Volume: le insalate

Sezione: paesaggio

Capitolo: insalate in lombardia

Autori: Tommaso Maggiore

Il paesaggio lombardo non è mai stato caratterizzato dall’orticoltura. François Maxmilien Missan nel suo Voyage d’Italie classificava i luoghi e le strade con asterischi, a seconda del loro interesse e della loro bellezza: con ben cinque asterischi si trova solo la strada tra Milano e Cremona perché “attraversa un paese estremamente fertile e bello”. Alla fine del XIX secolo Stendhal vede la pianura lombarda come un’alternarsi di praterie e campi di mais, riso, frumento sui quali s’alzano vigneti, piantate di gelsi, noci, olmeti, salici, pioppi a formare una sorta di foresta “sì che non si vede a cento passi di distanza”. A metà del Novecento Piovene e Gadda descrivono una campagna ordinata e silente, che Gadda in Terra Lombarda dice segnata dal “popolo stupefatto dei pioppi”. Oggi qualsiasi viaggiatore vede un paesaggio in via di omologazione, riconoscendo tuttavia un ruolo di grande rilievo all’agricoltura, che occupa la maggior parte dell’area di pianura, sulla quale ha implementato schemi di organizzazione che hanno contribuito in modo sostanziale a modellare il paesaggio sviluppandone nel contempo il tessuto sociale ed economico. La pianura lombarda si presenta come un territorio fortemente antropizzato e altamente produttivo, ricco ancora di spazi agricoli, di risorse naturali e di presenze culturali di grande valore. Certo, l’armonia di sviluppo in questi ultimi decenni è andata in crisi a causa dell’invadenza dell’urbanesimo, che consuma spazio e risorse. Il paesaggio è il risultato di numerosi elementi che concorrono alla sua formazione: le acque, i suoli, le coltivazioni, la vegetazione, gli insediamenti, nonché la presenza e l’azione quotidiana dell’uomo. L’orticoltura lombarda fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso era localizzata intorno agli agglomerati urbani, quindi a chilometri zero dai cittadini, come è di moda dire oggi. Dal momento però che più del 50% della popolazione abitava in campagna e in complessi rurali, era nelle vicinanze delle “cascine” che si trovavano gli orticelli assegnati a tutte le famiglie. Nel primo caso era possibile identificare un paesaggio caratteristico e molto mosso in quanto determinato dalle diversissime specie coltivate. Nel secondo, invece, gli orti occupavano una superficie limitata e si sperdevano in un paesaggio diversamente caratterizzato. Ovviamente le colture delle insalate (così chiamate per semplicità, pensando alla loro prevalente utilizzazione) rientravano nell’ambito dell’orticoltura descritta e non era possibile misurarne il contributo paesaggistico. A ciò si deve aggiungere che spesso non solo negli orticelli campagnoli, ma anche in quelli paesani, più specializzati, molte delle insalate coltivate venivano consociate e “concatenate” con altre colture ortive mostrando così una forte intensificazione, possibile solo grazie alla grande quantità di manodopera impegnata. A questo proposito è bene ricordare che nella bella stagione negli orti periurbani si considerava normale un impiego di circa 10 unità lavorative per ettaro, occupate a svolgere manualmente le diverse operazioni colturali: concimazione, lavorazioni, semina, trapianto, diradamento, diserbo, sarchiature, irrigazione, raccolta e confezionamento per la presentazione del prodotto al mercato. È poi da ricordare che raramente nel periodo invernale erano coltivate insalate e ciò sia perché il clima non lo consentiva, sia perché non si disponeva di strutture protettive adatte allo scopo. A Milano, per esempio, durante l’inverno la specie più utilizzata, tagliata tal quale e condita con olio e aceto, era il cavolo verza. Dagli anni ’50 in poi si verificano via via fenomeni che fanno profondamente evolvere l’orticoltura in generale e le colture delle insalate in particolare; tra questi i più importanti sembrano essere: – una maggiore facilità dei trasporti, con conseguente localizzazione delle colture delle varie specie negli areali ritenuti più idonei; – il consumo di tutti gli ortaggi, e in particolare delle insalate, non per un periodo limitato, bensì in tutto l’arco dell’anno; – una profonda modifica delle strutture distributive e il sempre maggior sviluppo della grande distribuzione; – il notevole aumento dei consumi; – la messa a disposizione del consumatore di nuovi prodotti per un “rapido utilizzo” (quarta gamma). Anche in Lombardia le aziende dove le colture ortive sono preponderanti rispetto alle altre possono essere di tre tipi: – solo in pieno campo; – in pieno campo e sotto strutture protette; – solo sotto strutture protette. È prevalentemente nei primi due tipi che le caratteristiche distintive del paesaggio sono le varie specie e le diverse colorazioni delle foglie o il loro portamento, nonché il rapido susseguirsi di specie differenti. Il terzo tipo il paesaggio è caratterizzato dalla presenza delle coperture in plastica delle strutture impiegate per proteggere le colture o per anticipare o posticipare l’immissione dei prodotti sul mercato. Di certo la presenza diffusa di queste strutture è un qualcosa di artificiale, che appare agli occhi di molti poco naturale, talvolta addirittura deturpante il paesaggio. Proprio per questa ragione oggi si tende a vietare i tunnel in alcuni Comuni ove la loro presenza si è molto sviluppata, provvedimento che costringe i produttori a spostare l’attività in altri Comuni o, peggio, in altre regioni, anche molto lontane dai luoghi di consumo, dove non vengono poste limitazioni allo sviluppo della serricoltura. Quanto sopra è ciò che si sta verificando in alcuni Comuni lombardi, soprattutto in quelli ove di recente si è sviluppata la coltivazione delle insalate per la quarta gamma, e più in particolare di quelle da baby leaf. Chi scrive non concorda con gli orientamenti di queste amministrazioni comunali e ricorda loro che non esistono paesaggi statici, bensì paesaggi che si modificano continuamente al cambiare delle esigenze della collettività. Vietare la diffusione di queste strutture, in un contesto quale quello attuale, significa non solo incidere direttamente sui costi delle derrate che il consumatore deve subire, ma anche aumentare i costi ambientali. Le zone lombarde dove oggi si trovano le più vaste colture di insalate in pieno campo sono in provincia di Mantova, al confine con le province di Brescia e Verona, come per esempio nei comuni di Asola e Guidizzolo, che presentano terreni molto sciolti, ben dotati in sostanza organica e con profili colturali non molto profondi, posti su ghiaie più o meno grossolane, capaci di sostenere il rapido susseguirsi delle colture. Altre aziende si trovano, a macchia di leopardo, nei dintorni di Milano, per esempio a Cernusco sul Naviglio; nate di recente, sono collegate a strutture di commercializzazione per servire in modo più puntuale la grande distribuzione. Le colture in serre-tunnel sono presenti con una certa densità in alcune aree del Bergamasco e del Bresciano quasi alla base delle Prealpi, ma nella maggior parte già in pianura, e destinate prevalentemente alla quarta gamma. In termini paesaggistici l’impatto di queste strutture è diverso, più accentuato nella pedecollina e sicuramente meno in pianura. Nel primo caso, infatti, si osserva dalla strada un territorio coperto di “plastica” e quasi privo di vegetazione in qualsiasi stagione dell’anno, molto organizzato, ordinato e in assoluto non “brutto”; nel secondo l’impressione che si riceve è ancor più positiva e, sempre dalla strada, si possono osservare le colture che spesso presentano colorazioni e stadi di sviluppo diversi con, all’interno delle strutture, un’intensa attività lavorativa. Al viandante attento, ma ignaro di cose agricole, queste visioni indicano chiaramente quanto si fa per ottenere l’alimento che poi si ritroverà in tavola, e ciò perché è più difficile osservare quanto si effettua in termini lavorativi nel più vasto spazio del pieno campo. È da ricordare in ogni caso che i tunnel ricoperti di materiale plastico trasparente sono sicuramente meno impattanti delle strutture edilizie ai bordi delle strade e che, almeno in alcune zone, non consentono più l’osservazione del paesaggio agrario, cioè delle colture praticate in quel comprensorio. Diversa in entrambi i casi è la visione dall’alto dove le strutture protettive, a prescindere dal tipo di copertura, sono estremamente visibili, contrastando in modo marcato con i campi che ospitano le colture tipiche dell’area considerata. Aziende dedicate alle colture da quarta gamma si trovano anche nelle province di Mantova, Cremona e Milano, ma, non essendo concentrate, costituiscono elementi di diversificazione paesistica.

 


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