Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: materiale di moltiplicazione

Autori: Angelo Raffaele Caputo, Domenico Strazzulla

Certificazione

La produzione dei materiali di moltiplicazione vegetativa è la prima tappa della filiera vitivinicola e di quella dell’uva da tavola. In considerazione delle rilevanti posizioni economiche che le produzioni di vino e di uve da tavola occupano nel settore agricolo della Comunità europea, nel 1968 fu introdotta finalmente una disciplina vivaistica viticola con la Direttiva 68/193/CEE del 9 aprile, relativa alla commercializzazione dei materiali di moltiplicazione vegetativa della vite, che di fatto gettò le basi per l’istituzione di un sistema di certificazione unificato nella Comunità. Gli obiettivi del sistema di certificazione vivaistico viticolo erano piuttosto semplici e restano espressi chiaramente nei considerando della direttiva: fornire ai viticoltori per la realizzazione dei loro vigneti materiale di moltiplicazione, in pratica delle barbatelle, di cui siano garantiti l’identità e la purezza delle varietà, nonché il loro stato sanitario, segnatamente riguardo alle virosi, mediante un controllo ufficiale. Si tiene in debita considerazione che i risultati soddisfacenti della coltura della vite dipendono in ampia misura dall’utilizzazione di piante di vite adeguate. Altre ancora sono le premesse che meriterebbero di essere citate; ma è sufficiente fermarsi a queste appena summenzionate per fissare quali siano le finalità che la legislazione vivaistica intende perseguire. Da allora, al fine di consolidare il mercato interno e per eliminare qualsiasi ostacolo alla libera circolazione, anche a seguito dell’integrazione di nuovi Stati membri, e alla luce dei progressi in campo scientifico (modificazione genetica delle varietà) e tecnico (micropropagazione in vitro), la legislazione comunitaria ha subito numerose modificazioni, legittimando metodi atti a migliorare la certificazione dei materiali di moltiplicazione, quale strumento fondamentale per l’attuazione da parte dei Paesi della politica di qualità dei vigneti. La disciplina di base è suddivisa in norme generali e tecniche, ultimamente modificate dalla Direttiva 2002/11/CE del Consiglio del 14 febbraio 2002, per la parte generale, e dalla Direttiva 2005/43/ CE della Commissione del 23 giugno 2005, per gli allegati tecnici, riguardanti le condizioni colturali dei vigneti di viti madri e dei vivai, la qualità dei materiali di moltiplicazione, l’imballaggio e l’etichettatura. Negli anni ’70 del secolo scorso, l’Italia e la Francia furono i primi Paesi ad adottare un sistema nazionale di certificazione. Infatti, in Italia, in applicazione della Direttiva del 1968 fu emanato il Decreto del Presidente della Repubblica n. 1164 del 24 dicembre 1969, più volte modificato e integrato, ancora in vigore per gli aspetti relativi alla vigilanza e al regime sanzionatorio, mentre i nuovi principi generali e i nuovi allegati tecnici sono stati recepiti, rispettivamente, con i Decreti ministeriali 8 febbraio 2005 e 7 luglio 2006.

Norme generali
La parte essenziale di tutta la legislazione è rappresentata dalle definizioni dei materiali di moltiplicazione in “iniziali” (di recente introdotti con le ultime modificazioni legislative), “di base”, “certificati” e “standard”. Le prime due categorie, che derivano dai lavori di selezione clonale dei costitutori, sono destinate esclusivamente ai vivaisti per la moltiplicazione di quelli “certificati”; questi ultimi destinati ai viticoltori per l’impianto dei loro vigneti, come quelli appartenenti alla categoria “standard” che però sono ottenuti semplicemente da selezione massale. Altre novità interessanti, introdotte con gli ultimi aggiornamenti legislativi, sono le definizioni di varietà e clone; inoltre, i materiali di moltiplicazione, talee, nesti e barbatelle, che prima si ottenevano solamente da sarmenti (tralci lignificati di un anno), ora si possono ottenere da tralci erbacei. Secondo le disposizioni della Direttiva base 68/193/CEE, gli Stati membri sono tenuti a stabilire un Catalogo o Registro delle varietà di vite ammesse ufficialmente alla certificazione e al controllo dei materiali di moltiplicazione standard nel proprio territorio. Tale catalogo determina le principali caratteristiche morfologiche e fisiologiche che consentono di distinguere fra di loro le varietà. “Gli Stati membri provvedono a che le varietà, ed eventualmente le selezioni clonali, che sono state ammesse nei cataloghi degli altri Stati membri siano ammesse anche alla certificazione e al controllo dei materiali di moltiplicazione standard sul loro territorio”. “I materiali di moltiplicazione della vite, quindi, possono essere commercializzati soltanto se sono stati ufficialmente certificati ‘materiali di moltiplicazione iniziali’, ‘materiali di moltiplicazione di base’ o ‘materiali di moltiplicazione certificati’ oppure, nel caso di materiali di moltiplicazione diversi da quelli destinati a essere impiegati come portinnesto, se si tratta di materiali di moltiplicazione standard ufficialmente controllati”. La normativa, nel suo complesso, precisa i requisiti del materiale di propagazione, gli obblighi inerenti la produzione, le condizioni per la commercializzazione, la vigilanza, le sanzioni e, in particolare, l’istituzione del Registro nazionale delle varietà di vite. In definitiva, l’iscrizione di una varietà di vite al Registro è condicio sine qua non per produrre a fini commerciali i materiali di moltiplicazione vegetativa. In Italia, il Registro è stato istituito presso il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Una varietà di vite è ammessa al Registro solo se è distinta, stabile e sufficientemente omogenea. Le modalità tecniche impiegate nella effettuazione degli esami ufficiali per l’individuazione dei caratteri morfologici e fisiologici al fine di valutare l’identità, la stabilità e l’omogeneità della varietà sono state nuovamente stabilite dalla Direttiva 2004/29/CE della Commissione del 4 marzo 2004 che ha sostituito la vecchia Direttiva 72/169/CEE. Nel nostro Paese, i “requisiti da accertare, in sede di prove ufficiali, per l’esame delle varietà di viti, ai fini dell’iscrizione nel Registro nazionale delle varietà di vite” sono stati recepiti con Decreto del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali del 6 ottobre 2004 (in sostituzione del Decreto del 2 giugno 1981, di recepimento della prima Direttiva del 1972). I requisiti da accertare in sede delle prove ufficiali per l’esame delle varietà di uve da tavola comprendono: criteri minimi, quali descrizione ecologica di almeno due località in cui si eseguono le prove colturali di 24 ceppi possibilmente su portinnesti diversi, confrontando almeno tre annate di produzione; caratteri morfologici relativi a germoglio, cirri, foglia giovane, foglia adulta, tralcio legnoso, infiorescenza, grappolo e acino, caratteri fisiologici (fenologia) e colturali. Accertamenti pressoché simili vengono attuati per l’omologazione dei cloni di varietà di vite già iscritte, al fine di individuare i caratteri che li differenziano dalla varietà originaria. Il Registro viene aggiornato ufficialmente. L’organismo ufficiale a cui è affidato il compito di controllo e di certificazione è il Servizio Nazionale di Certificazione del materiale di moltiplicazione della Vite (SNCV), di recente istituito presso il Ministero. Il SNCV è costituito dall’Unità Nazionale di Coordinamento (UNC), che ha il compito di esprimere pareri su argomenti di carattere tecnico-scientifico e legislativo, di fornire indicazioni sulle modalità applicative delle direttive comunitarie e di predisporre protocolli operativi per i controlli a livello sia produttivo sia commerciale. L’UNC è supportata da una Segreteria operativa (SO). Nell’attuale contesto di riferimento comunitario, sia per gli sviluppi sociali sia per quelli economici e politici, acquisito il parere favorevole della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, si è ritenuto importante armonizzare i metodi tecnico-legislativi della certificazione a livello nazionale; per cui, in modo particolare, al Ministero spetta il compito di emanare provvedimenti regolamentari del settore e di assicurarne il coordinamento oltre che di controllare e certificare i materiali di moltiplicazione di categoria “iniziale” e “di base”. L’opportunità di affidare a un organismo nazionale di riferimento quest’ultima specifica attività nasce dal fatto che questi materiali, all’apice della produzione vivaistica, grazie alle loro caratteristiche di pregio, genetiche e sanitarie, sono in grado di garantire un innalzamento del livello qualitativo della produzione vitivinicola per tutto il territorio italiano. Il Ministero per questa attività si avvale di strutture di ricerca da esso vigilate (come il CRA-Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, nel quale è confluito l’ex Istituto sperimentale per la viticoltura di Conegliano, a cui era demandato il controllo della produzione e vendita dei materiali di moltiplicazione, prima dell’entrata in vigore del Decreto ministeriale del 2005). Alle Regioni e alle Province autonome, invece, competono il controllo e la certificazione dei materiali di propagazione, “certificati” e “standard”, per la realizzazione dei vigneti commerciali.

Condizioni colturali e requisiti di qualità
I controlli per garantire la qualità dei materiali di propagazione iniziano in campo, nei vigneti di viti madri e nei barbatellai. I tecnici ispettori devono verificare che siano soddisfatte le condizioni colturali relative all’identità della varietà e dei cloni e lo stato fitosanitario. In particolare, le viti madri sono considerate sanitariamente valide a produrre materiali di moltiplicazione (talee e nesti) se risultano esenti dagli agenti virali di gravi affezioni, quali il complesso della degenerazione infettiva, causata dal virus dell’arricciamento della vite (GFLV, Grapevine fanleaf virus) e dal virus del mosaico dell’Arabis (ArMV, Arabis mosaic virus), il complesso dell’accartocciamento fogliare, causato dai virus associati 1 e 3 (GLRaV-1 e GLRaV-3, Grapevine leafroll-associated viruses) e il complesso del legno riccio, causato dal virus A della vite (GVA, Grapevine virus A), quest’ultimo incluso solo nella legislazione italiana. Completa il quadro degli organismi nocivi di natura virale, l’agente della maculatura infettiva (GFkV, Grapevine fleck virus) di interesse soltanto per i portinnesti. Altre malattie non necessariamente causate da virus (ma da funghi: peronospora, oidio, botrite, mal dell’esca; da micoplasmi; da batteri come l’Agrobacterium ecc.) devono essere tenute sotto controllo per non danneggiare la qualità del legno. Le colture, quindi, sono soggette a ispezioni ufficiali, che si basano su controlli visivi delle espressioni sintomatologiche delle malattie, a cui verranno affiancate analisi diagnostiche, nei prossimi anni, periodicamente su tutte le piante madri destinate a produrre materiali “iniziali” e “di base” o a campioni su quelle destinate a produrre materiali “certificati”. Le piante infette devono essere eliminate. Solamente per le piante madri destinate alla produzione di materiali “certificati” e “standard” sono ammesse, rispettivamente, tolleranze del 5 e del 10% dovute a fallanze o ceppi mancanti a seguito di problemi fitosanitari. La piantagione dei barbatellai, infine, non deve essere effettuata all’interno di vigneti sia a frutto sia di viti madri; la distanza minima di sicurezza richiesta è di 3 m. Il terreno o il substrato di coltura non devono risultare contaminati da nematodi vettori di virus; certamente il nematode maggiormente imputato nella trasmissione attraverso il suolo è lo Xiphinema index (vettore di GFLV), mentre si è appurato sperimentalmente che la diffusione naturale dell’ArMV è mediata da Xiphinema diversicaudatum. All’atto della commercializzazione, la qualità dei materiali di moltiplicazione è garantita qualora non vi siano inquinamenti varietali o clonali; solo per quelli appartenenti alla categoria “standard” è ammessa una tolleranza dell’1%; tutti i materiali devono possedere una purezza tecnica del 96%, ovvero materiali disseccati, avariati, contorti, lesionati (per esempio con danni da grandine o gelo) o rotti devono essere contenuti. Altri parametri qualitativi riguardano il diametro e la lunghezza, per i quali sono previste delle misurazioni minime. Devono possedere un apparato radicale ben sviluppato e la saldatura dell’innesto per le barbatelle innestate deve presentarsi adeguatamente solida e regolare, senza evidenti malformazioni.

Confezionamento ed etichettatura
La commercializzazione dei materiali di moltiplicazione è consentita solo se confezionati in imballaggi o mazzi chiusi ufficialmente. Le barbatelle innestate sono la tipologia di materiale che i viticoltori utilizzano principalmente per l’impianto dei loro vigneti; anche se in alcune aree di produzione di uva da tavola, per l’insufficienza di piante madri per marze (nesti) di nuove varietà, o per l’assenza di un vivaismo qualificato, l’innesto a dimora è piuttosto diffuso. Gli imballaggi o mazzi di questi materiali che comunemente si trovano in commercio sono costituiti da un numero minimo di pezzi di 25; comunque, la normativa consente il confezionamento di 50, 100 o multipli di 100, fino a una quantità massima di 500. A seguito delle procedure di certificazione, dal ricevimento e valutazione delle denunce di produzione, alle ispezioni in campo svolte a controllare che siano soddisfatte le condizioni colturali e la rispondenza del materiale ai requisiti di qualità, agli operatori vivaistici vengono rilasciate le etichette ufficiali o l’autorizzazione alla stampa delle stesse, come atto formale della certificazione. Con riferimento ai mazzi di barbatelle innestate, sulle etichette devono essere riportate, in modo indelebile e chiaramente leggibile, le seguenti informazioni: norme CE; Paese di produzione; servizio di certificazione o di controllo e Stato membro o loro acronimo; nome e indirizzo del responsabile della chiusura o suo numero di identificazione; specie; tipo di materiale; categoria; varietà e se del caso clone, sia del portinnesto sia del nesto; numero di riferimento del lotto; anno di coltura. Il colore dell’etichetta è bianco con un tratto diagonale violetto per i materiali di moltiplicazione “iniziali”, bianco per i materiali “di base”, azzurro per i materiali “certificati” e giallo scuro per quelli “standard”. Le etichette sono apposte ai mazzi mediante un sistema di chiusura che si deve obbligatoriamente deteriorare all’apertura compromettendo anche l’integrità dell’etichetta stessa. L’uso normale dell’etichettatura, ai fini della tutela commerciale del consumatore finale, consente la tracciabilità dei mazzi di materiali di moltiplicazione presenti sul mercato; dalle etichette, infatti, è possibile, esaminando a ritroso la documentazione (domanda di controllo dei materiali, documenti fiscali, verbali di ispezione ecc.), valutare in che misura siano stati rispettati tutti i requisiti di conformità alla qualità richiesta.

Protezione dalle malattie di quarantena
La produzione e la commercializzazione, in quanto semplicemente circolazione, dei materiali di moltiplicazione della vite sono inoltre soggette alle misure ufficiali contro la diffusione di organismi nocivi soggetti a quarantena, di cui alla Direttiva del Consiglio 2000/29/CE, attuata in Italia, dal Decreto legislativo n. 214 del 19 agosto 2005. I materiali di moltiplicazione della vite, in quanto vegetali, possono circolare solo se accompagnati dal cosiddetto passaporto delle piante. Il passaporto delle piante è costituito da un’etichetta ufficiale, la cui utilizzazione è subordinata ad autorizzazione rilasciata dal Servizio Fitosanitario Regionale a seguito di controlli ufficiali effettuati da ispettori fitosanitari. Nel corso degli ultimi due cicli vegeto-produttivi, nei campi di piante madri non devono essere stati osservati sintomi di malattie associate a fitoplasmi come la Flavescenza dorata (Grapevine Flavescence Dorée, MLO). Le viti sintomatiche devono essere estirpate. Dalle piante madri dichiarate conformi ai controlli viene prescritto il prelievo delle marze. Le informazioni del passaporto delle piante possono essere riportate anche sulle etichette di certificazione.

Classificazione

Le varietà di viti di uva da tavola, dopo un periodo di divieto (salvo deroghe) alla realizzazione di nuovi impianti, durato dal 1° settembre 1984 (Regolamento CEE n. 1208/84) al 31 agosto 1996 (Regolamento CE n. 1592/96), in Italia – come in tutti i Paesi della Comunità europea – si possono coltivare liberamente. A decorrere dal 1° agosto 2000, il precedente Regolamento (CE) n. 1493/99, relativo all’Organizzazione Comune del Mercato vitivinicolo, disciplinando esclusivamente le varietà di vite da vino, aveva abrogato i Regolamenti CEE n. 822/87 e n. 2389/89 relativi alla classificazione comunitaria delle varietà di vite per unità amministrativa. Secondo questi ultimi Regolamenti, le varietà di vite, per essere coltivate e destinare la loro produzione al consumo, dovevano essere inserite in apposito elenco per ogni Paese membro, da approvare con regolamento, che le classificava per unità amministrativa tra le “raccomandate” o le “autorizzate”. In Italia, l’unità amministrativa per le varietà da tavola coincideva con il territorio delle Regioni. La non inclusione delle varietà di vite da tavola nella classificazione comunitaria è confermata nell’attuale Organizzazione Comune del Mercato vitivinicolo (OCM) di cui al Regolamento (CE) n. 479/2008 del Consiglio del 29 aprile 2008. Infatti, una varietà di vite da tavola (la cui produzione è dal 1996 soggetta alle norme di qualità dell’Organizzazione Comune dei Mercati nel settore degli ortofrutticoli – ex Regolamento CE n. 2200/96) può essere riconosciuta ufficialmente anche secondo i dettati tecnici dell’UPOV (Union Internationale pour la Protection des Obtentions Végétales). Tutti gli adempimenti previsti per gli esami dell’attitudine alla coltura sono decaduti; tutte le varietà di vite da tavola, nella Comunità europea, si possono coltivare liberamente, purché riconosciute come tali a qualsiasi titolo.

Raffronto tra la normativa vivaistica e la protezione brevettuale

L’obbligo dell’iscrizione al Registro delle varietà di vite dei vari Paesi resta esclusivamente per i vivaisti che vogliono produrre per commercializzare i relativi materiali di moltiplicazione (barbatelle innestate, nesti); mentre la tutela delle stesse con la richiesta di rilascio del brevetto è sempre facoltativa. Una stretta analogia fra le normative inerenti la commercializzazione dei materiali di moltiplicazione, ovvero l’iscrizione nel Registro di una nuova varietà, e la brevettabilità riguarda la descrizione dei caratteri morfologici e fisiologici per l’esame dell’identità, della stabilità e dell’omogeneità della varietà (DUS – Distinctness, Uniformity, Stability-tests). Ancora, sia il costitutore titolare del brevetto sia il proponente l’iscrizione della varietà o l’omologazione del clone al Registro hanno l’obbligo della conservazione in purezza.

Brevetti per nuove varietà vegetali

In Italia la storia della tutela delle nuove varietà vegetali ha inizio con la prima Convenzione UPOV (Unione Internazionale per la Protezione delle Nuove Varietà Vegetali) del 1961. La convenzione viene ratificata con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 974 del 12 agosto 1975 e il successivo Decreto ministeriale 22 ottobre 1976 che stabilisce le norme di esecuzione. Un aspetto importante della prima normativa è la suddivisione dei compiti tra Ministero dell’Industria (oggi Ministero dello Sviluppo Economico) e Ministero dell’Agricoltura (oggi Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali). Il primo è deputato al ricevimento delle domande di tutela, alla successiva istruttoria, al rilascio dei titoli di protezione e alla gestione degli eventuali ricorsi. Diversamente, al Ministero dell’Agricoltura compete la funzione di accertare i requisiti sostanziali delle varietà (omogeneità, differenziabilità, stabilità e novità) e l’analisi di idoneità delle denominazioni proposte per le varietà da proteggere. In questa prima applicazione la norma viene prevista per un numero limitato di specie (grano, orzo, riso, mais, erba medica, trifoglio, rosa, garofano, vite e suoi portinnesti, pioppo). L’elenco delle specie sarà successivamente ampliato fino alla situazione attuale in cui ogni varietà, indipendentemente dal genere o dalla specie di appartenenza, è proteggibile. Il fatto che la gestione della norma sia affidata al Ministero dell’Industria determina una sorta di identificazione tra brevetto e titolo di protezione per nuove varietà vegetali. In effetti quest’ultimo andrebbe considerato come un titolo sui generis in quanto non riconducibile alle condizioni richieste per il brevetto industriale. Difatti non è richiesta né l’applicazione industriale del ritrovato (la nuova varietà vegetale) né la condizione di riproducibilità del procedimento di ottenimento del ritrovato. Ciononostante la nomenclatura utilizzata è quella di brevetto per nuova varietà vegetale e tale dicitura resterà in uso fino al 1998. I diritti che vengono conferiti al costitutore (al titolare per mantenere il parallelo con il brevetto industriale) con il brevetto di nuova varietà vegetale consistono nella facoltà esclusiva di “produrre per vendere, di porre in commercio e di introdurre nel territorio dello Stato materiale di propagazione o di riproduzione della nuova varietà brevettata. Tale facoltà esclusiva si estende alla produzione, al commercio, all’introduzione nel territorio dello Stato dei prodotti della nuova varietà vegetale brevettata quando la prevalente utilizzazione di essa si manifesti mediante vendita di piante, parti di piante e fiori destinati a uso ornamentale”. Il riconoscimento del titolo di protezione si realizza attraverso la verifica dei requisiti richiesti per la tutela della nuova varietà vegetale. Ovvero per il rilascio di un brevetto di nuova varietà vegetale è necessario che la varietà: sia sufficientemente omogenea, tenuto conto delle particolarità inerenti alla sua riproduzione sessuata o alla sua moltiplicazione vegetativa; sia stabile nei suoi caratteri essenziali, cioè rimanga così come è stata definita, anche dopo riproduzioni e moltiplicazioni successive, alla fine di ogni ciclo di riproduzione o di moltiplicazione; sia nettamente distinta da ogni altra varietà vegetale che risulti notoriamente conosciuta alla data in cui la protezione è stata richiesta; precedentemente al deposito della domanda la varietà non sia stata, con l’accordo del costitutore o del suo avente causa, oggetto di atti commerciali in Italia, né da oltre quattro anni, in qualsiasi altro Stato. Sulla base di tali condizioni si procede all’accertamento dei requisiti varietali. L’accertamento, demandato al Ministero dell’Agricoltura, è realizzato attraverso l’effettuazione di prove di campo. Nel caso in cui gli accertamenti conducano a un esito positivo si procede alla concessione del titolo la cui durata è prevista (D.P.R. n. 974/75) in quindici anni, a decorrere dalla concessione, che diventano trenta per le piante a fusto legnoso quali le viti, gli alberi da frutta e i loro portinnesti, le essenze forestali, gli alberi ornamentali. Nel 1978 si procede alla revisione della Convenzione UPOV del 1961 e, di conseguenza, le modifiche apportate vengono recepite nell’ordinamento nazionale con la Legge n. 620 del 14 ottobre 1985 e con il successivo Decreto ministeriale di attuazione del 26 febbraio 1986. Poche, in questo caso, le novità di peso che vengono introdotte nella disciplina generale. Si procede con il modificare il concetto di novità della varietà vegetale per la quale viene richiesto il titolo di protezione. Da questo momento la varietà è da considerare nuova se “precedentemente al deposito della domanda di brevetto non sia stata, con l’accordo del costitutore o del suo avente causa, oggetto di atti commerciali in Italia da oltre un anno né, in qualsiasi altro Stato, da oltre sei anni per la vite, gli alberi forestali, gli alberi da frutta e gli alberi ornamentali, ovvero da oltre quattro anni nel caso di altre piante”. Si introduce, in tal modo, quello che è comunemente conosciuto come anno di grazia. In altri termini il fatto che la varietà e i suoi materiali di propagazione siano stati oggetto di sfruttamento commerciale non impedisce la possibilità di ottenere un brevetto a meno che tali atti non siano avvenuti oltre un anno prima la presentazione della richiesta di brevetto. L’altro elemento di novità introdotto è quello relativo alla decorrenza degli effetti del brevetto. Difatti, in forza delle nuove disposizioni, gli effetti del brevetto decorrono dalla data in cui la domanda è resa accessibile al pubblico. Si arriva in tal modo al 1991, anno in cui la Convenzione UPOV è nuovamente soggetta a revisione. Molte sono le novità che vengono introdotte nella nuova convenzione e delle quali si dà una rapida carrellata. Per la prima volta su un testo normativo si fornisce la definizione di varietà. L’aspetto di maggior rilevo di tale evento è legato al fatto che la varietà viene a essere definita sulla base delle proprie caratteristiche fenotipiche in quanto, nel riportare le condizioni di omogeneità, stabilità e differenziabilità, si fa sistematicamente ricorso ai caratteri risultanti da un certo genotipo o da una certa combinazione di genotipi. Si amplia, inoltre, il campo di applicazione estendendo la possibilità di protezione a tutti i generi e specie vegetali. Si introduce, ancora, il concetto di varietà essenzialmente derivata, fornendone la relativa definizione. Nella nuova convenzione si amplia la portata del diritto del costitutore che viene esteso, in maniera sistematica, al prodotto del raccolto, ma solo nel caso in cui il costitutore non abbia potuto esercitare il proprio diritto in relazione al materiale di riproduzione o di moltiplicazione. L’estensione riguarda anche i prodotti di prima trasformazione ottenuti dal prodotto della raccolta, ma quest’ultima previsione è introdotta in maniera facoltativa. In tal senso ogni parte contraente può decidere se introdurre, o meno, tale disposizione nella propria legislazione. Anche in questo caso sarà valida la condizione che il costitutore non abbia potuto esercitare il proprio diritto in relazione al prodotto di raccolta. Inoltre, come disposizione a carattere facoltativo, viene introdotto il concetto di “privilegio dell’agricoltore” al fine di permettere agli agricoltori la possibilità di utilizzare, sulle loro proprietà, per motivi di riproduzione o di moltiplicazione, il prodotto della raccolta che hanno ottenuto coltivando la varietà protetta. Dall’altra parte si ribadisce che il diritto del costitutore non può essere oggetto di limitazione se non per motivi di pubblico interesse. Infine viene introdotto il concetto della protezione provvisoria prevedendo un’equa remunerazione del costitutore da parte di chi, nel periodo compreso tra il deposito della domanda per il conferimento di un diritto di costitutore o la sua pubblicazione e il conferimento del diritto medesimo, abbia effettuato atti che ricadono sotto l’autorizzazione del costitutore. È un elemento ricorrente quello che, da questo momento in poi, si parli solamente di diritti del costitutore. Questo atteggiamento provoca il conseguente cambiamento della nomenclatura determinando l’abbandono del termine brevetto che sarà sostituito da quello di privativa per nuova varietà vegetale. In questo quadro generale si inserisce il Regolamento (CE) n. 2100/94 relativo alla privativa comunitaria per nuove varietà vegetali. La disposizione comunitaria ripropone integralmente la disciplina tracciata dalla Convenzione UPOV del 1991. L’aspetto di maggiore risalto è legato alla nascita di un nuovo ufficio comunitario, il CPVO o UCVV (Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali), a cui è demandata l’applicazione della nuova disciplina comunitaria. Da un punto di vista concettuale ciò non introduce alcuna novità, ma sotto l’aspetto applicativo i cambiamenti sono rilevanti. Difatti la possibilità di poter ottenere, con un’unica domanda, una protezione cha ha effetto sull’intero territorio comunitario modifica, sostanzialmente, tutta l’attività degli uffici nazionali. Il primo impatto è stato quello di una notevole riduzione delle domande a livello di singola nazione e un vertiginoso aumento a livello comunitario. Tanto che oggi il vero riferimento per le privative è l’ufficio comunitario e non sono più gli uffici nazionali che sono stati in gran parte soppiantati dall’ufficio comunitario. L’ufficio comunitario ha, in sostanza, modificato l’impostazione dell’approccio sull’accertamento dei requisiti varietali. Esso non dispone di una propria struttura tecnica per l’effettuazione delle prove di campo e, pertanto, si avvale delle strutture già esistenti a livello nazionale che vengono individuate come uffici d’esame. In tal senso si è verificato una sorta di accreditamento delle strutture nazionali alle quali è stata riconosciuta la capacità di operare nel campo delle prove varietali. Da questa operazione l’Italia è uscita fortemente limitata essendo stata designata come ufficio d’esame per le specie del genere Prunus (pesco e susino), uva da tavola, frumento duro, riso e veccia. Le organizzazioni coinvolte sono state il CRA (Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura) con le strutture di ricerca che si occupano di frutticoltura e di viticoltura e l’Ente Nazionale delle Sementi Elette (ENSE). Il CPVO ha provveduto a elaborare dei protocolli d’esame a cui bisogna far riferimento affinché l’esame delle varietà sia ritenuto valido. In particolare, detti protocolli prevedono una sezione riservata alla cosiddetta collezione di riferimento che rappresenta uno dei punti critici dell’intera procedura di valutazione delle nuove varietà. Ciò in quanto la collezione di riferimento dovrebbe rappresentare l’universo di tutte le varietà di una certa specie cui far riferimento sia per quanto concerne l’espressione dei caratteri da rilevare nel corso delle prove sia per la valutazione della differenziabilità. Il CPVO ha, ancora, emanato delle proprie linee guida per l’uso delle denominazioni varietali che sono state, successivamente, convertite in norma comunitaria con il Regolamento (CE) n. 637/2009. L’impatto del CPVO sulla situazione italiana è stato di alta incidenza; difatti, per citare un solo elemento, il numero delle domande di privativa nazionale si è drasticamente ridotto passando dalle circa 400-450 per anno fino al 1994 alle attuali 30-40 domande per anno. I principi contenuti nella convenzione UPOV del 1991, in sede nazionale, sono stati trasposti nel Decreto legislativo n. 455 del 3 novembre 1998. In tale provvedimento trovano applicazione le novità apportate dalla convenzione UPOV del 1991, ma con alcune eccezioni. Non si è data applicazione al principio del privilegio dell’agricoltore in quanto non adatto alle condizioni del nostro Paese a causa delle ridotte dimensioni dell’azienda agraria media. In ambito comunitario, col Regolamento n. 2100/94 il principio in questione è stato reso attuabile con riferimento ai piccoli agricoltori, dove, con tali figure, si intendono gli agricoltori che utilizzano una superficie tale da poter attuare una produzione non superiore a 92 tonnellate di cereale. Tale misura sarebbe stata eccessiva se calata nella nostra situazione nazionale. Non si è data, ancora, attuazione all’estensione del diritto del costitutore previsto per i prodotti di prima trasformazione. Infine è stata modificata la durata del diritto prevedendo, dalla data di rilascio della privativa, 20 anni in genere e 30 per la vite e le altre piante arboree. Il quadro normativo nazionale, oggi, è profondamente variato rispetto al 1998 in quanto è stato emanato il Decreto legislativo n. 30 del 10 febbraio 2005, relativo al codice della proprietà industriale. Si tratta di una sorta di testo unico sui diritti di proprietà intellettuale nel quale sono state riprese tutte le disposizioni del precedente Decreto legislativo n. 455/98. Si è assistito, inoltre, a una sorta di omologazione tra privativa per nuova varietà vegetale e brevetto industriale. In tal senso alcune disposizioni tipiche del brevetto industriale sono state adottate anche per le novità vegetali. Per tutte valga l’esempio delle licenze obbligatorie per mancata attuazione laddove la Convenzione UPOV prevede che il diritto di costitutore può essere oggetto di limitazione solo per ragioni di pubblico interesse. Preme evidenziare che tutte le precedenti norme relative al settore in esame sono state abrogate dal Decreto legislativo n. 30/2005. Il Decreto legislativo n. 455/98 (poi inglobato nel Decreto legislativo n. 30/2005) si sarebbe dovuto usare come strumento di ratifica della Convenzione UPOV del 1991. In effetti è da ritenere che, attualmente, tale previsione non è possibile in mancanza delle disposizioni applicative non ancora emanate; inoltre, con la previsione della norma di attuazione esiste la possibilità concreta che ci possa essere conflitto con la Convenzione UPOV per ciò che concerne le limitazioni all’esercizio del diritto del costitutore. In conclusione, è utile dare uno sguardo al recepimento della Direttiva 98/44/CE (attuata con il Decreto legge n. 3 del 10 gennaio 2006, poi convertito nella Legge n. 78 del 22 febbraio 2006) in tema di protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche. In questo contesto è da tenere presente che l’articolo 1 del Regolamento n. 2001/94 istituisce un sistema di privative come unica forma di proprietà industriale. Il successivo articolo 13 stabilisce la portata del diritto e prevede che lo stesso possa essere esteso al prodotto del raccolto. Il Decreto legge 10 gennaio 2006, che attua la Direttiva 98/44/CE sulla Protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, all’articolo 8 prevede: “la protezione attribuita da un brevetto a un prodotto contenente o consistente in un’informazione genetica si estende a qualsiasi materiale nel quale il prodotto è incorporato e nel quale l’informazione è contenuta e svolge la sua funzione”. Ciò comporta una prima domanda: Anche in quello accidentalmente inquinato? Oltre a ciò si pone la possibilità di una doppia protezione sul materiale ottenuto da una varietà protetta: a) da una parte una privativa per nuova varietà vegetale; b) dall’altra un brevetto per invenzione biotecnologica. Tutto ciò andrebbe in contraddizione con la disposizione del citato articolo 1 del Regolamento n. 2100/94. Sarà interessante osservare quali soluzioni saranno adottate per rispondere a questi quesiti.


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