Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie

Autori: Antonio Guario, Nino Iannotta

Introduzione

Una moderna difesa fitosanitaria in olivicoltura non può prescindere da un sostanziale rispetto ambientale. Attualmente si tende ad affermare il concetto di “produzione integrata”, nella quale si identifica un sistema che possa promuovere lo sviluppo agricolo nel rispetto dell’ambiente. Tale indirizzo, fra l’altro, è stimolato ed economicamente incentivato dalle Politiche comunitarie, tanto da far registrare un notevole incremento delle superfici olivicole nelle forme di produzione integrata e biologica. Questo tipo di coltivazioni ha come obiettivo, oltre alla salvaguardia ambientale, quello del miglioramento qualitativo del prodotto. Una razionale applicazione delle tecniche di difesa deve quindi tener conto del fattore “qualità”, riconsiderando le soglie e le metodologie di intervento nei confronti di ogni parassita. Nell’ambito dell’ecocoltivazione, particolare importanza assumono le forme di prevenzione, atteso che forme di lotta biologica sono possibili solo in senso conservativo (mantenimento degli equilibri biologici all’interno dell’ecosistema), che devono riguardare in primo luogo i vivai, dove si possono contrarre le prime infezioni e da dove le piantine devono uscire accompagnate da certificazione. Successivamente gli olivicoltori devono analizzare attentamente le condizioni ambientali in cui la coltura sarà effettuata in quanto assumono molta importanza per lo sviluppo delle malattie. Una particolare attenzione richiedono la scelta delle cultivar che possono presentare suscettibilità differenti e le misure di natura agronomica che tendono al migliore equilibrio fisiologico della pianta, soprattutto in tema di potatura e di prevenzione durante la sua effettuazione (disinfezione degli strumenti da taglio). Sono fondamentali anche le scelte sul tipo di irrigazione da adottare e l’assenza di consociazioni con orticole che talvolta fungono da fonti di inoculo di patogeni. Nell’ecosistema oliveto convivono all’incirca 300 specie di parassiti, tra cui un centinaio tra funghi, batteri e altri organismi dannosi, oltre che più di una dozzina di virus. Fra questi parassiti, quelli che provocano un danno economicamente significativo alla produzione olivicola sono solo poche unità, alle quali è necessario destinare una specifica lotta. Le fitopatie dell’olivo sono dipendenti da agenti biotici, essenzialmente provocate dall’attività patogena di entità batteriche o fungine, molto più raramente virali, o da fattori abiotici, prevalentemente relativi a sfavorevoli condizioni climatiche ma anche a gravi squilibri nutrizionali oppure a stress da inquinamento Contrariamente a molte altre specie legnose, in realtà l’olivo mostra una situazione fitopatologica relativamente semplice. Infatti, fra i patogeni significativi una sola specie batterica (P. savastanoi) e 4 funghi (S. oleagina, V. dahliae, C. gloeosporioides, M. cladosporioides) possono assumere incidenza e diffusione tali da compromettere l’assetto vegetativo, la produzione o la stessa vitalità della pianta. Si segnalano, inoltre, altre malattie (marciume radicale, carie e fumaggine) dovute all’azione multipla di più agenti fungini appartenenti a generi diversi. Per quanto riguarda i virus, invece, solo SLRV può produrre, forse, qualche danno.

Occhio di pavone (Spilocaea oleaginea)

È la più importante e diffusa malattia fungina dell’olivo e si manifesta in forme più o meno gravi in relazione alla suscettibilità varietale, alle condizioni vegetative delle piante e alle situazioni pedo-climatiche dell’oliveto. Infatti, le infezioni sono più frequenti negli impianti ad alta densità e nelle zone vallive dove si verifica una maggiore persistenza di umidità. Il fungo attacca essenzialmente le foglie e, in casi particolari, anche le drupe, i giovani rametti e i peduncoli. La sintomatologia tipica è riscontrabile sulla pagina superiore delle foglie con evidenti macchie circolari, più o meno estese in relazione allo stadio vegetativo del fungo, di colore dal grigio chiaro al verde scuro circondato da un alone giallo. In relazione alla entità delle macchie e alla superficie da esse occupata, l’intera foglia tende a ingiallire completamente e a cadere anticipatamente, inducendo grave filloptosi sui rami o sull’intera pianta, con conseguente minore funzionalità vegetativa e produttiva. L’acqua rappresenta l’elemento indispensabile per le infezioni e la diffusione della malattia, che si verificano attraverso i conidi, prodotti sulla superficie delle foglie attaccate e diffusi nell’ambiente attraverso la stessa acqua o il vento e anche tramite insetti presenti nell’ambiente olivicolo. Per determinare una nuova infezione è necessario che la superficie fogliare sia coperta da un velo d’acqua per parecchie ore. Ciò si verifica sia per le piogge prolungate, sia per la presenza di umidità relativa prossima alla saturazione o per nebbie persistenti. Le temperature ottimali per le infezioni sono tra i 18 e i 20 °C. Nella generalità dei casi tali condizioni ottimali si verificano essenzialmente nel periodo primaverile e in quello autunnale e, in aree olivicole più meridionali, anche durante il periodo invernale al verificarsi di temperature miti. Le infezioni primaverili hanno un periodo di incubazione più lungo (2-3 mesi) rispetto a quelle autunnali: infatti nel periodo estivo è possibile diagnosticare la presenza delle infezioni prima della loro manifestazione evidente sulle foglie con il metodo della “diagnosi precoce” (immersione delle foglie in una soluzione di idrato sodico o potassico al 5% per 2-3 minuti a temperatura di 50-60 °C). Le infezioni autunnali invece si evidenziano in breve tempo, 15-20 giorni, e sono caratterizzate da macchie più piccole che interessano anche le giovani foglie. Un aspetto interessante da tenere in considerazione nel controllo della malattia è la mancata possibilità di determinare infezioni da parte di conidi che sono presenti su foglie cadute al suolo. I danni provocati dalle infezioni del fungo vanno valutati in relazione all’entità di attacco. Infatti, considerando l’elevata quantità di foglie presenti sulla pianta, per percepire e poter valutare un danno produttivo è necessaria una diffusione che interessi almeno il 30% delle foglie. La loro caduta è la manifestazione più eclatante della malattia, a cui conseguono gravi squilibri ormonali e nutrizionali che interferiscono con la formazione dei fiori, provocando deficit produttivi. In molti casi e in diverse zone, notevole importanza nel contenimento della malattia rivestono gli aspetti agronomici: sistemi di conduzione ad ampio sesto di impianto e potatura frequente determinano una scarsa incidenza di occhio di pavone. Infezioni consistenti determinano defogliazione anticipata della pianta con conseguente scarsa attività fotosintetica e scarsa produzione dei frutti. Il controllo della malattia va effettuato in relazione al grado di infezione normalmente riscontrata nell’oliveto oltre a una valutazione nel periodo di fine inverno. Se l’oliveto presenta elevate infezioni bisogna effettuare un intervento prima della ripresa vegetativa, con prodotti a base di rame, al fine di favorire la caduta delle foglie infette (per l’azione fitotossica del rame). È consigliato l’uso della dodina nei casi di annata di carica, al fine di non provocare una forte defogliazione che potrebbe incidere sulla produzione. Poiché le foglie infette cadute al suolo non rappresentano fonte di inoculo per nuove infezioni, si riscontra momentaneamente un risanamento della pianta. Successivamente, prima della fioritura, quando si sono formati i primi 3-4 nodi fogliari va effettuato un secondo intervento per proteggere la vegetazione che si è appena formata e devitalizzare eventuali conidi presenti sulle foglie. Le eventuali infezioni che si verificano nel periodo della tarda primavera e che si manifesteranno in settembre, possono essere preventivamente rilevate nei mesi estivi, in laboratorio, con il metodo della “diagnosi precoce”, perché queste sono ancora in forma latente non avendo completato il periodo di incubazione. In caso di riscontro positivo va programmato un terzo intervento alla comparsa in campo delle macchie sulla pagina superiore delle foglie. Tale trattamento ha lo scopo di devitalizzare i conidi che si stanno formando e di proteggere la superficie delle foglie dalle nuove infezioni. Negli oliveti in cui le infezioni sono di lieve entità è sufficiente iniziare gli interventi in presenza dei primi 3-4 nodi fogliari. Un criterio importante nell’impostazione del controllo della malattia è di mantenere sempre bassa la percentuale di foglie infette, in modo da evitare una rapida diffusione delle infezioni. In particolare, è stato verificato che, mantenendo una buona sanità delle piante fino al periodo autunnale, è possibile giungere fino alla primavera successiva con basse percentuali di infezione. Alcune operazioni colturali, come la potatura, possono contribuire a ridurre le infezioni in quanto si permette una maggiore aerazione della pianta con conseguente riduzione del tempo di bagnatura delle foglie.

Piombatura o cercosporiosi (Mycocentrospora cladosporioides)

Questa malattia attacca l’olivo con differente intensità nelle diverse aree di coltivazione, anche se negli ultimi anni si rileva una maggiore pressione del fungo, tale da interessare aree sempre più estese, con danni di un certo rilievo. Le infezioni interessano essenzialmente le foglie, ma sono note anche infezioni sui piccioli con formazione di macchie grigie, sui peduncoli delle drupe manifestando tratti necrotici e sulle drupe con formazione di chiazze di colore rosso-bruno simili a un inizio del processo di invaiatura. In alcuni casi si rincontrano anche infezioni su giovani rametti con presenza di aree fuligginose, grigie, di forma ed estensione variabili. Sulle foglie i sintomi dell’attacco si manifestano sulla pagina inferiore sotto forma di macchie irregolari di colore grigio piombo e possono essere confuse con una forma lieve di fumaggine. Sulla nuova vegetazione, le infezioni si evidenziano sulle foglie più basali a fine agosto-inizio settembre e, successivamente (ottobre-novembre), vanno a interessare, in maniera progressiva, le altre foglie più apicali del rametto e possono proseguire anche durante l’inverno, al verificarsi di temperature miti ed elevata umidità. Nella maggior parte dei casi le infezioni avvengono, per trasmissione da foglie infette a foglie sane, direttamente, senza la necessità che si abbia un periodo di vita saprofitaria del fungo su foglie cadute al suolo. Il fungo si posiziona inizialmente in superficie, poi penetra nell’interno della foglia, sia attraverso aperture naturali (stomi), sia attraverso ferite occasionali. Le ife del fungo, successivamente, invadono l’intera foglia determinandone l’ingiallimento. Nelle fasi iniziali dell’attacco la distinzione delle foglie infette da quelle sane risulta difficile; solo un attento esame può riuscire a identificare la presenza del fungo che si manifesta con piccoli puntini neri. Le forme di riproduzione e di diffusione, quali i conidi, si possono formare anche in tempi brevi (12-15 giorni) se le condizioni sono favorevoli. In fase di quiescenza il fungo è in grado di produrre dei corpi scleroziali che ne consentono la conservazione nel tempo. Sulle foglie cadute al suolo il fungo continua la sua attività mantenendosi vitale, in condizioni di umidità e temperatura favorevoli. Le foglie interessate dal fungo iniziano a ingiallirsi in modo progressivo partendo dalla zona primaria dell’infezione fino a interessare l’intera foglia. Gli studi su tale malattia hanno identificato nel periodo di fine primavera il verificarsi delle infezioni sulla vegetazione dell’annata e nel periodo estate-inizio autunno la manifestazione dei sintomi. Pertanto, eventuali interventi di controllo della malattia vanno effettuati con prodotti a base di rame durante il periodo estivo. In caso se ne rilevi la presenza sulle foglie più apicali, è necessario proseguire gli interventi anche nel periodo autunnale. Risultano comunque anche validi gli interventi primaverili effettuati contro l’occhio di pavone.

Lebbra o antracnosi (Colletotrichum gloeosporioides)

Questa malattia è abbastanza nota nelle aree olivicole sin dal Novecento e si riscontra essenzialmente nelle zone di coltivazione più meridionali. Le infezioni di questo fungo si verificano in modo differente nel corso degli anni, mostrando una regressione notevole per mutamenti climatici tendenti più al secco. Non mancano, comunque, annate in cui, per la presenza di piogge o di maggiore umidità nel periodo vegetativo, si registra un elevato grado di infezione e una diffusione su ampi territori olivicoli. La lebbra si manifesta sulle drupe in autunno, quando cominciano a invaiare o sono gia mature, determinando il marciume delle stesse, con la caratteristica “mummificazione”. Il fungo si conserva sotto forma di periteci, di micelio o di conidi nei frutti marciti e in tutte le parti vegetali attaccate e si manifesta all’epoca dell’invaiatura. Penetra all’interno del tessuto attraverso aperture naturali e ferite. Le infezioni interessano generalmente le drupe situate nella porzione bassa della chioma dove maggiore è il tasso di umidità e la ricaduta dell’inoculo proveniente dalle zone più alte. Le drupe infette presentano inizialmente delle tacche rotondeggianti livide che successivamente raggrinziscono fino a interessare l’intero pericarpo con riduzione del peso anche fino al 40%. Queste cascolano precocemente e nei casi più gravi si può perdere fino al 50% della produzione. Sulla vegetazione gli attacchi sono particolarmente intensi in annate con primavere miti e piovose, interessando foglie, giovani rametti e altri organi verdi. Le foglie mostrano accentuati sintomi di clorosi sin dalla primavera come conseguenza di infezioni che si realizzano sulla nuova vegetazione in fine inverno-inizio primavera, diventando uniformemente clorotiche in piena estate. Il fungo è in grado di determinare infezioni dirette ai frutti e alla vegetazione attraverso lisi enzimatica della superficie integra della cuticola, ma risultano più frequenti i casi di penetrazione attraverso ferite provocate da altri agenti parassitari come la mosca delle olive (Bactrocera oleae), che spesso funge anche da vettore d’inoculo. Le condizioni ottimali per lo sviluppo del fungo si verificano con intervallo di temperatura compreso fra 16 e 25 °C, con un optimum di 21-22 °C. I danni sono, comunque, essenzialmente a carico dei frutti che cadono precocemente, con perdita di prodotto o, nel caso questi siano utilizzati per la trasformazione in olio, producono oli scadenti con colorazione rosata più o meno intensa e un’elevata acidità con valori variabili in funzione della percentuale di infezione. Il contenimento di questa malattia passa attraverso forme di controllo agronomico (cultivar meno suscettibili, adeguata potatura) e interventi chimici con prodotti a base di rame, quando vengono spesso rilevate nelle annate precedenti infezioni del fungo e si verificano frequenti piogge e nebbie nel periodo di maggiore suscettibilità delle drupe (settembre-novembre).

Verticilliosi (Verticillium dahliae)

La verticilliosi dell’olivo è presente in molte regioni del Mediterraneo, ma recenti indagini hanno messo in evidenza la sua forte espansione in Italia (particolarmente grave appare la situazione in Calabria e Sicilia). Tale forte diffusione del parassita, che interessa maggiormente le giovani piantine ed è favorita dall’accertata suscettibilità di alcune cultivar molto diffuse, è dovuta a varie cause telluriche (terreno infetto trasportato dalle macchine oppure tramite ospiti intermedi come infestanti e orticole), ma anche alle procedure di propagazione in vivaio, spesso effettuate senza la necessaria attenzione nel prelevamento di marze da piante infette (magari senza sintomatologia evidente). Il deperimento da tracheoverticilliosi si manifesta con evoluzione cronica (meno grave) su piante adulte, ovvero con evoluzione acuta (sindrome apoplettica) più frequente nelle giovani piantine, sulle quali, nei casi più gravi, può determinare un esito infausto. Una terza forma di infezione riguarda piante asintomatiche (probabilmente con resistenza di tipo tollerante) che si limitano a ospitare il fungo nei vasi xilematici. Questo fungo è notevolmente polifago, infettando un’elevata quantità di specie coltivate, e si conserva nel terreno, anche per numerosi anni, sotto forma di microsclerozi o nell’interno di tessuti infetti e, al verificarsi di condizioni favorevoli, penetra nell’interno della pianta attraverso microferite provocate all’apparato radicale, o da ferite e lesioni determinate specialmente nella fase di trapianto. La diffusione avviene ad opera dei conidi prodotti dagli stessi microsclerozi o da materiale infetto per mezzo dell’acqua di irrigazione o di insetti. In particolare quando, nelle prime fasi di impianto dell’oliveto, si pratica in consociazione all’oliveto la coltivazione di piante orticole, fortemente suscettibili al fungo (pomodoro, patata, peperone, melanzana ecc.), queste ultime costituiscono fonte d’infezione iniziale del terreno con conseguente passaggio nel tempo anche sulle piante di olivo. Dopo la penetrazione, il fungo incomincia a diffondersi nei vasi legnosi, invadendo essenzialmente i vasi a ridosso della zona cambiale occludendoli e, tramite la corrente linfatica, porzioni di ife vengono trasferite in più parti della pianta. A seguito di ciò, si può riscontrare una sintomatologia che inizialmente ha un decorso di lento ingiallimento e successivo disseccamento di alcune parti di pianta o di organi vegetativi, in quanto scarsamente alimentati dalla linfa. Le foglie diventano di colore verde opaco e si distaccano precocemente, mentre i rametti assumono una colorazione bruno-rossastra esternamente e marrone scuro nell’interno. In tali casi, piante adulte hanno anche la possibilità di sopravvivere, in quanto si riesce a ricostituire la chioma. In caso l’infezione abbia un decorso più rapido, i rami o le branche o l’intera pianta disseccano in breve tempo senza consentire il distacco delle foglie, che rimangono accartocciate e rinsecchite sulla pianta. Tali manifestazioni risultano più evidenti nei periodi di maggiore carenza idrica. Sezionando un ramo interessato dal fungo sono evidenti i vasi legnosi imbruniti, ostruiti da materiale di consistenza gommosa proveniente, sia dalla degenerazione delle cellule limitrofe alle trachee, sia dalle parti vegetative e riproduttive del fungo. Sulla parte esterna dei rami e delle branche interessate, la corteccia può non presentare sintomi appariscenti, ma nei rami giovani (2-3 anni) possono manifestarsi striature necrotiche di colore scuro, leggermente depresse, in senso longitudinale, anche per lunghi tratti, dove il legno si presenta imbrunito e la corteccia con alterazione del colore dal violaceo al marrone. I casi di infezioni da V. dahliae, su piante sia adulte sia giovani, risultano sempre più frequenti, specialmente nei nuovi impianti allestiti con genotipi suscettibili al patogeno. Le strategie per il controllo di questa malattia sono difficili e si basano essenzialmente su misure preventive per evitare infezioni o diminuire l’eventuale inoculo già presente. Ciò riguarda in primo luogo i vivaisti, i quali devono prelevare le marze da piante certamente sane e utilizzare terricci non infetti, ma anche gli olivicoltori, che devono evitare consociazioni con solanacee e cucurbitacee, porre la massima attenzione nell’uso dei mezzi agricoli su terreni che possano risultare contaminati e ricorrere possibilmente all’irrigazione a goccia, invece che a scorrimento. Diventa, in tali casi, fondamentale realizzare i nuovi impianti, specialmente nei terreni contaminati, utilizzando materiale vivaistico certificato e controllato esente da tale fungo. In caso contrario è buona norma, prima di effettuare nuovi impianti, lasciare per alcuni anni il terreno non coltivato, ma pulito da erbe spontanee, o seminato con graminacee, specialmente se in precedenza siano state effettuate coltivazioni con colture sensibili alla malattia, o siano stati riscontrati casi di infezione. Nei casi di accertata presenza qualsiasi attrezzo utilizzato per l’asportazione dei rami secchi o per la potatura di piante infette deve essere sempre disinfettato prima di operare su piante sane. Numerosi sono i tentativi di controllare la malattia con prodotti chimici, ma al momento i dati sperimentali sono ancora in fase di conferma e di eventuali registrazioni di sostanze attive. Le acque di vegetazione hanno mostrato capacità di inibizione dello sviluppo del micelio, per il momento solo in vitro su isolati colturali, con prospettive applicative soprattutto per la riduzione dell’inoculo nel terreno. Come nelle precedenti patologie, anche in questo caso si ritiene che il contenimento di questo patogeno debba essere affrontato attraverso la ricerca di fonti di resistenza genetica. Gli elementi finora noti non sono molti, tuttavia indicano l’esistenza di notevoli potenzialità nell’ambito della variabilità esistente, dalla quale già oggi si possono trarre interessanti indicazioni sulla resistenza-tolleranza di diversi genotipi, anche da utilizzare come portinnesti.

Brusca parassitaria (Stictis panizzei)

Questa malattia interessa essenzialmente le foglie, determinando disseccamenti parziali di colore rosso mattone a margini sfumati che successivamente diventano bruno cenere limitati da bordi di colore marrone scuro. La malattia si riscontra in quasi tutte le aree olivicole e si evidenzia nelle annate in cui si verificano elevate umidità e alte temperature nel periodo autunnale. In ogni caso difficilmente interessa l’intero oliveto, ma solo piccole aree e con attacchi di lieve entità. Il fungo penetra nelle foglie in autunno attraverso gli stomi e invade i tessuti fogliari in breve tempo, determinando sotto l’epidermide della pagina inferiore le fruttificazioni agamiche, picnidi, poco evidenti per le loro dimensioni ridotte. I picnidi producono dei picnoconidi unicellulari che costituiscono le forme di diffusione della malattia. Nel tardo autunno-inizio inverno, si differenziano sulla pagina superiore della foglia le fruttificazioni gamiche del fungo rappresentate da apoteci di colore nero, ben visibili a occhio nudo in quanto sono erompenti dall’epidermide. Nell’interno degli apoteci si formano gli aschi contenenti le ascospore e le parafisi. Il micelio che si sviluppa dalle ascospore vive saprofiticamente, produce i picnidi dai quali fuoriescono i picnoconidi determinando le nuove infezioni in autunno. Le aree necrotiche sono collocate sia nella zona apicale sia lungo i margini delle foglie e non determinano generalmente la caduta precoce delle stesse eccetto nei casi in cui sia interessata la parte basale. Si tende, in alcuni casi, ad associare alla brusca parassitaria quella non parassitaria, i cui sintomi sono simili macroscopicamente, ma differiscono per alcuni aspetti. Nella brusca non parassitaria l’alterazione è determinata dall’azione dei venti asciutti, sciroccali ecc., e inizia con disseccamenti dell’apice della foglia in corrispondenza del mucrone, dove vi è maggiore traspirazione per assenza della cuticola, e prosegue sulla lamina fogliare, senza mai interessare le zone laterali delle foglie. Su tali aree disseccate non si manifesta alcun tipo di punteggiatura in quanto non vi sono elementi vegetativi. Percentuali elevate di foglie infette da S. panizzei possono causare una parziale riduzione di funzioni fotosintetiche, ma difficilmente si riscontrano riduzioni di produttività. La brusca parassitaria non richiede specifici trattamenti chimici per il limitato grado d’infezione che determina. Pertanto, i trattamenti effettuati nei confronti di altre avversità fungine, con prodotti a base di rame, riescono a controllare le infezioni e la diffusione della malattia.

Carie o lupa

Questa malattia è presente in tutte le aree di coltivazione dell’olivo e in particolare nelle zone dove si pratica spesso la potatura effettuando tagli su grossi rami o su branche. La carie interessa essenzialmente il legno della pianta ed è determinata da un complesso di funghi; la specie più frequentemente riscontrata è Phellinus friesianus, a cui seguono altre come Fomes spp., Coriolus versicolor, Poria medulla-panis, Trametes hispida, Stereum hirsutum, Coriolus hirsutus e Irpex spp. Queste specie fungine degradano la cellulosa, la lignina e altre sostanze presenti nella cellulosa, provocando il disfacimento e la disgregazione del legno delle branche, del tronco e in particolare della sua parte inferiore, cioè il pedale, estendendosi a volte anche alle radici più grosse. La prima manifestazione è l’arresto dello sviluppo della corteccia che, successivamente, rimane depressa, staccandosi e lasciando a nudo la parte legnosa. Il “lieve rimbombo” che si ha alla percussione di tali zone è diverso rispetto a quello di un tronco in buone condizioni. I grossi tagli spesso non protetti da mastici o sostanze in grado di impedire la penetrazione dei funghi costituiscono la causa principale dell’insediamento della malattia agevolata anche dall’infiltrazione di acqua nei tessuti legnosi. I funghi penetrano nelle branche o nel tronco molto lentamente e si approfondiscono procedendo attraverso i raggi midollari, invadendo il legno, il cambio ecc. e riescono a diffondersi sia verso il basso sia verso l’alto. Con la devitalizzazione della parte cambiale e dei vasi di trasporto della linfa grezza (alburno) si determina un arresto o una riduzione nell’alimentazione della chioma, che inizialmente manifesta sintomi di sofferenza e di ingiallimento e, successivamente, la caduta delle foglie e il disseccamento dei rami e delle branche. Ciò comporta la necessità di interventi di ricostituzione della parte epigea dell’albero o di alcune branche colpite se non addirittura la capitozzatura totale. Il controllo di questa malattia va impostato preventivamente, al momento dell’effettuazione dei grossi tagli con protezione degli stessi con mastici cicatrizzanti, previa disinfezione del taglio con prodotti chimici o con il fuoco. Tale operazione, che generalmente non viene mai operata sull’olivo, riveste notevole importanza per prevenire la carie, in quanto nell’olivo le ferite da taglio cicatrizzano lentamente consentendo la penetrazione di acqua e funghi. Nei casi in cui la carie sia già presente sulla pianta è possibile, alla comparsa dei primi sintomi, individuare la sua presenza battendo sugli organi vegetativi che emettono suoni diversi a seconda che siano sani o invasi dai funghi. Le operazioni di eliminazione delle parti degradate detta “slupatura” e i vari sistemi di ripulitura delle parti cariate costituiscono l’unico mezzo valido per risanare gli alberi. In molti casi tali operazioni determinano profonde incisioni nel tronco alterando l’aspetto normale delle piante. Oggi questi interventi vengono eseguiti con celerità anche mediante motosega che, però, non consente di effettuare una pulitura più accurata. Pertanto, alla fine delle operazioni di slupatura è possibile riscontrare legno ancora infetto dai funghi. Inoltre, il legno messo a nudo e non intaccato potrebbe ulteriormente essere infettato, per cui, anche in questo caso è necessario proteggere queste ferite con prodotti disinfettanti, con mastice protettivo o, meglio, con il fuoco che, oltre a cicatrizzare, elimina completamente eventuali residui del fungo.

Fumaggine

Con il termine fumaggine si intende la manifestazione di “annerimento” riscontrata sulla superficie della vegetazione e prodotta da ammassi nerastri di funghi saprofiti. È, infatti, costituita da un complesso di funghi epifiti (Capnodium, Alternaria, Cladosporium ecc.), con miceli scuri che formano colonie nerastre, dapprima di aspetto polverulento, poi di forma feltrosa su tronco, branche, rami e, soprattutto, foglie. I funghi vivono all’esterno dei tessuti vegetali a spese di sostanze zuccherine (melata) prodotte sia dalla pianta sia dagli insetti. La teoria più accreditata è comunque quella che considera il fattore predisponente riconducibile essenzialmente alla presenza di melata, secreta dalle cocciniglie e in particolar modo dalla cocciniglia mezzo grano di pepe (Saissetia oleae). Nei numerosi rilievi, infatti, è sempre stata riscontrata una diretta associazione tra la presenza della cocciniglia e quella della fumaggine. Tali insetti spruzzano, in forma di minute goccioline, le escrezioni con alta concentrazione di sostanze nutritive contenute nella linfa assunta con l’alimentazione. Tali goccioline si depositano sulla superficie di tutta la vegetazione (foglie, frutti, rami, branche ecc.) producendo un luccichio sotto i raggi del sole, per cui il fenomeno è visibile anche a distanza. Sono noti anche casi di fumaggine a seguito di attacchi del cotonello dell’olivo (Euphyllura olivina), che ricopre la pianta di abbondate materiale ceroso di aspetto cotonoso che viene facilmente colonizzato dai funghi. In presenza di rugiade frequenti e persistenti, che portano l’umidità relativa prossima al 100%, sulla melata si insediano diversi funghi saprofiti, presenti comunemente in ogni ambiente agricolo e, nell’arco di circa un mese, si forma un feltro nero su parte o su tutta la vegetazione. La maggiore manifestazione di fumaggine si riscontra da settembre a febbraio quale periodo più umido, mentre nei periodi più secchi o di minore attività della cocciniglia si assiste a un disseccamento della massa fungina con conseguente distacco delle parti colpite. Alla ripresa vegetativa, la nuova vegetazione generalmente non viene attaccata dai funghi, per cui la pianta assume nuovamente un aspetto verdeggiante, ma se non viene eliminata la causa (cocciniglia), in settembre si “annerisce” nuovamente. Il danno indiretto è costituito dal fatto che lo strato feltroso di colore scuro, compatto, che ricopre tutti gli organi vegetali della pianta determina un ostacolo all’attività fotosintetica con conseguente deperimento generale della pianta e una ridotta produzione di fiori e frutti. In molti casi è possibile un deprezzamento del prodotto, in particolare modo per le olive da mensa, che si presentano annerite e appiccicose, ma anche per quelle da olio che hanno necessità di essere lavate prima della molitura. Tutti i fattori che favoriscono lo sviluppo delle cocciniglie associati a condizioni che determinano l’instaurarsi di funghi (zone più basse, più umide, meno ventilate, scarsa potatura ecc.) comportano l’instaurarsi della fumaggine sulla pianta. La difesa pertanto va impostata cercando di eliminare innanzitutto la presenza della Saissetia oleae o di altri insetti che possono produrre melata e cercando di migliorare le condizioni vegetative della pianta, effettuando concimazioni razionali e adeguate potature per favorire l’arieggiamento e il soleggiamento della chioma. Il controllo della fumaggine solo con prodotti rameici o con altri anticrittogamici non costituisce la soluzione del problema.

Marciume delle drupe (Camarosporium dalmaticum)

È una malattia causata indirettamente a seguito di altri eventi fitopatologici, infatti il fungo viene veicolato dal cecidomide Prolasioptera berlesiana o penetra nella drupa attraverso ferite provocate dalla mosca. Risulta accertato, comunque, che il micelio del fungo è simbionte delle larve del cecidomide in quanto base trofica del loro sviluppo. Dopo la penetrazione il micelio del patogeno si sviluppa nella polpa delle drupe, determinandone una macchia circolare bruna del diametro di 3-6 mm, infossata con margini ben delimitati e con al centro numerosi puntini neri, picnidi, che costituiscono gli organi di diffusione della malattia. Il danno è costituito da questa caratteristica tacca bruna, infossata e suberificata, che deturpa completamente la drupa e nel caso di olive da mensa la rende non commercializzabile. La lotta va impostata essenzialmente su olive da mensa abbinando ai trattamenti contro la mosca prodotti a base di rame per prevenire l’introduzione del fungo nelle ferite.

Rogna (Pseudomonas savastanoi pv. savastanoi)

La rogna o tubercolosi, nota e diffusa malattia in tutti gli areali di coltivazione dell’olivo, è causata da un batterio che fa parte della popolazione microbica epifita che vive costantemente sulla vegetazione senza provocare alcun danno e che, quando trova le condizioni favorevoli, aggredisce la pianta producendo tumori essenzialmente su rametti e piccole branche oltre che su altri organi vegetativi. Fonte di maggiore diffusione dell’inoculo sono gli stessi tubercoli, in particolar modo quelli non ancora completamente lignificati, nei quali il batterio vive riproducendosi abbondantemente. Con la pioggia, i batteri si riversano sulla superfice dei tumori e vengono disseminati attraverso gocce d’acqua su altri siti della pianta o su altre piante. Non potendo introdursi direttamente nei tessuti dell’ospite, il patogeno, veicolato dall’acqua, si introduce attraverso soluzioni di continuità causate da vari fattori, tra cui eventi meteorici (freddo e grandine) e colturali (potatura, raccolta con bacchiatura). Notevole influenza nella promozione delle infezioni, rivestono le condizioni climatiche, che le favoriscono nel caso di elevata umidità atmosferica, prolungata bagnatura degli organi e temperature intorno ai 20-25 °C. I periodi di maggiore intensità per il determinarsi delle infezioni sono sia quelli autunno-invernali, quando la filloptosi (caduta naturale delle foglie) è più elevata e vi è maggiore presenza di cicatrici, sia quello primaverile, quando possono verificarsi gelate tardive. Nuove infezioni avvengono attraverso lesioni o ferite provocate da tagli di potatura, danni da gelo o da grandine, pratiche colturali e in particolare durante la raccolta. Infatti, effettuando la bacchiatura della chioma, anche in combinazione alla raccolta meccanica, si determina una notevole quantità di ferite pronte a essere infettate, specialmente se nei giorni successivi si verifica una pioggia. I batteri, dopo la penetrazione nell’interno della pianta, si accrescono formando delle colonie nei tessuti e stimolano gli stessi, in particolare quelli cambiali, alla formazione di cellule, determinando fenomeni di ipertrofia o iperplasia. Tali tessuti si rigonfiano e, lacerando quelli superficiali, erompono determinando i caratteristici tubercoli della rogna, che inizialmente di colore verde e lisci, poi di colore grigio, aumentano di dimensione, la loro superficie diviene rugosa e confluiscono fino a interessare l’intero ramo. Le infezioni di Pseudomonas savastanoi pv. savastanoi assumono, in relazione all’entità dell’attacco e dell’organo vegetativo colpito, diversa importanza economica, non quantificabile in quanto la pianta, pur debilitata, sopravvive all’aggressione del batterio. Nei casi di attacchi su giovani rametti o parti produttive della pianta si riscontra un accentuato disseccamento dei rami, riduzione di produzione e pezzatura più ridotta dei frutti. Se le infezioni si verificano in vivaio i danni sono più gravi, in quanto tale deterioramento non consente la commerciabilità delle piante. Il contenimento di questa malattia deve essere impostato essenzialmente attivando azioni preventive agronomiche, come l’impiego di cultivar meno suscettibili ed equilibrate pratiche colturali; azioni fitoiatriche con disinfezione da adottare subito dopo le operazioni di potatura e in occasione di eventi meteorici avversi (freddo, grandine) che colpiscono nei momenti di attività vegetativa, operazioni di rimozione e bruciatura delle parti infette. Particolare cura va posta nei vivai, dove molta attenzione deve essere rivolta alla scelta del materiale di propagazione e nella disinfezione degli attrezzi. Dopo eventi imprevedibili come la grandine, o operazioni di raccolta con bacchiatura, è consigliabile effettuare, nel più breve tempo possibile, trattamenti con composti rameici, che per la loro azione batteriostatica riducono l’accesso del batterio nelle ferite.


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