Volume: il carciofo

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie

Autori: Francesco Salvatore Marras, Matteo Cirulli

Introduzione

Le malattie crittogamiche del carciofo sono state oggetto di un’ampia ed esauriente relazione di Antonio Ciccarone in occasione del 1° Congresso Internazionale di Studi sul Carciofo, a Bari, nel 1967. Nonostante da allora siano trascorsi ben oltre quarant’anni si può senz’altro affermare che nel frattempo la ricerca in questo settore non ha fatto registrare sostanziali progressi, se non per quanto riguarda la lotta contro alcune delle principali fitopatie della composita. Pertanto, qui viene oggi proposta una disamina delle malattie economicamente più rilevanti con particolare riferimento agli aspetti epidemiologici salienti e alle possibili strategie di lotta.

Oidio o mal bianco o nebbia (Leveillula taurica f.sp. cynarae – forma conidica Ovulariopsis cynarae)

Il fungo responsabile di questa patologia è comunissimo in tutti i Paesi carcioficoli del bacino del Mediterraneo ove può causare danni ingenti. In Italia la malattia appare particolarmente grave nelle colture primaticce, che sono oggigiorno le più diffuse per l’alto reddito ricavabile dalla raccolta precoce dei capolini. Le prime infezioni si manifestano di norma verso la prima decade di settembre, raggiungendo la massima intensità nel mese di ottobre e nella prima decade di novembre. Col sopraggiungere della stagione invernale, via via che la temperatura si abbassa, il parassita attenua la virulenza ma poi ricompare, nuovamente in forma grave, all’inizio della primavera, questa volta nelle colture tardive. Si riscontra nelle carciofaie, sia annuali sia poliennali, sulle foglie adulte. Le foglie colpite mostrano sulla pagina inferiore chiazze di forma indefinita, ricoperte da efflorescenza biancastra, che col tempo si necrotizzano a iniziare dalla parte centrale. Le porzioni di tessuto fogliare infetto possono confluire tra loro determinando l’avvizzimento del lembo fogliare e un caratteristico accartocciamento dello stesso verso l’alto lungo la nervatura principale. La pianta produce nuove foglie a tutto svantaggio dell’accrescimento e della maturazione dei capolini. Il fungo può danneggiare o distruggere gran parte dell’apparato fogliare, riducendo considerevolmente la produzione nei casi più gravi.

Peronospora (Bremia lactucae)

La peronospora è considerata una malattia che compare sporadicamente, di solito in primavera, su piante giunte ormai alla fine del loro ciclo, più raramente durante il periodo autunno-vernino, in condizioni di umidità elevata e temperatura mite. Tuttavia, da alcuni anni a questa parte, la fitopatia si presenta con frequenza e intensità via via crescenti anche in autunno, poco prima o durante il periodo di produzione dei capolini. È verosimile che questa nuova situazione sia da imputare ai più recenti indirizzi colturali miranti a un maggiore investimento per unità di superficie e a una forzatura sempre più spinta in termini di concimazione e di irrigazione, senza peraltro escludere la comparsa di ceppi del patogeno più virulenti. Si è del parere che la diffusione e la pericolosità della Bremia non siano state sempre valutate a pieno, dal momento che le sue infezioni vengono spesso confuse dai carcioficoltori con quelle indotte da Leveillula taurica f.sp. cynarae, verso la quale sono normalmente indirizzati i trattamenti chimici. Le infezioni si manifestano sulle foglie sotto forma di maculature da prima clorotiche, poi brune e seccherecce, cui corrispondono sulla pagina inferiore, solo ai margini, le fruttificazioni del parassita. La conservazione del patogeno avviene solitamente sotto forma di micelio presente sulle piante colpite o su residui vegetali. In condizioni ambientali favorevoli questo micete riprende la sua attività vegetativa e patogenetica producendo degli sporangi in grado di germinare e penetrare negli stomi, per poi invadere gli spazi intercellulari del mesofillo fogliare. A fine incubazione, la cui durata varia in relazione alle condizioni termoigrometriche ambientali, compaiono nuovi sporangiofori e sporangi in grado di dare avvio a successive infezioni.

 

Marciume dei capolini (Botrytis cinerea)

Il marciume dei capolini era concordemente ritenuto, sia in Italia sia in diversi altri Paesi carcioficoli, di scarsa importanza in pieno campo ma assai temibile dopo il raccolto. In quest’ultimo decennio, però, esso è andato estendendosi nelle carciofaie in forma sempre più grave fino ad assumere oggigiorno proporzioni allarmanti. I sintomi della malattia consistono in marciume e imbrunimento dei capolini che, in seguito, si ricoprono di una muffa grigiobrunastra. Non v’è dubbio che l’insorgenza degli attacchi botritici sia correlata col verificarsi di lesioni sui capolini per le cause più disparate, quali attacchi di Bremia lactucae, insetti, molluschi; a nostro avviso, però, la causa principale di tali lesioni è rappresentata dagli improvvisi abbassamenti termici. In conseguenza di questi sbalzi, infatti, sulle brattee si formano areole necrotiche, localizzate di solito intorno alla base della spina, e spesso lacerazioni dell’epidermide cui segue talvolta il distacco della stessa. Attraverso dette lesioni il patogeno si instaura con facilità nei tessuti del capolino provocandone il marciume in tempi anche relativamente brevi, in concomitanza di periodi con umidità elevata e specialmente con temperatura mite. Un altro fattore, non meno importante, che ha contribuito a far aumentare l’incidenza del marciume dei capolini in pieno campo è rappresentato dalla mutata tecnica colturale del carciofo. Da diversi anni, infatti, si tende a ottenere produzioni sempre più precoci, oltre che meno scalari, perché più remunerative. Ciò si consegue, da un lato, con un sempre maggior anticipo nella messa a coltura della carciofaia (sia che si tratti di nuovo impianto sia di risveglio di quella vecchia); dall’altro, attuando una forzatura molto spinta mediante forti concimazioni (specialmente azotate), frequenti irrigazioni e, più di recente, impiego di fitoregolatori quali l’acido gibberellico. Ne consegue che la maggior parte dei capolini, per giunta resi più teneri dalle citate cure colturali e quindi più vulnerabili, viene a maturazione in dicembre-gennaio, proprio nel periodo in cui si verificano le predette condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo della malattia. Infine, è ovvio che gli effetti dell’alterazione possono risultare assai gravi dopo la raccolta dei carciofi, allorché questi vengono posti nelle cassette per essere spediti verso le località di smercio. È sufficiente, infatti, che vi sia qualche capolino con un’infezione incipiente perché questa si trasmetta facilmente a quelli adiacenti, data la stretta contiguità esistente fra loro. Ciò, non di rado, può determinare la perdita di intere cassette di prodotto. Lo sviluppo di queste infezioni è inoltre favorito, in modo preminente, dalla temperatura e dall’umidità elevate che si creano nella massa accatastata in seguito all’attività respiratoria dei tessuti vegetali, la quale prosegue ancora per alcuni giorni dopo che l’organo è stato reciso dalla pianta.

Marciumi del colletto (Sclerotinia sclerotiorum, Sclerotium rolfsii e Rhizoctonia solani)

I marciumi del colletto costituiscono oggigiorno il problema fitopatologico più rilevante per le colture primaticce. Possono manifestarsi in forma grave già nelle colture di primo anno soprattutto quando il carciofo succede a se stesso o ad altre specie (per es. la barbabietola da zucchero) sensibili ai predetti agenti di marciume. Tuttavia anche le carciofaie impiantate su terreno vergine possono essere gravemente colpite se gli ovoli provengono, fatto del resto assai comune, da carciofaie infette. Ovviamente la loro incidenza aumenta di anno in anno nelle colture poliennali, sino a indurre una perdita notevole di piante che talvolta può raggiungere punte dell’80%. I marciumi si manifestano, in genere, dai primi d’agosto a tutto novembre; vale a dire dalla nascita dei carducci fino al momento in cui le infezioni fungine sui cardi adulti vengono contenute dall’abbassarsi della temperatura, per il sopraggiungere della stagione invernale. In tutti e tre i marciumi i primi sintomi consistono in un appassimento e rilassamento delle foglie più esterne che ingialliscono, si adagiano sul terreno e, infine, si disseccano. Il fenomeno si estende via via alle foglie più interne, quindi anche quelle giovanissime del cuore si raggrinzano e si disseccano. Un attento esame del pedale delle piante avvizzite permette di diagnosticare facilmente i tipi di marciume. Infatti, appena al di sotto del livello del suolo, in prossimità della zona del colletto, si osserva la marcescenza della porzione basale dei piccioli fogliari e, tutt’attorno, la presenza di una muffa: ora bianco-candida, molto rigogliosa, con sclerozi neri, grossi fino a 1 cm; ora bianca, ad accrescimento tipicamente raggiato, con numerosissimi sclerozietti tondeggianti, di colore caffellatte, del diametro di 2-3 mm; ora bianco-grigiastra e d’aspetto vellutato, poi bruno-rossastra e ragnatelosa, cosparsa di minuscole formazioni pseudo-scleroziali a seconda che si tratti rispettivamente di S. sclerotiorum, di S. rolfsii o di R. solani. Dato il completo ammarcimento dei tessuti del colletto in tutti e tre i casi, il cespo di foglie si stacca con grande facilità dalla parte ipogea della pianta. In seguito alla morte del cardo primario la pianta reagisce ricacciando altri carducci che, a loro volta, possono essere ugualmente attaccati e mortificati, e così via fino all’esaurimento delle gemme; sicché le coltivazioni sembrano costituite da piante disetanee e appaiono, specialmente quelle vecchie di qualche anno, come zone più o meno estese di terreno incolto. Tutti e tre gli agenti di marciume possono causare la morte di numerose piante. D’altra parte, mentre S. rolfsii e R. solani sono particolarmente temibili nei mesi estivi, durante i quali entrambi trovano il loro optimum di temperatura, S. sclerotiorum appare decisamente più virulenta all’approssimarsi dell’autunno, in periodo meno caldo. Accade talvolta che carciofaie colpite durante l’estate dai primi due funghi siano attaccate successivamente dal terzo. Un fattore di notevole importanza, che influenza enormemente lo sviluppo dei funghi, soprattutto R. solani e S. rolfsii, è lo stato igrometrico del suolo. In condizioni di umidità elevata questi funghi esaltano il loro parassitismo e possono distruggere rapidamente le piante su ampie estensioni. Circa l’influenza esercitata dalla natura del terreno, si rileva, nel complesso, che mentre S. rolfsii è particolarmente diffuso nelle carciofaie situate in terreni sciolti e ben aerati, R. solani predomina in quelli argillosi e piuttosto compatti; del tutto indifferente appare invece S. sclerotiorum.

Tracheoverticilliosi (Verticillium dahliae, V. alboatrum)

L’avvizzimento causato principalmente da Verticillium dahliae, e in minor misura da V. alboatrum, è considerato tra le più importanti malattie terricole del carciofo; esso è diffuso nelle maggiori aree di coltivazione di questa pianta dove, in non pochi casi, rappresenta la maggiore avversità, determinando pesanti effetti sia sul mantenimento sia sulla diffusione della coltura. La tracheoverticilliosi presenta un ampio areale geografico di distribuzione dall’Europa all’Asia, America e Africa. La malattia è stata osservata per la prima volta nel 1929 in Italia su alcune carciofaie nei pressi di Roma. Dopo circa trentacinque anni la malattia è stata nuovamente segnalata in una carciofaia del Lazio e in Francia. Successivamente sono state osservate numerosissime carciofaie soggette a tracheoverticilliosi, e la gravità e l’estensione dei danni provocati sono motivo di grande preoccupazione per gli agricoltori e gli operatori del settore. Il patogeno penetra nella pianta attraverso le radici in corrispondenza di ferite causate da operazioni di trapianto, nematodi, insetti o dalla stessa emissione delle radici laterali. Raggiunti i vasi legnosi il patogeno li aggredisce e vi si sviluppa determinando la disfunzione del sistema vascolare al quale necessariamente conseguono l’appassimento e il successivo avvizzimento fogliare. La tracheoverticilliosi del carciofo si manifesta inizialmente in campo su singole o poche piante; in seguito la malattia si diffonde determinando ampie zone di fallanza. Le piante di carciofo colpite mostrano sviluppo stentato e taglia ridotta e, nei casi più gravi, muoiono. I sintomi in campo possono comparire in qualsiasi fase del ciclo vegetativo, ma più frequentemente all’inizio della primavera e in estate dopo la forzatura della ripresa vegetativa. Le prime manifestazioni sintomatologiche appaiono sulle foglie basali che progressivamente si afflosciano, ingialliscono e infine disseccano. La malattia solitamente si estende anche alle foglie più giovani, che perdono turgore e si accartocciano verso l’alto esponendo il verde argento della pagina inferiore prima di disseccare anch’esse. Accomuna la tracheoverticilliosi ad altre affezioni causate da patogeni vascolari la possibile asimmetria della manifestazione sintomatologica esterna, in quanto i sintomi possono interessare un settore della ceppaia o della pianta o una metà del lembo fogliare in relazione alla porzione del sistema vascolare colonizzata dal patogeno. Le piante malate che sopravvivono non producono o, se lo fanno, differenziano capolini deformi o di dimensioni ridotte. Sulla sezione trasversale dello stelo delle piante malate, sono visibili alterazioni cromatiche di colore bruno-nerastro distribuite in modo puntiforme o continuo sull’intera corona vascolare.

Marciume radicale batterico (Erwinia carotovora subsp. carotovora)

Il marciume radicale batterico, da tempo ben noto ai carcioficoltori, interessa quasi esclusivamente le colture poliennali. L’infezione avviene di norma nell’apparato radicale attraverso le ferite che l’orticoltore provoca tagliando gli steli, ormai secchi, delle piante costituenti la coltura dell’anno precedente. Esso si manifesta sin da fine luglio-primi di agosto, alla nascita dei carducci, più o meno nello stesso periodo in cui compaiono i marciumi del colletto. I primi sintomi della malattia si avvertono nell’apparato aereo delle piante. Questo va soggetto a un progressivo appassimento, raggrinzimento e disseccamento, che ha inizio nelle foglie esterne ma che rapidamente interessa anche le foglie centrali. Al momento in cui negli organi aerei appaiono le prime manifestazioni di appassimento, nei tessuti del colletto e nella parte superiore del fittone e delle radici secondarie non si riesce a rilevare macroscopicamente alcun cenno di alterazione. La parte distale del fittone, invece, appare completamente marcia. Più tardi, quando il fogliame incomincia a disseccarsi, sulla parte superiore del fittone si osserva un marciume, più o meno esteso, della zona midollare, in corrispondenza del quale i tessuti assumono un colore bruno-chiaro e una consistenza flaccida. Infine, tutto l’apparato radicale degenera in un marciume bruno che negli ultimi stadi emana odore sgradevole. Un ruolo di primaria importanza nelle infezioni e nella diffusione della malattia è rivestito dalle irrigazioni estive. È l’acqua, infatti, il veicolo che trasporta il patogeno da pianta a pianta e da appezzamento ad appezzamento, senza peraltro escludere l’eventualità che una qualche azione in merito possa essere esplicata anche da larve di insetti che albergano sul carciofo. Anche la temperatura influisce notevolmente sulla gravità della malattia, dal momento che il batterio ha un optimum di sviluppo fra 30 e 35 °C.

Difesa dalle malattie

La lotta contro l’oidio è legata, ancora oggi, all’impiego di prodotti endoterapici, disponibili in una vasta gamma e di efficacia notevole. I trattamenti devono essere iniziati alla comparsa delle prime macchie di oidio e proseguiti a seconda dell’andamento climatico e dello stadio vegetativo della pianta. È consigliabile non limitarsi all’impiego di un solo prodotto, ma orientarsi verso una rotazione di principi attivi diversi, al fine di evitare la comparsa di quei fenomeni di resistenza che si possono verificare con i fungicidi sistemici. Per la peronospora si prevedono interventi preventivi con composti a base di rame (specialmente poltiglia bordolese); oggigiorno, però, possono essere effettuati con efficacia al momento della comparsa dei primi sintomi della malattia con antiperonosporici sistemici. Il marciume dei capolini, data l’impossibilità di intervenire sui fattori climatici che favoriscono gli attacchi di B. cinerea, può essere contrastato con soli mezzi chimici. La lotta contro i marciumi del colletto è quanto mai problematica stante l’elevata polifagia dei patogeni e la capacità dei loro sclerozi di conservarsi a lungo vitali nel terreno. Grande importanza ha comunque, al fine di contenere gli attacchi e la diffusione dei patogeni nelle carciofaie, l’applicazione di pratiche e accorgimenti colturali che consentano un regolare e vigoroso sviluppo delle piante. Bisogna pertanto evitare di forzare troppo la coltura con concimazioni eccessive, rincalzature anticipate e irrigazioni troppo frequenti. L’acqua, soprattutto, deve essere distribuita in modo assai razionale, in particolare nei mesi estivi, al fine di impedire un eccesso di umidità attorno alle piante. Molto utile è inoltre l’impiego di una rotazione adeguata che eviti il ritorno troppo frequente del carciofo o di altre piante suscettibili sullo stesso terreno. Ma, oltre a ciò, è innanzitutto necessario che gli ovoli impiegati per i nuovi impianti siano perfettamente sani o sottoposti a disinfezione. E poiché accade di frequente che quelli prelevati in campo non lo siano, è assolutamente indispensabile procedere alla loro disinfezione. La prevenzione, basata sull’impianto della carciofaia su terreni esenti dal patogeno utilizzando materiale di propagazione di accertata sanità, rappresenta attualmente la più sicura indicazione per la lotta contro la tracheoverticilliosi del carciofo. Infatti, l’efficacia dei mezzi disponibili per la disinfezione del terreno, quali la fumigazione con dazomet e la solarizzazione, è parziale e condizionata da diversi fattori, quali l’entità dell’inoculo presente e/o le condizioni ambientali (climatiche) che insistono nel corso dei trattamenti. Inoltre, la localizzazione del patogeno all’interno del sistema xilematico lo rende praticamente irraggiungibile dall’azione dei fitoterapici anche sistemici. La stessa pratica agronomica degli avvicendamenti colturali risulta di complessa applicabilità in considerazione della polifagia e della prolungata sopravvivenza del patogeno nel terreno. Mezzi di lotta quali formulati di microrganismi antagonisti, nuovi disinfettanti del terreno, induttori di resistenza sistemica e varietà di carciofo resistenti alla tracheoverticilliosi potranno offrire in futuro nuove opportunità per la difesa del carciofo da questa devastante avversità, ma non hanno al momento ancora superato la fase sperimentale. Per il marciume radicale batterico non si conoscono al momento attuale mezzi di lotta curativi di sicura efficacia ed economicamente convenienti. La lotta, pertanto, si basa essenzialmente su interventi preventivi. È necessario, anzitutto, attuare nei terreni contaminati colture al massimo triennali e impiegare, per i nuovi impianti, ovoli provenienti da carciofaie non infette. È opportuna, in ogni caso, la disinfezione dei medesimi. Validissime sono, infine, tutte quelle misure di carattere agronomico suggerite per la lotta contro i marciumi del colletto.

 


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