Volume: le insalate

Sezione: paesaggio

Capitolo: insalate in campania

Autori: Ernesto Lahoz, Gennaro Coppola

Introduzione

In Campania esistono due sistemi di coltivazione delle insalate: in pieno campo e in serra. Le specie maggiormente coltivate in pieno campo sono lattuga, indivia e cicoria, mentre in serra le più diffuse sono le insalate per la quarta gamma, seguite dalla lattuga. Le superfici coltivate in pieno campo sono della grandezza di centinaia di ettari e non hanno fatto registrare grossi cambiamenti nell’ultimo decennio. La lattuga e l’indivia nella Piana del Sele, con 1100 e 890 ha, hanno visto diminuire di poco la superficie coltivata, mentre altri 600 e 300 ha sono coltivati rispettivamente in provincia di Napoli e Caserta. Fenomeno ancora marginale, ma in via di sviluppo, è la coltivazione di cicoria e radicchio, lattughe a cespo (specialmente iceberg) nelle province di Avellino e Benevento nell’ambito di rotazioni utili per sostituire le coltivazioni di tabacco, attualmente in forte decremento. In serra sono circa 3500 gli ettari investiti a insalate. La lattuga rimane importante con 1500 ha. Nell’ambito delle colture in serra sono avvenuti, negli ultimi 10 anni, i cambiamenti maggiori. Infatti le colture sottoserra, destinate alla trasformazione in quarta gamma, hanno raggiunto in Campania oltre 1900 ha nel 2010 (fonte ISTAT). In questo segmento sono riportate, in maniera cumulativa, molte specie, tra le quali spiccano la rucola, la valerianella, il lattughino ecc. Il cambiamento più significativo è stato registrato nella provincia di Salerno, in particolar modo nella Piana del Sele, dove le serre destinate alla quarta gamma hanno raggiunto nel 2009 i 1750 ha, che rappresentano oltre il 30% della superficie totale nazionale. Dall’analisi dei cambiamenti di destinazione delle superfici coltivate sembrerebbe che solo per pochi ettari si sia trattato di sostituzione di colture tradizionali, mentre nella maggioranza dei casi sarebbero stati utilizzati terreni destinati ex novo alla coltivazione in serra. Questo aumento cospicuo delle colture sottoserra ha anche contribuito al cambiamento del paesaggio della Piana del Sele con le implicazioni di cui si parlerà in seguito.

Metodi di coltivazione della lattuga nelle varie province campane

Nelle province della Campania il sistema di coltivazione delle insalate, in particolare della lattuga, differisce alquanto sotto molti aspetti: preparazione del terreno, adozione della pacciamatura, sistemi di fertilizzazione e irrigui, investimenti adottati. Nella Piana del Sele normalmente è adottata la sistemazione a porche con file binate, con applicazione della pacciamatura; diffusissima è la fertirrigazione, caratterizzata dall’uso di sistemi a microportata (ali gocciolanti) sia in serra sia in pieno campo. L’investimento varia tra 8 e 10 piante a metro quadrato. Il prodotto raccolto è destinato all’esportazione dopo trasformazione e di norma la dimensione aziendale è di un certo rilievo. In questa zona è notevole la variabilità di specie e colore, sia per la presenza dei prodotti da sfalcio, sia per la molteplicità di tipologie dei prodotti a cespo. Nei prodotti da sfalcio si passa dal verde scuro della rucola al verde chiaro, biondo o rosso del lattughino; per i cespi, dal verde di indivia, cicoria, pan di zucchero, lattughe, cappuccina, iceberg, romana, lollo verde al rosso di radicchio, lollo rossa, batavia rossa. Ma nei prodotti a cespo, oltre alla variabilità di sfumature e tonalità di colore, si assiste anche a una notevole diversità di forma e margini fogliari. Questo soprattutto nei prodotti che oggi conquistano sempre più gli impianti serricoli della Piana del Sele, ovvero le lattughe “multifoglia”. Nell’Agro Nocerino Sarnese la sistemazione del terreno è sempre a porche, ma la pacciamatura è poco o per nulla adottata; la fertilizzazione è di tipo tradizionale e l’irrigazione avviene per manichetta forata; solo da qualche anno ha cominciato a diffondersi la fertirrigazione, che sostituirà la pratica della distribuzione localizzata manuale del concime. Gli investimenti sono analoghi a quelli della Piana del Sele. Il prodotto in gran parte è conferito a commercianti intermediari e la sua destinazione varia moltissimo. La dimensione aziendale è di solito piccola. Questi ultimi aspetti limitano di molto la diversificazione dei prodotti, sia nella forma sia nel colore. Il paesaggio appare molto più monotono. L’ortaggio principe è la lattuga cappuccina, con piccole quote di iceberg, romana e indivia. Molto spesso per ogni tipologia e specie ci sono al massimo una o due varietà coltivate dai tanti piccoli agricoltori che rappresentano questa realtà produttiva, limitando sempre di più la diversità di tonalità e sfumature anche all’interno dello stesso colore. Un livello intermedio invece è rappresentato da alcune zone del Casertano, laddove la possibilità di trovare aziende di grosse dimensioni ha permesso lo sviluppo di accordi con industrie di trasformazione, consentendo la crescita di zone con una notevole variabilità di colore, come è avvenuto nella Piana del Sele. Infine nella Pianura campana la lattuga è trapiantata su terreno in piano a file semplici, normalmente senza pacciamatura per facilitare i movimenti all’interno degli apprestamenti, che in questo caso sono in prevalenza tunnel. La fertirrigazione è applicata solo dalle aziende di maggiori dimensioni. Gli investimenti sono più elevati, fino a raggiungere le 14 piante al metro quadrato, onde ottenere pezzature dei cespi più ridotte e idonee al conferimento presso la grande distribuzione. In molti casi sono i commercianti intermediari, provenienti da altre zone della regione, a giocare un ruolo importante nella commercializzazione.

Influenza della coltivazione sul paesaggio

Nel paragrafo precedente si è messo in evidenza come partendo dal tipo di coltivazione e, conseguentemente, dalle tecniche adottate sia possibile tracciare un quadro dello sviluppo raggiunto e della storia dei comprensori. La coltivazione delle insalate su larga scala in pieno campo, sia per la brevità del ciclo colturale sia per il ridotto sviluppo in altezza, influenza poco l’orizzonte visivo. D’altra parte, però, l’osservazione del tipo di coltivazione può essere utile per avere un’idea quasi immediata sull’utilizzo dei suoli agrari e sul tipo di aziende presenti in un dato territorio a vocazione orticola. Discorso a parte merita l’enorme sviluppo avuto dalle coltivazioni in serra delle insalate per la quarta gamma che non a caso ha interessato la Piana del Sele, comprensorio della Campania tecnicamente più avanzato e con dimensioni aziendali maggiori. Tale sviluppo ha contribuito al profondo cambiamento dello scenario e del panorama del comprensorio. Si pensi che oltre 1900 ha di serre e tunnel in plastica hanno visto la luce negli ultimi anni creando un nuovo paesaggio, soprattutto in aree dove spesso le coltivazioni o non erano presenti o erano di altra natura. Tale sviluppo ha avuto ripercussioni anche sulla biocenosi del territorio; si pensi all’effetto che ha su insetti e uccelli il forte riflesso prodotto dalla plastica di copertura. La copertura di grosse estensioni influenza anche la composizione floristica, la qualità e quantità dei patogeni e dei parassiti delle piante, lo stato di fertilità e le comunità microbiche dei suoli. Inoltre le acque meteoriche, non potendosi infiltrare, devono trovare nuove strade con la conseguente necessità di attuare più efficienti sistemazioni, che contribuiscono a cambiare ulteriormente la struttura del territorio. È chiaro che come diretta conseguenza si verifica anche il cambiamento delle professionalità richieste per gli operatori in questo settore. Sempre di più, infatti, la richiesta di manodopera è legata alla ricerca di operai specializzati nell’utilizzo di macchine raccoglitrici, trattrici e seminatrici. Sempre minore è invece la richiesta di operai non specializzati, tanto che nelle aziende che coltivano solo prodotti da sfalcio non è raro ritrovare pochi operai specializzati a gestire la produzione di molti ettari di serre. Anche i professionisti, che dapprima erano impegnati nel seguire diverse aziende, ora sono spesso legati a una sola realtà aziendale; questo sia per l’estensione delle singole aziende sia per il sempre più marcato bisogno di seguire tutta la burocrazia alla base delle certificazioni, molto ampia soprattutto per i prodotti di quarta gamma. La figura dell’agronomo come “tecnico aziendale” impegnato a tempo pieno in una sola realtà produttiva sta ormai diventando realtà. Da questo quadro è facile immaginare quali cambiamenti possano essere indotti da questo tipo di coltivazione dal punto di vista sia dell’impatto ambientale, sia sociale ed economico.

 


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