Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: storia e arte

Capitolo: olio nella religione

Autori: Michele Seccia

Introduzione

La presenza dell’ulivo sulla terra si perde nella notte dei tempi, certamente è conosciuto da almeno cinque-seimila anni. Tra recenti ricerche e reperti archelogici si sconfina nelle leggende del pensiero mitopoietico sulle origini. Nell’area mediterranea orientale l’ulivo e i suoi frutti sono noti almeno a partire dal IV millennio a.C. Insieme alla Grecia, la Siria-Palestina è stata considerata terra d’origine dell’ulivo. Semi di olive sono stati rinvenuti tra l’altro a Teleilat Ghassul. Nei testi egiziani del periodo proto-dinastico l’olio d’oliva è menzionato come merce importata dalla Siria e dalla Palestina e intorno al 2500 a.C. è noto che anche Cipro importava le stesse merci. A questo periodo, se non a un tempo più remoto, risalgono leggende significative, che hanno una nota comune: collegare l’albero, i suoi frutti e l’olio con la divinità. Talvolta in Mesopotamia l’albero dell’ulivo è messo in relazione con l’albero della vita. In Grecia considerato albero sacro fatto spuntare da Atena in concorrenza con Poseidone. Un’altra leggenda racconta che Adamo, prima della morte, abbia ricevuto da Dio tre semi nati dall’albero del Bene e del Male. Seth, figlio di Adamo, pose i semi tra le labbra del padre e dalla sua tomba nacquero tre preziosi arbusti: il cedro, il cipresso e l’ulivo. Si potrebbe continuare con la ricerca di altri racconti, ma basta questo breve cenno per comprendere la relazione plurimillenaria tra l’ulivo e l’olio con la religione. La ricerca, iniziata con l’obiettivo di offrire una visione globale del tema nella religioni monoteiste, è concentrata piuttosto su Ebraismo e Cristianesimo, per delimitare un tema che sarebbe molto vasto e meriterebbe ben altri approfondimenti. Punto di riferimento fondamentale è l’analisi dei testi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, di alcuni testi della tradizione rabbinica e qualche passo del Corano, perché, come si vedrà, ci introducono nella conoscenza e spiegazione dell’uso dell’olio negli atti di culto, nella vita di fede (sacramenti) e nella religiosità popolare. Come premessa è interessante evidenziare che, facendo riferimento ai termini espliciti (ulivo, uliveto, olive, olio, frantoio), si riscontrano circa 70 citazioni, se poi si amplia la ricerca ai termini lessicali strettamente collegati (olio profumato, crisma, MessiaCristo, unguento, ungere, unzione) sia per l’Antico Testamento (secondo la traduzione in greco detta dei LXX) sia nel greco del Nuovo Testamento, rintracciamo oltre 200 citazioni nei testi biblici e numerose altre nei testi rabbinici, propri del Giudaismo. Dalla semplice lettura dei dati, che analizzeremo più avanti, scopriamo facilmente come, quando, perché questi termini, oltre a indicare il significato naturale, dedotto dall’esperienza, sono usati in un linguaggio metaforico, allusivo e simbolico. In pratica l’ulivo e l’olio dall’indicare l’albero, il suo frutto e il prodotto della natura, il nutrimento, l’uso come combustibile, medicamento, profumo e massaggio, diventano termini analogici e simbolici che rimandano ad altri significati, concernenti ugualmente il contesto religioso. Entriamo così nel vasto campo dell’ermeneutica che aiuta a decifrare il valore simbolico dei termini. Perché “il simbolo fa pensare”, amava dire il filosofo Paul Ricoeur. Cosa è un “simbolo”? È una realtà concreta che assume una grande capacità di evocazione, una ricchezza comunicativa che, attraverso gli stessi termini, induce a scoprire significati, messaggi, valori sempre più profondi perché non si limitano a descrivere la realtà nella sua oggettività, ma aprono nuovi orizzonti di significato. È noto quanto questa sia una dimensione essenziale del mondo biblico. Per attenerci al nostro tema, ci renderemo conto che, pur partendo da una situazione e realtà storica, personale o collettiva, l’uso simbolico dei termini è prevalente perché quando JHWH (Dio – Jahveh) si rivolge all’uomo tramite i profeti usa un linguaggio concreto per trasmettergli un messaggio (di benevolenza-benedizione o punizione-maledizione, di consacrazione, di abbondanza o carestia ecc.). Parimenti l’uomo si rivolge a Dio esprimendo le sue intenzioni non solo con un linguaggio metaforico, ma anche con gesti, offerte, che stanno a significare qualcosa di più profondo del segno-simbolo. Sicché il ricorrere a gesti materiali, o a parole, sia attribuite a Dio dall’autore ispirato, sia pronunziate dall’uomo, rinvia a un significato “altro” che ha la sua origine nel segno o nel termine usato ma si dilata in un’interpretazione molto più ampia. Da queste preliminari osservazioni si comprende la necessità di dover ripercorrere, sia pure in modo sommario, i testi al fine di evidenziare una relazione, non solo estrinseca ma anche intrinseca, esistente tra la persona religiosa e Dio; una relazione che si è sviluppata e approfondita lungo la storia. In questo rapporto l’ulivo e l’olio hanno avuto un ruolo ermeneutico e simbolico che perdura ancora ai nostri giorni.

Ulivo: un re tra gli alberi?

Il primo albero ben individuato e denominato che incontriamo nel racconto della Genesi è l’albero di ulivo. Infatti, oltre un’indicazine generica che sembra privilegiare una concezione utilitaristica del mondo vegetale e anche una funzione estetica e di bontà, nei due racconti della creazione si parla in genere di semi, di alberi da frutta, erba e cespugli, si fa riferimento all’albero della vita e a quello della conoscenza del bene e del male. Solo dopo il diluvio, si accenna esplicitamente al ramoscello d’ulivo, poi inteso come segno di benedizione e di pace, sino a indicare richiesta di protezione, aiuto, ospitalità.

“[Noè] Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra.” (Gen 8,10-11)

Gli alberi non sono certo rari nel territorio abitato dal popolo d’Israele, nonostante il deserto di Giuda: dalle famose querce di Mamre, ai cedri del Libano, ai terebinti dai rami bassi e pieni di foglie, ai platani, al salice di Gerico, sino agli alberi coltivati come l’ulivo, il noce e il mandorlo, il fico e la palma. L’albero d’ulivo doveva aver già acquistato una certo valore, se nel Libro dei Giudici (1200-1050 a.C. circa) troviamo un interessante apologo, proclamato da Lotam, con l’intento di manifestare l’avversione del popolo alla monarchia che Abimelech avrebbe voluto imporre. Una composizione forse non di origine israelitica, ma semplice e popolare, che in qualche modo ci introduce alla lettura simbolica per l’uso metaforico delle parole. All’ulivo, alla vite, al fico, tutti alberi molto preziosi per l’economia della Palestina, sono contrapposti il rovo, brutto e dannoso, e i cedri del Libano, maestosi, belli, ma inutili. Due soli versetti che già indicano il passaggio dal significato letterale a quello simbolico. Il popolo d’Israele attraversa un momento storico delicato, di passaggio alla monarchia.

“Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: Regna su di noi. Rispose loro l’ulivo: Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dei e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi al fico: Vieni tu, regna su di noi. Rispose loro il fico: rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi alla vite: Vieni tu, regna su di noi. Rispose loro la vite: Rinuncerò al mio mosto che allieta dei e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero tutti gli alberi al rovo: Vieni tu, regna su di noi. Rispose il rovo agli alberi: Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano.” (Gdc 9, 8-15)

Continuando una rapida rassegna tenendo presente l’albero, il suo legno e i suoi frutti, non si può non essere colpiti dal costante riferimento o direttamente al Dio dell’Alleanza o alle sue indicazioni etiche o al valore simbolico presente nei Profeti. La coltivazione dell’ulivo e la raccolta delle olive viene prescritta dal Signore con l’indicazione, durante la bacchiatura, di non tornare indietro per lasciare qualcosa al forestiero, all’orfano e alla vedova. Anche Isaia allude alla raccolta delle olive nel contesto di un oracolo contro Damasco e Israele. Come avveniva la raccolta e come si otteneva l’olio? Con delle pertiche si facevano cadere le olive (bacchiatura) e poi le si riduceva in polpa. Quando la polpa era deposta in cesti di vimini, ne colava l’olio di qualità superiore e più leggero, che costituisce quell’olio di olive schiacciate e vergine, di cui parla spesso la Bibbia, da riservare alla lampada del Tempio e ai sacerdoti. Dopo che era estratto l’olio più leggero, si otteneva un olio di qualità inferiore esercitando un’ulteriore pressione sulla polpa e infine riscaldandola. La presenza di ulivi e olio è segno della fertilità del paese in cui Dio sta per introdurre Israele e della benevolenza di JHWH nei confronti del popolo eletto, perciò il popolo non deve dimenticare i benefici ricevuti. L’albero dell’ulivo diventa simbolo del popolo di Israele e il profeta Geremia riferisce il rimprovero di Dio che aveva piantato Israele come un ulivo, ma a causa dell’infedeltà tutti i suoi rami sono bruciati, perché hanno offerto incenso a Baal. Infatti, per il profeta Gioele, se la mancanza del “succo dell’ulivo” è un segno di desolazione del popolo, anche Abacuc e Aggeo usano lo stesso “segno” per rimproverare il popolo infedele che si è allontanato dal Signore. Ma è lo stesso Gioele a mantenere viva la speranza con la promessa di vino e olio. Nella costruzione del maestoso Tempio di Gerusalemme, il re Salomone “nella cella fece due cherubini di legno di ulivo, alti dieci cubiti” come ornamento (1Re 6,23). Il profeta Zaccaria vede “un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne. Due ulivi gli stanno vicino, uno a destra e uno a sinistra”. E ne chiede spiegazione. “Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra. Quindi gli domandai: ‘Che significano quei due ulivi a destra e a sinistra del candelabro? E quelle due ciocche d’ulivo che stillano oro dentro i due canaletti d’oro?’. Mi rispose: ‘Non comprendi dunque il significato di queste cose?’. E io: ‘No, signor mio’. ‘Questi, soggiunse, sono i due consacrati che assistono il dominatore di tutta la terra’” (Zac 4,3-11). Dalla risposta siamo in grado di comprendere diversi significati: cultuale (olio che alimenta il grande candelabro del Tempio), di rivelazione e anche di elezione e consacrazione. L’ulivo diventa segno di fedeltà, di benedizione da parte di Dio, di abbondanza e di benessere. L’uomo fedele è come ulivo verdeggiante (Ps 52,10; Sir 50,10; Ger 11,16) o come un ulivo maestoso in pianura (Sir 24,14), avrà la bellezza dell’ulivo (Os 14,10) e i suoi figli virgulti d’ulivo intorno alla sua mensa (Ps 128,3). La stessa sapienza divina che rivela nella legge la via della giustizia, della felicità, è paragonata all’ulivo: la sapienza loda se stessa (…) sono cresciuta (…) come un ulivo nella pianura (Sir 24,4). Passando al Nuovo Testamento, va ricordato il Monte degli Ulivi, dove Gesù si recava spesso, a volte anche per pernottare mentre, contrariamente a quanto si pensa, per l’ingresso trionfale e messianico di Gesù in Gerusalemme, i vangeli non parlano di rami di ulivo ma di rami di alberi e di palme, segno di festa, di gioia prima della passione (Mt 21,1-11; Gv 12,12-13). E, infine, l’apostolo Paolo presenta un efficace simbolismo per l’albero d’ulivo e i suoi rami come immagine e metafora della continuità e della novità, in cui è personalmente coinvolto, tra il popolo dell’Alleanza e i credenti in Gesù Cristo. Nella Lettera ai Romani, partendo dall’immagine del profeta Geremia che vede Israele come un ulivo, conferma che questo popolo è come una radice fedele a Dio. E spiega come, nonostante alcuni rami siano stati tagliati, Israele resta sempre il popolo di Dio come radice, popolo che Dio ha la potenza di innestare nuovamente. Oleastro, sono i cristiani provenienti dai popoli pagani (Gentili), il nuovo pollone innestato nell’albero dell’ulivo al posto dei rami tagliati (i Giudei che non hanno riconosciuto e accolto la giustizia di Dio in Cristo). Anche se non approfondito quanto meriterebbe, questo testo è importante per comprendere quanto e come anche nel Cristianesimo sia entrato il simbolismo dell’ulivo e con quale profondità l’Apostolo lo spiega. Per quanto concerne il Giudaismo tutti i testi del Pentateuco, dei Profeti, dei Salmi fanno parte del patrimonio spirituale e religioso degli Ebrei che continuano a leggere la Toràh, considerata la parte più sacra della Bibbia, compagna di vita e di fede, fonte cui attingere, per ogni circostanza dell’esistenza, una legge immutabile e veritiera. Sono testi condivisi dal Giudaismo, ripresi e commentati nella letteratura midrashica e si ritrovano, per esempio, ancora nella preghiera quotidiana dello Shemà. In sintesi: l’albero dell’ulivo mentre indica la benedizione del Signore, il benessere e la pace, diventa anche simbolo dell’uomo e/o del popolo che, nella fedeltà, sono pieni di frutti, verdeggianti, magnifici. L’infedeltà all’Alleanza si manifesta chiaramente anche quando il popolo diventa arido come un ulivo senza olive e senza foglie. Un albero che, per la sua storia, per il tipo di coltivazione e il suo valore, assume in sé anche l’importante ruolo di “simbolo della continuità” nella rivelazione ebraico-cristiana.

Olio e Unzione: dalla terra al cielo

Passando dall’albero ai suoi frutti e, in particolare, all’olio, i testi biblici fanno spesso riferimento a questo prodotto di grande utilità pratica, ma non si trascura il particolare che in esso si riflette anche la generosità di Dio, segno dell’amore di JHWH. Se i testi antichi attestano una ricchezza di significati, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo hanno conservato sia il significato concreto sia il valore simbolico-spirituale dell’olio e di altri termini a esso collegati. Con la precisazione che nella religione cristiana (sia orientale sia occidentale latina) si è sviluppato un ulteriore approfondimento, per l’importanza che l’olio benedetto e le unzioni hanno assunto nella vita di fede per la celebrazione dei sacramenti, come vedremo in seguito. Grande è l’utilità dell’olio per la vita e la cultura del popolo d’Israele, come per altri popoli e culture nel cui territorio, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, l’ulivo ha avuto grande sviluppo. Prima di accennare all’uso e ai significati più religiosi, passiamo in rapida rassegna le citazioni bibliche concernenti l’utilizzazione dell’olio nella vita quotidiana. Ci limitiamo ad alcune note essenziali. L’olio: – è prodotto della terra, della natura: Deut 6,11; 8,8; Os 2,24; – è prodotto alimentare, che nutre: Deut 12,17; 1Re 17,7-16 (12); Ez 16,13; – è combustibile: Es 27,20; Lev 24,2; Num 4,16; Mt 25,3; – è bene commerciale: Os 12,1; Ez 27,17; Lc 16,6; Ap 18,13; – è medicamento nelle più svariate infermità: Mc 6,13; Lc 10,34; – ha proprietà terapeutiche e rilassanti, era usato dagli atleti per i massaggi muscolari; – è usato direttamente come unguento o, miscelato ad altre essenze, diventa un cosmetico, costituisce parte integrante nel campo dei profumi; – ha un uso sacrale (unzioni di consacrazione) e questo amplierà il suo valore simbolico. Nel rapporto tra Dio e Israele, l’olio, il frumento e il vino sono considerati alimenti essenziali con cui JHWH sazia il suo popolo fedele nella terra ricca di ulivi dove Dio lo ha introdotto gratuitamente. Come l’albero rigoglioso e pieno di foglie e di frutti, così l’olio, con altri prodotti della terra, è indice di benessere, di ricchezza e segno di speciale benedizione divina e diventerà simbolo della felicità futura. Ma nonostante la magnanimità di JHWH, “che fece succhiare [al suo popolo] miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia” (Dt 32,13-15), c’è sempre il rischio che il bene non venga riconosciuto e l’uomo volti le spalle al Signore. Eppure molto incisive sono le espressioni che collegano la prosperità all’olio. Mosè benedice la tribù di Aser (che abita le fertili regioni di Haifa e del Carmelo) dicendo: “tuffi il suo piede nell’olio” (Dt 33,24), mentre Giobbe ricorda il tempo del suo benessere: “Mi lavavo i piedi nel latte e la roccia mi versava ruscelli di olio!” (29,6). Davanti a tanta insistenza è chiaro che la mancanza di olio è letta come un castigo per l’infedeltà. Perché non bisogna servirsi dell’olio per rendere culto ai Baal, come se da essi venisse la fecondità della terra, né per procurarsi l’alleanza degli imperi pagani, come se la salvezza del popolo di Dio non dipendesse solo dalla fedeltà all’alleanza. Tuttavia per essere fedeli all’Alleanza non basta riservare ai sacerdoti l’olio migliore, né mescolare l’olio alle oblazioni secondo quanto prescritto nel rituale: “colui che presenterà l’offerta al Signore offrirà in oblazione un decimo di efa di fior di farina intrisa in un quarto di hin di olio” (Num 15,4). Tali osservanze sono gradite a Dio solo se si cammina con lui nella via della giustizia e dell’amore. Ciò che emerge come nota interessante per la nostra ricerca è la constatazione che anche in queste indicazioni, che potremmo definire “naturali e dedotte dalla semplice esperienza”, è sempre presente un riferimento a Dio o una lettura in chiave religiosa. Prima di passare ad approfondire il tema delle unzioni, due brevi riferimenti al rapporto tra olio e illuminazione. In Israele si celebra ancora, nel mese di dicembre (Kislew), la festa della Channukkah (o della Dedicazione), in ricordo della vittoria di Giuda Maccabeo contro Antioco Epifane e la dedicazione del Tempio con il ripristino del culto ebraico. È detta anche “festa delle luci” perché rievoca il miracolo dell’ampolla d’olio che bastò a tenere acceso per otto giorni il candelabro del Tempio. Anche nel Corano, nella sura intitolata La Luce, il Profeta, nel descrivere Dio, luce che illumina ogni uomo e indica la strada, fa riferimento all’olio e alla lampada:

“Dio è luce dei cieli e della terra, e somiglia la sua luce a una nicchia, in cui è una lampada, e la lampada è un cristallo e il cristallo è come una stella lucente, e arde la lampada dell’olio di un albero benedetto, un ulivo né orientale né occidentale, in cui olio per poco non brilla anche se non lo tocchi fuoco. E luce su luce; e Iddio guida alla sua luce chi egli vuole, e Dio narra parabole agli uomini, e Dio è su tutte le cose sapienti.” (Sura 24,35)

Come elemento combustibile e illuminante, l’olio si presta alla rivelazione coranica e ci offre un’ulteriore metafora per conoscere l’Inconoscibile!

Olio (profumato) e unzioni
Per i popoli antichi in genere, l’olio ha la peculiare caratteristica non solo di scivolare sugli oggetti e sul corpo umano per profumarlo o tonificare la muscolatura, ma anche di penetrare in profondità, trasmettendo così agli oggetti come al corpo delle note distintive. Ecco perché le unzioni hanno acquisito, sin dall’antichità, un particolare significato “metaforico” e “simbolico”. La traduzione in greco dell’Antico Testamento (detta dei LXX) ha usato il verbo áλεíφειν (ungere) per tradurre tre termini ebraici sûk (ungere, Rut 3,3), ţûăh (spalmare, Ez 13,10ss) e māšah (versare olio, Gen 31,13). Nel Nuovo Testamento si continua a usare áλεíφειν quando si tratta di unzione materiale, mentre si assume χρíειν per il senso traslato di unzione a opera di Dio. Nella tradizione ebraico-cristiana, in linea di continuità dall’Antico al Nuovo Testamento, alla tradizione giudaica, nei testi biblici come in quelli rabbinici e in qualche passo del Corano, è riscontrabile l’importanza dell’unzione con olio (profumato o meno). Ci soffermiamo su tre aspetti: l’unzione in genere, l’unzione medicinale, l’unzione di consacrazione.

Unzione in genere. Se l’olio già indica gioia, abbondanza, benedizione divina, forza ecc., l’unzione con olio esprime la gioiosa letizia della persona che si ungeva specialmente nelle festività e diventava segno di omaggio per l’ospite. Al contrario doversi privare dell’unzione è segno esteriore del digiuno e anche di lutto. Ma la privazione è considerata anche una sventura, una maledizione divina per l’infedeltà all’Alleanza, una punizione contro i malfattori. Il divieto di ungersi durante il digiuno era in vigore al tempo di Gesù e prescritto nella tradizione rabbinica. Si comprende così il senso dell’indicazione data da Gesù per superare l’osservanza puramente esteriore e farisaica della Legge: “Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,17-18). Nell’Islam il digiuno è una delle pratiche più importanti per la vita spirituale e molte sono le prescrizioni che caratterizzano il mese del Ramadan, ma nulla è detto a proposito delle unzioni. L’unzione, come segno di gioia, va oltre la persona singola ed esprime la gioia di tutto il popolo d’Israele riunito a Gerusalemme per le grandi feste durante le quali l’offerta di fior di farina intrisa in olio e l’unzione fanno parte delle prescrizioni. Il profeta non è solo annunziatore di sventura o rimprovero da parte di Dio, ha il mandato di consolare annunziando “olio di letizia invece dell’abito di lutto” (Is 61,3) al popolo dopo l’esilio. D’altra parte non è forse JHWH a ungere il capo del fedele in segno di abbondanti favori divini, come ricorda il famoso salmo del buon pastore: “davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca.” (Sal 23,5)? Una mensa di grasse vivande fa parte del banchetto messianico preparato dal Signore per l’afflusso dei popoli in Gerusalemme (Is 25,6-11). Secondo le usanze popolari, l’unzione è segno di onore riservato all’ospite, lo si comprende dal dialogo tra Gesù e il fariseo Simone che lo aveva invitato (Lc 7,36-50). Anche Matteo e Marco narrano il gesto di una donna rimasta anonima, compiuto nella casa di Simone il lebbroso, a Betania, solo pochi giorni prima della passione, e spiegata da Gesù in rapporto alla sua sepoltura e anticipazione della risurrezione.

Unzione medicinale. Nell’antico Israele (ma anche nell’Ellenismo) l’olio era comunemente usato come medicina per lenire e curare svariate malattie. Chi non ricorda la parabola del “buon samaritano”, unico dei tre viandanti che, passando accanto al malcapitato, “gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino” (Lc 10,34)? Ma già nel libro del Levitico leggiamo la descrizione analitica della purificazione di un lebbroso guarito, eseguita dal sacerdote fuori dell’accampamento e con una serie di unzioni con olio su diverse parti del corpo del lebbroso (Lev 14,15-32). Anche Isaia fa riferimento a questa pratica per curare le ferite e le piaghe per richiamare il popolo alla fedeltà. “Si può frizionare un infermo di sabato con una miscela di olio e di vino”, si legge in testi rabbinici. L’unzione con olio è attestata anche come rimedio magico-medico-esorcistico. Nel Cristianesimo una traccia di questo è passata nell’unzione prima del battesimo. Quando Gesù manda i discepoli a predicare il Regno di Dio, affida loro il potere di scacciare i demoni e di guarire ogni malattia e infermità e, partiti in missione, essi facevano unzioni con olio sugli infermi e li guarivano miracolosamente (Mt 10,1). A partire da queste premesse si è sviluppata la prassi raccomandata nella Lettera dell’apostolo Giacomo, che precisa come tutto deve avvenire nella fede, con la preghiera della fede e che la salvezza-salute viene dal Signore, escludendo così ogni azione magica dell’olio. In questo testo la Chiesa cattolica ha visto il fondamento del sacramento dell’unzione degli infermi collegandolo con la remissione dei peccati.

Unzione di consacrazione. L’unzione con olio, sin dall’antico testamento, ha anche il significato di “consacrare” oggetti o persone, nel senso che ciò che viene unto assume speciale rilevanza, nel senso che “viene messo a parte” per uso o finalità che riguarda il culto o il rapporto con Dio. Qualche riferimento significativo. Per gli oggetti riservati al culto, il primo esempio è nella Genesi (28,18): Giacobbe versa dell’olio sulla pietra su cui aveva poggiato il capo durante la notte, perché diventi stele. Una pratica che doveva essere già in uso presso i Cananei. Tra gli oggetti consacrati, vi è soprattutto l’altare, per il quale vi sono precise indicazioni nei testi vetero-testamentari. Diverse sono le persone “consacrate”, cioè “messe a parte per un ruolo o compito specifico”: pensiamo al Re, al Profeta, al Sacerdote, ma anche a Cristo (che significa unto) e allo stesso cristiano. L’unzione regale occupa un posto preminente tra i riti di consacrazione, che ci riportano tra il 1030 e il 580 a.C. Tutti i re ricevono l’unzione dai profeti o dai sacerdoti. Samuele, che aveva unto (consacrato) re Saul, è mandato a consacrare re il giovane Davide: la scena è descritta con abbondanza di particolari (1Sam 16,1-13). Così sono unti anche Salomone, Jehu e i re di Giuda nel tempio di Gerusalemme, con un rito che stava a significare l’elezione da parte di JHWH, in quanto suoi servi nel governo del popolo. Se anche Ciro, per quanto re pagano, è detto unto del Signore (Is 45,1ss), vuol significare che il re Babilonese è strumento per far tornare il popolo eletto in Israele. Infine, l’unzione regale assume la sua importanza nell’applicazione al re-messia ed è poi riferita a Gesù Cristo una volta innalzato alla destra del Padre e dopo aver ricevuto da Lui l’unzione con olio di letizia (Sal 45,7). I sacerdoti, e specialmente il Sommo Sacerdote, sono unti per ordine di Dio; Mosè conferisce l’unzione al fratello Aronne. Anche per i profeti si parla di unzione, ma non si riscontra alcuna esemplificazione concreta. Gesù Cristo è l’Unto per eccellenza: lo stesso nome “Cristo”, derivato da “crisma” (= olio profumato per consacrare), indica la missione che egli viene a realizzare in pienezza, quando nella sinagoga di Nazareth, dopo aver letto il rotolo del profeta Isaia, aggiunge: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,16-20). In altri testi del Nuovo Testamento di Cristo è detto che ha una “unzione regale” (Eb 1,9) ed è “unto con Spirito Santo e potenza” (At 10,38). Per completare il quadro dei testi biblici, l’unzione diventa simbolo importante per indicare il dono e l’azione dello Spirito nei cristiani. L’apostolo Paolo scrive: “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori” (2Cor 1,21-22). Giovanni mette in riferimento l’unzione con la presenza dello Spirito Santo e la conoscenza della verità, come aveva già affermato nel suo vangelo (1Gv 2,20-27).

Olio nella nostra cultura e pratica religiosa

Anche se con il passare del tempo l’olio è stato sostituito da altri elementi che assolvono allo stesso compito (pensiamo alla cera e alle diverse modalità per fare luce o esprimere la fede; a farmaci, pomate e unguenti vari usati per medicare, lenire le ferite, profumare e massaggiare il corpo), non per questo l’olio ha perso il suo significato e la sua importanza nella vita religiosa. Tutt’altro. Capita ancora di trovare in alcune chiese la “lampada a olio” accesa accanto al tabernacolo per indicare la presenza del Santissimo Sacramento. Nelle famiglie che conservano tradizioni devote, si conserva l’usanza di preparare lampade a olio artigianali che restano accese in casa in occasioni particolari come feste dei santi, settimana dei defunti, in caso di temporali. Anche la semplice unzione con olio benedetto è ancora attuata in alcuni Santuari dove la devozione alla Madonna o ai Santi è collegata a questo segno. Il rituale delle benedizioni riguardanti la devozione popolare prevede ancora la benedizione dell’olio. Nella religione ebraica l’olio è ancora presente in quelle occasioni per le quali i testi rabbinici riportano precise indicazioni. Nel Cristianesimo l’olio ha conservato e acquisito un valore importante, dal punto di vista simbolico, tanto che ogni anno è prevista una “messa crismale”, durante la quale vengono benedetti gli oli che dovranno essere usati nel corso dell’anno per la celebrazione di alcuni sacramenti o riti particolari. Questi oli assumono nomi diversi secondo l’uso liturgico e il significato del sacramento per il quale vengono impiegati, ma sempre in riferimento alle indicazioni bibliche già citate. – Olio dei catecumeni: nel rito del battesimo, prima di versare l’acqua sul catecumeno, è prevista l’unzione affinché il neofita cresca libero dalla schiavitù della colpa originale e non si lasci dominare dal male e dal peccato. – Olio degli infermi: il settimo sacramento, per il quale è prescritta l’unzione con olio benedetto, è fondato sul testo della lettera di Giacomo (5,13-16) ed è una prassi già nota nella Chiesa dei primi tempi. – Sacro crisma (olio di olive misto a balsamo): è il segno della consacrazione. A questa unzione è connessa una particolare dignità della persona o dell’oggetto unto. Nel battesimo: viene segnata la fronte del neofita a significare il dono dello Spirito a colui che è incorporato a Cristo nella Chiesa. Nella cresima o confermazione: l’unzione fatta sulla fronte indica il sigillo (sfraghìs) di conferma e di impegno a testimoniare. Nel sacramento dell’Ordine, mentre per l’ordinazione del diacono non è prevista alcuna unzione, dopo la preghiera di ordinazione del novello sacerdote, il vescovo gli unge le palme delle mani con il crisma. Nell’ordinazione del vescovo, il crisma viene versato sulla testa. Consacrazione dell’altare e dedicazione di una chiesa nuova: è l’ultimo uso liturgico del crisma. Per poter celebrare stabilmente la messa su un altare fisso, costruito in una chiesa nuova (o anche ricostruito per qualche ragione), la liturgia prevede un apposito rito di consacrazione, durante il quale prima viene unta con crisma tutta la parte superiore della “mensa eucaristica”, poi, se questo avviene in una chiesa di recente costruzione, devono essere unte con il crisma anche le quattro o dodici croci fissate lungo le pareti interne dell’edificio di culto. Per concludere, l’attenzione posta alle realtà naturali con le quali l’uomo convive quotidianamente e si relaziona in molti modi offre la possibilità di ripercorrere un itinerario interessante lungo il quale si snoda la vita dell’uomo. Credo che, nel nostro mondo occidentale e radicato nella cultura ebraico-cristiana, l’olio sia una di queste realtà: dalla terra e dal lavoro umano, dal cibo al profumo, dalla nascita alla morte, passando per i tempi e i momenti più intensi delle stagioni, l’albero che sembra aver difficoltà a svilupparsi in una linea possente come la quercia o slanciata come un cipresso, contorto nel suo tronco e nei suoi rami, allarga la sua chioma di foglie verde argento per donarci un frutto che ci lega al passato e ci accompagna verso l’eternità.


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