Volume: la patata

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie fungine

Autori: Marina Barba, Salvatore Vitale

La patata è soggetta all’attacco di numerose specie di funghi fitopatogeni che provocano danni notevoli sia nel periodo di coltivazione sia durante la conservazione. Questi microrganismi possono attaccare tutti gli organi della pianta: foglie, fusti, colletto, radici e tuberi. Alcuni sono in grado di colonizzare la pianta intera (peronospora), altri sono specifici dei tuberi (marciume secco e scabbia argentea). L’azione dannosa di questi funghi è favorita da tecniche agronomiche che tendono ad aumentare il potenziale d’inoculo dei microrganismi in ambiente coltivato, quali l’uso eccessivo della monocoltura e la ridotta variabilità genetica delle varietà commerciali utilizzate. Frequenti trattamenti fitosanitari e un eccesso di concimazioni azotate, inoltre, rendono le piante più vulnerabili all’attacco di parassiti. L’adozione di metodi di lotta integrata e innovativa permette di ridurre l’uso di agrofarmaci, ottenendo tuberi di buona qualità.

Peronospora (Phytophthora infestans)

La peronospora, tra le malattie crittogamiche della patata, è sicuramente la più dannosa, e una delle malattie più gravi in assoluto. La peronospora della patata è passata alla storia per le devastazioni che ha provocato a metà dell’Ottocento in Irlanda, causando la morte di migliaia di persone e costringendo molti irlandesi a emigrare in America, dato che un terzo della popolazione, per sopravvivere, contava sull’annuale raccolto di patate. È causata da un oomicete che attacca tutti gli organi della pianta, eccetto le radici. Il primo attacco avviene sulle foglie basali; successivamente la malattia può interessare anche gli steli e i tuberi. Questi ultimi, quando sono colpiti, presentano lesioni leggermente depresse, di colore variabile dal grigio-bluastro al bruno e di consistenza spugnosa, che si prestano all’insediamento di altri funghi e batteri, e che provocano il disfacimento del tubero. I sintomi principali si osservano sulle foglie, che assumono una colorazione pallida; successivamente il tessuto fogliare diventa necrotico e si secca, fino ad arrivare alla distruzione di intere foglie. Le aree necrotiche sono contornate da aree clorotiche: in corrispondenza delle zone clorotiche sono visibili al microscopio le ife e i rami zoosporangiofori portanti i sporangi, all’interno dei quali sono pronte a liberarsi le zoospore. A partire dall’inoculo primario la peronospora ha una duplice possibilità di germinazione: con temperature inferiori a 18 °C produce sporangi, e quindi zoospore, che si muovono veicolate dall’acqua presente dopo una pioggia o per eccesso di umidità; con temperature superiori a 18 °C la peronospora produce un tubetto germinativo con cui penetra nelle foglie passivamente attraverso gli stomi, oppure direttamente formando lo stiletto di penetrazione attiva. L’infezione primaria prende avvio da eventuali tuberi infetti presenti nella coltura precedente, rimasti nel terreno. La diffusione della malattia in forma epidemica avviene con il ripetersi delle condizioni favorevoli al patogeno: elevata umidità relativa, repentini abbassamenti termici e successivi periodi caldo-umidi, temperature tra i 10 °C e i 25 °C.

Rizottoniosi (Rhizoctonia solani)

È una malattia provocata da un fungo polifago presente in natura e distinto in gruppi di anastomosi (AGs). R. solani AG-3 è il più specifico nei confronti della patata e persiste sottoforma di sclerozi (ammassi di ife che rimangono nel terreno, soprattutto sui tuberi-seme, per diversi anni) sulle parti sotterranee della pianta. La Rhizoctonia attacca prevalentemente le parti ipogee: sulle radici produce macchie brunastre e depresse, che si ingrandiscono e approfondiscono fino a distruggere la radice, compromettendo l’accrescimento dei tuberi neoformati, su cui produce croste nere (sclerozi) facilmente confondibili con piccole croste di terreno scuro, e che permangono sulla buccia anche dopo ripetuti lavaggi. Dai tuberi il patogeno si può trasferire alle gemme e ai germogli (tacche brune, irregolari e depresse), e in alcuni casi (sopravvivenza dell’organo infetto e clima piovoso) persino ai fusti fuori terra. Negli attacchi più gravi le parti basali del fusto vengono ricoperte, per alcuni centimetri, da un manicotto bianco formato dagli elementi vegetativi e riproduttivi del fungo (sintomo caratteristico noto come “calzone bianco”). Il processo infettivo è favorito da una temperatura del terreno superiore ai 15-18 °C e da un’elevata umidità.

Alternariosi (Alternaria solani)

È causata da un fungo che colpisce, oltre alla patata, anche altre solanacee, sia spontanee sia coltivate. A. solani si conserva nel terreno, sui residui della vegetazione o sui tuberi infetti sottoforma di micelio, conidi e clamidospore. Il processo infettivo è favorito dalla presenza di organi lesionati e da condizioni di stress idrico o nutrizionale della coltura. La diffusione del microrganismo è facilitata da condizioni di elevata umidità (piogge e irrigazioni sopra chioma), da temperature intorno ai 18-25 °C (per la liberazione dei conidi), e dall’alternanza di periodi umidi e asciutti. Il fungo danneggia soprattutto le foglie, con formazione di tacche necrotiche rotondeggianti di 1-2 mm di diametro a contorno ben delimitato e depresso, formanti caratteristiche zonature concentriche contornate da un alone giallo. I primi attacchi interessano le foglie più vecchie e basali, per poi estendersi, in caso di condizioni favorevoli al patogeno, anche alle foglie più giovani. Con il progredire dell’infezione si formano nuove aree necrotiche, mentre quelle più vecchie si espandono sensibilmente fino a disseccare intere foglie. A. solani può attaccare anche i fusti e di rado i tuberi, dove forma macchie brune depresse con tessuti sottostanti di colore scuro e consistenza suberosa. Durante la conservazione le lesioni provocate da questo microrganismo possono aumentare di dimensione, e i tuberi assumono un aspetto grinzoso.

Marciume secco (Fusarium spp.)

Una delle maggiori problematiche del tubero in post-raccolta è rappresentata dal marciume secco. Tra i miceti che attaccano i tuberi durante tutte le fasi del frigostoccaggio, sono particolarmente dannosi quelli appartenenti al genere Fusarium. In particolare, Fusarium sambucinum, F. solani varietà coeruleum e F. avenaceum. Questi funghi vivono solitamente sulla superficie dei tuberi o nel terreno sottoforma di micelio, conidi o clamidospore. La penetrazione dei miceti all’interno dei tuberi è favorita da lesioni originatesi durante le operazioni di raccolta e movimentazione pre-stoccaggio. I primi sintomi, piccole aree brunastre, compaiono in genere dopo circa un mese di conservazione; l’alterazione tende poi a espandersi, e il periderma s’infossa e raggrinzisce. I tuberi colpiti sono ricoperti esternamente da ciuffetti di micelio di colore variabile dal bianco al giallo-rosato in relazione alla specie di Fusarium presente, mentre la parte interna del tubero appare fortemente imbrunita e alterata. Condizioni ottimali per lo sviluppo della malattia sono temperature intorno ai 15-20 °C e umidità relativa superiore al 70%. I tuberi di patata che presentano questi sintomi (da seme, da consumo fresco o per l’industria) sono inutilizzabili e devono essere scartati, in particolare quelli destinati alla trasformazione in semilavorati industriali, causa lo scadimento di importanti requisiti tecnologici.

Antracnosi (Colletotrichum coccodes)

Nota come dartrosi della patata, questa malattia è diffusa in tutte le aree di coltivazione e può causare perdite di produzione soprattutto in annate calde e siccitose. L’agente causale, C. coccodes, è in grado di attaccare altre solanacee quali il pomodoro e la melanzana. Questo fungo sopravvive in modo saprofitario nei residui colturali e nel terreno sottoforma di sclerozi che, nei periodi caldoasciutti e con temperature intorno ai 28 °C, originano un micelio capace di aggredire i tessuti dell’ospite, soprattutto in presenza di ferite o piante debilitate. I sintomi sono osservabili principalmente sulle parti basali del fusto, con ampie zone marcescenti e secche, in corrispondenza delle quali il tessuto corticale tende a staccarsi con facilità, mostrando sui sottostanti tessuti piccoli corpiccioli nerastri che rappresentano elementi di conservazione (sclerozi) e di moltiplicazione (acervuli). Questi ultimi producono numerosi conidi capaci di avviare successive infezioni. I tuberi attaccati da questo fungo presentano una calibratura ridotta e una consistenza gommosa, e sono più suscettibili a eventuali marciumi. La lotta contro questa malattia è esclusivamente di carattere preventivo, e prevede la distruzione e la raccolta del materiale infetto, l’uso di tuberi-seme sani, avvicendamenti colturali e concimazioni equilibrate.

Agenti di scabbia

Scabbia argentea (Helminthosporium solani)

Questa affezione, diffusa in tutte le aree di coltivazione della patata, è divenuta sempre più importante a partire dagli anni Ottanta. Si trasmette e si conserva essenzialmente tramite tuberi-seme (raramente tramite terreno), in cui il fungo penetra attraverso le lenticelle per poi diffondersi negli strati cellulari più esterni. Il processo infettivo può avvenire in qualsiasi fase del ciclo di sviluppo del tubero sano. Elevata umidità e temperature oscillanti tra i 20 e i 24 °C favoriscono lo sviluppo del fungo, sebbene questo patogeno sia in grado di accrescersi anche con temperature molto basse (3 °C). Sui tuberi si possono osservare macchie rotondeggianti di colore grigio-argento e a contorno non ben definito. Su alcune macchie si possono notare dei punti neri che rappresentano le fruttificazioni del fungo (rami conidiofori, ovvero portanti i conidi). In caso di forte attacco, durante il post-raccolta, si osserva la desquamazione della superficie dei tuberi, resi più vulnerabili ai marciumi. I tuberi prodotti nei terreni leggeri sono in genere più colpiti rispetto a quelli prodotti in terreni pesanti. Molto spesso il sintomo non è visibile in fase di raccolta. I danni provocati dalla scabbia non incidono sulle qualità del prodotto ma possono deprezzarne fortemente le caratteristiche merceologiche, rendendone difficile un inserimento nel mercato fresco.

Scabbia comune (Streptomyces scabies)

È la scabbia più diffusa sui tuberi di patata, che tuttavia, come è il caso della scabbia argentea, non produce veri e propri danni nei tuberi e non altera l’energia germinativa né il vigore vegetativo dei tuberi-seme. Il patogeno, che si conserva nel terreno, penetra nei tuberi attraverso gli stoloni, le lenticelle e le ferite. Sulla superficie dei tuberi si può osservare la comparsa di aree brunastre, pustoliformi, circolari o poligonali, la cui superficie appare rugosa e percorsa da lievi fenditure. Le pustole, formate da strati di cellule suberificate, sono prodotte dai tessuti sani del tubero allo scopo di arginare la penetrazione del microrganismo all’interno della polpa, che si mantiene inalterata. Si possono distinguere tre tipi di lesioni: superficiali, profonde e sporgenti, in relazione alle condizioni pedoclimatiche e alla suscettibilità varietale. Questo patogeno è diffuso nei terreni leggeri, sabbiosi e asciutti, calcarei e con reazione alcalina. Dal punto di vista climatico il massimo sviluppo si può avere in condizioni calde e siccitose. Il controllo di S. scabies si effettua soprattutto con mezzi preventivi e in particolare agronomici: – lunghe rotazioni; – terreni compatti e a pH subacido; – uso di concimi tendenzialmente acidi; – irrigazione all’inizio del processo di suberificazione; – è da evitare l’uso di varietà sensibili (per esempio Désirée, Primura).

Scabbia polverulenta (Spongospora subterranea)

È un tipo di scabbia che può causare epidemie solo in zone a clima freddo-umido. Le prime segnalazioni in Italia si sono avute, infatti, nelle vallate alpine. La S. subterranea si conserva nel terreno sottoforma di spore durevoli (4-5 anni) e si diffonde per mezzo dei tuberi-seme infetti. Queste spore, in primavera, germinano originando zoospore ameboidi che entrano negli ospiti producendo un tallo plasmodiale. La malattia si manifesta sui tuberi, i quali presentano piccole aree brune, rotondeggianti e alquanto in rilievo, che finiscono con lo screpolarsi. I tessuti interessati degenerano trasformandosi in pustole bruno-nerastre che si lacerano lasciando uscire una polvere scura, formata da glomeruli, che rappresentano le fruttificazioni del fungo. Il tubero assume un aspetto deformato, verrucoso e con vistose lesioni superficiali bruno-nerastre. Le radici delle piante colpite presentano escrescenze carnose biancastre, mentre non si evidenziano sintomi nelle zone epigee della pianta. La lotta è esclusivamente di tipo preventivo e si avvale di criteri di natura agronomica, e in particolare: 1) rotazioni molto lunghe (5-6 anni nei terreni contaminati); 2) un accurato controllo dei tuberi, prima della semina, per evitare di seminare tuberi già infetti.


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