Volume: le insalate

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie

Autori: Maria Lodovica Gullino, Angelo Garibaldi, Giovanna Gilardi

Lattuga, indivia, cicoria, rucola e valerianella negli ultimi anni hanno visto, soprattutto in alcune aree geografiche, tra cui l’Italia, un notevole incremento delle superfici coltivate anche grazie al successo riscosso dalle produzioni destinate alla cosiddetta quarta gamma. Tale intensificazione colturale non poteva non portare alla comparsa di problemi fitopatologici nuovi, talvolta anche assai gravi, sui quali ci soffermeremo in modo particolare. La risoluzione di tali problemi pone non poche difficoltà in un settore sempre più orientato verso la produzione secondo le norme dell’agricoltura biologica.

Lattuga

Malattie fungine
Tra i patogeni della lattuga (Lactuca sativa) il Fusarium oxysporum f. sp. lactucae, agente della tracheofusariosi, causa un ridotto sviluppo delle piante colpite, clorosi fogliare, epinastia e appassimenti; sezionando le radici si osservano evidenti imbrunimenti vascolari, estesi anche alla nervatura della lamina fogliare. F. oxysporum f. sp. lactucae risulta al momento presente nel nostro Paese in Lombardia, Piemonte, Emilia e Veneto causando gravi danni alla coltura in presenza di temperature comprese tra i 25 e 34 °C. La tracheofusariosi della lattuga è stata segnalata in altre parti del mondo come Giappone, Stati Uniti, Taiwan, e risulta in continua diffusione, con le recenti osservazioni in Portogallo e Brasile. F. oxysporum f. sp. lactucae è trasmissibile mediante seme; l’impiego di materiale riproduttivo infetto rappresenta una delle possibili vie di diffusione del patogeno in tutto il mondo. L’analisi della compatibilità vegetativa e l’impiego di tecniche molecolari hanno permesso di caratterizzare gli isolati di questo patogeno presenti in Italia come appartenenti tutti alla razza 1, che è quella più diffusa a livello mondiale. In Giappone sono note anche le razze 2 e 3, mentre a Taiwan è stata recentemente identificata un’ulteriore razza; queste non risultano ancora segnalate in Italia. Tra gli altri patogeni tellurici della lattuga, Verticillium dahliae è stato osservato, per la prima volta nel nostro Paese, in Emilia e Piemonte nell’autunno 2006 su piante adulte della tipologia cappuccio, alla fine del ciclo produttivo, in prossimità della maturazione commerciale. Sulla base della biologia ed epidemiologia di tale patogeno sono da considerare a rischio di attacco le piante allevate in sistemi colturali per la produzione di lattughe da cespo e non quelle coltivate per la quarta gamma. I sintomi osservati a carico delle piante colpite consistono in clorosi fogliare, riduzione dello sviluppo e imbrunimento dei tessuti vascolari. Al momento, gli attacchi del patogeno non sono di particolare gravità e sono limitati a poche aree di coltivazione in Italia, mentre tale patogeno è noto da più tempo in California e Grecia. In considerazione delle caratteristiche ottimali di sviluppo del patogeno in presenza di una temperatura dell’aria e del suolo di 20-25 °C, sono particolarmente a rischio di comparsa della verticilliosi i cicli di coltivazione primaverili e autunnali. Il marciume del colletto, dovuto agli attacchi separati o combinati di Sclerotinia minor e S. sclerotiorum, colpisce le piante in tutti gli stadi di sviluppo, ma è dannoso soprattutto su piante adulte, prossime alla maturazione commerciale. Le infezioni partono dalle foglie più vecchie, a contatto con il terreno, interessando soprattutto il colletto e producendo in pochi giorni il disfacimento molle dei tessuti. Le foglie più esterne ingialliscono, avvizziscono e marciscono. La rapida distruzione dei tessuti può portare al distacco della parte aerea dal fittone oppure può interessare l’interno del cespo, che si trasforma in una massa molle. Le parti colpite vengono ricoperte da un feltro bianco sul quale si distinguono sclerozi, masserelle globose inizialmente grigiastre e mollicce, in seguito nere e consistenti, di dimensioni variabili da pochi millimetri a 1 cm. Gli attacchi di Sclerotinia spp. si accompagnano spesso a quelli di Botrytis cinerea (vedi oltre). Rhizoctonia solani provoca, oltre a morie nei semenzai, un marciume basale i cui sintomi compaiono soprattutto su piante adulte, iniziando sulle foglie basali a contatto con il terreno. Il marciume colpisce le lamine fogliari, con comparsa di necrosi sulle nervature principali e sui piccioli. Contrariamente a quanto detto per gli attacchi di marciume del colletto, l’alterazione da R. solani in genere non interessa il fusto. Sugli organi colpiti, in particolare sulla base dei piccioli fogliari, il patogeno può formare talvolta ragnatele di ife e sclerozi piatti di colore bruno. La malattia, grave nelle colture estive ed estive-autunnali, è favorita dal clima caldo-umido, da eccessi di acqua e di azoto. In coltivazioni di lattuga per la quarta gamma gli attacchi di R. solani assumono una caratteristica diffusione ad aree circolari di superficie coltivata colpita. Una particolare alterazione della lattuga è la tracheopitiosi. Botrytis cinerea, causa della classica muffa grigia, determina la comparsa di marciumi e imbrunimento dei cespi, che in seguito si ricoprono del micelio e delle fruttificazioni di colore grigio. Su lattuga sono state recentemente segnalate infezioni latenti e sistemiche di B. cinerea come conseguenza della presenza del patogeno sui semi. Il patogeno è stato isolato su substrati selettivi da semi disinfettati, superficialmente e non. L’antracnosi, causata da Microdochium panattonianum (= Marssonina panattoniana) determina la comparsa sul lembo e sui piccioli fogliari di macchioline dapprima translucide, quindi giallo-brune, di forma tendenzialmente circolare, in corrispondenza delle quali i tessuti necrotizzano e si distaccano, lasciando i lembi perforati in modo caratteristico (si parla di vaiolatura). In presenza di elevata umidità, dall’epidermide dei tessuti colpiti erompono le minutissime fruttificazioni del patogeno. Temperature di 18-22 °C consentono una rapida evoluzione della malattia, che può assumere carattere epidemico in stagioni fresche e piovose. Il patogeno sverna nei residui della vegetazione ed è trasmesso con i semi. Stemphylium botryosum è l’agente di una malattia fogliare segnalata solo nell’Italia meridionale, che determina la comparsa, soprattutto su lattuga della tipologia romana, di macchie necrotiche irregolari, ad anelli concentrici, di colore più scuro nella zona centrale. Septoria lactucae è l’agente di una malattia fogliare di secondaria importanza che consiste nella comparsa di maculature fogliari regolari. Il patogeno può essere trasmesso per seme. Un marciume del colletto, causato da Phoma exigua, è stato osservato negli Stati Uniti su lattuga della tipologia romana. La peronospora della lattuga, causata da Bremia lactucae, è una malattia diffusa nelle regioni e nei periodi a clima fresco e umido. Le piante colpite presentano sulla pagina superiore delle foglie macchie giallastre, che si ricoprono sulla pagina inferiore di un’efflorescenza biancastra costituita dai conidiofori e dai conidi del fungo. In Italia la malattia interessa soprattutto le colture autunno-invernali, divenendo dannosa soprattutto nelle annate molto piovose. Il patogeno presenta una specializzazione biologica molto spinta, con la presenza di diverse razze fisiologiche, e può conservarsi sui semi. Peraltro, la trasmissione del patogeno attraverso semi infetti non è mai stata considerata rilevante per la sua diffusione.

Batteriosi
Tra le numerose malattie batteriche segnalate su lattuga, sono importanti soprattutto quelle causate da Pseudomonas cichorii e Xanthomonas campestris pv. vitians, patogeni trasmessi per seme. P. cichorii è presente talora in forma grave in numerose zone di coltura italiane e determina la comparsa di macchie giallastre e brune che si fondono a formare lesioni allungate lungo le nervature centrali. X. campestris pv. vitians provoca la comparsa di lesioni fogliari simili a quelle causate da P. cichorii, nonché di marciume del fusto.

Indivia e cicoria

Una nuova malattia causata da un Fusarium oxysporum è stata osservata per la prima volta in Italia nell’estate del 2007, su piante di indivia (Cichorium endivia) cultivar Myrna, in Piemonte. I sintomi osservati a carico delle piante colpite consistono in un accrescimento ridotto, clorosi fogliari, un evidente sviluppo asimmetrico del cespo e vistosi fenomeni di collasso seguiti da avvizzimento. Le foglie basali presentano aree necrotiche e vanno incontro a una precoce senescenza. Le piante in sezione presentano un imbrunimento dei tessuti xilematici prevalentemente localizzato nella regione del colletto, mentre l’apparato radicale risulta normale. I tessuti alterati non mostrano la comparsa di marciumi. Alla luce delle limitate conoscenze di questo patogeno repentinamente comparso su indivia in un’area di coltivazione tipica per la produzione di tale coltura e attualmente in fase di espansione, sarà necessario un approfondimento degli studi sulla sua biologia ed epidemiologia. Tra i patogeni che attaccano l’indivia sono riportati in bibliografia Rhizoctonia solani e Sclerotinia spp., responsabili dei marciumi parenchimatici descritti nel paragrafo dedicato alla lattuga. Recentemente sono stati segnalati in Italia su cicoria (Cichorium intybus), cultivar pan di zucchero, marciumi del colletto, causati da Phytophthora tentaculata. I sintomi consistono in clorosi fogliare, riduzione dello sviluppo, necrosi al colletto e imbrunimento dei tessuti radicali. Alternaria cichorii provoca la comparsa, soprattutto sulle foglie più vecchie, di macchioline circolari o angolari, nerastre, che in seguito si accrescono a formare chiazze più estese, spesso di diametro superiore a 1 cm, a contorno irregolare. A completo sviluppo le macchie presentano zonature concentriche e necrosi della parte centrale. Le macchie, in presenza di condizioni ambientali favorevoli, possono confluire producendo dapprima l’accartocciamento, poi la rapida senescenza, l’ingiallimento e il disseccamento delle foglie. Il patogeno sverna sui semi o su residui di piante infette. Le infezioni sono favorite da piogge, elevata umidità ambientale e temperature intorno ai 20-24 °C, ma possono verificarsi anche entro limiti termici più ampi (10-30 °C). In alcune aree di coltivazione è presenti anche Erysiphe cichoracearum, agente del mal bianco, che può causare gravi danni a carico dell’apparato fogliare delle piante colpite. Attacchi di Septoria intybi su indivia, osservati in Umbria, sono stati attribuiti all’impiego di semi contaminati. Il patogeno causa la comparsa sulle foglie delle piante colpite di macchie regolari, sulle quali si formano minutissimi picnidi contenenti i conidi del fungo. L’antracnosi, causata da Microdochium panettonianum (= Marssonina panattoniana), colpisce indivia e cicoria. A tale proposito, si rimanda a quanto detto per la lattuga.

Batteriosi
Tra gli agenti di batteriosi, Pseudomonas cichorii attacca anche indivia e cicoria, causando la comparsa di macchie giallastre e brune che si fondono a formare lesioni allungate lungo le nervature centrali.

Rucola

Malattie fungine
La produzione della rucola nell’Italia settentrionale si estende da aprile a ottobre integrandosi in modo perfetto con le coltivazioni di lattuga, di valerianella e di spinacio. In provincia di Bergamo, nel corso del 2002, è stata osservata la presenza di tracheofusariosi su rucola coltivata (Eruca sativa) e su rucola selvatica (Diplotaxis tenuifolia). Su entrambi i tipi di rucola la malattia è causata da F. oxysporum f. sp. raphani e da F. oxysporum f. sp. conglutinans, due formae speciales capaci di colpire anche altre piante appartenenti alle Brassicacee, quali cavolo, cavolo di Bruxelles, rapa. La tracheofusariosi su rucola è stata osservata, oltre che in Lombardia, anche in Piemonte e risulta particolarmente grave nel periodo primaverile-estivo con temperature dell’aria comprese tra 23 e 34 °C. Anche per le due formae speciales di Fusarium agente della tracheofusariosi della rucola è stata dimostrata la trasmissibilità mediante seme. I marciumi basali causati da Rhizoctonia solani e Sclerotinia sclerotiorum su rucola selvatica e coltivata sono responsabili di gravi danni nelle coltivazioni di rucola per la quarta gamma. A livello dell’apparato fogliare è nota la presenza in Italia, sempre su E. sativa e su Diplotaxis tenuifolia, della peronospora causata da Peronospora parasitica. L’alterazione è favorita da condizioni di elevata umidità relativa prolungata, bagnatura fogliare e temperature miti (12-15 °C). I sintomi si manifestano sotto forma di ingiallimenti più o meno marcati del lembo fogliare seguiti, in presenza di alta umidità relativa ambientale, dalla produzione, sulla pagina fogliare inferiore e superiore, di una rada fruttificazione ialino-grigiastra. Nelle fasi più avanzate della malattia le piante appaiono completamente ingiallite e con fogliame di consistenza alterata.

Batteriosi
Su rucola selvatica (Diplotaxis tenuifolia) sono stati segnalati attacchi di Xanthomonas campestris, che causa la comparsa di clorosi e necrosi diffuse sulle foglie prossime alla raccolta.

Valerianella

Malattie fungine
Sempre in Lombardia, anche su valerianella (Valerianella olitoria) è stata osservata una nuova tracheofusariosi, causata dalle due formae speciales F. oxysporum f. sp. raphani e F. oxysporum f. sp. conglutinans segnalate anche su rucola. Gli attacchi di F. oxysporum su valerianella si manifestano con un ridotto sviluppo, una clorosi diffusa all’intero lembo fogliare e lievi imbrunimenti vascolari seguiti da fenomeni di epinastia. Gli attacchi sono gravi, soprattutto in presenza di intervalli di temperatura compresi tra 25 e 30 °C. Sempre in presenza di livelli termici medio-elevati, compresi tra 24 e 30 °C, Rhizoctonia solani, gruppo di anastomosi AG4, agente del marciume del colletto, recentemente è risultata responsabile di gravi perdite di produzione della coltura. In presenza di livelli termici diurni variabili tra i 10 e i 20 °C, sono stati osservati su tale coltura attacchi di Thielaviopsis basicola. Questo patogeno è responsabile di una ridotta crescita delle piante infette, che risultano interessate da una clorosi diffusa all’intero lembo fogliare con sintomi che possono far supporre la presenza di carenze nutrizionali, mentre a carico dell’apparato radicale risulta visibile la presenza di imbrunimenti radicali che si estendono fino alla zona del colletto. Oltre alle problematiche fitopatologiche emergenti, la valerianella è interessata da una recrudescenza degli attacchi di patogeni già noti da tempo con particolare riferimento a Phoma valerianellae e Sclerotinia minor. P. valerianellae determina sulle piante molto giovani un leggero imbrunimento ed evidenti strozzature a livello del colletto; successivamente l’imbrunimento si accentua in tonalità e si estende alla porzione basale dello stelo. Le piante colpite avvizziscono completamente nel giro di 3-4 giorni, andando soggette a un marciume che interessa tutti i tessuti della zona del colletto. Il patogeno è trasmissibile per seme con una percentuale di semi contaminati che varia tra lo 0,6 e il 15%, valori del tutto sufficienti a permettere una rapida diffusione del patogeno in campo. La possibilità di impiegare tecniche molecolari per il rilevamento rapido e affidabile del patogeno sui semi di valerianella contribuisce a ridurre il rischio di introduzione del patogeno in campo. Sclerotinia minor causa la comparsa di un marciume del colletto e può colpire le piante a ogni stadio di sviluppo, causando però i danni più gravi alle piante adulte, vicine alla maturità commerciale. Le infezioni partono dalle foglie più vecchie, vicine al terreno, che cominciano ad andare incontro a degradazione completa. La rapida distruzione dei tessuti può portare al distacco della parte aerea dal fittone. Le piante colpite sono ricoperte da un feltro bianco sul quale si distinguono gli sclerozi del fungo. Attacchi sporadici, ma anch’essi in aumento, sono quelli causati a livello fogliare da Peronospora valerianellae, che può causare gravi lesioni deprezzando notevolmente il prodotto. Sempre a carico dell’apparato fogliare è recente la segnalazione di attacchi di un mal bianco responsabile di clorosi e disseccamenti fogliari, generalmente accompagnati da una riduzione dello sviluppo che può causare la morte dell’ospite. La malattia, osservata in Liguria e in Lombardia, si manifesta sul fogliame con la presenza di un micelio compatto di colore bianco, abbondante in particolare sulla pagina fogliare superiore e meno evidente su quella inferiore. Il patogeno, inizialmente attribuito a Oidium subgen. Pseudooidium, è stato identificato mediante il ricorso alla tecnica ITS come Golovinomyces orontii.

Batteriosi
Tra i patogeni a potenziale rischio di introduzione nelle aree di coltivazione della valerianella è da considerare Acidovorax valerianellae, di cui è nota la trasmissibilità mediante seme. Tale batterio è stato già osservato in diversi Paesi dove tale coltura è effettuata, tra cui la Francia, dove annualmente causa il 10% delle perdite di prodotto, il Belgio e la Germania, mentre, allo stato attuale delle conoscenze, non è ancora presente nel nostro Paese.

Prevenzione e difesa

Pratiche colturali e coltura fuori suolo
Le colture orticole oggetto di questa nota sono frequentemente effettuate in serra di vetro o plastica o in tunnel e quindi in ambiente protetto. Tali coltivazioni si attuano in assenza di rotazioni, con fittezza di impianto molto elevata, in substrati abbondantemente concimati, con forti apporti idrici e di elementi minerali: tutti questi fattori, in genere, favoriscono gli attacchi parassitari. Inoltre, nell’ambiente confinato della serra o del tunnel si instaurano condizioni di umidità, temperatura, luminosità e ventilazione fondamentalmente diverse da quelle che interessano le piante coltivate in piena aria, condizioni tendenzialmente costanti, più stabili di quelle del pieno campo, più favorevoli a molti parassiti e, nel contempo, perlopiù sfavorevoli alla produzione di tessuti resistenti a funghi e batteri. Il ricorso a semplici norme igieniche può risultare molto utile per un’efficiente profilassi. D’altra parte, l’ambiente confinato della serra e del tunnel si presta molto meglio dell’ambiente esterno a essere controllato dall’orticoltore. Temperatura e umidità dell’aria e del terreno, pH e struttura del suolo possono essere fatti variare opportunamente in modo da ostacolare lo sviluppo dei patogeni. Per esempio, il riscaldamento e la ventilazione permettono di ridurre l’incidenza degli attacchi di specie di Alternaria e di tutti quei funghi e batteri che sono favoriti da lunghi periodi di bagnatura degli organi suscettibili. Questi interventi, pur accrescendo i costi di produzione, presentano il vantaggio non indifferente di consentire una riduzione dell’uso di mezzi chimici, evitando la presenza di residui di agrofarmaci alla raccolta e la comparsa di non infrequenti fenomeni di fitotossicità. Il ricorso a modifiche del pH e della struttura del terreno e dei substrati di coltura può fortemente influenzare l’incidenza di alcuni parassiti terricoli. Per esempio, l’uso di ammendanti a pH acido, come la torba, riduce l’incidenza di alcune Phytophthorae. La sistemazione del terreno in aiuole baulate e l’uso di ammendanti per migliorare la struttura del terreno, al fine di impedire ristagni di acqua in punti diversi della serra, permettono di ridurre anche il problema degli attacchi di diverse specie di Pythium e Phytophthora. L’impiego di compost e di terreni repressivi trova nell’ambiente confinato della serra le condizioni per poter essere utilizzato. In colture protette possono, poi, essere impiegati i bancali sopraelevati e, più in generale, strutture atte da un lato a favorire il corretto sviluppo della pianta e dall’altro a consentire un migliore contenimento di alcuni patogeni, riducendo la possibilità di reinfestazione di terreni disinfettati a vapore o con fumiganti. Nel caso dei patogeni terricoli, una pratica agronomica interessante è rappresentata dalla biofumigazione, che consiste nel sovescio di piante ad azione biocida con l’incorporazione nel terreno di grandi quantità di biomassa fresca. Se questa tecnica è compatibile con gli avvicendamenti colturali, la coltivazione e il sovescio di specie appartenenti alla famiglia delle Brassicacee permette l’apporto al terreno di sostanze a elevata azione fungitossica. Un’ulteriore possibilità è oggi offerta dal ricorso alle colture fuori suolo. Tale tecnica colturale, peraltro piuttosto costosa dal punto di vista degli investimenti, ha profonde implicazioni sotto il profilo fitopatologico, in quanto determina una notevole riduzione dell’incidenza di malattie radicali e vascolari causate da alcune formae speciales di Fusarium oxysporum, da Verticillium dahliae, da Sclerotinia sp. e da Rhizoctonia solani. Tuttavia, in queste condizioni, l’eventuale introduzione di un patogeno talvolta comporta la sua veloce diffusione, con conseguenti gravi danni. Le condizioni in cui vengono mantenute le piante in tali sistemi colturali le rendono particolarmente suscettibili agli attacchi da parte di parassiti secondari (per es. alcune specie di Penicillium, Pythium, Phytophthora), ma anche di alcuni Fusarium, determinando situazioni fitopatologiche molto peculiari e rendendo necessario ricorrere a metodi di difesa innovativi.

Difesa genetica
L’impiego di cultivar resistenti costituisce la scelta dell’operatore più valida sotto il profilo tecnico ed economico. Almeno nel caso di alcune delle colture prese in esame in questo volume (lattuga, rucola ecc.) esistono sul mercato cultivar resistenti nei confronti di alcuni dei principali parassiti. Tuttavia, ciò che spesso scoraggia l’impiego del miglioramento genetico e, più in generale, della resistenza genetica come mezzo di lotta è l’estrema dinamicità che caratterizza le colture orticole, con il continuo aggiornamento delle specie e varietà coltivate. Inoltre, l’impiego di cultivar resistenti spesso da solo non sempre riesce a risolvere integralmente i problemi causati dai parassiti del terreno. Infatti, la comparsa sul mercato di varietà resistenti a uno o più parassiti non pone al riparo dalla diffusione di altri agenti di malattia contro i quali le piante si comportano come suscettibili. È questo un fenomeno assai frequente, per esempio, nel caso delle tracheofusariosi: su molte colture si selezionano nel tempo razze fisiologiche di Fusarium oxysporum diverse da quelle presenti originariamente e contro le quali erano state selezionate le cultivar resistenti. Considerata l’importanza economica della lattuga, l’industria sementiera si sta rapidamente attrezzando per mettere sul mercato varietà resistenti. Anche nel caso della tracheoverticilliosi della lattuga sono state selezionate varietà resistenti. Su rucola, sempre nel caso della tracheofusariosi, l’impiego di cultivar resistenti o tolleranti rappresenta una soluzione soltanto parziale. Le diverse cultivar di Eruca sativa presenti sul mercato sementiero italiano risultano comunque suscettibili alla malattia in misura superiore rispetto a quanto osservato per gli ibridi coltivati di Diplotaxis tenuifolia. Va detto che nel caso di E. vesicaria e D. tenuifolia l’industria sementiera sta attuando intensi programmi di miglioramento genetico, che stanno fornendo i primi risultati, anche se poche sono finora le varietà resistenti o tolleranti alla malattia. Nel caso della valerianella, al momento è nota l’elevata suscettibilità delle cultivar Trophy e Palmares, le più diffusamente impiegate nel nostro Paese nelle coltivazioni destinate alla quarta gamma, nei confronti della tracheofusariosi. Una fonte genetica di resistenza all’alternariosi della cicoria (Alternaria cichorii) è stata rinvenuta nelle due cultivar Pan di zucchero e Verde di Milano. Lactuca saligna risulta resistente all’antracnosi, causata da Microdochium panattonianum. Alcune cultivar di lattuga, appartenenti soprattutto alle tipologie romana e cappuccio, sono meno sensibili di altre all’antracnosi. In Australia, Lactuca serriola, indivia e cicoria risultano resistenti all’antracnosi. In generale, va ricordato che in presenza di una resistenza genetica parziale è comunque ipotizzabile l’integrazione con altri mezzi di difesa.

Difesa fisica
La possibilità dell’impiego della disinfestazione fisica del terreno con l’uso del vapore è tra le strategie di difesa dai patogeni tellurici che riscuotono un crescente interesse a seguito della scomparsa e delle limitazioni di alcuni fumiganti; tuttavia, numerose sono le problematiche di natura tecnica ed economica che rendono difficile tale tecnica in trattamenti di pieno campo. I risultati relativi al contenimento dei patogeni tellurici in condizioni controllate evidenziano come l’iniezione di vapore in profondità risulti la tecnica più efficiente, rispetto all’impiego del trattamento in superficie con piastra, nel ridurre la sopravvivenza delle strutture di resistenza di agenti di fusariosi e dei propaguli di Rhizoctonia solani. Sulla base dei risultati ottenuti, pare prossima la messa a punto di una macchina per la disinfestazione del terreno con vapore in grado di soddisfare la necessità di ridurre sia i tempi sia i costi del trattamento. Un altro metodo parzialmente fisico è rappresentato dalla solarizzazione, che risulta assai interessante per la disinfezione del terreno nelle aree geografiche in cui i suoli possono raggiungere temperature sufficienti a devitalizzare i principali parassiti terricoli (e semi di infestanti) quando il trattamento è applicato per 4 settimane. La solarizzazione può, con successo, essere combinata con l’uso di dosi ridotte di fumiganti, con mezzi biologici e con la biofumigazione. Pertanto, essa rappresenta una pratica pienamente sostenibile e di grande interesse per le colture prese in esame in questo volume. Purtroppo il suo impiego pratico trova forte ostacolo a causa della necessità di sospendere la coltura per un mese (nelle nostre condizioni luglio o agosto), periodo questo in cui alcune delle colture di cui ci occupiamo sono in atto. Un’ulteriore possibilità applicativa dei mezzi fisici è rappresentata dai trattamenti di concia delle sementi, come sarà illustrato nel paragrafo successivo.

Difesa chimica
L’impiego di mezzi chimici, che ha svolto un ruolo fondamentale in passato, trova attualmente crescenti restrizioni normative. Questo è dovuto alla continua perdita di prodotti registrati per l’impiego su colture che sono considerate minori a livello mondiale e all’adozione di normative sempre più restrittive per la registrazione di nuovi agrofarmaci. Peraltro, la perdita, attraverso il processo di rivalutazione di un gran numero di prodotti ad ampio spettro di azione, e la scarsa disponibilità di nuovi principi attivi favoriscono la comparsa di resistenza nei confronti dei pochi fungicidi che rimangono disponibili. Per evitare pertanto che, in futuro, l’insorgere e il diffondersi della resistenza renda necessario abbandonare completamente alcuni gruppi di fungicidi, è estremamente importante che l’orticoltore acquisisca sempre più la consapevolezza dell’esigenza di alternare l’impiego di fungicidi dotati di un diverso meccanismo di azione. Soltanto in questo modo sarà possibile garantire una lunga durata di impiego a prodotti estremamente attivi e spesso indispensabili per un’efficace protezione delle colture orticole. Tra i mezzi chimici, azoxystrobin e pyraclostrobin + boscalid hanno fornito risultati interessanti per il contenimento di Phoma exigua su lattuga, quando applicati come trattamenti fogliari immediatamente dopo il trapianto. Trattamenti fogliari con prodotti a base di rame, applicati in vivaio su piante di lattuga ottenute da semi infetti da X. campestris pv. vitians, hanno fornito un significativo contenimento della batteriosi in coltura protetta. Molti orticoltori fanno ricorso alla disinfestazione chimica del terreno: tra i prodotti disponibili a questo scopo, possiamo citare la cloropicrina e i precursori di isotiocianato (metham sodio, metham potassio e dazomet), applicati mediante iniezione o irrigazione. La scelta del fumigante va effettuata in funzione del problema fitopatologico da affrontare, del tipo di terreno da trattare, dell’epoca del trattamento oltre che, naturalmente, del costo dello stesso. Temperatura, umidità, struttura e condizioni fisiche del terreno sono tutti fattori critici nell’impiego efficace dei fumiganti. La disinfestazione chimica del terreno può determinare, inoltre, squilibri microbiologici: per esempio, nel caso in cui si operi in terreni “repressivi” nei confronti delle fusariosi, è stato dimostrato che interventi con dosi elevate di fumiganti possono ridurre fortemente questo fenomeno positivo. Va ricordato che l’impiego di alcuni fumiganti non è previsto dai disciplinari di produzione in vigore per le produzioni integrate o è del tutto vietato in coltivazioni biologiche. Diversi fungicidi possono realizzare una disinfezione parziale del terreno. Data la loro specificità, essi vanno scelti di volta in volta in funzione del o dei patogeni presenti: la combinazione di due o più di essi consente di combattere una più vasta gamma di parassiti. Negli ultimi trent’anni l’ingresso sul mercato dei fungicidi sistemici ha provocato profonde modificazioni nell’uso di tali prodotti nel terreno, consentendo per esempio di intervenire con successo contro agenti di tracheofusariosi e di verticilliosi. I fungicidi possono, inoltre, essere utilizzati in trattamenti di concia dei semi, come descritto nel paragrafo successivo.

Difesa biologica
Purtroppo ancora pochi sono i microrganismi utilizzabili nella pratica in quanto registrati. Tra i pochi mezzi biologici disponibili o vicini alla registrazione, attivi contro patogeni tellurici, si citano forme saprofite di Fusarium, isolate da terreni repressivi e attive contro agenti di tracheofusariosi, utilizzabili nella lotta alle tracheofusariosi. Fusarium spp., saprofiti e ceppi di Trichoderma sono risultati efficaci nei confronti della tracheofusariosi della lattuga. Sempre per la lotta a funghi terricoli sono stati selezionati ceppi di Trichoderma harzianum e Gliocladium virens attivi contro specie di Pythium e Phytophthora e contro Rhizoctonia solani. Tra i pochi microrganismi in uso va ricordato un ceppo di Streptomyces griseoviride, isolato da torba di sfagno, che presenta una certa efficacia, seppur variabile, nei confronti di agenti di marciumi radicali. Microrganismi antagonisti possono anche essere utilizzati in trattamenti di concia, come riportato in seguito.

Prodotti naturali
L’impiego di sostanze naturali diverse da zolfo e rame rappresenta un’ulteriore possibilità di un certo interesse per le colture orticole. La molteplicità delle sostanze utilizzabili, l’eterogeneità della loro natura, la scarsità di precise e, soprattutto, attendibili indicazioni derivanti da una seria e accurata sperimentazione rende questo settore di difficile caratterizzazione. Le sostanze prodotte naturalmente dalle piante o da microrganismi rappresentano, comunque, un’enorme riserva di molecole potenzialmente dotate di attività biocida. Alcuni sali minerali (silicato di sodio e di potassio, bicarbonato di sodio e di potassio, fosfati) presentano un’attività fungicida interessante, anche se non sempre chiarita nei suoi meccanismi. In particolare, i fosfati possono trovare interessanti prospettive d’impiego nella lotta ai mal bianchi delle Cucurbitacee, mentre i silicati rivestono un notevole interesse per possibili applicazioni nelle coltivazioni fuori terra, ove hanno dimostrato di rendere le piante più resistenti agli attacchi di alcuni parassiti. Assai intensa è poi la ricerca di sostanze di origine naturale attive nei trattamenti di concia delle sementi. Il crescente interesse creatosi, in particolare, attorno ai prodotti di origine naturale sta stimolando un’intensa sperimentazione che consentirà di valutare realisticamente le possibilità di impiego di questi prodotti naturali.

Considerazioni conclusive

Le orticole da foglia, in particolare quelle coltivate per la quarta gamma, rappresentano un ulteriore esempio di come l’intensificazione colturale possa portare all’insorgenza di nuovi problemi fitopatologici, di non facile soluzione in un contesto sempre più caratterizzato da un lato dalla conversione delle produzioni verso tecniche di produzione che seguono le norme dell’agricoltura biologica e dall’altro da una sempre più limitata disponibilità di mezzi chimici di difesa. Di non secondaria importanza è poi la diffusione di gravi parassiti mediante semente già infetta. Come verrà evidenziato in un successivo capitolo, appare molto importante il ricorso a tutte quelle tecniche che permettono di ridurre fortemente il rischio di trasmissione per seme dei parassiti. Per evitare l’uso di materiale infetto svolge, inoltre, un ruolo importante la disponibilità di tecniche diagnostiche utilizzabili per evidenziare rapidamente l’eventuale presenza di patogeni, che oggi si avvalgono soprattutto di tecniche molecolari. La difficoltà maggiore nell’applicazione di efficienti strategie di difesa è in primo luogo dovuta alla difficoltà di chiarire immediatamente e con certezza l’origine geografica del materiale propagativo. L’uso di seme sano, o opportunamente trattato con le varie opzioni disponibili, rappresenta un pilastro delle strategie di difesa integrata. Un grosso aiuto può essere fornito dalla diagnostica molecolare e dagli studi filogenetici attuabili con tecniche di biologia molecolare: la rapida individuazione di rapporti tra parassiti di nuova segnalazione e potenziali fonti già individuate in altre parti del mondo potrebbe, infatti, attivare strategie preventive basate sul controllo fitosanitario del materiale propagativo. Per esempio, gli studi condotti sull’agente della tracheofusariosi della lattuga hanno permesso di confermare che gli isolati rinvenuti in Italia sono sostanzialmente identici a quelli ritrovati in Giappone e negli Stati Uniti d’America e di conseguenza l’impostazione della lotta può essere identica. Queste misure, insieme all’adozione di varietà dotate almeno di un certo livello di resistenza e al ricorso ai trattamenti strettamente necessari, possono contribuire significativamente al miglioramento qualitativo delle sementi e a garantire qualità e salubrità dei prodotti orticoli. Nel complesso, almeno per la tracheofusariosi della lattuga, l’impiego della resistenza genetica è la scelta tecnicamente ed economicamente consigliabile, anche se tale scelta presuppone una continua attività di sperimentazione sul materiale vegetale immesso sul mercato e un costante monitoraggio della situazione razziale del patogeno. L’impiego della resistenza genetica è, inoltre, una strategia facilmente combinabile con altri mezzi di difesa ed è, infatti, già ampiamente utilizzata su lattuga per la difesa da Bremia lactucae e parzialmente per la lotta a Sclerotinia minor. Su rucola, invece, la situazione attuale non permette di considerare la lotta genetica come la soluzione del problema della tracheofusariosi: il numero ridotto di varietà tolleranti alla malattia renderebbe necessario da parte dell’industria sementiera un grosso sforzo, volto a programmi di miglioramento genetico di Diplotaxis tenuifolia ed Eruca vesicaria. La disinfestazione del terreno rientra, comunque, tra le strategie di difesa potenzialmente adottabili nella lotta a tutti i patogeni terricoli: la scelta è tuttavia vincolata, come già detto, a fattori economici, tecnici e normativi. Di grande importanza sono tutti gli interventi agronomici volti a contenere l’incremento del potenziale di inoculo dei parassiti nel terreno e a creare condizioni ambientali non predisponenti per le infezioni fogliari. È facile, infatti, prevedere che in un contesto di limitata disponibilità di mezzi chimici sarà sempre più necessario fare ricorso a metodi agronomici e genetici per contenere gli attacchi dei parassiti agenti di malattie fogliari e radicali.

 


Coltura & Cultura