Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: materiali plastici

Autori: Giacomo Scarascia-Mugnozza, Antonio Coletta

Introduzione

La viticoltura da tavola in Italia è presente in maniera preponderante in Puglia e in Sicilia. La Puglia ne detiene il primato produttivo. Produzioni minori sono collocate anche in Abruzzo. La totalità degli impianti a oggi è protetta con materiali plastici di copertura che si differenziano essenzialmente in reti e film in polietilene. Il sistema di allevamento che ha permesso di predisporre al meglio le strutture per la protezione con materiali plastici è stato il tendone introdotto in Puglia nei primi anni del ’900. Il successo del tendone nella coltivazione delle uve da tavola risiede comunque in prima istanza nella capacità di esprimere un’eccezionale potenzialità produttiva e una notevole duttilità nell’agevolare l’apporto di innovazione agronomica e tecnologica che il ciclo produttivo delle uve da tavola continuamente richiede. Il tendone consente di raggiungere produzioni pari a 40 t per ettaro. Le produzioni di questo tipo di impianto, inoltre, hanno potuto, nel corso del tempo, essere sempre contraddistinte dalla regolarità e uniformità delle caratteristiche morfologiche e commerciali. I risultati raggiunti sono stati resi possibili grazie anche alla possibilità di agevolare la gestione dei fattori produttivi delle uve da tavola: gli apporti idrici, le concimazioni, le lavorazioni del suolo, la protezione fitosanitaria, la capacità di ospitare strutture di protezione. Agli inizi degli anni ’80 sono introdotte due importanti innovazioni: – il tendone tipo Puglia che permetterà di separare su due distinti livelli spaziali vegetazione (canopy) e produzione, consentendo a quest’ultima di essere al riparo da abrasioni e danni morfologici oltre che disporre di ideali condizioni microclimatiche nello spazio immediatamente intorno ai grappoli; – primi tentativi di protezione dei grappoli con film plastici montati sui fili in acciaio dei tendoni. La tecnica nasce per anticipare la maturazione in Puglia e per ottenere posticipo di raccolta in Sicilia. In quest’ultimo caso si introdurrà un elemento innovativo in termini biologici poiché si permetterà di conservare sulla pianta un prodotto che ha già raggiunto la sua maturità fisiologica. Il posticipo di raccolta ottenuto con la protezione dagli eventi meteorici consentirà al settore di posizionare notevoli quantità di prodotto in periodi di minore offerta sui mercati. Quest’ultima tecnica sarà destinata a diventare un’innovazione di processo che cambierà in maniera irreversibile il ciclo produttivo del settore delle uve da tavola. Ambedue le possibilità di modificare il ciclo produttivo si rivelano così determinanti che, in seguito, le aziende non in grado di gestire le tecniche per offrire prodotto destagionalizzato verso l’autunno o verso l’inizio dell’estate saranno destinate ai margini del circuito commerciale e non più rappresentative del settore.

Tendone: caratteristiche strutturali della tensostruttura per l’utilizzo delle coperture con reti o con film plastici

Il tendone, in particolare la forma di allevamento tendone tipo Puglia, è quello che nel tempo ha dimostrato di poter interagire meglio con l’utilizzazione di materiali di protezione, sia film plastici sia reti. Esso infatti svolge funzione di sostegno della produzione e di ancoraggio delle coperture. Da un punto di vista strutturale il tendone si può assimilare a una tensostruttura funicolare piana, parallela alla giacitura del terreno, realizzata con due orditure ortogonali principali di elementi tesi, funi, che formano una rete a maglie quadrate sostenuta da elementi verticali compressi, ritti o pali, connessi alla rete nei nodi della maglia. Tale rete, insieme a un’orditura secondaria di fili, sorregge la vegetazione derivante dalle piante poste in corrispondenza di ciascun ritto infisso o appoggiato al suolo. La maglia reticolare piana e i ritti sono mantenuti in equilibrio dai pali d’angolo e di corona, ovvero dai tiranti, inclinati e ancorati nel terreno, dopo essere stati sottoposti a uno sforzo di pretrazione. Le funi generalmente sono in acciaio zincato o, più raramente, in acciaio inox oppure in materiale plastico, mentre i ritti sono realizzati in legno, in calcestruzzo armato, in acciaio o in alluminio. La configurazione in pianta di un blocco unitario di tendone è, possibilmente, quadrangolare e copre una superficie di un ettaro con un tradizionale sesto di impianto 2,5 × 2,5 m che determina la presenza di 1600 piante per ettaro. Nel caso delle nuove varietà apirene, meno fertili, il sesto si può portare fino a 3,5 × 3,5 m non superando la soglia di 1000 piante per ettaro. Le caratteristiche costruttive degli elementi del tendone sono: – ancoraggi, con blocchi di pietra naturale o in calcestruzzo, dei tiranti di angolo e dei tiranti di bordo: rispettivamente con profondità di 100-150 cm, o 50-70 cm, e peso di 100-150 kg, o 50-100 kg. In alcuni casi si usano anche piastre o viti in acciaio; – pali di angolo in calcestruzzo armato, di sezione quadrata 10 × 10 cm, o in legno, di sezione circolare con diametro di 10 cm, o in profilati in acciaio a sezione cava. Volendo evitare i tiranti d’angolo e di bordo inclinati e ancorati al suolo, si possono utilizzare pali d’angolo e di corona in profilati di acciaio tipo IPE, con sezione a doppio T, infissi nel terreno per una profondità di 80-100 cm al fine di garantire un buon grado di incastro. L’altezza totale del profilato sarà di circa 3 m, poiché l’altezza fuori terra è di 2,2 m, alla cui sommità vengono vincolati i correnti di corona e interni. La sezione del profilato, sollecitata a flessione per il suo comportamento a mensola, deve essere minimo un IPE 160 o 180; – pali di corona, altezza 2,2 m, in calcestruzzo armato, di sezione 8 × 8 cm o 10 × 10 cm, o in legno, di sezione circolare con diametro di 10 cm; – pali interni in calcestruzzo armato, di sezione quadrata 6 × 6 cm, oppure in legno, con sezione circolare di 8 cm di diametro. I pali interni, di altezza 2,2 m, sono alternati con quelli di circa 3 m di altezza che svolgono funzione di sostegno sia delle piante sia del filo di colmo su cui disporre le due falde del materiale di copertura in telo o rete; – tiranti d’angolo: doppio o, raramente, triplo filo in acciaio zincato con diametro di 6,4 o 5,4 mm (n. 24 o n. 22 in numeri francesi) con inclinazione del filo di 55° rispetto all’orizzontale; – tiranti di bordo: in acciaio zincato con diametro di 6,4 o 5,4 mm (n. 24 o n. 22 in numeri francesi) con inclinazione del filo di 55° rispetto all’orizzontale; – fili di corona: in acciaio zincato con diametro di 6,4 mm (n. 24 in numeri francesi); – fili interni: in acciaio zincato con diametro di 3,4 mm (n. 18) con dimensioni della maglia che riflettono la disposizione del sesto di impianto; – retina: la maglia della retina è costituita da sottomultipli del sesto di impianto. Il lato del sottomultiplo varia in funzione del sesto senza superare la lunghezza di 60 cm. Il filo di acciaio ha un diametro non inferiore a 2,7 mm (n. 16). Inferiormente, a 20-30 cm di distanza dalla rete che ha funzione di garantire un efficace appoggio alla vegetazione, nel tendone tipo Puglia sono collocati due fili (n. 20) definiti binari che sostengono i capi a frutto. I binari con i capi a frutto sono orientati in un solo verso, lo stesso della copertura in plastica, con interasse di 60 cm. All’altezza dei binari e al centro del filare, si dispone un filo parallelo (n. 20) che ha la funzione di ancoraggio dei legacci di fissaggio delle coperture plastiche in rete o telo. La complessità della struttura si evidenzia facilmente e ciò si conferma soprattutto quando si analizza la distribuzione degli sforzi nella struttura. Studi condotti sulla sollecitazione di trazione e sullo stato tensionale medio negli elementi tesi nel tendone in presenza di frutti maturi hanno evidenziato i seguenti livelli di sforzo di trazione (1 daN = 10 Newton = 1 kg forza) e di tensione (N/mm2): – tirante d’angolo: 150-300 daN; 50-90 N/mm2; – tirante di bordo: 100-200 daN; 60-80 N/mm2; – corrente di corona: 100-150 daN; 50-80 N/mm2; – corrente interno: 50-80 daN; 60-100 N/mm2.

Reti in polietilene ad alta densità (HDPE)

Negli anni ’90 del secolo scorso, quindi, le produzioni di uva da tavola si avvalgono di un processo di produzione che poggia su un sistema di allevamento che si identifica esclusivamente nel tendone. Una parte degli impianti è sottoposta a precocizzazione delle produzioni con film plastici. Nei rimanenti impianti, a invaiatura avvenuta (prima decade di agosto) si procede alla copertura con film plastici per attendere condizioni di mercato più remunerative ed esitare il prodotto sui mercati interni ed esteri. In questo periodo comincia ad affermarsi anche un altro manufatto impiegato nella protezione del vigneto: le reti in polietilene ad alta densità destinate, quest’ultime, a rendere possibile un ulteriore innalzamento degli standard qualitativi dell’uva da tavola. La rete deriva il suo utilizzo dalla rete di protezione antigrandine già utilizzata su altri fruttiferi. La rete destinata al processo produttivo delle uve da tavola è dello stesso materiale, non è mai di colore nero ma trasparente e svolge funzione di protezione nei confronti dei dannosi effetti del vento sui germogli nelle prime fasi vegetative oltre che evitare i danni da grandine. I danni da vento possono essere severi poiché la necessità di innalzare gli standard produttivi e la quantità di produzione induce alla sollecitazione azotata delle piante e l’effetto, pur essendo di pregio, indebolisce i germogli in piena distensione e la loro resistenza alla forza del vento. Le reti, per tali motivi, sono collocate sul vigneto all’inizio del ciclo produttivo. In tempi successivi le tipologie di reti sono state sempre migliorate intervenendo sul filo e sulla tessitura e, nelle ultime acquisizioni, modificando anche la fotoselettività del polimero.

Tecnica di utilizzazione. La collocazione di questi manufatti sul vigneto avviene al germogliamento. Durante tutto il ciclo produttivo essi consentono di creare un ambiente confinato in cui si determinano migliori condizioni di crescita. Nei periodi centrali dell’estate si registra, infatti, una minore traspirazione e una migliore distensione delle strutture vegetative e dei grappoli. Tali condizioni di allevamento, in sintesi, portano a un incremento di produzione del 10-15% nelle rese unitarie per ettaro. Nella tecnica di posticipo di raccolta le reti si collocano al germogliamento e su di esse vengono montati i teli da metà agosto fino al tardo autunno. Nelle ultime innovazioni si cerca di condensare la gestione delle due tecniche di produzione. Oggi, infatti, la più recente soluzione nella gestione delle protezioni prevede l’utilizzo combinato dei manufatti telo e rete. La rete è collocata all’esterno mentre all’interno sono montati i teli. Ciò garantisce le produzioni contro attacchi fungini che possono instaurarsi in primavere particolarmente piovose. In tal modo sono anche garantiti un migliore ancoraggio e protezione del film dal vento e una riduzione dei picchi di temperatura. Si può infatti procedere a raccogliere le falde del telo conservando la protezione della rete. Ancora, l’azione protettiva della rete consente di montare, inferiormente, un film di minore spessore e, pertanto, meno costoso.
Tessitura. L’HDPE può essere lavorato per la produzione di monofilo che può essere tondo o avere forma di nastro. In funzione del telaio il monofilo può essere tessuto in tre principali forme: tessitura inglese (ritorto inglese), tessitura piana o italiana, tessitura Raschel. È nell’operazione di tessitura, infatti, che si possono decidere la gran parte delle caratteristiche del manufatto e, soprattutto, gli aspetti in grado di condizionare significativamente le risposte vegeto-produttive del vigneto. La tessitura piana è la più semplice ed è ottenuta con una semplice tessitura ortogonale tra una trama e un ordito. Le reti a tessitura piana sono caratterizzate dall’essere leggere, esse possono essere tese perfettamente ma non sono stabili nella forma della maglia, che può subire deformazioni geometriche. Le reti con tessitura inglese sono ottenute da una variazione della tessitura piana. I fili sono ortogonali, così come la trama e l’ordito, ma nel senso dell’ordito vi sono due fili intrecciati che racchiudono, avvolgendolo, il filo della trama. Nella tessitura Raschel, più complicata e onerosa delle prime due, si ottengono reti caratterizzate non da fili ma da catene di fili longitudinali attraversate da fili trasversali lavorati a maglia. I lati delle maglie della tessitura Raschel non possono aprirsi in quanto esistono annodature per ogni vertice della stessa che ne vincolano i movimenti. La forma geometrica della maglia però non è stabile e può deformarsi. Quest’ultima caratteristica conferisce cedevolezza alla rete e non permette alla stessa di raggiungere un’adeguata tensione nella messa in opera di pieno campo. La possibilità di tendere adeguatamente le falde della rete è importante poiché, su di un sistema di allevamento come il tendone, consente alla vegetazione di espandersi senza ostacoli fino alla fioritura e permette di opporre sufficiente resistenza a sollecitazioni provenienti da vento e grandine. Nella protezione dei vigneti di uva da tavola, la rete Raschel ha avuto, a causa delle sue caratteristiche meccaniche, una limitata diffusione seguita dal suo definitivo abbandono. Nelle utilizzazioni sui vigneti, infatti, sono preferite le reti con tessitura inglese poiché sono in grado di assicurare la necessaria rigidità e l’efficace protezione da eventi atmosferici come il vento e la grandine.
Colore. Le reti possono essere realizzate con fili neri, trasparenti o opportunamente colorati. Sono accertate le influenze che la fotoselettività dello spettro visibile ha sulle espressioni vegeto-produttive delle piante. Le reti nere non sono generalmente utilizzate a causa dell’ombreggiamento indotto, mentre attualmente la tipologia più diffusa è quella con fili trasparenti. Differenti colorazioni dei fili hanno dimostrato di poter modificare i tempi di fioritura di alcune piante da fiore. Reti colorate rosse hanno dimostrato di poter incrementare di 1,5-3 °C la temperatura al loro interno rispetto a reti trasparenti. Sempre con il colore si possono determinare effetti barriera e protezione da alcuni insetti.
Additivi. Il polimero utilizzato per la tessitura delle reti è sempre additivato con sostanze che hanno la funzione anti-invecchiamento di protezione dalla radiazione ultravioletta. Altri additivi si possono usare per dare un determinato colore e per conferire ulteriori proprietà come quelle ignifughe o l’antistaticità, per contrastare l’accumulo della polvere sulla rete.
Dimensioni della maglia e spessore del filo. Lo spessore della rete dipende dallo spessore del singolo filo e varia da 0,25 mm a 0,32 mm. La dimensione della maglia, espressa in mm per la trama e per l’ordito, varia da valori minimi, pari a 0,2-3,1 mm per le reti anti-insetto, fino a 3-5 cm per le reti anti-uccelli. Le funzioni di antigrandine e antivento sono assicurate da una maglia che va da un minimo di 1,8 mm a 5 mm.
Peso. Il peso delle rete è correlato allo spessore del filo e alla dimensione della maglia. Varia generalmente da 15 g/m2 a 325 g/ m2 (standard di riferimento UNI 940/89 – Reti in plastica per l’agricoltura – determinazione della massa per unità di superficie).
Fattore di ombreggiamento. Il fattore di ombreggiamento descrive la capacità di assorbire o riflettere quota della radiazione solare (UNI 10335/94 – Reti in plastica per l’agricoltura – determinazione del potere ombreggiante delle reti in fibra polietilenica).
Durata. La durata delle proprietà meccaniche di una rete in HDPE dipende dalla sua resistenza alla radiazione UV che ne è il principale fattore di degradazione. La resistenza a questo tipo di degradazione è espressa in quantità di kilolangley (kly) necessari a ridurre del 50% il valore originario della resistenza alla trazione. Il kilolangley esprime la radiazione solare globale incidente: 1 kly = 1 kcal/cm2 = 41,84 MJ/m2. Le reti in commercio, siano esse antigrandine o antivento, comprese quelle destinate alla protezione dei vigneti, hanno una resistenza pari a 500-800 kly.
Fattori di deterioramento chimico-meccanico. Il deterioramento fisico del polimero nelle reti può essere accelerato da abrasioni meccaniche contro pali e fili di ferro, da ambienti con elevate temperature, da eventi climatici estremi come vento e grandine. Fra gli agenti chimici, si rivelano molto aggressive le sostanze contenenti zolfo e cloro.

Caratteristiche strutturali delle reti
Le più importanti caratteristiche meccaniche delle reti sono definite dal carico di rottura a trazione, dal rapporto tra il carico di rottura e l’area della sezione trasversale del filo e dall’allungamento del filo a rottura (UNI 9405/89 – Reti in plastica in agricoltura – determinazione della forza e dell’allungamento a rottura).
Porosità. La porosità rappresenta la percentuale di spazi vuoti in un materiale poroso e può anche essere espressa come la percentuale di area vuota sull’area totale del campione.
Permeabilità all’aria. Questo parametro misura la capacità di farsi attraversare dall’aria. Dipende da molti aspetti come la velocità dell’aria, la dimensione e la forma delle fibre, gli spazi tra le fibre, la forma di tessitura. Questo parametro influenza il microclima nello spazio circoscritto dalla rete, contribuendo a modificare la temperatura e l’umidità relativa dell’ambiente.
Capacità di condizionamento dei parametri climatici: riduzione della radiazione solare. Ogni qualvolta si utilizza una rete si induce una riduzione della radiazione solare trasmessa. Essa può essere più o meno intensa e determina essenzialmente anche una riduzione delle temperature. L’applicazione della rete sul vigneto di uva da tavola determina proprio questo effetto nei mesi più caldi di giugno e luglio con l’abbattimento di circa 3 °C rispetto alla temperatura esterna. L’interposizione di reti sui vigneti può anche produrre un effetto termico di natura diversa in funzione della stagione climatica. Nella fase vegetativa germogliamento-fioritura si assiste, per esempio, a un incremento delle temperature favorevolmente accettato soprattutto in presenza di primavere fredde. La dimensione della maglia, correlata al valore di porosità e al peso, deve rientrare in un range che assicuri l’assenza di effetti collaterali indesiderati sulle produzioni e sulla qualità.

Film plastici

Il vigneto di uva da tavola si può coprire con film plastici, in polietilene a bassa densità (LDPE) oppure in copolimero etilenevinilacetato (EVA), che possono svolgere una duplice funzione. Come nel caso delle reti, il telo può servire a precocizzare le produzioni oppure a posticipare il periodo di raccolta all’autunno inoltrato proteggendo i grappoli dalle precipitazioni meteoriche. La collocazione dei manufatti sul vigneto, rispetto alle fasi fenologiche, avviene al germogliamento, se si vuole ottenere precocità, oppure nel corso dell’invaiatura, se si vuole posticipare l’epoca di raccolta. Il posizionamento del film sul vigneto avviene in maniera simile alla rete. Esso, quindi, va a costituire un tetto a doppia falda su ciascun filare, con un’altezza di colmo che può andare da un minimo di 60 cm a un massimo di 90 cm al di sopra del piano delle funi di sostegno della vegetazione. Nel vigneto di uva da tavola il telo può essere collocato in associazione alle reti, preferibilmente al di sotto di esse, per proteggere il telo dagli effetti del vento e del sole. Il film plastico di copertura svolge la duplice funzione di protezione meccanica delle piante dagli agenti atmosferici e di modifica, in virtù dell’effetto serra, dei parametri microclimatici interni, come temperatura e umidità relativa dell’aria. L’effetto serra consiste nell’incremento del regime termico dell’aria durante le ore diurne, grazie alla trasmissione del calore per irraggiamento e convezione. La radiazione solare incidente sul film, compresa tra 300 e 3000 nm di lunghezza d’onda, è in parte riflessa, assorbita e trasmessa dal film di copertura dell’ambiente protetto. La frazione trasmessa all’interno dell’ambiente riscalda per irraggiamento i corpi che incontra, tra cui terreno, strutture, piante e lo stesso film, incrementando l’emissione dei corpi nell’infrarosso lungo nell’intervallo di lunghezze d’onda da 3000 a 30.000 nm, con il massimo dell’energia emessa a circa 10.000 nm, trasferendo parte di questo calore dai corpi all’aria interna grazie alla convezione. L’effetto serra si evidenzia nel momento in cui il film di copertura presenta una ridotta trasmissività alla fuoriuscita della radiazione nell’infrarosso lungo incrementando ulteriormente il livello termico dell’ambiente. Il migliore effetto serra che il film possa originare consiste nel lasciarsi attraversare il più possibile dalla radiazione solare in entrata e contenere la perdita di radiazione dell’infrarosso lungo in uscita. Tali caratteristiche non sono comunque in grado di evitare l’inversione termica che, nelle ore notturne invernali con cielo sereno, può determinare all’interno dell’ambiente protetto un abbassamento della temperatura dell’aria di circa 2-3 °C rispetto all’esterno.

Caratteristiche meccaniche e radiometriche
Spessore. Gli spessori più diffusi dei film PE ed EVA, nell’applicazione su vigneto di uva da tavola, variano da 120 a 200 μm (micron).

Peso. È molto basso e non supera i 170 g/m2 per film di spessore pari a 180 μm.
Resistenza meccanica. Il film di polietilene possiede elevata resistenza meccanica agli sforzi di trazione. Le tensioni di snervamento sono comprese tra 7 e 11 MPa. Le tensioni di rottura sono tutte superiori a 16 MPa. La resistenza meccanica è fondamentale oltre che nella fase di esercizio anche nella fase di installazione e di asportazione dei film plastici dai vigneti. Infatti i fogli di polietilene vengono fatti scorrere sul vigneto agganciati a una fune che è avvolta a un argano attivato da una trattrice. La forza di trazione che la fune esercita è notevole ed è tanto maggiore quanto maggiore è la lunghezza del filare da coprire dovendo trascinare un telo proporzionalmente più pesante. Allo scopo si consideri che la lunghezza media di un filare è di 100 m.
Deformabilità. Il carico di deformabilità richiesto deve essere elevato poiché esso deve garantire un allungamento percentuale a rottura superiore al 400%.
Trasmittanza. La trasmittanza nel campo del visibile (380-760 nm) e del PAR (400-700 nm) deve essere elevata e maggiore dell’85% sia per i film PE sia per quelli EVA, mentre nel campo dell’infrarosso lungo può risultare elevata per i film PE non termici (circa 60%), ma deve essere inferiore al 25% sia per i film PE termici additivati sia per i film EVA al fine di garantire un buon effetto serra. L’utilizzazione di PE termico o di EVA nella protezione dei vigneti, soprattutto quando è finalizzata a precocizzare la maturazione, incorre spesso in inconvenienti dovuti all’eccessivo innalzamento diurno delle temperature dell’aria all’interno delle strutture. Ciò si verifica spesso nel periodo compreso tra maggio e giugno con mesi caratterizzati da forte radiazione ed elevata eliofania giornaliera.
Additivi. L’utilizzo degli additivi può migliorare l’effetto barriera all’IR lungo e quindi l’effetto serra. Gli additivi che possono essere utilizzati consistono in cariche minerali, PE termico o copolimeri come l’EVA. È opportuno che la percentuale ottimale di EVA sia il 3-5% e, comunque, non superi il 10-18% per non determinare un peggioramento delle caratteristiche meccaniche (eccessiva plasticità). Altri additivi sono necessari per ridurre i processi di degradazione e di invecchiamento dovuti principalmente all’azione dei raggi UV e, in minor misura, al calore, alle sollecitazioni meccaniche, ai fitofarmaci contenenti zolfo o cloro.
Durata. In assenza di additivi anti-UV il film in polietilene non supera una stagione. L’aggiunta di ammine denominate Hals ne prolunga la durata per alcuni anni.
Controllo della condensa. Allo scopo di evitare la formazione e lo stillicidio delle goccioline di acqua condensate sulla superficie interna del telo, si possono ottenere film antigoccia che impediscono il distacco delle gocce d’acqua le quali scorrono lungo il film fino alla gronda.

 

Fotoselezione
Il parametro caratterizzante la fotoselettività è la trasmittanza variabile del film alle varie lunghezze d’onda della radiazione visibile a seconda della banda cromatica (viola, blu, verde, giallo, arancio, rosso). Si interviene così sull’efficienza fotosintetica e sull’azione del fitocromo e del crittocromo. La fotoselezione si ottiene in funzione delle possibili colorazioni che può assumere il film. Con colorazioni opportune si possono attenuare i picchi termici conservando comunque la precocità della maturazione. Le colorazioni dei film più soggetti a picchi di temperature pericolose per le strutture vegetative sono in genere il giallo semi-trasparente e il bianco semi-trasparente. L’ottenimento di colorazioni semplici con tonalità di verde semitrasparente, di blu semi-trasparente e di rosso semi-trasparente hanno dimostrato di poter controllare le temperature senza indurre effetti collaterali indesiderati. Un’efficiente azione di contrasto all’eccessivo accumulo di temperatura è svolta anche dai cosiddetti film a luce diffusa. Generalmente questi film non effettuano tagli definiti della radiazione solare ma determinano un abbattimento diffuso della radiazione diretta in entrata che avviene uniformemente su tutto lo spettro visibile. A questa diminuita trasmittanza i film a luce diffusa associano anche una particolare capacità di diffusione della luce in tutto l’ambiente protetto. La temperatura interna in presenza di questo tipo di film è generalmente più controllabile poiché diminuisce l’intensità dei picchi termici soprattutto nelle ore più calde delle giornate estive. Il film a luce diffusa ha però mostrato che può avvicinarsi con facilità, in presenza di annate con un minor numero di giorni di sole, alla soglia minima di soddisfacimento luminoso delle uve da tavola. Ciò spesso si traduce in problemi di colorazione, carente lignificazione, diminuzione di zuccheri, fino alla caduta anticipata delle foglie nel primo autunno.
Valutazione dei livelli di fotosintesi. Le variazioni dello spettro luminoso indotte dai film di copertura finiscono in ultima analisi per condizionare la fotosintesi. I valori di fotosintesi generalmente tendono a subire delle riduzioni in presenza di film di copertura. La riduzione di fotosintesi non sempre è un segnale negativo ed entro certi limiti può essere associato a film più performanti sugli aspetti morfologici e quantitativi della produzione. Ciò avviene per l’instaurarsi di un effetto foto-protettivo sulla carica ormonale endogena delle piante. In presenza di livelli di fotosintesi particolarmente bassi accertati in test preliminari si può prevedere se un prototipo di film possa svolgere una funzione di protezione sul vigneto in pieno campo senza controindicazioni. Nella valutazione bisogna considerare l’interferenza genetica determinata dal vitigno che sarà utilizzato nella condizione di coltivazione protetta. Le varietà infatti mostrano di risentire in maniera diversa dell’effetto del film plastico nei confronti della loro risposta fotosintetica.

Effetti sul paesaggio e sul territorio rurale

Gli effetti che i sistemi di protezione dei tendoni per uva da tavola determinano sul territorio riguardano soprattutto l’influenza sul paesaggio rurale, a causa delle ampie superfici di colore chiaro e riflettente con modifiche cromatiche ed effetto di “specchio liquido” o di “paesaggio agricolo a scacchiera”, e l’impatto sull’agroecosistema. In particolare, la problematica dell’impatto si identifica nell’esigenza di smaltimento di grandi quantitativi di plastiche post-consumo, che può provocare conseguenze negative sui comparti ambientali suolo, acqua e aria in caso di abbandono sul territorio e di combustione non controllata. La soluzione consiste in una corretta gestione delle fasi di dismissione, raccolta, trasporto e riciclaggio del materiale plastico utilizzato, che deve essere considerato non un rifiuto ma una materia prima secondaria.


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