Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: coltivazione

Capitolo: irrigazione

Autori:

Introduzione

L’olivo è di solito coltivato senza apporti irrigui, anche se molti studi indicano che la corretta gestione dell’irrigazione determina sostanziali incrementi della produzione di olio per pianta e della qualità delle olive destinate al consumo diretto. L’olivo ha sviluppato una serie di meccanismi di difesa fisiologici e adattamenti anatomici che consentono alla pianta di ridurre i danni determinati dallo stress idrico sull’attività produttiva e vegetativa. Tra i più significativi ricordiamo: la tomentosità della pagina inferiore delle foglie e l’elevata capacitanza dei tessuti; lo spessore della cuticola fogliare, più spessa nella pagina superiore che in quella inferiore; la presenza di stomi solo nella pagina inferiore delle foglie in piccole depressioni, limitando così la traspirazione; il ridotto diametro dei vasi xilematici; la capacità di sintetizzare particolari osmoliti (per es. mannitolo), per cui la pianta è in grado di utilizzare l’acqua del terreno a potenziali inferiori al valore comunemente riportato come punto di appassimento (–2,5 MPa); l’elevata funzionalità delle foglie che mostrano una certa attività fotosintetica e traspirativa a potenziali idrici fogliari di –8 MPa. L’adattamento a condizioni di siccità comporta effetti negativi sulla produzione e sull’accrescimento dei nuovi germogli. L’olivo, inoltre, fruttifica sui rami di un anno, per cui il ridotto sviluppo vegetativo dovuto a prolungato stress idrico compromette anche la produzione delle annate successive. È importante, quindi, che gli olivicoltori abbiano gli strumenti teorici e pratici di facile applicazione per definire il momento dell’intervento irriguo, la frequenza e il volume dell’irrigazione.

Esigenze idriche

Componente traspirativa. La produzione di biomassa è direttamente proporzionale alla radiazione solare intercettata dalle foglie e all’ingresso di CO2 per la produzione di fotosintetati. La pianta controlla la componente traspirativa attraverso il meccanismo di apertura e chiusura stomatica. In oliveti ben irrigati i processi fotosintetici sono massimi a temperature comprese tra i 25 e i 28 °C e diminuiscono notevolmente a temperature intorno ai 35 °C. La risposta delle cultivar non è univoca, ma quelle originarie di ambienti caldi presentano valori massimi a temperature superiori di circa 2 °C.

Componente evaporativa. Parte dell’acqua presente nel suolo viene persa per evaporazione diretta in relazione non solo alla domanda evaporativa dell’atmosfera (caratteristiche climatiche), ma anche alla capacità che ha il suolo di rilasciarla sotto forma di vapore (caratteristiche fisico-chimiche del suolo).

Sviluppo vegetativo e dell’apparato radicale

Per la determinazione del consumo idrico è indispensabile conoscere le dimensioni della chioma e lo sviluppo dell’apparato radicale. Negli impianti che non hanno ancora raggiunto lo sviluppo definitivo la chioma varia notevolmente in funzione della vigoria della pianta, dell’età dell’impianto, della forma di allevamento, della densità di piantagione, della fertilità e struttura del suolo, delle tecniche agronomiche utilizzate e delle caratteristiche climatiche. In seguito, le variazioni dello sviluppo della chioma tra gli anni dipendono quasi esclusivamente dalla carica produttiva e dal legno asportato con le potature. Ai fini del calcolo del consumo idrico per i giovani impianti è utile conoscere, infatti, la percentuale della superficie di suolo coperta dalla chioma degli alberi (Sc). Lo sviluppo radicale condiziona la disponibilità idrica e viceversa. Per il calcolo del volume idrico si deve considerare la profondità di suolo esplorato dalle radici che è in relazione alle caratteristiche del suolo (tessitura, profondità) e dell’età e sviluppo delle piante. Per l’olivo la maggiore densità delle radici si trova a una profondità compresa tra 0,3 e 0,8 m. Nel caso di piante adulte in suoli profondi lo sviluppo dell’apparato radicale può raggiungere anche i 2 m. Lo sviluppo dell’apparato radicale è fortemente dipendente anche dal metodo di distribuzione dell’acqua adottato, dal momento che la massima densità delle radici si troverà nelle zone periodicamente bagnate. I sistemi di irrigazione localizzata favoriscono un’elevata concentrazione delle superfici radicali in prossimità dei gocciolatori, rispetto ai microspruzzatori.

Stato idrico della pianta

Lo stato idrico della pianta può essere misurato con metodi che prendono in considerazione la foglia o la pianta intera. Tra i primi ricordiamo la conduttanza stomatica, il contenuto idrico relativo delle foglie e il potenziale idrico di base (Ψ); i metodi sulla pianta intera sono la traspirazione della pianta nel suo complesso, i lisimetri, il flusso di linfa (sap-flow) e la variazione di diametro del tronco. La conduttanza stomatica (gs) è misurata con i porometri che determinano la quantità di acqua traspirata dall’unità di superficie per unità di tempo (mmol/m · s). I dendrometri o “trasformatori differenziali variabili lineari” (sensori LVDT) misurano le variazioni di diametro del fusto in funzione del flusso traspirato. I metodi per la misura del flusso traspirativo, o flusso di linfa, possono essere a impulso di calore o bilancio di calore e utilizzano entrambi la temperatura come tracciante per il trasporto di linfa all’interno dei vasi xilematici. I sensori utilizzati per la misura del flusso di linfa possono essere installati in qualsiasi organo conduttivo, includendo anche le radici principali, ma devono essere applicati in numero elevato per ottenere valori stabili data l’alta variabilità della conduttività dello xilema dell’olivo. La stima del potenziale idrico fogliare (Ψ), mediante la camera a pressione di Scholander, è il metodo più utilizzato per la determinazione dello stress idrico ai fini irrigui. Il potenziale fogliare in genere è misurato prima dell’alba (Ψpd) su foglie mature dell’anno completamente espanse o rametti (Ψstem). Recenti studi hanno evidenziato che si possono effettuare misure nelle ore centrali della giornata (Ψmd), su foglie o rametti non traspiranti (avendo cura cioè di avvolgerli con fogli di alluminio per almeno 30 minuti).

Stima del contenuto idrico nel suolo

La determinazione del contenuto idrico del suolo è importante per conoscere la quantità di acqua che le piante hanno a disposizione e, nel caso dell’irrigazione, di conoscere la quantità di acqua da somministrare per riportare il suolo alla capacità idrica di campo. Per queste misure si possono utilizzare vari metodi, alcuni dei più diffusi sono: metodo gravimetrico, che richiede lunghi tempi di esecuzione sebbene la strumentazione sia poco costosa; metodo della riflettometria nel dominio del tempo (TDR), che fornisce la lettura del contenuto idrico in unità di volume; metodo del dominio di frequenza (FD), di facile uso, che può considerarsi utile se si utilizza con un elevato numero di sensori; tensiometro, utile nel caso di irrigazione localizzata, avendo cura di posizionarlo all’interno del bulbo bagnato dal gocciolatore. Bisogna considerare che tutti i metodi per la determinazione del contenuto di acqua nel suolo forniranno stime attendibili se si dispone di un elevato numero di punti di misura.

Stima dell’evapotraspirazione

Per la stima dell’evapotraspirazione di riferimento (ETo) si possono utilizzare metodi diretti e indiretti. I metodi diretti non sono di facile applicazione e sono impiegati per scopi di ricerca. I metodi indiretti sono di più agevole utilizzo e tra questi quelli più diffusi o suscettibili di diffusione sono: l’evaporimetro di classe “A” e l’atmometro modificato. Per la stima dell’ETo sono diffusi metodi basati sulla misura delle variabili climatiche. La scelta del modello da utilizzare dipende dalla precisione della stima richiesta, dalla frequenza dell’informazione necessaria per la gestione dell’irrigazione e dal tipo di sensoristica disponibile. Il modello di Penman-Monteith è quello più preciso e, pertanto, viene proposto dalla FAO come riferimento internazionale per la stima dell’ETo. Questa stima può essere ottenuta in continuo con stazioni di misura automatiche dotate di sistemi di lettura a distanza. Un altro modello facilmente utilizzabile è quello proposto da Hargreaves e Samani, che richiede di rilevare solo i dati di temperatura massima e minima. Questo metodo, di cui si consiglia la verifica del coefficiente empirico per la zona di interesse, fornisce una buona stima dell’ETo. Inoltre, data la semplicità di misura dei parametri e il basso costo della strumentazione, può essere utilizzato anche a livello aziendale. Per passare dall’ETo all’evapotraspirazione della coltura (ETc) è necessaria l’applicazione di un coefficiente (kc) che quantifica l’effetto delle caratteristiche della coltura in relazione al fabbisogno idrico. Il kc è un valore empirico riferito alle condizioni della coltura e all’ambiente in cui si trova e dipende principalmente dal periodo dell’anno, dalle condizioni pedoclimatiche e dalle caratteristiche agronomiche di gestione dell’impianto (densità, età e sviluppo degli alberi). I valori di kc per l’olivo, che si trovano in letteratura per diversi ambienti, variano durante l’anno in relazione alle esigenze idriche degli alberi e risultano massimi durante le fasi fenologiche di fioritura, allegagione, sviluppo vegetativo e accrescimento delle drupe, mentre sono più bassi durante le fasi di indurimento del nocciolo e stasi vegetativa. L’olivo è una coltura che generalmente non copre tutta la superficie di suolo come una erbacea, per questo è necessario introdurre un coefficiente di riduzione (kr) che tiene conto di questa caratteristica per la stima dell’ETc. Per l’olivo la stima di questo parametro può essere calcolato con il seguente modello:
kr = 2 Sc/100

dove: Sc = superficie coperta (%). La stima del valore della Sc è facilmente desumibile applicando l’equazione precedentemente riportata. Pertanto il calcolo dell’evapotraspirazione dell’olivo è desumibile applicando la seguente relazione:
ETc = ETo · kc · kr

Gestione irrigua

Criteri di intervento
La misura dello stato idrico della pianta fornisce l’informazione sul livello di stress che, quando raggiunge determinati valori, indica il momento dell’intervento irriguo. Con questi metodi, però, la determinazione del volume di irrigazione non è diretta, ma si deve disporre di modelli specifici legati alle caratteristiche del suolo, che in genere non sono utilizzati in oliveti commerciali. I metodi che si basano sul bilancio idrico del suolo possono essere più facilmente utilizzati. Richiedono la lettura dell’umidità del suolo prima dell’intervento irriguo per determinare il volume da erogare. Conoscendo, quindi, lo sviluppo dell’apparato radicale (profondità), il valore della differenza tra l’umidità alla capacità idrica di campo (CIC) e quella al momento dell’irrigazione, è possibile calcolare il volume dell’adacquamento. Ricordiamo già in questa parte della trattazione che nel caso di metodi di distribuzione a goccia la superficie da umettare in un impianto adulto è circa il 25-30% del totale oppure, nel caso di giovani impianti, si deve calcolare la superficie di suolo coperta dalla chioma. I metodi che si basano sulla conoscenza delle variabili agroclimatiche sono generalmente di più facile applicazione e possono essere utilizzati a livello di singolo oliveto o possono trovare applicazione in consorzi di produttori o possono essere utilizzati dai servizi regionali di assistenza tecnica. In molti areali di coltivazione, specialmente in zone collinari dove gli impianti si trovano su suoli in pendenza (problemi di erosione), si può realizzare una copertura vegetale nelle interfile. Questa tecnica limita l’erosione e migliora il contenuto di sostanza organica nel suolo. In questo caso, al calcolo dei volumi idrici si deve applicare una correzione della stima del kc che consideri il consumo aggiuntivo della vegetazione di copertura. Per evitare l’eccessiva competizione si consiglia di eliminare con disseccanti, lavorazioni del suolo o sfalci la specie di copertura con operazioni da eseguire alla ripresa vegetativa dell’olivo. Se non vi sono limitazioni imposte dagli impianti o dalle fonti di approvvigionamento (consorzi con distribuzione turnata, lenta ricarica delle vasche di accumulo ecc.), il turno irriguo dovrà essere più frequente nei periodi poco piovosi e nei terreni con scarsa ritenzione idrica (sabbiosi), mentre nel caso di terreni argillosi si possono adottare turni più lunghi. L’allungamento del turno, inoltre, implica un aumento dei volumi di adacquamento che, a parità delle altre variabili, potrebbe creare condizioni asfittiche nei terreni argillosi o perdite di acqua negli strati non interessati dalle radici assorbenti nei terreni sabbiosi. Il turno dipende anche dal metodo di distribuzione. Nei sistemi localizzati si dovrà operare con turni ravvicinati dal momento che la superficie di suolo umettata è di piccole dimensioni e la pianta consumerà rapidamente l’acqua a sua disposizione. L’inizio dell’irrigazione dipende dal metodo irriguo e dalle caratteristiche del terreno. In generale si prende a riferimento l’umidità del terreno consigliando di iniziare gli interventi quando la pianta avrà consumato circa il 50% dell’acqua disponibile nel caso di metodi per aspersione o gravitazionali. Nel caso dei metodi localizzati bisognerà anticipare l’inizio della stagione irrigua quando la dotazione idrica del suolo è circa il 60-70% dell’acqua disponibile (AD), frazione definita di acqua facilmente disponibile (AFD). La fine della stagione irrigua deve essere attentamente valutata. L’indicazione che si può fornire in questa sede è quella di mantenere una buona disponibilità idrica fino al riposo vegetativo e comunque verificare che il suolo non abbia una riserva inferiore all’AFD.

Uso di acque saline

L’olivo è una specie mediamente tollerante alla salinità. I primi sintomi appaiono quando l’acqua presenta una conducibilità elettrica (ECw) compresa tra 2,5 e 4 dS/m e diventano rilevanti a valori superiori a 5,5 dS/m. Se viene preso in considerazione il suolo, la conducibilità dell’estratto saturo del suolo (ECe) determina una riduzione del 10% della produzione con valori di 4-5 dS/m, del 25% con valori compresi tra 5 e 7,5 dS/m e del 50% con valori maggiori di 8 dS/m. Gli stessi Autori calcolano che l’annullamento della produzione si ha per valori di ECe di 14 dS/m. Gli effetti dello stress salino si manifestano sia sulla parte epigea sia su quella ipogea, ma in maniera più marcata sulla prima. A causa di ciò, il rapporto radice/chioma tende ad aumentare con l’intensità dello stress. In generale, condizioni di salinità rendono più difficoltoso l’assorbimento dell’acqua da parte della pianta a causa della diminuzione del Ψπ del terreno, del minore assorbimeto di alcuni ioni minerali e degli effetti tossici causati dal Na+ e Cl–. Per quanto riguarda la scelta varietale è importante considerare le differenze genotipiche nel grado di resistenza allo stress salino. La scelta di varietà tolleranti consente di ottenere elevati livelli qualitativi anche in condizioni di stress. Se l’irrigazione viene eseguita con acque saline, sarà bene ricordare che i valori di ECw non dovranno essere superiori a quelli del suolo, per evitare fenomeni di accumulo, e sarà opportuno adottare metodi di distribuzione a goccia con turni irrigui brevi. In tal modo è possibile mantenere un’umidità costante nel tempo favorendo la concentrazione dei sali nella zona periferica del bulbo umido e quindi riducendo la conducibilità elettrica nella sua zona centrale. Negli ambienti dove il fenomeno della salinità è molto evidente è buona pratica irrigare anche durante gli eventi piovosi per cercare di evitare la ridistribuzione dei sali che si solubilizzano con l’acqua piovana. Altri aspetti della tecnica irrigua con acqua salina devono prevedere: – l’utilizzo di volumi di adacquamento superiori al fabbisogno per lisciviare i sali solubili dagli apparati radicali; – il drenaggio dell’acqua percolata per assicurare l’allontanamento dei sali in eccesso trasportati in profondità con la lisciviazione; – nei suoli calcarei si possono utilizzare prodotti e concimi a reazione acida per rendere più solubili i sali di calcio che sono antagonisti del sodio fissato sullo scambiatore (suolo) e migliorano la permeabilità; – in suoli non calcarei si possono aggiungere Ca++ e Mg++ o utilizzare concimi che contengono potassio e calcio per favorire la lisciviazione dei sali di sodio.

Metodi di distribuzione dell’acqua

I metodi di distribuzione localizzati stanno sostituendo i sistemi tradizionali (gravità e aspersione) che richiedono un elevato impiego di mano d’opera e hanno una bassa efficienza.

Localizzati

Negli impianti olivicoli moderni i metodi localizzati sono i più diffusi. L’efficienza di questi metodi è compresa tra il 90 e il 95%, cioè la quasi totalità dell’acqua erogata può essere utilizzata dalla pianta. Le principali caratteristiche degli impianti localizzati sono la bassa pressione di esercizio (comprese tra 0,10 e 0,25 MPa all’erogatore) e gli erogatori a bassa portata (2-8-16 L/h). Queste caratteristiche di base degli impianti consentono: – di mantenere un’umidità pressoché costante nel profilo di suolo e di bagnare uniformemente anche i suoli caratterizzati da bassa infiltrazione (argillosi, limosi, non strutturati) o da scarsa ritenzione idrica (sabbiosi); – di utilizzare fonti idriche di modesta portata e tubazioni di piccolo diametro. L’erogazione dell’acqua in prossimità dell’apparato radicale consente di localizzare acqua e fertilizzante vicino alle radici assorbenti, di mantenere costantemente il terreno al giusto grado di umidità per la coltura, di non bagnare tutta la superficie del terreno (solo il 25-30% viene effettivamente bagnato) riducendo le perdite di acqua per evaporazione, di non bagnare la pianta riducendo le perdite di acqua per evaporazione dalla superficie bagnata delle foglie e limitando l’insorgere di crittogame, di contenere lo sviluppo delle malerbe, di consentire l’operatività delle macchine e l’esecuzione delle operazioni colturali anche durante l’adacquamento, di poter irrigare anche in condizioni di forte vento senza conseguenze negative sull’omogeneità di distribuzione dell’acqua. Nelle zone umettate con gli adacquamenti si avrà la massima densità dell’apparato radicale assorbente rendendo, nei periodi secchi, la pianta molto dipendente dal contenuto idrico di questa parte di suolo, poiché il volume di suolo esplorato dalle radici sarà limitato e l’acqua contenuta sarà consumata in breve tempo. Gli impianti a goccia non sono adatti a criteri di intervento di soccorso o turni molto lunghi che comportano volumi di adacquamento elevati. Negli impianti di irrigazione localizzata i dispositivi di erogazione dell’acqua sono costituiti da vari tipi di gocciolatori o di spruzzatori. I gocciolatori comuni non hanno alcun dispositivo di regolazione della portata, perciò questa cambia al variare della pressione di esercizio dell’impianto. Di conseguenza, una buona uniformità di distribuzione si ha per linee corte in ambienti di pianura. È possibile utilizzare gocciolatori autocompensanti che hanno una membrana interna che permette di mantenere costante la portata al variare della pressione di esercizio. Questo consente di dare all’impianto una buona uniformità di distribuzione dell’acqua anche con ali gocciolanti lunghe e in terreni in pendenza. Gli spruzzatori hanno portate superiori a quelle dei gocciolatori e si possono dividere in micro-spruzzatori (portate tra 30 e 150 l/h) e mini-spruzzatori (portate tra 150 e 350 l/h). Questi possono essere statici o dinamici se sono dotati o meno di organi in movimento. La progettazione dell’impianto deve essere eseguita in base alle caratteristiche del suolo, alla densità di piantagione e al volume di adacquamento. Si deve considerare che l’acqua erogata da un gocciolatore ha un fronte di umettamento che varia in relazione alle caratteristiche idrologiche del suolo e alla velocità dell’erogazione. Orientativamente si considera che: – in terreni argillosi la permeabilità è bassa e l’acqua tende a espandersi prima sulla superficie (lateralmente) e poi in profondità. Il volume di suolo bagnato è grande e ciò consente di istallare un ridotto numero di erogatori rispetto ad altri tipi di suolo; – in terreni sabbiosi o ghiaiosi (permeabili) le forze di gravità elevate e la bassa capillarità determinano la rapida percolazione dell’acqua in profondità. La forma della zona umettata sarà stretta e allungata. In questo caso il giusto rapporto tra suolo bagnato e radici dovrà essere raggiunto con un elevato numero erogatori, turno frequente e ridotti volumi di adacquamento; – un’altra caratteristica importante per il dimensionamento degli impianti riguarda la profondità del suolo a disposizione degli apparati radicali e l’eventuale presenza di strati impermeabili. Per gli spruzzatori, si deve considerare il raggio di bagnatura e la forma dell’area bagnata. La zona umettata dagli spruzzatori dinamici è compresa, in genere, tra 1 e 5 m e ha forma circolare. Si consiglia di disporre gli spruzzatori a una distanza doppia della lunghezza del lancio rispetto alla pianta, indipendentemente dal tipo di terreno. Le necessità irrigue aumentano con la crescita delle piante. Un criterio da seguire consiste nel dimensionare le tubazioni per i fabbisogni dell’oliveto adulto e infittire il numero dei gocciolatori in funzione delle necessità imposte dallo sviluppo delle piante.

Sub-irrigazione
In questi ultimi anni un interesse crescente è stato rivolto alla subirrigazione, cioè all’interramento di ali gocciolanti. L’efficienza del metodo è superiore al 95% e la tecnica offre una serie di vantaggi rispetto alla goccia in superficie soprattutto per gli ambienti a clima arido. La sub-irrigazione richiede un controllo attento e una manutenzione periodica per evitare il rischio di occlusione dei gocciolatori da parte delle radici. Una pratica efficace, per evitare le occlusioni da parte di particelle di terreno, consiste nell’evitare che l’impianto vada in depressione alla fine dell’adacquamento. Questo si ottiene posizionando valvole di sfiato a doppio effetto nel punto più alto del settore irriguo e raccordando le ali all’estremità con un collettore di scarico. Per ridurre il problema dell’intrusione dei peli radicali nei gocciolatori, si possono utilizzare gocciolatori con appositi dispositivi basati su metodi fisici o chimici (disponibili sul mercato) che riducono i rischi di penetrazione delle radici. I metodi chimici consistono nell’aggiunta di una certa quantità di diserbante (trifluralin) che viene rilasciato continuamente in piccolissime quantità non dannose per l’ambiente. Il trifluralin non è lisciviato poiché è fortemente adsorbito dal terreno e devia il percorso di allungamento delle radici. Nei giovani impianti le ali gocciolanti vengono poste sulla fila al primo anno e successivamente interrate al secondo anno. La scelta di una o due ali gocciolanti e la distanza dal filare in oliveti intensivi adulti dipende dalle condizioni pedoclimatiche, mentre la profondità d’istallazione è a circa 35 cm.

Filtraggio
Gli erogatori possono facilmente occludersi per la presenza di materiali in sospensione nelle acque (organici e inorganici) o per sostanze disciolte (carbonati, ferro ecc.). L’eliminazione dei materiali in sospensione (trattamento fisico dell’acqua) può essere effettuata con diversi metodi in base al tipo di materiale presente. Tra questi i principali sono: vasche di sedimentazione, filtri idrocicloni, a graniglia, a sabbia, a rete, a dischi lamellari. È possibile l’accoppiamento di diversi tipi di filtri. L’eliminazione di sostanze disciolte (trattamento chimico) è necessaria qualora nell’acqua siano presenti sostanze che possono creare occlusione dei fori di uscita. In questi casi si deve intervenire con l’aggiunta di prodotti che evitano la formazione di precipitati. La presenza di ioni Ca++, Fe++, Fe+++, PO4– – porta alla formazione di precipitati di calcio, ossidi di ferro e composti fosfatici che sono la causa di occlusione degli erogatori. In questi casi si consiglia di aggiungere all’acqua prodotti acidificanti. Questo tipo di correzione dell’acqua non è sempre possibile a costi accettabili. È consigliabile avere analisi della qualità fisica e chimica delle acque prima della progettazione degli impianti per poter individuare con certezza il tipo di filtraggio, l’eventuale correzione chimica dell’acqua e quindi il metodo di distribuzione più indicato. Si ricorda, comunque, che è buona pratica pulire gli impianti localizzati a fine stagione irrigua e alla ripresa della stagione irrigua utilizzando prodotti acidificanti (per es. cloro), per evitare la crescita di alghe e batteri durante il periodo di non utilizzo.

Strategie irrigue a parziale soddisfacimento della domanda evapotraspirativa

Nelle aree olivicole l’acqua è di solito scarsa e quindi il contenuto idrico del suolo nella zona di assorbimento radicale non sempre può essere alla capacità di campo e non è, comunque, necessariamente utile che ciò accada. La gestione dell’irrigazione in deficit può seguire due approcci concettualmente diversi: – adacquamenti con volumi deficitari durante tutta la stagione irrigua; – la riduzione dell’apporto irriguo nelle fasi fenologiche meno sensibili ai fini produttivi, fornendo, però, l’adeguato volume degli adacquamenti nelle restanti parti del ciclo (deficit idrico controllato – RDI). La possibilità di adottare uno dei due approcci dipende non solo dalla conoscenza delle condizioni pedoclimatiche ma anche dalla disponibilità (intesa come quantità e come periodo di utenza) e dalla qualità delle risorse idriche. Inoltre, nel secondo caso è essenziale anche la conoscenza della fenologia della pianta e delle interazioni tra le fasi fenologiche e la qualità e quantità della produzione. Negli ambienti dell’Italia centro-meridionale una restituzione parziale, con volumi di adacquamento calcolati sulla base della restituzione del 30-35% dell’evapotraspirazione massima (ETc) durante l’intera stagione irrigua, determina un incremento delle produzioni che può essere valutato in circa il 15-20% rispetto alla coltura non irrigata. A percentuali di restituzione idrica maggiori corrispondono incrementi più elevati di produzione di olive e maggiore peso medio dei frutti. È interessante rilevare che, in ambienti dell’Italia centro-meridionale e centrale peninsulare, si sono avuti incrementi significativi della produzione fino a restituzioni del 65-70% dell’ETc, mentre volumi stagionali prossimi al 100% dell’ETc non hanno manifestato ulteriori aumenti di produzione. Interessanti sono le prospettive di ottimizzazione delle caratteristiche analitiche e sensoriali dell’olio con l’impiego dell’irrigazione in deficit controllato. Si deve considerare anche che la restituzione del 100% dell’ETc stimola la produzione di legno, che poi dovrà essere rimosso con le potature invernali con aggravio dei costi colturali. Il contenuto percentuale di olio per la maggioranza delle varietà coltivate in Italia non è influenzato da questa strategia irrigua fino a volumi che prevedono restituzioni del 65-70% dell’ETc, mentre volumi maggiori determinano un leggero decremento. Le drupe, per effetto dell’apporto irriguo, aumentano sia l’umidità sia il contenuto di sostanza secca, pertanto anche in condizioni di limitato apporto irriguo si avrà non solo un maggior numero di drupe per pianta, ma drupe di peso medio maggiore e quantità di olio maggiore rispetto a quelle di piante non irrigate. Nel caso di irrigazioni abbondanti nella fase finale dell’inolizione si può riscontrare una diminuzione della resa in olio dovuta alla sua minore estraibilità, pertanto una graduale riduzione del volume di adacquamento in prossimità della raccolta migliora questo aspetto. Per le olive da mensa è invece importante che tutte le fasi fenologiche in cui si ha distensione cellulare siano accompagnate da un ottimale rifornimento idrico per ottenere la massima dimensione dei frutti. Nelle condizioni in cui è possibile monitorare lo stato idrico del suolo con uno dei metodi illustrati in precedenza, è possibile ottenere notevoli risparmi del volume stagionale d’irrigazione utilizzando la riserva idrica disponibile. Per esempio, presupponendo che la risorsa idrica necessaria per un oliveto in ambiente meridionale sia circa 350 mm all’anno e che il contenuto idrico volumetrico del suolo sia di 0,28 m3/m–3 a capacità di campo e di 0,11 m3/m–3 al punto di appassimento, che l’acqua facilmente disponibile sia il 65% dell’acqua disponibile e che la zona di massimo assorbimento radicale sia per uno strato di 1,4 m, si avrà che:

acqua facilmente disponibile = 0,65 · (0,28 – 0,11) · 1400 mm = 155 mm = 1550 m3/ha

Pertanto si avrà che l’acqua di irrigazione da somministrare sarà circa il 45% del totale. Questa strategia irrigua può applicarsi fornendo con l’irrigazione volumi di adacquamento costanti durante i mesi di maggiore domanda evapotraspirativa (per es. da giugno ad agosto) in modo tale da indurre la pianta a utilizzare la riserva del suolo per compensare la differenza tra il fabbisogno idrico e il volume di adacquamento. Questa strategia presenta la necessità di controllare saltuariamente lo stato della riserva con misure di umidità del suolo o seguendo, con uno dei metodi agroclimatici descritti in precedenza, il consumo idrico dell’oliveto per conoscere la disponibilità della riserva. Nel caso in cui questa scenda al di sotto del 65-70% dell’acqua disponibile (155 mm nell’esempio sopra riportato), diventerà necessario intervenire con irrigazioni aggiuntive. Questa strategia è applicabile in areali di coltivazione dove le piogge autunno-invernali ricostituiscono interamente la riserva nel suolo ed è tanto più efficace quanto maggiori sono la capacità di ritenzione idrica e la profondità del suolo. Anche in ambienti dell’Italia meridionale bisogna fare attenzione nella eventualità di periodi invernali poco piovosi. Tra i vantaggi, oltre al notevole risparmio della risorsa idrica, ricordiamo la semplicità della gestione degli impianti dovendo fornire volumi costanti. Tra le strategie di irrigazione in deficit una larga diffusione sta avendo il metodo del “deficit idrico controllato” (RDI). Tale strategia prevede la riduzione o, in alcuni casi, la sospensione dell’apporto irriguo nelle fasi fenologiche ritenute meno critiche ai fini produttivi. Come descritto in precedenza, i periodi più sensibili sono individuati nelle fasi di fioritura, allegagione e distensione cellulare durante l’accrescimento del frutto, mentre è stato dimostrato che l’applicazione di un moderato stress idrico nella fase dell’indurimento del nocciolo può influenzare leggermente la dimensione finale del frutto senza effetti evidenti sulla produzione di olio. In prove sperimentali condotte in Spagna (Catalogna), è stato evidenziato che volumi irrigui del 75 e del 50% dell’ETc somministrati durante la fase di indurimento del nocciolo fino all’inizio dei processi di maturazione non hanno determinato riduzioni significative di produzione rispetto ai trattamenti irrigati a pieno soddisfacimento, mentre la restituzione solo del 25% dell’ETc in queste fasi ha determinato un decremento di produzione in peso di olive del 16%. Queste prove sperimentali, in termini di risparmio di acqua irrigua, hanno mostrato una riduzione del volume stagionale di irrigazione rispettivamente del 24, 35 e 47%. Questa strategia irrigua ha notevole importanza anche perché riduce il livello di competizione dell’uso dell’acqua in periodi in cui questa è richiesta per altre colture e per uso civile. Per l’applicazione di questo metodo sono comunque necessarie verifiche sperimentali per la validazione in ambienti diversi da quelli dove sono state condotte le prove, in relazione alla destinazione del prodotto (olio o consumo da mensa) e alla tolleranza allo stress idrico delle cultivar in allevamento. Le strategie di irrigazione in deficit risultano applicabili soprattutto in oliveti adulti, dal momento che nei giovani impianti uno stress, anche se di lieve entità, influisce sullo sviluppo vegetativo ritardando il completo accrescimento della chioma e conseguentemente rallenta il raggiungimento del periodo di massima produzione. Negli ambienti dove vi sono limitazioni nell’uso dell’acqua durante la stagione estiva possono essere utili irrigazioni durante l’inverno o a inizio primavera. In tal modo si potrà migliorare la dotazione della riserva idrica del suolo durante le fasi sensibili della ripresa vegetativa, della fioritura e dell’allegagione. Tale metodo sarà efficace in suoli profondi e dotati di un’elevata capacità di ritenzione idrica. Per l’applicazione del corretto volume da somministrare sarà importante conoscere le proprietà idrologiche del suolo per evitare erogazioni eccessive con la conseguente perdita di acqua per percolazione. Si deve tener presente, però, che gli apporti irrigui solo in queste fasi non saranno sufficienti a garantire un rifornimento idrico sufficiente per tutta la durata del ciclo produttivo. Sarà necessario, pertanto, controllare l’umidità del suolo per determinare il momento in cui intervenire con l’irrigazione di soccorso. Con questa strategia si potrebbe ottenere un’allegagione ottimale che potrebbe determinare un elevato numero di frutti nelle fasi iniziali del ciclo riproduttivo, che però saranno soggetti a forte cascola se la pianta andrà incontro a stress idrici di forte entità nelle fasi riproduttive successive. In ambienti aridi caratterizzati da una limitata disponibilità idrica durante tutto l’anno, si potrà intervenire solo con irrigazioni di soccorso. In questo caso l’unica scelta possibile è l’intervento irriguo nelle fasi fenologiche più sensibili per assicurare una pur esigua produzione. L’applicazione dell’irrigazione in deficit presuppone anche la conoscenza delle risposte delle cultivar allo stress idrico. Le informazioni a tal riguardo sono, però, scarse e frammentarie. La conoscenza allo stato attuale si limita a una generica suddivisione delle cultivar in bassa, media e alta tolleranza allo stress, ma non esistono indicatori basati su metodi obiettivi. Per questo è consigliabile utilizzare le informazioni empiriche disponibili per la realizzazione dei nuovi impianti. La pressione sul settore agricolo per un uso efficiente della risorsa idrica è un argomento di studio che impegnerà la ricerca nel prossimo futuro. Il continuo miglioramento delle conoscenze del continuum suolo-piantaatmosfera fornirà utili indicazioni che saranno utilizzate per migliorare la gestione dell’irrigazione nei diversi ambienti colturali.


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