Volume: la vite e il vino

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie

Autori: Agostino Brunelli

Introduzione

La vite europea è coltivata per la produzione di vino da alcune migliaia di anni e nel corso della sua evoluzione ha dovuto subire gli attacchi di parassiti di varia natura animale e vegetale. Fra questi ultimi, per esempio, il cosiddetto mal dell’esca, attualmente in espansione e oggetto di grande interesse, è citato sin dall’antichità (testi greci e romani) e descritto in opere risalenti al Medioevo. Peraltro, diversamente da altre colture, come per esempio il frumento (per le quali i danni causati dai parassiti, allora attribuiti a cause soprannaturali, hanno determinato ripercussioni sociali ed economiche di enorme portata), la vite non ha mai incontrato problemi particolari sotto questo aspetto. La situazione cambiò alla metà dell’800 allorché, come probabile conseguenza dello scambio di materiale vegetale utilizzato per la riconversione della vite europea su portinnesto americano per contenere la fillossera, arrivarono in Europa dapprima l’oidio e, tre decenni dopo, la peronospora, che si diffusero rapidamente in tutto il continente, modificando radicalmente lo scenario della viticoltura. La vite europea si rivelò infatti particolarmente suscettibile a queste due malattie fungine e, grazie anche al clima mediamente favorevole al loro sviluppo, esse sono diventate il principale ostacolo per la coltivazione di questa specie. Dopo alcuni anni di disorientamento e timori per la sopravvivenza della viticoltura, fortunatamente la disponibilità di due prodotti minerali come lo zolfo e il rame consentì di mettere a punto accettabili strategie di difesa, che fino alla metà del ’900 sono state un prezioso baluardo per il contenimento dei due pericolosi parassiti. Nonostante ciò, le difficoltà di controllo non sono mancate nel corso dei decenni, soprattutto a causa della peronospora (malattia fortemente favorita dalle piogge), e numerose furono le annate in cui la produzione di vino subì drastiche decurtazioni, con gravi contraccolpi socio-economici (per esempio nel 1915 la produzione di vino crollò da 43 milioni di ettolitri del 1914 a poco più di 20 milioni di ettolitri). La situazione migliorò sostanzialmente a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso, allorché la scoperta dei primi fungicidi di sintesi allargò le possibilità di controllo della peronospora e dell’oidio e la successiva continua messa a punto di nuovi prodotti ha ulteriormente agevolato la difesa dalle due malattie fungine e da altre che nel frattempo, anche a seguito dell’intensificazione delle tecniche produttive, hanno incrementato i loro attacchi. Attualmente, peronospora e oidio continuano a rappresentare le principali minacce per la viticoltura italiana, ma l’ampia disponibilità di fungicidi di sintesi con varie caratteristiche tecniche, insieme a quella dei tradizionali rame e zolfo, rende meno problematica la gestione della difesa, pur con i limiti rappresentati, da un lato, dalla elevata suscettibilità della coltura, dall’altro dall’influenza dell’andamento climatico.

Peronospora (Plasmopara viticola)

È una malattia fungina specifica della vite, particolarmente pericolosa in quanto può colpire tutti gli organi erbacei della pianta compresi i grappoli, danneggiandoli in maniera anche totale. I primi attacchi interessano di norma le foglie, sulla cui pagina superiore compaiono decolorazioni (macchie d’olio) in corrispondenza delle quali, sulla pagina inferiore, si sviluppa una muffa bianca costituita dagli elementi di propagazione del patogeno (zoosporangi). Questi, in presenza di alcune ore di bagnatura fogliare sono in grado di dare origine a nuove infezioni, che possono susseguirsi per tutta la stagione, più o meno numerose a seconda dell’andamento climatico. Possono essere colpite anche le infiorescenze e i grappoli all’inizio dell’accrescimento, che imbruniscono, con la formazione di una muffa bianca analoga a quella delle foglie, e successivamente disseccano; sui grappoli più sviluppati si manifestano imbrunimenti degli acini e del rachide (senza comparsa della muffa) e quindi disseccamento. Alla fine del ciclo vegetativo della coltura il patogeno differenzia gli organi riproduttivi sessuati (oogoni e anteridi) dalla cui unione si sviluppano nei tessuti fogliari gli organi di conservazione invernale (oospore). Queste maturano nelle foglie cadute a terra e, a partire dalla ripresa vegetativa primaverile, in presenza di sufficiente bagnatura del terreno e temperatura, producono gli elementi di propagazione (zoosporangi), che liberano le zoospore e trasferiscono la malattia alla nuova vegetazione (infezioni primarie). Condizioni indispensabili per l’avvio dell’infezione primaria sono la caduta di una pioggia di almeno 10 mm nell’arco di 24-48 ore, una temperatura di almeno 10 °C e una lunghezza dei tralci prossima a 10 cm con stomi recettivi (regola dei 3 dieci). Affinché le zoospore possano muoversi, grazie a due cilia (flagelli), fino a raggiungere gli stomi e qui fissarsi, per poi emettere un pre-micelio in grado di penetrare nella camera ipostomatica, è necessario che gli organi della pianta rimangano coperti per diverse ore da un velo d’acqua. Una volta all’interno dello stoma, il micelio si espande per poi diffondersi nei tessuti parenchimatici con andamento intercellulare. Avvenuta l’infezione inizia il periodo d’incubazione, che dura da 4 a 15 giorni in funzione della temperatura e dell’umidità relativa e termina con la comparsa dei sintomi della malattia e la successiva evasione, del micelio fungino sottoforma della tipica muffa bianca, costituita dagli zoosporangi. Questi ultimi, in condizioni meteoclimatiche favorevoli, danno avvio a ripetute infezioni secondarie, che si susseguono fino al periodo autunnale.

 

Oidio o mal bianco (Erysiphe (= Uncinula) necator)

È una malattia fungina specifica dalla vite, con una importanza pari o superiore rispetto alla peronospora e, come questa, può causare gravi danni alla produzione, a causa della elevata suscettibilità dei grappoli. Può colpire tutte le parti non lignificate della pianta (germogli, tralci, foglie, grappoli): i germogli primaverili si ricoprono di una efflorescenza biancastra di aspetto polverulento e presentano uno sviluppo stentato, le foglie manifestano su entrambe le pagine macchie decolorate, spesso accompagnate da imbrunimenti e rugginosità, su cui si può sviluppare la stessa efflorescenza. Analogamente, i tralci e i grappoli (acini e rachide) si ricoprono di una “patina” biancastra polverulenta, in corrispondenza della quale compare una reticolatura necrotica; nei casi più gravi gli acini colpiti si spaccano. La patina biancastra è costituita dagli elementi di propagazione (micelio, conidiofori e conidi) della forma agamica di questo fungo, nota come Oidium tuckeri. Il fungo responsabile dell’oidio è in grado di sopravvivere durante l’inverno in due forme, rispettivamente attraverso frammenti di micelio imprigionati fra le perule delle gemme e attraverso i cleistoteci, corpiccioli sferici di colore bruno scuro contenenti le spore sessuate, che si formano sulla muffa a fine estate e vengono trascinati dalle piogge nelle anfrattuosità della corteccia del fusto della vite. Alla ripresa vegetativa le infezioni possono essere originate sia dal micelio ibernante nelle gemme (che attacca i germogli in corso di sviluppo) sia dalle ascospore liberate dai cleistoteci in presenza di piogge anche leggere. Il microrganismo, diversamente dalla maggior parte dei funghi fitopatogeni, non ha un particolare bisogno di acqua per l’inizio dei processi infettivi. Ciò, insieme alla duplice modalità di svernamento, gli conferisce una elevata flessibilità climatica e ambientale che consente alla malattia di svilupparsi nella maggior parte delle regioni italiane (sono tendenzialmente esenti, soprattutto nelle regioni settentrionali, le aree di pianura e fondovalle caratterizzate da bagnature prolungate, che ostacolano lo sviluppo del fungo). Gli attacchi possono avvenire fin dalla ripresa vegetativa e per tutto il ciclo colturale. Quelli più pericolosi corrispondono alla fase di allegagione-primo accrescimento degli acini e, se non adeguatamente controllati con trattamenti preventivi, possono compromettere irrimediabilmente la produzione.

 

Botrite o muffa grigia (Botrytis cinerea)

Si tratta di una malattia fungina non specifica della vite (colpisce numerose piante coltivate arboree ed erbacee), che in Italia è pericolosa soprattutto per gli attacchi ai grappoli. Può colpire tutti gli organi della pianta. Sulle foglie compaiono macchie brune, su cui, in presenza di elevata umidità, si sviluppa una efflorescenza grigiastra (da cui il nome di muffa grigia) costituita dagli elementi di propagazione del fungo. I tralci manifestano imbrunimenti e disseccamenti apicali o lungo l’asse e così pure le infiorescenze possono imbrunire e disseccare. Più frequenti e gravi sono gli attacchi ai grappoli, su cui gli acini marciscono e, se la stagione decorre umida, si ricoprono di una abbondante muffa grigia che finisce per avviluppare aree più o meno ampie, trasformando anche l’intero grappolo in un ammasso marcescente. In autunno il patogeno si insedia sui tralci infettando le gemme sottoforma di micelio, da cui in primavera si originano le spore (conidi). Queste, se trovano una sufficiente umidità, attaccano le diverse parti della vite, altrimenti sopravvivono sui tessuti morti della pianta (in particolare sui residui fiorali), in attesa di ritrovare idonee condizioni in corrispondenza della maturazione dei grappoli. Botrytis cinerea trova le condizioni ideali di sviluppo in presenza di elevata umidità e prolungata bagnatura della vegetazione. Per tale motivo, a differenza dei Paesi più settentrionali (per esempio Francia), in Italia di norma i rischi maggiori corrispondono alla fase di maturazione dei grappoli (a partire dal cambiamento di colore degli acini) sia per la maggiore probabilità di piogge sia, e soprattutto, per la sensibilità dei tessuti particolarmente elevata in questa fase. Altri fattori di rischio infettivo sono rappresentati dall’elevato rigoglio vegetativo della pianta e dalle ferite degli acini dovute a cause biotiche o abiotiche (tignole, oidio, spaccature da compattezza del grappolo e/o piogge successive a un periodo asciutto).

 

Marciume acido (Lieviti diversi)

p>Come la muffa grigia questa malattia porta al disfacimento degli acini e può provocare gravi danni, con particolare riguardo alla qualità dei vini. Essa è causata da un insieme di microrganismi, soprattutto lieviti e secondariamente batteri acetici che, diffusi principalmente dai moscerini della frutta (Drosophila spp.), possono contaminare gli acini attraverso ferite di qualsiasi natura. Gli acini attaccati assumono, sia sulle varietà nere che su quelle bianche, un colore marrone e si svuotano progressivamente del contenuto, che cola lungo il grappolo imbrattandolo e conferendogli un aspetto lucido, accompagnato da un pungente odore di aceto; nei casi più gravi gli acini cadono a terra. I grappoli possono essere attaccati contemporaneamente da marciume acido e muffa grigia, la quale viene peraltro ostacolata nel suo sviluppo fino ad arrestarsi. Gli attacchi sono favoriti da diversi fattori: danneggiamenti degli acini da parte di botrite, oidio, insetti, compattezza del grappolo da eccessivo rigoglio vegetativo, piogge ripetute.

 

Marciume nero o Black rot (Guignardia bidwellii)

È una malattia fungina molto dannosa nel Nord America ma fortunatamente poco diffusa in Italia. Può colpire tutti gli organi della vite e in particolare i grappoli. Sulle foglie compaiono macchie di colore bruno chiaro che progressivamente necrotizzano e sviluppano minuscoli corpiccioli neri (corpi fruttiferi: picnidi) contenenti i conidi che diffondono la malattia. Macchie analoghe, ma con una forma tendenzialmente ovale, si sviluppano sui giovani tralci. Gli acini vengono colpiti durante l’accrescimento e presentano dapprima piccole macchie di colore bruno chiaro che finiscono per interessarli completamente facendoli avvizzire e disseccare. Sui tessuti disseccati degli acini si formano poi sia corpi fruttiferi simili ai precedenti (picnidi) sia corpi fruttiferi sessuati (periteci), da cui si originano le ascospore. Il patogeno sopravvive durante l’inverno grazie a entrambi i tipi di corpi fruttiferi, presenti sui tralci e sulle mummie degli acini, e in primavera durante i periodi piovosi, torna a infettare i nuovi organi attraverso conidi e ascospore.

(Phomopsis viticola)

L’escoriosi, malattia fungina conosciuta da lungo tempo e nota anche come “necrosi corticale” o con il nome inglese “dead arm”, ha assunto in questi ultimi anni una discreta importanza fra le crittogame che colpiscono la vite. Attacca in maniera specifica la vite ed è pericolosa soprattutto per i danni ai tralci di uno o due anni. Vengono colpiti alla base i giovani tralci, su cui compaiono lesioni necrotiche che rimangono visibili dopo la lignificazione, disposte nel senso della lunghezza dei rami. Le zone colpite assumono in inverno un colore biancastro e presentano numerosi punti neri (corpi fruttiferi del fungo chiamati picnidi); nei casi più gravi le tacche necrotiche, approfondendosi, portano alla rottura dei tralci. I sintomi sugli altri organi non sono specifici (aborto dei fiori, maculature necrotiche e disseccamento delle foglie) e sono collegati al danneggiamento dei tralci. Il patogeno si conserva durante l’inverno sia attraverso i corpi fruttiferi (picnidi), sia come micelio all’interno delle gemme. In primavera, con tempo umido e piovoso, i corpi fruttiferi producono le spore, che, come il micelio, diffondono l’infezione ai giovani germogli, su cui si sviluppano progressivamente i tipici sintomi. La virulenza del patogeno è assai variabile negli anni e dipende soprattutto dalle condizioni ambientali e dal grado di recettività dei vari vitigni. A questo proposito, tra le varietà maggiormente interessate dalla fitopatia si segnalano: Montepulciano d’Abruzzo, Vermentino e Sangiovese. La malattia può essere trasmessa anche attraverso l’utilizzo di materiale infetto per l’innesto.

Mal dell’esca (Phaeomoniella chlamydospora, Phaeoacremonium oleophilum, Fomitiporia mediterranea)

È una malattia nota da moltissimo tempo, che determina fenomeni di carie del legno e di intristimento della vegetazione, con un decorso più o meno rapido. Si può infatti presentare nella forma acuta, con l’avvizzimento improvviso della pianta (apoplessia), oppure nella forma cronica, che conduce alla morte della pianta in un numero variabile di anni. Il mal dell’esca è causato da diversi funghi, con un quadro molto complesso, non ancora del tutto chiarito. In ogni caso, recenti studi hanno dimostrato che esso consta sostanzialmente di due sindromi tra di loro spesso associate, l’una corrispondente a un’alterazione ai vasi conduttori, l’altra collegata alla carie dei tessuti legnosi. La prima è causata dai due funghi Phaeomoniella chlamydospora e Phaeoacremonium oleophilum ed è più frequente nelle viti giovani, in cui il tronco presenta imbrunimenti dei tessuti; la seconda, opera di Fomitiporia mediterranea, è tipica delle viti vecchie, nei cui fusti compaiono aree di legno cariato; in questo caso si possono osservare spaccature longitudinali del fusto. La malattia determina anche caratteristici sintomi fogliari sottoforma di decolorazioni internervali con sfumature gialle (nelle varietà bianche) o rosse (nelle varietà nere), che poi imbruniscono e disseccano. Contro il mal dell’esca non sono disponibili mezzi di lotta chimici come per le altre malattie. L’unica possibilità di recuperare le piante colpite consiste nel taglio della parte malata del tronco e nell’allevamento di un nuovo tralcio dalla parte sana.

Difesa dalle malattie

Nel quadro complessivo delle tecniche di coltivazione della vite, la gestione fitosanitaria assume un ruolo primario e interessa gran parte del ciclo vegetativo fino in prossimità della vendemmia. In pratica sin dal germogliamento la coltura può andare facilmente soggetta agli attacchi di mal bianco, in uno stadio più avanzato (lunghezza dei germogli prossima ai 10 cm) sono possibili, con andamento climatico piovoso, le infezioni di peronospora e le due malattie possono colpire i vari organi della pianta fino a stagione inoltrata, richiedendo costante impegno e attenzione soprattutto al fine di scongiurare i pericolosi attacchi ai grappoli. Questi devono poi essere poi adeguatamente protetti dalla muffa grigia, terza importante malattia fungina della vite, che in Italia è maggiormente pericolosa a partire dall’inizio della maturazione, specialmente in caso di piogge ripetute. In pratica in tutte le realtà viticole italiane è necessario mettere annualmente in atto un programma di interventi imperniato su queste tre malattie, che deve essere adattato alle varie esigenze e situazioni anche in relazione all’andamento climatico. Meno impegnative sono le altre malattie fungine, la cui presenza è sporadica e non richiedono quindi una protezione sistematica come le tre precedenti. In particolare, per quanto riguarda la peronospora, il criterio di lotta tradizionale è quello basato sulla individuazione delle condizioni favorevoli all’infezione primaria (attraverso la regola dei 3 dieci) e sulla determinazione del periodo di incubazione, in modo tale da poter intervenire uno o due giorni prima della scadenza di tale periodo. In questo modo il fungicida è in grado di esplicare la sua azione nelle condizioni migliori, sia per devitalizzare il fungo al momento della sua fuoriuscita, sia per proteggere la pianta da nuove contaminazioni. Per una razionalizzazione degli interventi sono stati anche proposti vari modelli previsionali che, sulla base delle correlazioni fra andamento climatico e ciclo biologico della Plasmopara viticola, forniscono indicazioni sulle fasi di maturazione e germinazione delle oospore e sulla evoluzione delle infezioni. Nei periodi a maggiore rischio di attacchi peronosporici (dalla differenziazione dei grappolini all’allegagione) è inoltre opportuno ricorrere a fungicidi endoterapici, in grado anche di arrestare le infezioni durante la prima fase del periodo d’incubazione. La difesa antioidica va condotta fondamentalmente facendo ricorso a ripetuti trattamenti sia con antioidici tradizionali, come lo zolfo, sia con preparati di recente sintesi in grado di svolgere un’azione più efficace e persistente. La lotta contro il mal bianco deve essere attuata con criteri molto diversi se si opera in ambienti a basso o medio rischio rispetto a quelli a rischio elevato. In questi ultimi (regioni centro-meridionali e zone collinari dell’Italia settentrionale) è necessario attuare una difesa preventiva dal germogliamento fino all’invaiatura. Relativamente alla lotta contro la botrite, oltre all’adozione di misure indirette, quali arieggiamento dei grappoli, oculate scelte di potatura ed equilibrate concimazioni e irrigazioni, tendenti a rendere le piante meno recettive alla malattia, sono di norma necessari specifici trattamenti nelle fasi a maggior rischio: pre-chiusura grappolo, invaiatura e due-tre settimane prima della vendemmia.


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