Volume: l'uva da tavola

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: mercato estero

Autori: Giuseppe Lamacchia

Introduzione

La produzione italiana di uva da tavola, come noto, oltre a soddisfare abbondantemente il fabbisogno interno, da decenni garantisce significativi flussi export. Un fenomeno, quello delle esportazioni, che rappresenta tuttora, più che una necessità, una vera e propria tradizione, legata al successo di alcune varietà storiche come Regina, prima, Italia e Victoria successivamente che, grazie alle loro caratteristiche morfologiche e organolettiche, hanno conquistato il gusto dei consumatori internazionali. A partire dagli anni ’60, il fenomeno ha conosciuto infatti una rapida evoluzione in virtù delle buone opportunità commerciali che scaturivano dalla domanda, allora in espansione, proveniente dai principali Paesi del Nord Europa, che contribuì a creare vere e proprie specializzazioni, soprattutto nelle principali regioni produttrici, in particolare in Puglia e in Sicilia. L’export, quindi, per l’uva da tavola, non è da considerarsi un fenomeno legato alla gestione delle eccedenze ma, al contrario, un fattore che ha determinato una lunga stagione di crescita degli investimenti produttivi, realizzati, specie fino agli anni ’80, di pari passo con l’evoluzione della domanda internazionale e dei consumi interni. Negli anni ’90, i volumi dell’export hanno subito fluttuazioni molto ampie, comprese tra le 450.000 t e le 650.000 t, con forti differenze tra un anno e l’altro, e conseguenti ricorrenti crisi delle vendite a tutto svantaggio delle quotazioni medie, rimaste per almeno un decennio compresse tra 0,55 e 0,80 €/kg. Un segnale evidente della graduale ma inesorabile perdita di importanza del sistema tradizionale di vendita basato sui mercati all’ingrosso, non più in grado di gestire con profitto e continuità, come un tempo, volumi a volte notevoli di prodotto, spesso spedito senza programmazione alcuna. Tale sistema iniziava a cedere in maniera importante il passo al rapido avanzare della GDO, specie nel mercato di maggiore riferimento, il mitico mercato tedesco, dopo essersi affacciato con maggiore evidenza nei Paesi scandinavi e nord-europei. Dopo le annate record registrate nel 2000 e nel 2001, in cui si sono sfiorate le 700.000 tonnellate, a partire dal 2002, a oggi, i volumi export sembrano essersi stabilizzati su livelli quasi costanti tra le 450.000 e le 515.000 t, con oscillazioni massime, tra un anno e l’altro, di sole 50.000-60.000 t. Un dato che può essere interpretato in vari modi ma che, a giudicare dal progressivo incremento delle quotazioni unitarie, si può valutare positivamente. Si inizierebbero a raccogliere, infatti, i risultati di investimenti realizzati da produttori e operatori commerciali, volti ad assecondare le tendenze della domanda internazionale, e in particolare dalla GDO e a perseguire politiche di riduzione e razionalizzazione della produzione a favore delle zone più vocate. Elevazione degli standard qualitativi, incremento delle produzioni certificate e ottenute da produzione IGP, integrata e bio, riconversione varietale con maggiore apertura alle cultivar apirene, ampliamento del calendario di commercializzazione, diversificazione dei mercati di destinazione, organizzazione logistica, sviluppo di piattaforme distributive, packaging accurato e accattivante: queste sono alcune tra le scelte che sicuramente hanno contribuito a migliorare il livello dell’offerta. Ovviamente, con l’aumentare dei servizi annessi al prodotto, lievitano anche i costi di produzione che spesso incidono fortemente sulla redditività della coltura, tanto da rendere l’export, in molte occasioni, un falso mito. Oltre all’evoluzione tecnica e organizzativa, in una ventina di anni, molto è cambiato anche nella geografia dell’export, spinti da avvenimenti anche importanti, quali, per esempio, la caduta del muro di Berlino, l’abbattimento delle barriere intracomunitarie del 1992 e il progressivo allargamento dell’Ue da 15 membri agli attuali 27. Fattori non trascurabili che hanno inciso positivamente sulla circolazione delle merci e sulla semplificazione dei controlli sia di qualità sia fitosanitari. L’uva da tavola, come noto rientra ancora nella short list di prodotti ortofrutticoli per cui sono ancora in vigore specifiche Norme di commercializzazione, la cui applicazione ha senz’altro favorito la crescita qualitativa e la competitività sui mercati internazionali. Sin dagli anni ’60, l’applicazione delle norme di qualità ha interessato esclusivamente i flussi export che subivano severi controlli, per lungo tempo affidati all’I.C.E., Ente costituito sin dagli anni ’20 proprio per favorire l’export attraverso il miglioramento degli standard dei prodotti agricoli, in particolare ortofrutticoli. Le esportazioni attualmente riguardano circa un terzo della produzione complessiva, stimata annualmente intorno a 1,5 milioni di tonnellate. Questa importante propensione all’export, consente all’Italia di vantare una bilancia commerciale nettamente positiva, in quanto le importazioni, sia pure in costante crescita, nel 2008 sono ammontate complessivamente a sole 19.342 t, per un valore di 30,8 milioni di euro. Nel 2008, infatti, l’export italiano di uva da tavola è risultato pari a 501.757 t, per un valore complessivo di oltre 566 milioni di euro e il surplus commerciale che ne è derivato è stato pari a 524.768 milioni di euro in valore e 476.635 t in volume. Da notare che l’import, oltre a soddisfare la domanda interna durante l’inverno e la primavera, a causa della progressiva destagionalizzazione dei consumi, viene utilizzato in parte per fini commerciali, quale import strategico, per anticipare la campagna di commercializzazione specie nei circuiti internazionali, sin dal mese di maggio, proseguendo, a seconda delle campagne, anche fino a tutto luglio. Nell’ultimo decennio, il commercio estero dell’uva da tavola italiana è stato caratterizzato da un andamento altalenante, per quanto riguarda sia il volume sia il valore. Le cause sono sicuramente riconducibili a una serie di variabili che hanno concorso a determinare periodiche fluttuazioni, contraddistinte da incrementi o flessioni, a volte repentini e inattesi. Alla base, sicuramente le note motivazioni strutturali che fanno capo alle caratteristiche della domanda internazionale, contraddistinta da sempre maggiore concentrazione a cui si contrappone un’offerta sempre di maggiore qualità e solidità, ma ancora piuttosto frammentata. Questo aspetto rappresenta un limite importante nella gestione dei volumi di produzione che di anno in anno si rendono disponibili, specie nella annate caratterizzate da maggiore produzione o da crisi delle vendite. Da un’attenta analisi, però, tutti gli addetti ai lavori sono concordi nell’affermare che le oscillazioni dell’export, sia in volume sia in valore, dipendono strettamente, oltre che dalla disponibilità complessiva del prodotto, soprattutto dalla qualità percepita dai consumatori esteri, sempre più competenti ed esigenti. L’uva da tavola è divenuta oramai un prodotto destagionalizzato e tutti i principali Paesi non produttori sono abituati a trovarla negli scaffali tutto l’anno con caratteristiche qualitative molto standardizzate e sempre più elevate, per via della crescente concorrenza internazionale che coinvolge tutte le principali realtà produttive degli emisferi Nord e Sud. Questi aspetti sono stati percepiti dal mondo della produzione, che specie negli ultimi anni ha saputo evolversi, evitando così l’esclusione dai principali circuiti, soprattutto quelli caratterizzati da maggiore competitività e redditività. La recente forte spinta verso la diversificazione varietale, con particolare riferimento alle varietà senza semi (seedless), rappresenta uno dei segnali della capacità del nostro sistema di sapersi evolvere, non solo per soddisfare la tendenza dei gusti e degli orientamenti dei consumatori, ma anche di rispondere all’esigenza di ampliare al massimo il calendario di commercializzazione, affrontando e spesso vincendo la sfida con la concorrenza internazionale. Se la commercializzazione dell’uva da tavola italiana fosse dipesa quasi esclusivamente dal mercato interno, a nostro avviso l’offerta sarebbe rimasta tuttora ben ancorata alle varietà tradizionali con seme e non si sarebbe sviluppata sufficientemente neanche sotto il profilo della presentazione e della selezione. Le succitate norme di commercializzazione, benché obbligatorie in tutto il territorio comunitario, in Italia furono applicate per lungo tempo solo per l’export, e ciò contribuì a creare due vere e proprie classi di operatori commerciali: internisti ed esportatori, con filosofie distinte di lavoro. I primi erano impegnati prevalentemente a puntare su tradizione e qualità, intesa soprattutto come colorazione, maturazione e sapore accentuati, magari senza badare troppo a selezione degli acini e dei grappoli, e al packaging. I secondi, invece, impostavano la loro attività trattando grandi volumi e prodotto con caratteristiche diverse, a seconda dei mercati, in possesso di maturazione e colore generalmente poco evidenti, confezioni più accurate ed etichettate. Solo in taluni mercati esteri, tra l’altro, alcuni dei quali molto vicini se non confinanti con l’Italia, quali, per esempio, Francia e Svizzera, i gusti dei consumatori si avvicinavano a quelli italiani, così molti internisti hanno iniziato a mutare e divenire, pian piano, anche esportatori. La tendenza dei consumi nel tempo ha favorito la commercializzazione di uva più dolce grazie sia allo stimolo proveniente dalla GDO, sensibile agli orientamenti dei clienti, sia dalla modifica in tal senso intervenuta nelle Norme di Commercializzazione, le quali hanno elevato tutti i parametri minimi precedentemente previsti. Si deve inoltre proprio alla crescente domanda estera di uve apirene la significativa graduale riconversione varietale in atto, più vicina alle tendenze dei mercati nord-europei. L’uva da tavola è sicuramente da considerarsi tra i prodotti ortofrutticoli più esigenti dal punto di vista pedoclimatico, prova ne è che la sua produzione, in Italia, è concentrata in sole due regioni (Puglia, 70%, e Sicilia, 25%). La produzione nelle aree più tipiche consente di ottenere ottimi risultati grazie alla sapiente applicazione di tecniche di produzione volte a contrastare gli inevitabili fenomeni climatici indesiderati, prolungare il calendario di commercializzazione e a conservare più a lungo le migliori caratteristiche qualitative, salvaguardando, per quanto possibile, la freschezza. L’attuale assetto produttivo vede un calendario di commercializzazione ancora fortemente concentrato in pochi mesi, determinando ricorrenti criticità specie in settembre e ottobre. Il ripresentarsi di anomalie climatiche anche all’interno delle aree più vocate, può generare situazioni tali da creare ripercussioni che incidono sulla qualità del prodotto oltre che, in alcuni casi, sulla sua disponibilità in termini di volumi, influenzando così, direttamente o indirettamente, i flussi verso i Paesi di destinazione. In alcune annate particolari, gli effetti sull’export causati dalle eccezionali precipitazioni piovose, in regioni tradizionalmente siccitose quali, appunto, Puglia e Sicilia, possono rivelarsi particolarmente penalizzanti. Eccessi idrici e persistente umidità nei vigneti si traducono molto spesso, specie se intervenuti nella delicata fase di maturazione, in insorgenza incontrollata di fisiopatie, in particolare lesioni agli acini, che determinano declassamento qualitativo, insorgenza di patologie e conseguente riduzione della resistenza ai trasporti e della shelf-life e, conseguentemente, forte riduzione dell’export. Questi aspetti, più di altri, possono incidere in modo significativo sull’evoluzione dei flussi e sul loro valore. In queste situazioni, risulta rischioso infatti non solo affrontare spedizioni oltremare (15-21 giorni), ma anche verso il continente europeo (24-72 h), dove è diretta la quasi totalità dell’intero export nazionale (dati ultimo triennio). Annate come il 1997, 2001, 2007 e 2008, invece, per via del verificarsi di situazioni climatiche spiccatamente mediterranee, con l’estate e parte dell’autunno prevalentemente siccitosi, hanno consentito a gran parte del prodotto di raggiungere notevoli livelli qualitativi, in termini sia di sapore e colore sia di tenuta commerciale, caratteristiche queste che hanno permesso di spingere le spedizioni per buona parte dell’autunno, in molti Paesi, con esiti positivi sui consumi. In altre campagne, invece, come per esempio 1995, 1998 e 2005, in cui il verificarsi di condizioni climatiche non ideali ha inciso sulla qualità media, i flussi export sono risultati compromessi, determinando anche una riduzione nel numero dei Paesi di destinazione e contrazione delle spedizioni più remote.

Evoluzione dell’export

Nel campo dell’ortofrutta, grazie all’affermarsi del fenomeno della globalizzazione, i mercati internazionali sono stati sempre più caratterizzati dalla crescente pressione dell’offerta, proveniente anche da Paesi più lontani. I mercati tradizionali dell’Europa occidentale, come la Germania, che hanno svolto un ruolo di primo piano nei consumi e quindi nell’import, sono stati sempre più interessati dall’arrivo di volumi crescenti di prodotto spesso eccedenti la domanda. Ciò ha determinato ricorrenti cali delle quotazioni di mercato, con perdita di appeal sotto il profilo della convenienza economica, in un primo tempo per il prodotto di massa, ma in seguito anche per quello di livello qualitativo più elevato. Questo fenomeno, in atto oramai da diversi anni anche per l’uva da tavola, ha stimolato strategie commerciali tese alla diversificazione dei mercati. Il primo effetto si è reso evidente con un deciso spostamento a est del baricentro dei flussi dai mercati tradizionali dell’Europa occidentale verso i Paesi dell’Europa orientale, che hanno assunto nell’ultimo decennio un ruolo sempre più importante nel panorama commerciale, almeno sotto il profilo dei volumi. Rifornire i Paesi dell’Europa dell’Est comporta un sicuro abbattimento di onerosi costi, trattandosi in generale di mercati meno esigenti specie in fatto di qualità (spesso è accettata anche la II categoria), packaging (molti addobbi non sono richiesti) e servizi (le certificazioni sono spesso solo facoltative). Contestualmente, grazie anche al miglioramento delle tecniche di conservazione e di trasporto, si è assistito a una crescita dei flussi verso altri continenti, alla ricerca di mercati più remunerativi, accettando la sfida del maggiore rischio potenziale che implicano spedizioni via container della durata di anche 2-3 settimane. Nonostante queste tendenze in atto, il mercato di principale riferimento rimane l’Europa, dove confluisce mediamente circa il 99% dell’intero export, con una rimanente parte del solo 1% destinata al resto del mondo. Nelle annate favorevoli, però, a dimostrazione della forte influenza della qualità del prodotto sui flussi verso mete più remote, si è assistito a interessanti incrementi dell’export verso gli altri continenti, con quote anche doppie o triple rispetto alle annate sfavorevoli. Esempio emblematico il 2001, quando le stesse hanno raggiunto il 2,9% in valore e il 2% in volume, sul totale. Questi fenomeni hanno comportato una notevole spinta verso il raggiungimento di un sempre maggiore numero di Paesi esteri. Una conquista importante frutto di una precisa scelta strategica, dettata dalla necessità di decongestionare il principale mercato di riferimento, quello tedesco, che ha sempre condizionato, nel bene e nel male, l’intero mercato estero dell’ortofrutta italiana. All’inizio degli anni ’90, l’uva italiana veniva spedita in poco meno di una trentina di Paesi, prevalentemente della Comunità Europea a 15 (85%), circa la metà dell’export era destinato in Germania (47%), un quarto raggiungeva la Francia (25%), mentre la rimanente parte (28%) era diretta in altri 26 Paesi, prevalentemente dell’Ue-15 (48%); la Polonia, oggi nostro terzo partner, iniziava a incrementare gli acquisti ma era ancora al 14° posto della graduatoria dei migliori clienti, mentre erano del tutto assenti Paesi come Russia e Romania, oggi tra i primi dieci migliori partner, specie in volume. Attualmente (dati 2008), verso l’Unione europea confluisce una quota simile (86%), ma distribuita su 27 Paesi; la Germania rappresenta solo un quarto delle vendite destinate all’estero (25%), i flussi verso la Francia si sono sensibilmente ridotti (13%), tanto che, sommate, le quote relative ai due principali mercati rappresentano il 38% del volume complessivo, mentre il restante 62% viene distribuito in oltre 60 Paesi, molti dei quali extra Ue. Nel 2008 i Paesi raggiunti sono stati complessivamente 65, a dimostrazione del notevole impegno delle imprese esportatrici, nella continua ricerca di sempre nuovi mercati di sbocco. L’export italiano, negli ultimi dieci anni, ha conosciuto periodi di forte e costante crescita come nel quadriennio 1998-2001, a cui sono seguiti altri caratterizzati da spiccata alternanza, a partire dal tonfo del 2002, anno in cui l’export è calato, rispetto all’anno precedente, di circa un terzo sia in volume (–32%) sia in valore (–28%). In questo arco di tempo, il minimo storico, in valore, si è toccato nel 2004, con un fatturato di soli 378,7 milioni di euro, mentre nell’annata 2006 si è raggiunto il livello più basso in termini di volumi, con un export di 451.272 tonnellate. L’ultimo triennio, invece è stato caratterizzato da un’interessante costante crescita dell’export sia in volume sia in valore, unitamente a un contestuale apprezzabile incremento del prezzo medio, salito decisamente sopra quota 1 €/kg. Solo nel 2008 si è assistito a un assestamento del prezzo medio export intorno a quota 1,13 €/kg, contro 1,15 €/kg dell’anno precedente, ma la flessione ha interessato solo l’area Ue, mentre, in ambito extra Ue, è continuata l’ascesa, fino a quota 1,27 €/kg. L’export diretto verso altri continenti, ha visto nell’ultimo triennio prevalere i flussi verso l’Asia (3 milioni di euro-2105 tonnellate) che sono risultati in aumento e hanno superato quelli diretti in America (2,4 milioni di euro-1685 tonnellate). Stabile, ma su livelli inferiori, l’export verso l’Africa (694.000 €466.000 tonnellate), mentre, sempre nel 2008, sia pur modesti, sono ripresi i flussi verso l’Oceania.

Packaging

Ruolo fondamentale nei flussi export è rappresentato dagli imballaggi, la cui evoluzione è stata contraddistinta da diverse esigenze, riguardanti il materiale utilizzato, forma, dimensione e volume contenuto. Il crescente ruolo della GDO ha comportato incrementi significativi della quota dei piccoli contenitori destinati alla vendita diretta al consumatore, dal peso netto unitario prevalentemente di 1 kg per la maggior parte chiusi oppure protetti da rete al fine di salvaguardare l’igiene del prodotto e tutelare la salute dei consumatori. Per gli imballaggi classici di vendita a uno strato, si è assistito a un incremento della quota riguardante il peso netto garantito che, in genere, per il diffuso 30 × 50 si attesta intorno ai 7 oppure 8 kg netti. Le esigenze legate all’annoso problema del riciclaggio dei materiali ha sviluppato notevolmente il mercato degli imballaggi riutilizzabili tipo IFCO, STECO, CPR ecc.

Sicurezza alimentare

Negli anni, l’evoluzione del concetto di qualità si è sviluppata, specie nei circuiti internazionali, soprattutto nel senso della salvaguardia della salute del consumatore. Alcuni scandali alimentari hanno fatto maturare una maggiore attenzione alle problematiche connesse allertando le associazioni dei consumatori e le autorità preposte, specie su prodotti sensibili come l’uva da tavola. Gli operatori commerciali hanno reagito molto bene adeguando i propri sistemi produttivi, applicando spesso disciplinari di produzione che consentono di abbattere ulteriormente i severi limiti imposti dalla normativa comunitaria. Le produzioni sono sempre più certificate e in possesso di caratteristiche qualitative volte alla tutela dei consumatori. Questo atteggiamento virtuoso ben presto si è rivelato uno degli strumenti di marketing con cui i vari gruppi della GDO si affrontano. Ne sono scaturiti un’escalation di slogan tesi a garantire livelli sempre più bassi di residui e un numero sempre più limitato di principi attivi, spesso con criteri ingiustificati e/o insostenibili tecnicamente, che rendono sempre più difficile il ruolo di produttori e operatori commerciali. Lavorare con la GDO estera oggi sottintende certificarsi con ISO, GlobalGAP, BRC, IFS ecc., quale prerequisito di accesso, per poi soddisfare ulteriori protocolli oramai utilizzati non solo per offrire prodotto premium e spesso presentati con Private Label, ma anche per fornire i discount. Considerate le continue promozioni a cui sono sottoposte le produzioni, spesso basate unicamente sul prezzo di vendita, il lievitare dei costi per i servizi spesso non ha corrispondenza con il prezzo offerto. L’eccessivo ricorso a tale tecnica di marketing limita ulteriormente i margini agli operatori commerciali, specie quando non vengono compensati da incrementi dei volumi complessivi delle vendite. Per non parlare dell’impatto con le tendenze riguardanti risparmio energetico, riduzione di CO2, esaltazione dei prodotti local, che in taluni contesti di Paesi produttori di uva possono trovare ulteriori elementi di concorrenza e/o limitazione dei flussi.

Promozione istituzionale

L’attività di esportazione in Italia è sostenuta da iniziative nazionali e regionali volte a promuovere il prodotto sui principali mercati di riferimento e all’internazionalizzazione delle imprese del settore. Tra gli organismi pubblici impegnati in questa attività, l’ICE (Istituto Nazionale per il Commercio Estero) opera sui mercati internazionali con una propria rete di uffici e un proprio programma di iniziative avvalendosi di risorse conferite dal Ministero dello Sviluppo Economico, il quale promuove anche gli accordi di programma con le regioni e le province autonome italiane. Tra le iniziative, si segnala la partecipazione alle varie fiere internazionali del settore agroalimentare e a quelle specializzate quali Fruit Logistica (Berlino) e Macfrut (Cesena), oltre che a missioni incoming e outgoing in collaborazione con le Regioni interessate e altri Enti locali, volte ad accrescere non solo l’immagine, ma anche lo sviluppo di concrete opportunità commerciali. La promozione istituzionale si propone inoltre di rafforzare il radicamento nei mercati maturi, nonché di agevolare ulteriormente lo sviluppo dei nuovi mercati, come i Paesi dell’Europa dell’Est dove prevale la vendita tradizionale, anche se si assiste al graduale aumento del ruolo della GDO e per i quali potrebbe risultare fondamentale stimolare la creazione di specifiche piattaforme logistiche, in una logica di riduzione della produzione di CO2. Sullo sfondo, lo studio di mercati potenzialmente interessanti, ma ancora chiusi, quali per esempio Giappone e Corea del Sud, oppure solo da sviluppare mediante accordi commerciali e organizzazione logistica quali Cina, India, Penisola Araba e Nord America.

Analisi dell’export su base mensile

Gestire una campagna di commercializzazione di uva da tavola non è facile. Alle numerose variabili di carattere tecnico riguardanti la qualità del prodotto si somma la gestione dei mercati di destinazione, che implica conoscenze molto specifiche. Ogni mercato, oltre a rispondere a determinate caratteristiche generali, viene influenzato, mese per mese, da numerosi fattori che possono incidere in maniera anche importante sui volumi complessivi. Tra questi, particolare importanza riveste la concorrenza esercitata da altri Paesi, la disponibilità o meno di tipologie/varietà richieste dal mercato, l’evoluzione climatica nei Paesi di consumo, la dinamica dei prezzi unitari di vendita, l’inatteso arrivo di altre produzioni frutticole potenzialmente concorrenti, particolari tradizioni nei consumi alimentari ecc. Analizzando l’andamento dell’export su base mensile, emergono così dati significativi che possono aiutare a comprendere meglio l’evoluzione delle vendite all’interno di una campagna di commercializzazione su ciascun mercato, con molte sorprese. Così, all’interno del gruppo dei primi 10 Paesi di destinazione, la Germania vede decrescere progressivamente la propria quota in volume dal 50,1%, detenuta in giugno, a inizio campagna, al 6,8% di fine campagna a gennaio. In quest’ultimo mese, la Germania cede il ruolo di mercato di riferimento alla Russia (29,5%) e risulta essere preceduta, in volume, anche da Romania e Francia. Altri importanti mercati, come per esempio il Regno Unito, risultano invece protagonisti negli acquisti in determinati mesi quali, nella fattispecie, luglio e agosto, a causa del maggiore gradimento e disponibilità di uve senza semi, mentre negli altri rivestono un ruolo non di primo piano. Regno Unito, Belgio e Svizzera rientrano tra i primi dieci mercati di destinazione e vantano le migliori performance in termini di prezzo medio export, anche se per diverse ragioni. Nel Regno Unito, il maggior valore è dovuto all’incidenza di uve apirene caratterizzate da un maggior valore unitario ed elevato contenuto in servizi richiesti dalla GDO. In Belgio, invece, dove resiste la vendita classica presso i mercati all’ingrosso, prevale ancora l’attenzione al prodotto dagli standard elevati di qualità in cui l’uva presenta tutte le caratteristiche di bellezza “superiore” (grappolo semi-spargolo, acini grossi, colorazione non accentuata ma evidente) e, da qualche tempo, anche di buon sapore. In questo caso il prezzo risulta sostenuto dalla vendita presso i numerosi negozi specializzati e la ristorazione di qualità. La Svizzera rientra tra i mercati maggiormente selettivi, specie per le certificazioni imposte dai pochi gruppi della GDO che, da decenni, hanno selezionato e formato i propri fornitori, richiedendo particolare cura sin dalla fase di produzione, fornendo spesso propria assistenza tecnica, per ottenere un prodotto sano ma anche buono, in termini sia di tenore zuccherino sia di colore particolarmente deciso. La richiesta di tali servizi determina un evidente aumento dei costi che giustificano le più elevate quotazioni. Tra i principali partner commerciali, al primo posto, con una quota del 25% in volume e del 27% in valore, troviamo la Germania, che rimane mercato di riferimento in Europa ma anche nel mondo. Il mercato francese, per l’uva da tavola italiana, rappresenta il 2° mercato, sia in volume sia in valore, ed è considerato un Paese tollerante in fatto di caratteristiche morfologiche esterne, che gli consente di vantare un prezzo unitario inferiore alla media export (0,97 €/ kg), ma molto esigente in fatto di maturazione, colore e sapore. Per tale ragione, gli acquisti sono concentrati da settembre a dicembre. Mercato di grande interesse, la Polonia ha conosciuto incrementi importanti, paragonabili a quelli ottenuti dalla Romania di recente. Sempre costantemente tra i primi mercati di riferimento, a partire da luglio e fino a dicembre, la Polonia rappresenta il Paese dell’Europa dell’Est verso cui confluisce il prodotto caratterizzato da maggior attenzione verso le caratteristiche qualitative. Piacevole sorpresa la Spagna, che in pochi anni da agguerrito concorrente è divenuto ottimo cliente con una quota del 5% sia in volume sia in valore, grazie ad acquisti che effettua con maggiore intensità a partire da settembre, ma che concentra in maniera importante in novembre, dicembre e fino a tutto gennaio.


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