Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: coltivazione

Capitolo: meccanizzazione

Autori: Marco Vieri

Introduzione

L’attuale scenario dell’olivicoltura italiana è condizionato dal frazionamento strutturale soprattutto nel Centro Italia, dove istituzioni come la mezzadria hanno fortemente limitato l’impiego e quindi lo sviluppo della meccanizzazione. Pur vantando una tradizione millenaria e rappresentando una delle attività più interessanti nel panorama agricolo nazionale, l’olivicoltura ha una superficie media aziendale di poco superiore a 1 ettaro con 1.300.000 aziende che operano su 1.100.000 ettari di impianti olivicoli; circa il 60% delle aziende presenta meno di 100 piante, mentre solamente il 12% è caratterizzato da una struttura produttiva con più di 250 olivi. L’11% della superficie nazionale investita in questa coltura è situato in zone marginali di montagna, oltre il 67% in zone collinari e solo il 22% si trova in pianura. Sul piano territoriale questo settore svolge d’altronde un ruolo socio-economico fondamentale e normalmente ogni anno genera una domanda di manodopera pari a non meno di 50 milioni di giornate di lavoro. Molteplici sono le funzioni cui adempie: fra queste quella paesaggistica, icona fondamentale del nostro territorio in tutto il mondo, e quella di tutela ambientale e di presidio nelle zone marginali. La compresenza di diverse tipologie di olivicoltura scaturisce da svariati fattori: aziendali (piccola dimensione degli impianti, conduzione familiare o part-time, impianti vetusti a bassa produttività); territoriali (limitate zone pianeggianti e prevalenza di forte declività delle colline coltivate a olivo); socio-economici (elevato costo di gestione e scarsa reperibilità di manodopera specializzata). Ciò che in molti casi sostiene ancora il mantenimento dell’oliveto è la forte passione che caratterizza gli olivicoltori; troppo spesso d’altronde la conduzione dell’oliveto fa riferimento alla tradizione non considerando né la ricerca né gli investimenti in macchine e strutture indispensabili per la necessaria riconversione produttiva. Oggi si parla sempre più spesso di “olivicolture”, termine che sta a indicare che non esiste una singola realtà produttiva, ma più situazioni diversificate tra loro, che possono essere distinte in 3 grandi tipologie: – l’olivicoltura marginale, di piccola scala, caratterizzata da una bassa produttività e, ancora oggi, particolarmente diffusa nelle zone collinari più impervie su superfici che vengono sempre più frequentemente abbandonate o sono interessate da operazioni colturali ridotte al minimo indispensabile, testimonianza della storica marginalità dell’olivo nell’ambito dell’economia aziendale; – l’olivicoltura collinare, tipica delle zone declivi, spesso terrazzate, condotte secondo canoni agronomici tradizionali per quanto riguarda le forme d’allevamento, i sesti di impianto, le sistemazioni e le tecniche colturali. Questa svolge un ruolo fondamentale per la tutela del paesaggio e per la stabilità idrogeologica dei versanti, e costituisce una parte rilevante del comparto dal punto di vista della produzione; – l’olivicoltura intensiva, caratteristica di zone pianeggianti o con pendenza ridotta, che rappresenta una realtà affermata nonostante le superfici complessive a essa destinate siano ancora limitate. Si tratta di impianti ristrutturati, dotati di sistemazioni idrauliche, sesti di impianto e forme di allevamento adatte alla potatura e raccolta meccanica. Per inquadrare la meccanizzazione non si può d’altronde prescindere da quelle che sono le condizioni strutturali del terreno e dell’impianto: una suddivisione in tal senso può considerare sei modelli di olivicoltura e conseguentemente diversi scenari tecnologici possibili.

Impianti terrazzati e non praticabili
La definizione “non praticabile” indica la quasi totale impossibilità di poter ricorrere alla meccanizzazione. In queste sistemazioni viene attuata un’olivicoltura cosiddetta “eroica”, di piccola scala, caratterizzata da una bassa produttività e da un impiego di manodopera molto elevato: la disposizione ottimale è di 1 pianta ogni 50 m2 e se si ricorre all’impiego dei teli si stima una richiesta di manodopera prossima a 1,5-2 ore a pianta. Il mantenimento di questo tipo di olivicoltura localizzato su pendenze di oltre il 20% e di elevato valore paesaggistico (olivicoltura ligure) ha come priorità la realizzazione, dove possibile, di vie di accesso a mezzi meccanici specializzati di piccola dimensione e grande agilità come i minicingolati che possono portare i materiali e i gruppi di irrorazione, concimazione, diserbo o di taglio delle infestanti e trinciatura dei residui; e anche i miniescavatori, che possono essere accessoriati con pinze di potatura e pinze scuotitrici.

Impianti terrazzati e meccanizzabili
Tipici di zone a declività medio-alta (fino al 20%) con terrazzi ampi e spesso raccordati così da consentire il passaggio delle piccole macchine agricole convenzionali. Pur potendo effettuare meccanicamente diverse operazioni, hanno bassi rendimenti nella capacità di lavoro dei cantieri. Quasi tutte le operazioni sono meccanizzabili con opportuni interventi di adeguamento degli spazi e delle forme di allevamento: la raccolta può essere meccanizzabile con ombrelli di intercettazione e scuotitori al tronco o alle branche e la difesa è realizzabile con cannoni irroranti e anche il recupero dei residui di potatura può essere meccanizzato.

Impianti tradizionali irregolari

Sono caratterizzati dalla disposizione irregolare e non razionale delle piante che spesso sono secolari e hanno grande sviluppo (meno di 200 piante a ettaro). Sono generalmente localizzati in zone con pendenze inferiori al 15%. Gli elevati tempi di intervento riguardano soprattutto l’irregolarità e la dimensione delle piante che richiedono macchine specializzate e ancora modalità operative non continuative.

Impianti convenzionali razionali
Questi impianti derivano dalle ristrutturazioni e sono già caratterizzati dalla disposizione delle piante in filari. Vi è un investimento di 250-300 piante a ettaro con sesti 6×5, 6×7, 7×7, con pendenze limitate o con filari disposti secondo pendenze compatibili con l’impiego di macchine agricole. Il maggiore problema deriva dalla dimensione delle piante, che richiederebbe particolari soluzioni meccanizzate per la potatura e la raccolta che deve essere fatta per scuotimento alle branche.

Impianti intensivi (moderni razionali)
Impianti tipici di un’olivicoltura da reddito. La razionalizzazione dell’oliveto si ha realizzando geometrie regolari che permettano un passaggio continuo delle macchine e possibilmente una fascia produttiva ben definita e omogenea come è stato impostato fino dagli anni ’70 nella viticoltura. In questi impianti, caratterizzati da sesti 5×5, 2,5×5, con 400-600 piante a ettaro, è possibile adottare una meccanizzazione tipica della frutticoltura e, con le odierne tecnologie, anche la raccolta in continuo. I filari sono dotati di impianti di irrigazione localizzata per distribuire acqua e fertilizzanti al fine di regolarizzare e mantenere lo sviluppo vegetativo durante tutta la stagione.

Impianti superintensivi
Derivano dai precedenti ma hanno una spinta intensificazione con più di 1000 piante a ettaro (fino a 6000) con filari a 4 m e distanza sulla fila di 1,3-1,5 m. Quasi completamente meccanizzabili, a eccezione della potatura laterale, che viene più efficacemente effettuata con pochi tagli grossi fatti con rapide troncatrici elettriche. La struttura di questi oliveti, simile a un moderno frutteto, ha impianto drenante e di irrigazione. La meccanizzazione dell’olivicoltura sta trovando oggi una sua definizione che deve tenere conto delle diverse tipologie di impianto precedentemente descritte. Nelle tabelle seguenti sono schematizzate le esigenze colturali, le possibilità tecnologiche e i cantieri impiegabili nelle diverse tipologie di impianto.

Scenario delle tecnologie disponibili

La sempre più evidente mancanza di manodopera ha creato negli ultimi anni una domanda di tecnologie che hanno risvegliato dopo quasi 40 anni l’interesse di molti costruttori e artigiani. Soluzioni sempre più evolute e affinate stanno coprendo le tante e diverse necessità operative. La tutela della sicurezza degli operatori impone l’abbandono delle scale, obiettivo oggi possibile con lo sviluppo di agevolatori sempre più leggeri ed ergonomici montati su aste di prolunga. Permane d’altronde l’incertezza o l’impossibilità nell’investire in macchine e sempre di più si stanno diffondendo servizi di contoterzismo per tutte le operazioni. Al piccolo olivicoltore rimane l’onere di adeguare il suo impianto in modo che vi possano operare i diversi cantieri di lavoro.

Potatura
Questa operazione rappresenta la seconda voce di costo colturale e costituisce la base di un impianto adatto alle diverse soluzioni di meccanizzazione adottabili. Pertanto le piante non devono essere più alte di 5 m per non usare scale; se si adotta la raccolta per pettinatura si deve cercare di concentrare la vegetazione su una fascia produttiva che renda agevole l’impiego di queste macchine; se si impiegheranno scuotitori è necessario creare le finestre di presa che dovranno anche tenere in considerazione direzione o modalità operative delle macchine. Come utensili manuali si impiegano da sempre cesoie, soprattutto quelle a due mani (con bracci di prolunga), e i segacci. Le cesoie a una mano vengono utilizzate per potare rami del diametro massimo di 2 cm e devono essere costruite con materiali robusti e leggeri, per garantire il massimo comfort e la massima efficienza. Il taglio passante, o bypass, è quello più indicato per il legno verde; nel caso di legno particolarmente duro e secco si possono utilizzare delle cesoie a taglio battente o a doppio taglio. Le lame più moderne sono in acciaio al carbonio, sono molate e temprate con particolari utensili di precisione in modo da garantire lunga durata del taglio. Le impugnature più leggere e confortevoli sono in fibra di vetro o in alluminio rivestito e devono adattarsi al meglio, nella forma e nelle dimensioni, alla mano dell’utilizzatore. I segacci, utilizzati per tagli fino a 10-15 cm, devono garantire tagli netti, veloci e senza fatica. Le lame a sezione triangolare permettono di evitare la tradizionale stradatura e quindi di garantire tagli più lisci, i denti realizzati con tempratura multipla garantiscono una lunga durata dell’efficienza di taglio e allo stesso tempo una buona elasticità della lama. Le lame più moderne sono infrangibili e hanno un trattamento protettivo che aumenta la scorrevolezza nel legno e protegge dalla ruggine. Le impugnature sono leggere e si adattano alla mano dell’operatore: le più evolute sono in materiale bicomponente, comode e antiscivolo.

Utensili elettrici: una rivoluzione recente. La forbice elettronica è un attrezzo altamente professionale che può tagliare rami fino a 30 mm, ideato per consentire una produttività costante del lavoro durante tutto il periodo di lavoro giornaliero. Si stanno sperimentando anche troncatrici elettriche che effettuano tagli fino a 50 mm, montabili su asta di prolunga per tagli alti. Il motore elettrico è controllato da un comando a grilletto e agisce, per mezzo di una vite senza fine, sulla cremagliera del tagliente. Un controllo elettronico permette di dosare la potenza erogata per la massima efficienza energetica e quindi per un’autonomia maggiore delle batterie. Il comando diretto permette di invertire immediatamente l’avanzamento del tagliente rendendo queste forbici molto più sicure rispetto a quelle pneumatiche. Le nuove batterie litio-ionio, da 44 volt, per altro riciclabili, sono controllate elettronicamente e monitorate da un software che per mezzo di un piccolo monitor mostra utili informazioni all’operatore, come per esempio il tempo di autonomia residua. Questa tecnologia permette di aumentare potenza e velocità di taglio di circa il 30% e di dosare l’energia erogata per una maggiore autonomia (fino a 12-14 ore di lavoro). Le masse si riducono sempre di più: le forbici pesano ormai meno di 800 g e il pacco batteria circa 1 kg. Per tagli più grandi vi è l’innovativa troncatrice elettrica a catena denominata SELION, portata su aste telescopiche di diverse misure, da 50 a 200 cm. Caratteristiche a oggi uniche sono la bassa rumorosità, l’adozione di una catena da ¼ che effettua tagli sottili e precisi, il dispositivo di tensionamento automatico della catena, il dispositivo elettronico di lubrificazione proporzionale allo sforzo, la possibilità di inclinare la testa di taglio. Le batterie al lithium-ion e il motore brushless conferiscono al dispositivo leggerezza, potenza e autonomia. Un settore ancora importante rimane comunque quello dei dispositivi a motore endotermico. La sega a catena è sicuramente più sicura rispetto alla sega a disco, ma rimane pur sempre un utensile di taglio rapido per il quale, nonostante i dispositivi di blocco rapido della catena, il “rischio residuo” è pur sempre elevatissimo. Nel caso di tagli sulle branche, molto più sicure risultano le seghe a catena applicate all’estremità dell’asta dei decespugliatori portati a motore, o ancora meglio utensili specifici che hanno asta telescopica e che possono arrivare a 4 m di estensione con una capacità di taglio di 20 cm. Gli utensili pneumatici sono sicuramente i dispositivi più diffusi per la potatura dell’olivo, soprattutto in impianti razionali e con cantieri di più operatori. Nel caso di impiego di forbice con impugnatura diretta è di estrema importanza adottare dispositivi di sicurezza per l’irreversibilità e rapidità del cinematismo di taglio di questi utensili. Un bracciale brevettato (Paterlini, 2007) determina lo scarico immediato dell’aria dalla forbice quando il braccio è a una distanza inferiore ai 50 cm dalle lame. Molto idonee alla potatura dell’olivo risultano essere le troncatrici con asta a doppia impugnatura, dotate di lame di taglio, che possono essere diritte o a uncino, per tagli fino a 50 mm. Oltre tale misura si adotta la troncatrice pneumatica a catena montata su asta. In tabella sono evidenziate la portata d’aria e la pressione necessarie per ogni utensile. Le caratteristiche di erogazione del gruppo compressore sono date dalla somma delle portate degli utensili contemporaneamente impiegati. Le caratteristiche del compressore possono essere inferiori nel caso in cui l’utilizzo sia discontinuo e si adotti un adeguato serbatoio di accumulo di aria compressa. Uno schema di cantiere efficiente prevede la presenza di tre persone con un trattore dotato di compressore. L’operatore munito di asta (2 m) a due mani con sega a catena effettua i tagli di ripristino dell’altezza e della struttura (3-5 tagli a pianta); l’operatore con troncatrice dotata di asta telescopica di 1,5 m effettua i tagli di diradamento della vegetazione minore (10-15 tagli a pianta); l’operatore con la troncatrice corta può essere invece impiegato a sramare le grosse potature a terra che hanno diametri superiori a 5 cm. Con questa ultima operazione si eliminano quei 3-5 grossi pezzi di legno a pianta che aggraverebbero la successiva operazione di trinciatura e asportazione dei residui e che d’altronde, depositati vicino al tronco, possono successivamente essere recuperati come legname. Prove continuative su impianto regolare di 6×6, con piante alte 5 m e con turno di potatura di 3 anni, hanno registrato medie operative di 150 piante potate al giorno. Negli impianti intensivi e superintensivi si cerca di introdurre la potatura meccanica. Questa operazione prevede l’impiego di barre dotate di speciali dischi di taglio che, con un diametro di 600 mm e una velocità periferica di 70 m/s (2500 giri/minuto), effettuano la potatura su metà filare a una velocità di circa 1000 m/h. Più conveniente risulta d’altronde l’impiego della sola barra montata anteriormente sul trattore per effettuare il taglio superiore e solamente in parte quello laterale. L’operazione viene completata con pochi tagli grossi effettuati con la troncatrice a catena e mirati a diradare la vegetazione.

Gestione del materiale di potatura. L’asportazione e la bruciatura dei residui di potatura dovrebbero essere pratiche da abbandonare laddove sia possibile l’impiego delle macchine; inoltre la bruciatura è una pratica vietata in molti comuni e il suo costo, spesso non correttamente considerato, può variare dai 50-60 €/t (con movimentazione meccanica) ai 100 €/t (con movimentazione manuale). La logistica in campo ha ormai trovato soluzioni efficienti. In un oliveto maturo, con turno di potatura di 3 anni, questo materiale vegetale può rappresentare un quantitativo fra 3 e 5 t/ha, di cui circa il 20% costituito da legno con diametro superiore a 5 cm. Se si adotta la raccolta meccanizzata dei residui, la soluzione più comune è quella di creare un’andana nell’interfilare già nella fase di potatura (generalmente si alterna un interfilare libero a quello con andana di materiale vegetale). Quindi si possono adottare a oggi due soluzioni: – la trinciatura con trituratore a mazze e recupero del cippato in big-bags, in bins o in cassoni che scaricano in rimorchio; – il confezionamento con raccogli-imballatrici modificate.

Gestione del suolo e delle infestanti
La gestione del suolo comprende le fertilizzazioni, la lavorazione del terreno e la gestione delle infestanti. Le operazioni di fertilizzazione sono generalmente costituite dalla concimazione localizzata effettuata con spandiconcime convenzionali a piatto girevole, oggi dotati di dispositivi di orientamento del flusso proiettato per poter localizzare la deposizione del granulare nella fascia di terreno sotto chioma. Sempre più pressanti risultano oggi la necessità e l’opportunità di impiegare “compost di qualità” che riunisce vantaggi nutrizionali e ammendanti simili se non superiori al letame. Il problema maggiore risiede nella gestione dei trasferimenti di questo materiale che deve essere distribuito in dosi di 25-30 t/ha corrispondenti a circa 50-60 m3/ha, ovvero un volume di materiale estremamente elevato che richiede un’attenta logistica di trasporto e di movimentazione. È possibile impiegare carri spandiletame di portata fino a 3-5 m3. Le lavorazioni del terreno dell’oliveto vengono attuate per controllare le infestanti, interrare la sostanza organica e creare la necessaria porosità superficiale. Normalmente non si eseguono operazioni di discissura profonda, soprattutto perché l’olivo ha radici superficiali che verrebbero danneggiate. Abbastanza comune è invece la discissura superficiale a meno di 25 cm, effettuata per ricreare porosità e permettere di accumulare acqua nel periodo primaverile; così come viene adottato l’impiego delle lavorazioni con erpici a dischi che meglio interrano le infestanti e le piante da sovescio. La gestione delle infestanti, oltre che con l’impiego di erpice a dischi, viene efficacemente assolta con i moderni trinciaerba: vi sono anche modelli a spostamento laterale e dispositivi scavallanti che permettono di eliminare le infestanti anche nel sottochioma interpianta. L’impiego del trinciaerba è indicato anche prima della raccolta per riordinare l’impianto e rendere più agevoli e veloci le successive operazioni. Ricerche mutuate dalla viticoltura indicano un apporto di 15 tonnellate di sostanza fresca a ettaro pari a 15 unità di azoto.

Difesa antiparassitaria
La difesa dell’olivo è una pratica che nel corso degli ultimi anni sta divenendo sempre più importante per il susseguirsi di stagioni calde che hanno aumentato sia il numero sia le generazioni della mosca dell’olivo (Bactrocera oleae). Sul mercato sono presenti molte tipologie di macchinari specifici per la difesa delle colture adottate nei diversi tipi di impianti olivicoli: – le irroratrici a lancia, possibilmente da abbandonare in quanto richiedono elevati volumi di miscela antiparassitaria e sono pericolose per l’operatore; – gli atomizzatori a spalla, pesanti e con scarsa autonomia; – gli atomizzatori con diffusore a “cannone”, che dovrebbero sostituire le prime due categorie; – gli atomizzatori con diffusori laterali, che effettuano trattamenti di precisione e sono adatti a impianti allevati in filari. Le tecnologie di irrorazione nell’oliveto, al pari delle altre operazioni, non hanno ancora trovato criteri tecnici e tecnologie di ottimizzazione così come è avvenuto per le altre colture: incide molto la variabilità dell’architettura delle piante e la loro disposizione sull’appezzamento. La maggior parte delle aziende utilizza ancora le lance irroranti con elevatissimi volumi di miscela antiparassitaria distribuiti e in gran parte dispersi. In effetti il notevole sviluppo del volume della chioma, la sua irregolarità e la bassissima densità dovuta alle piccole e rigide foglie, portano a ritenere più adeguato un trattamento di “bagnatura localizzata” più sulle branche che sulla chioma. Ciò è giustificato anche dal fatto che proprio il primo dei tre trattamenti effettuati in media in un anno viene fatto a primavera, quando ancora l’umidità può favorire lo sviluppo dei funghi, e ha inoltre lo scopo di trattare le ferite provocate alle piante dalla potatura, evitando lo sviluppo di malattie come la rogna; in effetti per questo obiettivo parrebbero giustificate una bagnatura abbondante del legno e una localizzazione del getto. La sempre maggiore regolarità degli impianti e delle forme di allevamento, l’esigenza comune di ridurre gli sprechi e le dispersioni di inquinanti e la necessità di una riduzione di tutti i costi operativi, con la conseguente riduzione dei tempi di irrorazione, orientano d’altronde la tecnica di irrorazione verso l’impiego di macchine ad aeroconvezione e verso una riduzione dei volumi di miscela antiparassitaria distribuiti. Le macchine più indicate sono le irroratrici ad aeroconvezione (dotate di ventilatore) con convogliatori a cannone per le zone impervie e con moduli di irrorazione per gli impianti con disposizione in filari. Grazie a questi dispositivi la penetrazione delle goccioline nella vegetazione è sicuramente migliore e i tempi operativi sono ridotti. Si stanno applicando anche nuove tecniche di irrorazione intermittente per distribuire a spot nuovi prodotti insetticidi che contengono sostanze attrattive.

Raccolta delle olive
L’immagine del progresso nella meccanizzazione della raccolta delle olive appare oggi con evidenza nelle imponenti macchine per la raccolta. Già negli anni ’90, quando ancora le vendemmiatrici muovevano i primi passi nelle produzioni di serie, il dott. Lino Pasquali (costruttore di macchine agricole di fama internazionale) realizzava la prima macchina scavallante per la raccolta meccanica integrale delle olive; dotata di due aspi cilindrici muniti di bacchette oscillanti, posti ai lati del filare, aveva un sistema di intercettamento simile alle vendemmiatrici e completava in sé tutte le operazioni di raccolta delle olive. Il prototipo rimase tale per ingombro e peso eccessivi, ma il principio generale e il particolare sistema ad aspo oscillante libero di ruotare sulla vegetazione sono stati adottati nelle grandi macchine di raccolta delle olive come la Korvan o l’imponente Colossus con 38 tonnellate di peso. Nella meccanizzazione dell’olivicoltura i primi passi evolutivi si ebbero nel dopoguerra quando, dalla brucatura manuale con l’ausilio di cesto e scala, si passò all’impiego di teli che rendevano più agevole il recupero delle olive bacchiate o brucate. Si usavano per questo piccoli utensili in legno o metallo non molto dissimili a quelli odierni che, a seguito dello sviluppo di nuovi materiali, hanno pesi inferiori e resistenza superiore. Numerose sono state negli anni le realizzazioni di piccoli dispositivi e di recente stiamo assistendo peraltro a una vera rivoluzione tecnologica, con la crescente diffusione di dispositivi portatili ad azionamento elettrico sempre più leggeri, affidabili ed economici. Nel progresso della meccanica agraria applicata all’olivicoltura molto importanti sono stati gli anni ’60-’70 in cui vennero promossi numerosi concorsi a premio che innescarono un fermento e una moltitudine di realizzazioni di cui forse avremo ancora oggi necessità; a questo si aggiunse il famoso progetto finalizzato CNR sul tema della “Meccanizzazione in agricoltura”, con il sottoprogetto “Meccanizzazione della raccolta delle olive”. Da queste occasioni emersero successi e insuccessi, alcuni dei quali hanno d’altronde indirizzato precise linee evolutive come le pettinatrici e gli scuotitori. Agli anni ’60 risale una macchina che tuttora costituisce una punta tecnologica nelle scuoti-raccoglitrici: la SR 12. La macchina realizzava per la prima volta l’abbinamento di uno scuotitore, dotato di un particolarissimo sistema di supporto (snodo a polso), con un intercettatore a “ombrello rovescio” e con un sistema di recupero e prima pulizia delle olive. Questa configurazione rappresenta tuttora una soluzione di eccellenza per la completezza e l’efficienza del cantiere che è condotto da un solo operatore e per la raffinatezza delle soluzioni tecniche. Lo sviluppo degli scuotitori ha avuto una battuta di arresto fino agli anni ’90 quando alcuni costruttori hanno avviato la progettazione di dispositivi sempre più efficienti e adatti alle diverse forme di allevamento. Parallelamente alla raccolta con gli scuotitori si sviluppò già dagli anni ’70 quella per pettinatura con due soluzioni in relazione alla disposizione dei denti: ad aste parallele montate su un pannello di forma quadrata, ad aste radiali montate su un cilindro oscillante. Alla prima categoria, ormai quasi del tutto scomparsa, appartenevano la storica “Santana” del ’70, il Picchio della Sigma4 e la Giralda. Nel 1997 il DIAF realizza un modulo di raccolta che ha come unità motrice un escavatore a piattaforma girevole, sul cui braccio è stata accoppiata una testata di pettinatura della raccoglitrice di olive in continuo della ditta Pasquali. Dalle esperienze maturate fino dagli anni ’60 e nella convinzione della validità di un modulo integrato per il distacco, l’intercettazione, la pulizia e lo stoccaggio temporaneo delle olive, il DIAF ha realizzato nel 2000 un allestimento con escavatore cui sono stati accoppiati la testata scuotitrice al posto della benna e un ombrello rovescio ad apertura idraulica applicato alla lama anteriore e un apparato posteriore, dotato di un aspiratore e un ciclone, per la pulizia delle olive e lo stoccaggio in bins. Negli ultimi anni gli obiettivi di imprenditori e costruttori sono rivolti alla realizzazione di impianti a elevata meccanizzazione come quelli superintensivi, attuati però su varietà tipiche locali che devono mantenere geometrie più ampie, non compatibili con l’impiego di macchine scavallanti adeguate ai nostri territori. Una delle soluzioni che si stanno facendo strada è quella di macchine che operano sul lato della pianta; è questo il caso della CRF Costruzioni, che ha sviluppato un gruppo di raccolta che viene assemblato su un trattore ribassato a cabina laterale e in cui il gruppo di raccolta è costituito da coppie di pettini che coprono l’intera altezza della parete; vi sono poi un sistema di intercettazione delle olive e un gruppo di aspirazione, pulizia e stoccaggio in bins. Questa tecnologia rappresenta una delle soluzioni più promettenti per la razionalizzazione di molti impianti della nostra olivicoltura moderna.

Quale tipologia di raccolta adottare. A oggi, data l’estrema diversificazione degli impianti italiani, con il loro valore riconosciuto, pur nella necessità di operare una profonda ristrutturazione per renderli più efficienti sia dal punto di vista agronomico sia da quello dell’impiego delle macchine, non sarebbe corretto indicare un’unica via da seguire. Si possono d’altronde evidenziare alcuni punti già chiari: – l’impiego degli agevolatori e l’abbandono delle scale nelle zone terrazzate e difficili; – l’uso di scuotitori al tronco o alle branche negli impianti meccanizzabili; – l’adozione di ombrelli di recupero dove gli spazi lo consentono e dove il terreno è irregolare (eccellente è l’impiego dell’ombrello su escavatore che opera da sotto il terrazzamento, mentre lo scuotitore o gli operatori agiscono sul terrazzamento); – l’uso di teli con gestione meccanizzata dove il terreno è regolare; – la riconversione con potatura degli impianti intensivi e l’impiego di raccolta in continuo non scavallante per poter adottare le nostre varietà tipiche; – lo sviluppo territoriale di servizi di contoterzismo per le aziende medio-piccole; – la riorganizzazione razionale degli spazi operativi e della viabilità.


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