Il numero delle piante, censite dallo Schedario Olivicolo Nazionale nel 1988, è superiore ai 14 milioni. Il patrimonio olivicolo regionale è costituito per lo più da piante secolari, con punte del 43% nel Crotonese sino al 69% nel Reggino, caratterizzate da una forte alternanza di produzione e da scalarità di maturazione. Molti impianti presentano sesti irregolari o sono consociati con agrumeti negli interfilari e colture orticole al di sotto di questi.

Piana di Gioia Tauro

Domenico Grimaldi, Accademico dei Georgofili, cui va il merito di aver rinnovato profondamente l’olivicoltura della Piana di Gioia Tauro alla fine del XVIII secolo, fa un’ipotesi assai verosimile sull’origine della coltivazione dell’olivo in Calabria: “Non andrebbe per avventura lungi dal vero chi credesse che le colonie greche, le quali in gran numero si stabilirono nella Calabria, avessero ivi per la prima volta piantato l’Ulivo e introdotta quell’eccellente maniera di coltivarlo, che nella Grecia si adoperava, ch’eglino riguardano come sacro, e che con somma diligenza coltivavano”. L’olivicoltura calabrese nasce, presumibilmente, sulla costa ionica, dove fiorirono, a partire dall’VIII secolo a.C., le grandi colonie di Sibari (708 a.C.), Crotone (708 a.C.) e Locri (673 a.C.). Che l’olivo fosse coltivato nella colonia di Locri Epizefiri è ampiamente provato da ritrovamenti archeologici, incisioni, studi sulla dieta ellenica, citazioni sull’uso dell’olio d’oliva da parte degli atleti per tonificare i muscoli e per abbellire esteticamente la figura; inoltre, il più importante tempio locrese fu dedicato a Minerva, alla quale, come è noto, l’albero era consacrato. L’espansione dei coloni locresi portò alla nascita di alcune sub colonie lungo le coste del mar Tirreno: Metauria, l’odierna Gioia Tauro, Medma, oggi Rosarno e Mella, nei pressi dell’attuale Oppido Mamertina, alle propaggini dell’Aspromonte. Con la fondazione dei nuovi siti si rese necessario creare vie di comunicazione che agevolassero gli scambi commerciali tra le popolazioni e soprattutto con la grande Locri, la quale fu collegata all’Occidente per mezzo di due strade che attraversavano l’Aspromonte su due direttrici principali, una attraverso lo Zomaro, giù fino a Medma, e una seconda attraverso Zervò, giù verso Mella, seguendo il corso del Petrace fino a Metauria. Per secoli lungo queste direttrici si effettuarono i traffici economici e all’epoca dell’insediamento sul versante tirrenico dei coloni provenienti da Locri è facile supporre che attraverso queste vie l’olivo sia giunto lungo le coste del mar Tirreno. Qui fu, per lungo tempo, una coltura secondaria, essendo il fabbisogno alimentare ampiamente soddisfatto dalla cacciagione e dalla pesca e, nell’ambito delle colture agrarie, dai cereali. Durante la successiva dominazione romana la coltura fu intensificata tanto che il prodotto veniva anche esportato fuori regione come testimoniato dai numerosi ritrovamenti archeologici nel territorio e dalle anfore di creta utilizzate come contenitori per l’olio, rinvenute nel tratto di mare antistante Taureana. All’inizio del nuovo millennio si ha notizia di fiorenti oliveti anche nel comprensorio di Mammola. Dall’analisi degli atti notarili di cessione delle proprietà alla Cattedrale di Oppido, negli anni 1000-1050, si ha notizia di gelseti, con nuovi impianti, vigneti e coltivazione dei cereali. C’è da dire inoltre che, fino ad allora, l’entroterra era scarsamente popolato e solo successivamente, per sfuggire alla scorrerie saracene concentrate sulle città costiere, le popolazioni si spinsero nei luoghi interni, più nascosti e protetti e presero origine i numerosi paesi pedemontani. Solo a partire dal Cinquecento è possibile, con supporti storici molto attendibili, studiare l’evoluzione della coltivazione dell’olivo nella Piana. Intorno al 1550 il frate Leandro Alberti scrive del suo viaggio in Calabria e dalla descrizione dei luoghi può essere fatta una prima ricostruzione che riguarda la Piana di Gioia Tauro, che egli percorse da nord verso sud. Così descrive Rosarno: “Ha questo castello buon e grosso paese ove sono giardini pieni d’aranci, limoni, e altri alberi fruttiferi colle pareti di rose che da ogni lato se ne veggono”. Prosegue, quindi, per raggiungere l’attuale Gioia Tauro, “passato Rosarno comincia una molto larga e lunga pianura, detta la pianura di S. Giovanni quasi tutta inculta, e piena di cespugli, e di boschi. Più avanti procedendo dal lito discosto, vedesi Gioia, il cui territorio è molto bello e pieno di vigne, d’aranci e d’altre fruttiferi alberi. Et non meno è producevole di grano e d’altro biade”. L’Alberti percorre la Piana di Gioia sul basso litorale e non incontra olivi; la gran parte del territorio, in quest’epoca, è incolta oppure coltivata a frumento e pochi altri fruttiferi. Immediatamente successiva a quella dell’Alberti è l’opera del Barrio (1550), che offre una descrizione molto dettagliata del territorio dalla quale è possibile mappare le diverse colture e in particolare quella dell’olivo. Anch’egli attraversa la Piana da nord a sud e così la descrive: “Ci sono i villaggi Meliclochia e Dinami (…) Si produce un vino e un olio ottimo (…) Più lontano c’è il piccolo Castello di Caridà. Qui si prodoce un vino generoso e un olio lodatissimo (Hic generosum vinum nascitur, fit, & oleum, laudatissimum)”. Per ritrovare l’olivo bisogna salire nuovamente in collina, alle falde dell’Aspromonte, fino a Oppido, sede episcopale. Qui, infatti, “si producono oli, vini, e stoffe di cotone ottime”. Dalle notizie riportate dal Barrio emergono elementi a supporto della via locrese d’introduzione dell’olivicoltura nella Piana di Gioia Tauro. Si distinguono, infatti, due centri di diffusione olivicola, posti agli antipodi della Piana. Il primo che si localizza a sud-est, nel territorio degli odierni comuni di Varapodio, Oppido, Santa Cristina, Cosoleto, Delianuova, Sinopoli, San Procopio, Melicuccà, Seminara, Palmi, l’altro, a nord-est, nel territorio dei comuni di Feroleto della Chiesa, Maropati, Galatro e Melicucco. I due centri, pur geograficamente separati da selve, pianure coltivate a grano, ortaggi, vigne e da numerosi altri fruttiferi, hanno in comune molti aspetti, in particolare la morfologia dei luoghi, che si presenta speculare, l’altimetria, il tipo di suolo e ancora le popolazioni di lingua greca. Soprattutto si trovano lungo le due antiche vie verosimilmente percorse dai coloni greci dall’uno all’altro versante della Calabria meridionale. Ciò fa supporre che gli antichi Greci avessero impiantato, in questi determinati luoghi che presentavano, e ancora oggi presentano, le migliori condizioni pedoclimatiche, i primi olivi necessari ai modesti fabbisogni locali. Barrio ci riferisce della presenza, proprio a Sinopoli e in tanti altri comuni adiacenti, di “olive, grosse come le mandorle e carnose, preparate in botti, sono ottime a mangiarsi”. Dunque, appare verosimile affermare che solo dopo il Seicento le antiche varietà introdotte in età greca siano state del tutto soppiantate da varietà a frutto piccolo quali sono le odierne Sinopolese e Ottobratica. Le diverse varietà di olive saranno successivamente citate dal Pasquale (1863), che nella sua relazione scrive: “Oltre ciò, provato in molti punti dello stesso circondario ad allevare gli olivi domestici dello Ionio, non vi danno che scarsissimo prodotto in frutto; onde si levano via quei pochi che si trovano ab antico”. Successiva al Barrio è l’opera di Girolamo Marafioti da Polistena (1601), che attraversa la Piana da sud a nord e inizia dalla descrizione di Seminara e Parma, l’odierna Palmi, confermando, sostanzialmente, la descrizione di Barrio che vede una Piana assolutamente libera da olivi, confinati in due areali ben distinti e geograficamente separati, caratterizzati dal fatto di essere posti nelle zone salubri della collina pedemontana. A novant’anni di distanza dalla stampa dell’opera del Marafioti è l’Abate Giovanni Fiore (1691) a descrivere i luoghi della Calabria. Gran parte delle descrizioni del territorio sono simili a quelle forniteci dal Barrio non essendovi novità di rilievo rispetto alle varie colture, in particolare per l’olivo, ancora localizzato quasi del tutto in collina. Un dato importante riguarda la produzione olivicola a Seminara nel 1624, “pari a misure napolitane 130.000 di rotola quindici l’uno”, che equivalgono a circa 1200 tonnellate. Se fino al XVI secolo gran parte del prodotto era consumato come “companaggio di tanti et tanti poveri che sono in Napoli et per lo regno”, questa situazione comincia a cambiare nel corso del XVIII secolo. È in questo periodo che avvengono fatti destinati a cambiare il paesaggio agrario della Piana. La lenta ma inesorabile scomparsa del gelso e dell’industria serica, l’aumento del consumo d’olio sia nell’illuminazione pubblica sia nell’industria tessile e nell’alimentazione dei ceti urbani in tutta l’Italia, la riduzione della vessatoria politica fiscale, e quindi del dazio sull’olio, imposto dagli spagnoli prima e dai Borboni poi, le innovazioni tecnologiche nella fase estrattiva ed eventi naturali come il grande cataclisma del 1783, tutto questo contribuisce a un’espansione così straordinaria che all’inizio del XIX secolo vedrà la Piana di Gioia Tauro talmente trasformata da essere irriconoscibile. Di questo secolo abbiamo le testimonianze del Giornale di Viaggio di Galanti (1792), d’Arnolfini (1768) e soprattutto di Grimaldi (1777). È in questo secolo che l’olivo scende effettivamente nella Piana e che gli investimenti si fanno regolari e costanti, con pratiche agronomiche che, nella fase di propagazione e impianto, sono finalmente ispirate a criteri di razionalità. Non meno disastroso era fino a quel periodo il metodo di estrazione dell’olio. Anche in questo settore il Grimaldi, forte delle proprie esperienze in Provenza e Liguria, descrive in maniera analitica il processo estrattivo adottato in Calabria, che aspramente critica, e indica le necessarie innovazioni che devono essere introdotte al fine di ottenere una migliore resa e soprattutto una migliore qualità dell’olio. La coltura dell’olivo aveva cominciato, dopo la metà del Settecento, a espandersi per merito, soprattutto, delle innovazioni introdotte con i frantoi alla genovese; l’olivo poi continua a diffondersi, anche se lentamente, oltre i confini dei territori collinari, dove era stato relegato per secoli. Il dato viene confermato da Giuseppe Maria Galanti nel suo viaggio effettuato in Calabria nel 1792, che attraverso la descrizione dei luoghi ci presenta la Piana di Gioia Tauro ancora molto simile a quella descritta dal Barrio e dal Marafioti, ma ci segnala già a Drosi la presenza di alberi di olivo, così, infatti, scrive: “Vicino Drosi si veggono pochi ulivi, ma nel resto della Piana che attraversammo è tutto macchioso e inculto. Generalmente le coltivazioni d’ulivi estese sono sulle pendici delle colline e vicino ai luoghi coltivati. La maggior parte della Piana è deserta”. Galanti (1792), a proposito di Seminara, ci conferma che le innovazioni del frantoio alla genovese proposto dal Grimaldi erano state seguite, ma non i suggerimenti agronomici, perché così egli scrive: “gli olivi non si putano, ma si diradano solamente. Qualcheduno ha cominciato a putarli. L’olio è buono. (…) I trappeti alla genovese vi sono comuni. L’olio si conserva dentro vasi di creta”. Evidentemente l’olivo comincia a essere coltivato a ridosso dei centri abitati anche della pianura, mentre ancora resistono le zone paludose e i boschi di Gioia Tauro, su verso il Petrace, e di Rosarno. Un’altra testimonianza dell’inizio dell’espansione della coltura ci è fornita dall’Arnolfini (1768) che, percorrendo i feudi della Principessa di Gerace, descrive il fenomeno nel suo pieno svolgimento: “Le piantagioni che ora si fanno nel territorio di Terranova sono regolari e belle. Si pongono gli olivi in distanza di 60 o 70 palmi, onde per ogni tomolata di terreno si contengono nove o dieci piante”. Arnolfini indicava ancora nelle basse pianure di Gioia la presenza considerevole, lungo il corso del fiume Budello, di boschi e macchie, così sui rilievi collinari di Terranova. Il Bevilacqua (1988) riferisce che nel 1687-89 furono esportate in media annuale 3232 salme di olive dalla Calabria. Un secolo più tardi la media corrispondente degli anni 1785-94 era stata di 27.424 salme, la produzione era aumentata di ben nove volte. Nei paesi oleari della Piana, ci riferisce Grimaldi, la coltura dell’olivo “si era sempre più venuta estendendo a danno dei boschi e delle macchie che la popolazione vedeva scarseggiare sempre più diffusamente la legna per il fuoco domestico”. In quegli anni il consumo dell’olio d’oliva cresce enormemente, così come la popolazione e il lusso crescono in Europa. L’aumento della domanda e gli investimenti olivicoli furono per alcuni anni frenati dalle guerre napoleoniche, ma subito dopo il mercato europeo diede maggiore slancio all’olivicoltura, favorita dalla riduzione dei dazi sulla produzione dell’olio. Nella Piana di Gioia Tauro, la specializzazione dell’olivicoltura si era ormai affermata. Il processo riprese con ancora maggiore vigore e andò a occupare i boschi, i terreni sabbiosi e quelli umiferi, dove, come a Rosarno e nella bassa Piana, l’olivo rimpiazza, ci fa sapere il Moschitti: “Gli antichi boschi e le belle terre da semina. Ci ha ora sterminati oliveti dove non erano che foreste vergini”, e ancora Bevilacqua: “Le terre di pianura, anche laddove si erano insediate fiorenti masserie cerealicolo-pastorali, vennero progressivamente e sistematicamente invase dagli alberi: ulivi in primo luogo. Per rispondere alla crescente domanda del mercato internazionale le terre di piano venivano consacrate alle piantagioni specializzate”. Nell’Ottocento Norman Douglas riferiva della produzione di 200.000 quintali d’olio d’oliva nella Piana. Nel 1812, dalla statistica murattiana si può notare che, se pur cominciavano a essere utilizzati numerosi accorgimenti agronomici nelle colture, si soleva ancora raccogliere le olive molto tempo dopo la caduta spontanea e ancora si facevano fermentare in cumuli, tanto che l’olio estratto emanava un cattivo odore di rancido che lo rendeva praticamente immangiabile. Tra il 1822 e il 1825 fu fatto erigere a Cannavà, per volere della principessa Serra di Gerace, un gran frantoio polifunzionale, destinato a trappeto, deposito, abitazione per gli operai e casino padronale. La ricercatezza dei particolari utili alla migliore funzionalità degli spazi, alla comodità dei locali di lavoro, alla riduzione delle superfici degli edifici da adibire ad abitazione signorile, l’essenzialità dei locali lavorativi rappresentano una grande innovazione che differenzia in meglio Cannavà sia dai Siti Reali sia dalle Ville Vesuviane. Ci avviamo così all’epoca del Risorgimento italiano e dell’impresa dei Mille con una crescente espansione del territorio della Piana di Gioia Tauro investito dall’olivo e con la continua costruzione di frantoi. Fino a quest’epoca non è ancora possibile stabilire con precisione il totale degli ettari coltivati a questa coltura, supponiamo che sia presente, più o meno intensamente nella quasi totalità dei comuni che da qui a poco saranno annessi al Regno dei Savoia. Proprio a ridosso dell’unificazione del Regno, De Pasquale (1863) indica in 18.500 gli ettari coltivati a olivo nella Piana. Solo alla fine del XIX secolo l’espansione sembra frenarsi e su questo abbiamo la testimonianza di Bracci, Direttore del Real Oleificio Sperimentale di Palmi, che nel 1893 riporta 150.000 quintali di olio prodotto nella Piana su 24.375 ettari coltivati, e in generale sottolinea le condizioni di precarietà colturale delle piantagioni: “Questa imponente vallata è ricoperta (…) da estesissimi oliveti (…) ci sentiamo invadere da un senso di malinconia nel vedere l’abbandono in cui è lasciato l’albero prezioso di Minerva. Se poi si fa capolino nei locali destinati alla manipolazione delle olive, lo spettacolo è in generale davvero desolante”. Figlia, quindi, di “una delle più straordinarie e intense trasformazioni del paesaggio agrario che nel corso d’alcuni decenni a cavallo del XVII e XIX secolo interessò il mezzogiorno d’Italia”, l’olivicoltura della Piana di Gioia Tauro è certamente uno degli esempi più straordinari e complessi di monocoltura arborea di grande estensione che abbiamo in Italia. Gli oliveti della Piana, per il particolare vigore delle cultivar, Ottobratica e Sinopolese, pongono il dilemma del rinnovamento o del mantenimento, perché, seppur spettacolari dal punto di vista paesaggistico, non si prestano alla produzione di un olio di qualità con costi contenuti. Scrive Fardella nel 1995 che tra il “piglio quasi punitivo nei confronti della ragione economica” e la “speculazione più oltraggiosa”, rimane un vuoto di idee che la ricerca non riesce a colmare. Il dato economico indica con chiarezza la dipendenza dal contributo comunitario e un’economia assistenziale legata al collocamento di interi nuclei familiari durante il lunghissimo periodo della raccolta, con i conseguenti oneri pubblici legati all’indennità di disoccupazione. Praticamente inesistente sul mercato dell’olio extravergine, la produzione della Piana è in larghissima misura destinata al mercato di olio lampante e, tra l’altro, spesso di qualità tale da lasciare forti perplessità sul raggiungimento anche dei valori minimi richiesti dalla Ue. In termini di investimenti, si .passa dai 27.422 ha censiti nel 1925 ai 31.611 ha del 1970 e, più recentemente, ai 29.325 ha che riporta Nesci e ai 23.600 ha indicati da Fardella. Certamente qualcosa deve essere conservato di questo straordinario paesaggio rurale e ciò andrebbe fatto seguendo le linee storiche che si leggono sul territorio. L’olivicoltura in collina, per esempio, può e deve essere in qualche modo preservata e così pure i diversi manufatti che del sistema olivicolo hanno, per secoli, costituito parte integrante. Ma non si può e non si deve pensare di consegnare all’immobilismo tutti i 24.000 ettari di oliveti, perché il costo economico e sociale diverrebbe insostenibile.

Areale tra il Golfo di Sant’Eufemia e il Golfo di Squillace

A seguito della forte fase di espansione a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, le piante di olivo iniziarono a diffondersi nei territori di quasi tutti i comuni dell’area attualmente occupata dalle province di Catanzaro, di Vibo Valentia e di Crotone, raggiungendo un’estensione di 312.368 moggi, pari a 21.861 ha, delineando quello che nei secoli successivi sarebbe diventato il paesaggio rurale di queste aree. Nell’attuale provincia di Catanzaro, a oggi, sono state censite 6.800.000 piante di olivo, distribuite su 42.795 ha, corrispondenti a 25.551 aziende, in una fascia di territorio, definita dal Botta strangolamento d’Italia, compresa tra i due versanti della regione: quello ionico e quello tirrenico. Nel versante ionico le piante di olivo sono distribuite a partire dal litorale che delinea il Golfo di Squillace, spingendosi verso le ridenti valli del Corace, dell’Alli e del Simeri, per inerpicarsi verso le pendici delle Serre calabresi e della Sila Piccola; ma la maggiore concentrazione dell’Olea europaea si riscontra in agro di Belcastro, di Squillace, di Borgia, di Sellia, di Zagarise e di Badolato, dove si ritrovano esemplari secolari di particolare bellezza paesaggistica. Nel versante tirrenico, invece, l’olivicoltura è incastonata in un paesaggio che è disegnato dalla lussureggiante piana di Lamezia, che lasciandosi attraversare dal fiume Amato (Lamato) (Valle dell’Amato) e affacciandosi sul litorale, si incurva per abbracciare il Golfo di Sant’Eufemia e risale verso le pendici del Monte Contessa, del Reventino e verso la “stretta gola di Marcellinara”, impreziosendosi di una suggestiva copertura vegetale nella quale domina, sino a 600 m s.l.m., la colorazione verde-argenteo degli innumerevoli esemplari di piante di olivo, a volte plurisecolari, ricchi di storia e di tradizioni, che definiscono questa area come una delle realtà olivicole più importanti della provincia e della regione, nella quale sono stati individuati i territori che concorrono alla produzione di uno dei tre DOP della Calabria, il DOP Lametia. Gli oliveti, che costituiscono lo sfondo della vita quotidiana della pianura e della collina di questa vasta area, sono prevalentemente rappresentati dalla cultivar Carolea, che, distribuita su circa 12.000 ettari, da sempre ha avuto e ha un ruolo fondamentale nella vita economica e culturale di queste comunità, delineando un paesaggio olivicolo che è definito da un’eccessiva polverizzazione aziendale (1,67 ha) e dalla contemporanea presenza di un’olivicoltura tradizionale (prevalente), di un’olivicoltura intensiva e di un’olivicoltura marginale. L’olivicoltura tradizionale attualmente presente, sia in pianura sia in collina, è quella che ha caratterizzato il paesaggio olivicolo nel corso della seconda metà del secolo scorso, sia in monocoltura sia in consociazione con agrumeti. A definire le caratteristiche paesaggistiche concorrono, oltre che la particolare colorazione del fogliame, il portamento assurgente, la vigoria e l’architettura della pianta, a vaso o globo, nonché la disposizione spaziale, più o meno regolare, con distanze d’impianto di 8×8 m, 10×10 m, sino ad arrivare al 12×12 m e, quindi, con una densità variabile da 0,69 a 160 piante/ha. La particolare conformazione della pianta della cultivar Carolea e degli impianti esistenti, con una prevalente disposizione delle piante in sesti regolari, o quasi, ha permesso all’olivicoltura tradizionale di convivere con le innovazioni tecnologiche, ben adattandosi alla raccolta meccanica e alla meccanizzazione in genere. Si è registrato, inoltre, in quest’area, un certo dinamismo nel recepire le innovazioni impiantistiche, che hanno posto le basi per la realizzazione di un’olivicoltura intensiva che si è andata ad affiancare a quella tradizionale. Quello che è senza dubbio preoccupante, e che in breve tempo potrebbe determinare una profonda variazione del paesaggio olivicolo, è l’olivicoltura delle aree marginali, che contribuisce in maniera considerevole al paesaggio di questa area e che è localizzata in quelle aree collinari impervie e nelle quali, spesso, si individuano gli esemplari più antichi, disposti sul terreno a macchia di leopardo. Si tratta di un’olivicoltura sostenuta dalla conduzione familiare o, spesso, con manodopera part time e che, inevitabilmente, sta evolvendo verso un’olivicoltura in stato di abbandono, le cui cause sono analoghe a quelle che caratterizzano altre realtà olivicole italiane: spopolamento delle aree agricole, scarsa remunerazione, attrazione verso attività lavorative e/o sociali più gratificanti. Ad alterare l’aspetto paesaggistico, in questi ultimi anni, ha contribuito l’attuazione di progetti di urbanizzazione, che prevedono aree di espansione dei centri urbani in spazi attualmente destinati all’attività rurale e, quindi, si osserva una continua evoluzione dell’edilizia urbana che, più o meno velocemente, sta fagocitando importanti tessere del paesaggio olivicolo.

Provincia di Cosenza

Da oltre vent’anni, sulla collina in località Broglio di Trebisacce, si effettuano scavi archeologici che hanno riportato alla luce le vestigia del villaggio protostorico di Enotri, la cui origine è datata a 3500 anni fa. La prima occupazione del sito risale, infatti, alla media Età del Bronzo, durante i periodi cosiddetti Protoappenninico e Appenninico (1700-1350 a.C.). Nel corso degli scavi, in un ambiente adibito a magazzino, furono recuperati cinque dolii cordonati torniti di produzione locale, cioè cinque grandi recipienti per la conservazione di derrate alimentari, del tutto simili ai giganteschi pithoi trovati nei magazzini dei palazzi minoici e micenei. Al momento del ritrovamento, i dolii si presentavano rovesciati, in seguito all’abbandono dell’ambiente, e poggiavano non sul pavimento ma su uno strato nerastro e grasso, molto probabilmente formatosi durante il periodo d’uso del magazzino e attribuito a residui dell’olio d’oliva. Anche le superfici interne dei dolii erano ricoperte di uno strato di residui d’olio d’oliva che era stato contenuto nei recipienti. Nel corso dei primi scavi, furono ritrovati anche endocarpi di olivo negli strati di terreno corrispondenti ai dolii, che, sfortunatamente, oggi non sono reperibili. I dolii sono attualmente conservati presso il Museo Archeologico di Sibari (CS) e testimoniano che l’olio d’oliva era prodotto ed era probabilmente oggetto di scambi commerciali in Calabria già a partire dall’Età del Bronzo, quindi, almeno cinque secoli prima della fondazione di Sibari e dello stanziamento duraturo dei colonizzatori greci. Ciò significa che l’olivo, selvatico o non, era, se non coltivato, sicuramente noto e apprezzato per i suoi prodotti, olio e olive, e che non vi è motivo di ritenere che sia stato introdotto dalla Grecia, ma, più probabilmente, dai ritrovamenti di Broglio; si può ritenere che 3500 anni fa esso facesse da tempo parte dell’antica flora della penisola. Nel I secolo d.C. Columella, nel De re rustica, cita la Calabria nel momento in cui annovera, tra le dieci varietà d’olivo allora note, la Calabrica, che egli considera simile all’oleastro, senza peraltro indicarne un’esatta localizzazione sul territorio regionale. Rari esemplari di millenari oleaster sono ancora presenti nella provincia di Cosenza. Uno di questi, assai suggestivo ma innestato in tempi remoti con una cultivar di olivo locale, si può ancora ammirare presso l’azienda Arcaverde in agro di Cerchiara. In seguito, si deve sicuramente ai monaci basiliani, che esercitarono la loro maggiore influenza soprattutto tra l’VIII e il XII secolo, e al monachesimo latino, benedettino, cistercense, certosino, florense, e, infine francescano, soprattutto tra il XII e il XV secolo, la razionale coltivazione dell’olivo e la sua prima diffusione dopo i tempi incerti che seguirono la fine dell’Impero Romano. Secondo antiche tradizioni, i plurisecolari oliveti presenti nel comune di Rossano, costituiti ancora oggi da migliaia di piante della cultivar Dolce di Rossano, sarebbero stati realizzati proprio dai monaci basiliani della Chiesa d’Oriente. Non a caso, nel 1223 il monastero greco del Patirion di Rossano era tenuto a pagare annualmente con alcune “lagene” di olio, secondo la misura di Rossano, quello di San Giovanni in Fiore appartenente all’ordine florense, per lo sfruttamento di pascoli sulla Sila. Nell’XI secolo, l’olivo è segnalato nel Cosentino e sulle coste tirreniche (Scalea) dal Brebion reggino; mentre in epoca sveva se ne hanno testimonianze, fra l’altro, per Bisignano e Luzzi nella valle del Crati. Tuttavia, a differenza della provincia di Bari, dove gli oliveti caratterizzavano profondamente già a quell’epoca il paesaggio rurale, e fatta eccezione per il territorio di Rossano, fino al XVI secolo non si hanno evidenze della presenza di terreni a specializzazione olivicola nel Cosentino: l’olivo, sia pur presente, era spesso consociato ad altre colture come il gelso e la vite. La diffusione dell’olivicoltura in Calabria, come in tutto il Sud, durante il Medioevo, a differenza di quanto accadde per la viticoltura, fu lenta e incerta. Nel XVI secolo la coltura dell’olivo in Calabria seguiva, per importanza, quella dei cereali, del gelso e della vite, pur costituendo un’importante voce delle esportazioni. Lo testimoniano, per esempio, le entrate dei feudi cosentini dei Principi di Bisignano tra il 1578 e il 1580. Il XVI secolo, tuttavia, è caratterizzato da un mirabile risveglio dell’economia agricola calabrese, che segna l’inizio della maggiore diffusione della coltura dell’olivo nella provincia e nella regione a causa dell’esenzione da tasse di cui godrà la coltivazione fino ai primi decenni del Seicento, e al costo assai contenuto delle olive da mensa che ne hanno assicurato un diffuso consumo, soprattutto tra i ceti meno abbienti. Oggi, dopo alcuni secoli di lenta ma progressiva espansione della coltura e, soprattutto, dopo alcuni decenni di aiuti alla produzione da parte dell’Ue, l’olivicoltura risulta diffusa su buona parte del territorio della provincia, escluse le superfici occupate dalla catena appenninica e dall’altopiano della Sila ad altitudini in media superiori ai 600 m. In particolare, le maggiori concentrazioni si registrano nella Piana di Sibari, sulle colline ioniche presilane, nella fascia prepollinica e nella media valle del fiume Crati. Questi stessi areali rappresentano le menzioni geografiche dell’olio DOP Bruzio, il più importante della regione in quanto a superfici e volumi certificati. Ciascuno di questi areali è interessato da una o più cultivar prevalenti che ne caratterizzano il paesaggio. L’area olivetata della provincia interessa complessivamente una superficie di circa 52.000 ha, ospita circa 10.000.000 di piante con una media di circa 180 piante per ha. La SAU olivicola è di circa 48.000 ha. Essa rappresenta il 29% della SAU provinciale totale. Le aziende olivicole sono circa 47.000 e rappresentano il 34% delle aziende agricole della provincia. Grazie a questi dati la provincia di Cosenza, nel panorama regionale è al primo posto in quanto a numero di aziende e SAU olivicole. Anche la provincia di Cosenza è caratterizzata dal problema della polverizzazione aziendale associata al fenomeno della forte frammentazione delle superfici aziendali in appezzamenti non contigui, talvolta anche lontani tra loro. Il patrimonio olivicolo espresso in numero di piante evidenzia che su un totale di 33 milioni di piante presenti nella regione, ben 10 milioni (30% circa) si trovano nel Cosentino. I volumi produttivi medi di olio ottenuto in provincia di Cosenza, per le campagne 2001-2004, sono pari a 371.000 quintali, nettamente inferiori a quelli della provincia di Reggio Calabria ma, in compenso, la percentuale di olio extravergine è ritenuta più elevata. Anche il cospicuo incremento dei volumi di olio extravergine certificato DOP, registrato nelle ultime campagne, testimonia una vivacità e una costante attenzione degli imprenditori verso la qualità e la certificazione. Infine, il recente commercio di olivi secolari, espiantati soprattutto dal Parco dell’olivo secolare di Rossano, e l’incuria dell’uomo e delle amministrazioni locali che recentemente ed eloquentemente hanno interessato esemplari di rara bellezza e di dimensioni monumentali come l’utatarannu di Rossano Scalo esigono una riflessione e l’adozione di norme di tutela del germoplasma olivicolo regionale e nazionale, considerata l’importanza socio-economica, culturale, paesaggistica, ecologica, ambientalistica e di difesa del suolo degli oliveti. Pertanto, sarebbe auspicabile l’adozione di norme analoghe a quelle adottate in altre regioni italiane.


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