Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: paesaggio

Capitolo: olio in Abruzzo e Molise

Autori: Michele Pisante, Solange Ramazzotti, Alessandro Sonsini, Nazario d'Errico

>Storia

Le prime testimonianze di olivicoltura e di “industria” olearia nell’area dell’odierno Abruzzo risalgono al periodo della dominazione romana (V sec. a.C.) durante la quale la diffusione dell’olivo venne favorita per le propizie condizioni pedoclimatiche. Virgilio documenta la presenza dell’olivo nella Marsica “dove vegetava rigoglioso lungo le sponde del lago Fucino”; mentre Ovidio scrive che l’albero sacro a Pallade fioriva in agro di Sulmona, “terra ferax Cereris” (Amores, 2°, 16). Se in periodo romano era famoso l’olio liciniano, ottenuto appunto dall’olivo liciniano (Plinio, Naturalis historia, III, XV, 8) che prosperava lungo la fascia appenninica fino a Venafro, di tale pianta si perde successivamente ogni traccia. Diffusamente presente nei territori delle quattro province, con particolare concentrazione nell’area Vestina e Frentana, rappresentò un importante comparto produttivo nell’economia agricola della regione tanto che in età imperiale ingenti erano gli scambi commerciali di olio tra l’Urbe e i Municipi romani della regione, tra i quali Anxanum, Historium, Interamnia e Cluviae. Con la caduta dell’Impero Romano e l’inizio delle invasioni barbariche si ebbe in Abruzzo, come nel resto della Penisola, una crisi dell’olivicoltura e del mercato oleario protrattasi fino agli anni più bui del Medioevo che si caratterizzò per la tendenza all’autoconsumo, ovvero per una produzione limitata alle esigenze familiari. La ripresa andò delineandosi intorno al XII secolo e prese respiro, con molta probabilità, dall’interno delle abbazie e dei monasteri. In questo senso, San Clemente a Casauria, San Giovanni in Venere, Santa Maria d’Arabona costituirono isole felici dove benedettini e cistercensi continuarono a dedicarsi con grande operosità alla coltivazione dell’olivo selezionando anche alcune varietà locali ancora oggi peculiari come la Toccolana, tipica del territorio di Tocco da Casauria. A poco a poco rifiorì anche il commercio dell’olio e un cospicuo volume di traffici si registrò tra i porti dell’Abruzzo e Venezia, la Dalmazia e altri centri della costa Adriatica. Va ricordato, partendo necessariamente dal XII secolo, quanto scrive il grande geografo e viaggiatore arabo Idrisi che, lasciata la corte normanna a Palermo, compie un viaggio nell’attuale territorio dell’Italia centrale e scrive testualmente che “tutta la fascia costiera e collinare da Vieste fino ad Ancona è una landa deserta e acquitrinosa piena di malaria, che tiene lontani gli abitanti i quali sono rifugiati nei rilievi dell’interno”. Nel 1273 Carlo I d’Angiò divide l’Abruzzo in Citra et Ultra flumen Piscariae. Da allora in poi i riferimenti in agricoltura e olivicoltura terranno presenti le due realtà geografiche: Abruzzo Citeriore e Abruzzo Ulteriore. Quest’ultimo alla fine del Seicento viene a sua volta suddiviso in Abruzzo Ulteriore I (attuale provincia di Teramo, fino alla riva sinistra del Pescara) e Abruzzo Ulteriore II (corrispondente alla provincia dell’Aquila, con Sulmona e la Marsica, la quale tuttavia resterà coperta delle acque del lago Fucino fino al 1884). Malgrado la rilevante altitudine delle colline adiacenti al lago di Fucino, l’olivo vi prosperava fino all’altitudine di circa 750 metri, come ci assicura il Febonio, perché le acque del lago mitigavano il rigore del clima. Una volta prosciugato il lago, l’olivo scompare insieme ad altre piante come la vite e gli alberi da frutto. La dominazione spagnola segnò nel Seicento un nuovo periodo di decadenza per l’olivicoltura e l’agricoltura abruzzese in genere, le cui sorti si risollevarono a partire dal Settecento e ancor più nell’Ottocento, a seguito di alcune trasformazioni socioeconomiche. Le fonti archivistiche forniscono per quanto concerne l’olivicoltura notizie di un certo interesse solo a partire dalla prima metà del Settecento. Dalle fonti archivistiche si viene a conoscenza che in questo periodo l’olio era conservato in pile di pietra di 1×1 m di larghezza e 2 oppure 3, 4, 5 o 6 m di altezza. Così in data 15 ottobre 1751, da Atto di Notar Donato De Camillis (Archivio di Stato di Lanciano) si ha la notizia di “due file di pietra da conservar oglio, di 3 m l’una”. Da Atto di Notar Eliseo Porreca di Casoli (Chieti), rogato in terra Casularum in data 17 marzo 1776, si apprende che “Natale Onofrillo e Silvia de Camillis ricevono da Alessandro Travaglini 20 ducati per un metro d’olio all’anno, prezzo censurale solito a praticarsi in questa terra di Casoli e né i convicini luoghi”. Questo spiega il senso dell’espressione aver la pila ancora usata nel mondo rurale per designare la persone facoltose. Nel 1789 Gianfranco Nardi pubblicava a Teramo il noto Saggio sull’agricoltura e sul commercio della provincia di Teramo nel quale l’esponente del salotto illuministico Melchiorre Delfico denunciava la scarsa produzione di olio d’oliva nell’Abruzzo Ulteriore Primo, dovuta – egli dice – all’indolenza dei proprietari dei latifondi costituiti dalla nobiltà e dagli ordini religiosi. Nell’Ottocento il latifondo feudale si trasformò in latifondo borghese e le proprietà della Chiesa furono concesse in affitto. Si assiste così alla nascita di grandi proprietà borghesi e di medie e piccole proprietà contadine attraverso un cambiamento che si completerà verso la fine del secolo quando, con l’insediamento stabile nelle campagne, particolare sviluppo ebbero le coltivazioni arboree e l’olivo in primis. Interessanti sono le osservazioni fatte da Giuseppe del Re, nel suo Saggio Calendario per l’anno bisestile 1820. Lo storico e agronomo napoletano sottolinea che “da pochi anni si è cominciato a potare gli olivi e a concimarli dappertutto. Malgrado gli sforzi di uomini intelligenti, non si è ancora giunto a bandire il barbaro uso di raccogliere il loro frutto a forza di battere i rami con mazze, fuorché nel Primo Abruzzo (Citeriore). Ottimo sarebbe l’olio se l’usanza di porre le olive nei cosiddetti cammini, e ivi stivarle, non gli desse odor di disgustoso e molta grassezza. Ove infrangonsi le olive come si raccolgono, si ha una qualità eccellente e ricercata per le mense. La più delicata è quella di Vasto. Per lo più il suo prodotto è biennale ed è molto soggetto alle vicende dell’atmosfera. Basta che compaia il vento di levante sul mare al tempo della fioritura che il frutto si perde sul litorale”. Diversa è la situazione nell’Abruzzo Citeriore in cui l’olivicoltura registra un notevole incremento dovuto anche all’introduzione di alcune varietà di piante d’olivo testimoniata da rogiti notarili presenti nell’archivio di stato di Lanciano (CH). Nell’Archivio di Stato di Lanciano il notaio Casoli Nicola Belfatto redige un atto di compravendita di un terreno in cui vivono “due piedi d’olive: uno gentile e l’altro crognalegno”. Il tipo gentile sussiste tuttora in tutto l’Abruzzo. Circa l’altra tipologia di olivo, il crognalegno, il Finamore chiarisce che tale albero derivava il nome dal fatto che il suo fusto fosse “duro come il corniolo”. Diversi altri atti notarili dell’epoca riportano le definizioni di gentile e crognalegno alle quali si aggiungono quelle di cerregno e olive grosse. Le guerre mondiali, particolarmente la Seconda, metteranno a dura prova le coltivazioni, i raccolti e la vita nelle campagne, senza però impedire all’olio d’oliva di continuare a svolgere le sue funzioni energetiche e nutrizionali, apportando quelle benefiche sostanze antiossidanti nella dieta alimentare delle popolazioni d’Abruzzo.

Paesaggio

L’olivo in Abruzzo è l’interprete storico e contemporaneo dell’evoluzione del paesaggio agrario a paesaggio rurale, protagonista identitario di minipaesaggi d’eccellenza che vivacizzano il panorama di vaste aree del territorio regionale. Questa connotazione non più e non solo attribuibile al paesaggio allo stato più o meno naturale. In Abruzzo, l’olivo ha rappresentato da sempre un importante valore identitario, tanto che le sue rappresentazioni stilizzate sono presenti negli stemmi araldici delle antiche casate locali. Dalla semplice lettura morfologica dei paesaggi antropizzati dall’attività agricola sono ancora evidenti diversi scenari multiformi di paesaggi capaci di restituire, tanto all’osservatore attento quanto a quello disincantato, una vasta gamma di porzioni di territorio sempreverdi. Tali paesaggi sono strutturati di volta in volta da punti, linee, superfici, masse o loro sovrapposizioni, opera e ingegno di speciali artisti che hanno operato con empirismo ma con geniale intuito in pieno campo, meglio conosciuti genericamente dalla società civile con il nome di agricoltori. La cultura dei popoli del Mediterraneo è indissolubilmente legata alla pianta dell’olivo e al prezioso nettare che dai suoi frutti si ottiene, l’olio. Un’interpretazione autentica di questa cultura è originalmente evocata dal paesaggio rurale della regione Abruzzo, per la sua particolare vocazione olivicola e olearia che affonda le sue radici nel passato e nell’incontaminato e aspro territorio rurale: dalle falde del Gran Sasso alla costiera adriatica, dalle colline teatine alle gole della Maiella. I differenti paesaggi ambientali sono ordinati dalla bastionata della cordigliera composta dai massicci della Laga, del Gran Sasso e della Maiella, che segnala con estrema nettezza la separazione tra i due grandi ambiti paesistici di cui la regione si compone: l’Abruzzo montano e l’Abruzzo marittimo, vale a dire le morbide groppe collinari che si estendono per 25-30 chilometri dalla linea del mare Adriatico. Ambiti paesistici che trovano un ulteriore riscontro su diversi fronti: da un lato l’argilla (versanti a ridosso della costa adriatica), dall’altro il calcare (versanti collinari a ridosso delle aree pedemontane); da un lato le piante sparse, disseminate a grumi sui dossi oppure isolate sui fondi, dall’altro uno stile insediativo rigorosamente compatto e accentrato; da un lato la coltura promiscua intensiva specializzata, fondata fino agli anni ’60 sulla mezzadria, con campi chiusi, tozzi quadrangoli circondati da siepi o comunque definiti da tracce invalicabili per il vicino, dall’altro la cerealicoltura estensiva imperniata fino all’ultimo dopoguerra sui diritti collettivi e sulle obbligazioni colturali, ossia sul rispetto di pratiche comuni, di sfruttamento comunitario del suolo, con campi aperti, strisce di terra molto più lunghe che larghe, prive di qualsiasi recinzione e disposte in maniera tale da preservare le pratiche e l’interesse della collettività. Diversità dunque delle figurazioni paesistiche dove appaiono accostati tutti i tipici lineamenti mediterranei, concentrati come in un catalogo. Nella “terra degli olivi” l’olivicoltura si è evoluta nei secoli per soddisfare gli usi e le necessità di numerose generazioni di coltivatori e successivamente di imprenditori, che per vocazione hanno sempre dedicato attenzione e cura alla pianta e al frantoio per incrementare la qualità dell’olio, modificando e orientando il progresso tecnologico senza incidere, però, sulle forme di paesaggio che la coltivazione ha diffusamente consolidato. L’Abruzzo rappresenta indiscutibilmente una delle aree olivicole italiane di pregio, con una superficie di 45.000 ettari e una produzione di circa 140.000 tonnellate di olive; annualmente si ricavano, nei 600 frantoi presenti sul territorio regionale, circa 24.000 tonnellate di olio extravergine di qualità. A conferma di questo riconoscimento la regione Abruzzo vanta la produzione del primo olio italiano ad avere ottenuto il riconoscimento DOP nel 1996 con l’Aprutino-Pescarese, a cui hanno fatto seguito le denominazioni Colline Teatine e Pretuziano delle Colline Teramane. Per l’economia agricola della regione Abruzzo, l’olivicoltura rappresenta uno dei comparti produttivi più importati nonché una specializzazione del territorio, risultando molto ampia l’area di distribuzione della coltura che si estende dal mare alla montagna, dalle colline litoranee a quelle pedemontane della Maiella e del Gran Sasso. È evidente come in uno scenario così complesso siano riscontrabili differenti realtà olivicole, frutto della dimensione colturale e sociale delle aziende oltre che dell’influenza dei principali parametri climatici. Nel recente passato la mezzadria, riconosciuta come storica forma di conduzione delle aziende nell’Italia centrale, ha sicuramente condizionato la gestione degli oliveti. L’olivicoltura, infatti, in tale contesto, rappresentava una coltura secondaria perché considerata marginale alle attività principali quali la cerealicoltura e la zootecnia. La conferma di questo prevalente orientamento del sistema colturale è data dall’adozione di sesti di impianto senza schemi precisi, tipici di colture arboree perimetrali o consociate a colture di pieno campo erbacee e arboree. Nelle aree rurali dove la mezzadria è stata diffusamente presente, come le aree collinari del Teramano e in parte quelle del Pescarese, ancora oggi è evidente questa tipica impostazione colturale. In altre zone, come quelle costiere della provincia di Chieti, invece, i filari di olivo delimitano i vigneti allevati a pergola, disegnando forme geometricamente regolari particolarmente caratteristiche sui versanti scoscesi esposti a mezzogiorno. Tuttavia, a queste particolari realtà territoriali si contrappongono significativi esempi di pregnante identità produttiva olivicola che si riscontrano nel comprensorio vestino, in particolare nei comuni di Moscufo e Pianella, caratterizzati dall’elevata specializzazione colturale e dalla diffusa presenza della varietà locale Dritta. Altri importanti comprensori regionali sono legati a interessanti varietà locali come la Toccolana per l’area di Tocco da Casauria e l’Intosso per Lanciano e i comuni vicini, in provincia di Chieti. Una particolare trattazione meritano le olivicolture minori come quelle dell’alta valle del Tirino nei comuni di Capestrano e Ofena, dove l’olivo è presente grazie alla coltivazione degli ecotipi Rustica e Gentile dell’Aquila, per la particolare adattabilità alle rigide condizioni ambientali tipiche dell’area pedemontana.

Cultivar

In Abruzzo, nonostante la limitata superficie coltivata a olivo, si evidenzia la presenza di un numero rilevante di cultivar, risultato di complesse evoluzioni e selezioni naturali e più recentemente dell’introduzione di nuove selezioni più rispondenti all’intensificazione colturale con cui l’olivicoltura abruzzese si è gradualmente sviluppata. Pertanto, se è vero che nel tempo alcuni ecotipi locali sono stati sostituiti da cultivar di nuova selezione, è altrettanto vero che l’evoluzione ha consentito la conservazione del rapporto di biodiversità tra le numerose cultivar attualmente coltivate. In ciascun microambiente si sono diffuse quelle che hanno manifestato la maggiore stabilità produttiva, adattandosi alle particolari e diversificate condizioni pedoclimatiche del territorio regionale, garantendo l’ottenimento di oli di qualità. In questo articolato scenario, tuttavia, vengono a distinguersi macro aree produttive territoriali dove la stessa cultivar è denominata con sinonimi solo per alcune specifiche caratteristiche morfologiche. Nell’area vestina è presente la Dritta, anche conosciuta con i sinonimi di Loretana o Lordana e Moscufese proprio a indicare la sua provenienza dai comuni pescaresi di Loreto Aprutino e Moscufo. Le piante, di media vigoria, si presentano con chioma rada a portamento espanso e contenuta produzione legnosa. Cultivar autosterile, si caratterizza per produttività elevata e costante. Suscettibile al cicloconio, è recettiva alla mosca olearia, con buona resistenza alla rogna. Varietà di origine toscana ma ampiamente diffusasi in regione a partire dagli anni ’60 e divenuta ormai una delle varietà più rappresentative del patrimonio olivicolo abruzzese, è Leccino o Leccio. Di medio sviluppo, resistente al freddo e ai più comuni parassiti, in particolare alla rogna, presenta una chioma raccolta, discreta produttività e media resa in olio. Predilige terreni fertili e profondi e al momento della maturazione i suoi frutti si presentano di colore nero corvino. In considerazione del buon rapporto tra polpa e nocciolo, Leccino è una cultivar a duplice attitudine, utilizzata sia nell’industria olearia sia per la produzione di olive “nere” da mensa, in salamoia “alla greca”, infornate e di pâté. Risultato di una selezione secolare fortemente legata al territorio sono: la Police o Toccolana, presente nei comuni di Tocco da Casauria e Castiglione a Casauria, la Castiglionese, impiantata negli oliveti di Castiglione a Casauria, la Castiglionese, impiantata negli oliveti di Castiglione Messer Raimondo, e la Carpinetana, denominata anche Pizzutella, coltivata a Carpineto della Nora, Civitaquana, Civitella Casanova, Vicoli e in misura minore in altri comuni della collina interna della provincia di Pescara. Una particolare varietà derivata da Frantoio prevale invece nel Chietino: è la Gentile, detta appunto Gentile di Chieti o Nostrana, la cui coltivazione è affiancata dal Leccino e, in misura minore, dall’Intosso, denominata anche Grossa o Indorse, e dal Croccalegno, denominata anche Crognalegna o Iannaro o Crognale. Robusta con portamento espanso e particolarmente resistente al freddo, la Gentile è molto produttiva, con frutti color rosa violaceo tendente al rosso, con una media resa in olio di buona qualità. All’olivicoltura specializzata del Pescarese e del Chietino, si affiancano gli oliveti a Leccino, Frantoio (denominata anche Frantoiano, Grognolo, Raraggio, Raggia) e Dritta, presenti nel Teramano oltre che alla tipica cultivar autoctona Tortiglione con piante dalla caratteristica e pronunciata crescita contorta del tronco, così come l’olivicoltura che interessa la fascia collinare subappenninica, la conca di Sulmona e la Valle del Tirino tra le province di Pescara e L’Aquila. Altre cultivar presenti localmente, sia in impianti specializzati sia come piante sparse nei campi coltivati a cereali e orticoltura da pieno campo, sono: Posola o d’Alannese, Posolella o precoce, Carboncella o Carvognola o Garbignola o Carbonella, Carbonchia o Carvogna o Imbrattasacchi.


Coltura & Cultura