Volume: l'uva da tavola

Sezione: storia e arte

Capitolo: numismatica

Autori: Giuseppe Ruotolo

Sulle monete antiche l’immagine del grappolo dell’uva, simbolo bacchico per eccellenza, fu vastissima. La citazione delle molte zecche che lo utilizzarono quale simbolo della città sede di zecca sarebbe solo esercizio nozionistico, comunque largamente incompleto. Non vi è regione che si affacci sul mare Mediterraneo, “il mare vinoso” come lo chiamava Omero, ove non sia documentata l’esistenza di più zecche, che in qualche modo non abbiano usato un’immagine che possa essere ricollegata all’uva o al vino: a iniziare da Dionysos, sino alla rappresentazione di uno dei personaggi del suo corteo o di un simbolo dionisiaco. Dionysos fu per i Greci antichi fra i più importanti dèi terrestri. Fu il dio del vino, della viticoltura e della fertilità della terra e più in generale rappresentò il progresso umano. Fu anche il dio della gioia e della liberazione: il vino, sin dalla più remota antichità, permise agli uomini di liberarsi dai vincoli terreni e dimorare in una dimensione superiore e Alceo, poeta greco del VII-VI secolo a.C., espresse questi concetti in alcuni versi: “… il figlio di Zeus e di Semele / che diede agli uomini il vino / per dimenticare i dolori”. Quello che può essere ricordato in questa circostanza è che sulle monete antiche vi furono figurazioni di grappoli di uva con e senza pampini, con e senza viticci, talvolta ancora attaccati al tronco, spesso associati con altri simboli: con una bipenne, con la clava, con un delfino, con la spiga di grano, con un kantharos, con un bastone, con due stelle, poggiato su un tavolo, entro corona di spighe di grano, entro corone di edera o di vite. Queste diverse associazioni facevano certamente riferimento a culti e tradizioni locali, di cui siamo informati solo attraverso la documentazione delle monete, che per ricchezza di immagini ci mostra documenti che non è possibile reperire in alcun altro ambito. Talvolta più grappoli furono rappresentati a Mende in Macedonia, a Meliboea in Thessalia, a Stratus in Acarnania, a Eretria in Euboea e a Cnidus in Caria; sulle monete battute a Maeronia in Lydia e a Lix in Mauretania furono apposti due grappoli di uva, mentre a Naxos, isola dell’Egeo, fra i due grappoli fu inserito un kantharos. A Phlius, nel Peloponneso, quattro grappoli di uva furono posti in una ruota e in Tracia a Maroneia una pianta di vite con pampini e quattro grossi grappoli di uva occupa un campo del rovescio di uno statere databile alla prima metà del IV secolo a.C. A Locri Opunti in Locride i grappoli furono posti al vertice di un triangolo e in questa rappresentazione si può credere di vedere rappresentate le ultime tracce di antichissime credenze orfiche alle quali si sovrapposero pratiche devozionali misteriose legate a Dionysos. Un grappolo di uva appare rappresentato anche su qualche bronzo della serie grave del Lazio e fu poi utilizzato, con significato apotropaico, in parecchi bronzi anonimi della Repubblica, talvolta in associazione a una farfalla in atto di posarsi, ma rimane difficile spiegare l’associazione. Su un emiobolo in rame emesso dalla zecca di Arpi in Daunia, databile al III secolo a.C., al diritto si osserva la testa di Athena, con elmo corinzio, volta a destra, e al rovescio il grappolo di uva e intorno la legenda APΠA NOY. Il culto di Dionysos, sorto nelle regioni più orientali del mondo conosciuto dagli antichi greci, passò nella selvaggia Tracia, ove assunse carattere orgiastico e strepitoso e così penetrò in Grecia, ove ebbe modo di diffondersi e modificarsi, elevandosi da celebrazioni rappresentative della vita agricola e pastorale e del trascorrere delle stagioni a espressione della vita spirituale, innalzandosi al rango di filosofia di vita come nelle credenze eleusina e orfica e nelle rappresentazioni teatrali: la tragedia, la commedia, il dramma satiresco. In Grecia, in Sicilia e in Magna Grecia e più in generale dove i Greci dominarono, il culto di Dionysos ebbe queste valenze. L’immagine di Dionysos sulle monete deve essere considerata a tutti gli effetti come sigillo cittadino scelto come emblema della città, in cui è possibile individuare elementi che caratterizzano il luogo dal punto di vista sia geografico sia produttivo. Altrettanto importante fu l’aspetto religioso giacché la moneta fu sempre considerata a tutti gli effetti emanazione della divinità. Spesso l’emblema cittadino fu rappresentato dall’immagine della divinità protettrice della città, associata a particolari simboli e attributi o figurazioni relative al mito, sottolineando il ruolo di custode che la divinità assumeva nei confronti di tutti gli aspetti della vita cittadina. A volte la rappresentazione di Dionysos sulle monete di una particolare zecca conteneva e racchiudeva in sé più valenze, ciascuna non meno importate delle altre. In queste circostanze il segno distintivo, il sema, raggiungeva la massima espressività. La moneta antica fu in effetti strumento espressivo della città greca, che vedeva rappresentata la propria identità nel segno apposto, utilizzato come affermazione di indipendenza e autonomia politica, caricando sovente le scelte iconografiche di significati ideologici e trasformando spesso le emissioni in vere e proprie manifestazioni artistiche. La prima polis a coniare monete in Sicilia, intorno al 530 a.C., sembra sia stata Naxos, colonia greca situata sull’odierno Capo Schisò, ai piedi di Taormina. Il tipo della più antica monetazione di Naxos mostra la testa di Dionysos al diritto con un grappolo di uva e la legenda NAXION al rovescio. Queste rappresentazioni ricorrono sia sulla dramma, la moneta di argento di maggior valore del peso pari ai nostri 5,7 grammi circa, sia sulla sua frazione, verosimilmente corrispondente al valore di un obolo e del peso di circa 0,80 grammi. Fra queste antiche emissioni a doppio rilievo di Naxos il dio fu rappresentato con la testa barbuta, più spesso volto a sinistra, coronato da un serto di edera. La figura è di stile arcaico, ma l’artista che lo rappresentò riuscì a infondergli un grande phatos mostrandolo di profilo, con grande occhio di prospetto, l’iride e la pupilla ben marcate, la fronte sfuggente, due grandi baffi spioventi e la barba lunga e appuntita, i capelli ben raccolti sulla nuca che scendono ondulati sul collo. Al rovescio un tralcio con grappolo di uva e pampini. Il tipo sembra alludere alla produzione vinicola che, forse per la natura del suolo scarsamente adatta a colture diverse, doveva costituire una peculiare caratteristica della città, in effetti è evidente l’allusione alla specializzata coltivazione della vite quale espressione di una qualificata attività del ceto dominante. Questa produzione numismatica fu bruscamente interrotta quando Naxos fu conquistata da Ippocrate di Gela (490 a.C.) e poi spopolata da Hierone di Siracusa (476 a.C.). Quando la tirannide di Siracusa nel 461 a.C. cadde la città si ripopolò rapidamente e verso la metà del V secolo ripresero le coniazioni. I tipi ricalcarono i vecchi motivi, ma in questa nuova fase la rappresentazione di Dionysos sulle monete di Naxos raggiunse le vette della migliore produzione artistica, tuttora insuperata. La testa barbuta del dio, coronato con serto di edera, volta a destra, fu rappresentata con i capelli raccolti sulla nuca; l’occhio è visto di profilo con folte sopracciglia e palpebre grassocce e le labbra appaiono carnose e sensuali. Al rovescio visto frontalmente, un Sileno itifallico ebbro, appoggiato al suolo, con il braccio destro sollevato a reggere un kántharos che si immagina ricolmo del liquido spremuto dall’uva. Si tratta di una delle più straordinarie creazioni dell’arte monetale, opera di incisore con singolare sensibilità, del quale però non ci è stato tramandato il nome, come in altre circostanze. La vite fu sempre espressione di festività, di allegrezza, di gioventù spensierata e fiducia nel futuro: una tessera in bronzo, di incerta attribuzione perché anepigrafe, ma sicuramente di avanzata epoca imperiale, mostra da un verso la testa di un bambino coronata di pampini e il petto circondato da una ghirlanda di grappoli di uva. È stata avanzata l’ipotesi che possa trattarsi del piccolo Annio Vero, figlio dell’imperatore Marco Aurelio. Al rovescio la sigla SC è inscritta in un serto di pampini e di uva. Su un sesterzio dell’imperatore Traiano (98-117 d.C.) rappresentante la Dacia, uno dei due bambini che stanno accanto alla personificazione porta un grappolo di uva, mentre l’altro ha fra le braccia delle spighe. Verosimilmente deve interpretarsi come un grappolo di uva l’oggetto, spesso indistinto, che fu posto in mano alla Vbertas sulle monete di Traiano Decio (249-251 d.C.) e di sua moglie Etruscilla, di Erennio (249-251 d.C.) e di Ostiliano (249-251 d.C.), entrambi loro figli, di Treboniano Gallo (251-253 d.C.), di Valeriano padre (254-260 d.C.), di Gallieno e di sua moglie Salonina, del tiranno Postuno (259-267 d.C.), dei due Tetrici (267-273 d.C.), di Claudio II il Gotico (269-270 d.C.) e di suo fratello Quintillo (270 d.C.), di Aureliano (270-275 d.C.), di Tacito (275-276 d.C.) e Floriano (276 d.C.), sicché è verosimile che l’allusione alla fertilità sia stata costante. Su grandi bronzi di Adriano, Antonino Pio, Faustina juniore moglie di Marco Aurelio e di Commodo (175-192 d.C.) la Terra – Tellvs stabilita – che appare sdraiata all’ombra di una vite posando il capo sul globo terrestre che le sta accanto e sul quale saltellano quattro putti, rappresentazione delle stagioni, si poggia con il gomito sinistro a un canestro ricolmo di grappoli di uva. Questa figurazione fu ripetuta in un bronzo di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo (193-221 d.C.) con la legenda Fecvnditas. Pomona nel medaglione di Commodo con il motto Temporvm felicitas appare seduta tenendo nella mano sinistra due spighe di grano e un seme di papavero indicando con la destra due fanciulli nudi che le stanno davanti in una tinozza; il primo in piedi coglie dalla vite i grappoli maturi mentre il secondo fu rappresentato nell’atto di pigiarli e un terzo fanciullo, ancora in fasce, sembra godere della scena. Non è improbabile che questa così vasta e diversificata rappresentazione faccia riferimento a particolari vitigni coltivati localmente, senza dimenticare che sia il grappolo dell’uva sia le diverse parti della vite erano utilizzati in modi e circostanze diverse quale rimedio contro i mali e come antidoti per veleni e un aforisma molto in voga affermava che “si rendevano necessarie le medicine ogni volta che mancava il vino”. La vite però fu anche simbolo di fertilità e si può supporre che anche il grappolo di uva avesse tale significato nella monetazione antica. L’apposizione sulle monete di questo simbolo agreste fu del tutto abbandonata durante il Medioevo, giacché la moneta si caricò di significati diversi. La figura del grappolo di uva sulle monete, svincolata da qualsiasi legame con Dionysos (Bacco per i Romani) tornò in auge quando i re vollero far credere che ricchezza e abbondanza erano facilmente raggiungibili. È il caso del tornese battuto a Napoli durante i moti del 1647-48, quando si realizzò la “rivoluzione di Masaniello”: sul più piccolo dei nominali battuti in rame si pose da un verso il simbolo della repubblica e del libero popolo napoletano e al rovescio il grappolo dell’uva, mentre sui nominali maggiori si rappresentarono il fascio di spighe (mezzo grano o tre tornesi) e il cesto ricolmo di spighe e di frutta con ben evidenti proprio i grappoli di uva (due tornesi). La rappresentazione del grappolo di uva sul nominale minore fa supporre una scelta ben ponderata, giacché il tipo avrebbe avuto la massima circolazione e il messaggio insito avrebbe raggiunto ogni strato sociale. Un cesto ricolmo di frutta, con diverse varietà di uva, tratto da un dipinto del Caravaggio è posto al verso dell’ultima banconota da 100.000 lire stampata dalla Banca d’Italia dal 1983. È uno dei rari esempi di richiamo al mondo agricolo su biglietti di Stato, per questo aspetto preceduto solo dal biglietto del valore di cinquanta lire, tipo Capranesi “buoi” emesso dal 1915 al 1920 e dal biglietto da 2 lire emesso con decreto di emissione del 14-11-1939. Il grappolo di uva, con gli stessi intrinseci significati, fu apposto anche su uno dei più piccoli nominali, il quattro cavalli, battuti nella zecca di Napoli a nome di Ferdinando IV di Borbone fra il 1788 e il 1792. In epoca moderna il grappolo d’uva è stato scelto e utilizzato sul tipo da 5 lire della prima serie della Repubblica Italiana, non solo quale espressione della vocazione agricola del popolo italiano, ma anche quale simbolo pregnante della nostra tradizione. Si deve anche rammentare che nel primo progetto per la monetazione della Repubblica Italiana dedicato in modo speciale all’agricoltura, un grappolo di uva figura nei pezzi di argento accanto a un caduceo. Il grappolo di uva con o senza pampini, talvolta rappresentato in associazione con altri simboli agresti, è possibile trovarlo coniato su alti piccoli nominali battuti in Austria, in Grecia e in Israele dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale. In Romania e in Spagna su monete metalliche coniate sul finire degli anni ’30 del secolo scorso si trova il grappolo di uva che è anche raffigurato su una piccola serie in bronzo e alluminio del Camerun. Infine anche sul più piccolo dei nominali dell’ultima serie della Repubblica Italiana (50 lire Cerere) si trova questo simbolo tanto significativo nella storia del progresso civile.

 


Coltura & Cultura