Volume: le insalate

Sezione: paesaggio

Capitolo: insalate in abruzzo

Autori: Domenico D'Ascenzo, Battista Bianchi

Nella regione Abruzzo il comparto orticolo riveste, nel complesso, una notevole importanza e costituisce più del 20% della produzione lorda vendibile (PLV) agricola, secondo solo alla viticoltura. Le coltivazioni sono essenzialmente localizzate, per le aree prospicienti la costa, nei numerosi fondovalle che solcano trasversalmente la regione e, per l’entroterra, nel bacino del Fucino, altopiano di circa 13.000 ha a circa 700 m slm, che presenta una naturale vocazionalità per queste colture grazie alle sue caratteristiche pedoclimatiche (terreni freschi, sciolti, naturalmente dotati di macro- e micronutrienti ricchi di sostanza organica, elevata capacità idrica dovuta alla risalita capillare della sottostante falda freatica, possibilità di irrigazione mediante i canali di bonifica) e che consente di ottenere prodotti di eccellente qualità. Da circa un decennio, poi, si è sviluppata un’interessante area serricola nei comuni di Miglianico e Ripa Teatina, nella vallata del Foro. Riguardo alle insalate (lattughe, indivie) e al radicchio, l’Abruzzo rappresenta circa l’8% della superficie nazionale coltivata. Le prime, per un totale di circa 1850 ha, sono così distribuite: provincia di Teramo 600 ha (equamente ripartite tra lattughe e indivie), provincia di Chieti 200 ha, provincia di Pescara 50 ha (in entrambi i casi quasi esclusivamente lattuga), provincia de L’Aquila (Fucino) 1000 ha (500 scarola, 450 indivia, 50 lattuga). Il radicchio, invece, si attesta intorno ai 1400 ha, l’80% dei quali viene coltivato nell’areale fucense, ponendo la regione, con una produzione superiore alle 20.000 t, al secondo posto nel panorama nazionale, seconda solo al Veneto. È importante sottolineare che questa produzione è, per la quasi totalità, a ciclo estivo-autunnale, caratteristica che la diversifica da tutte le altre produzioni italiane (destagionalizzazione della produzione fucense). Ovviamente da un anno all’altro si registrano oscillazioni negli investimenti in relazione agli andamenti di mercato, che negli ultimi anni sono risultati, purtroppo, particolarmente altalenanti e che in alcuni casi hanno addirittura scoraggiato gli agricoltori, tanto da indurli al mancato raccolto. Le rese produttive oscillano per i radicchi tra i 150 e i 300 q/ha a seconda della maggiore o minore precocità delle coltivazioni, ovviamente con valori maggiori per le varietà più tardive, mentre si attestano intorno ai 250 q/ha per le lattughe a cappuccio, 300350 q/ha per le lattughe romane e 350-400 q/ha per indivie ricce e scarole. Riguardo alle varietà, vengono coltivate molte tipologie di lattughe, sebbene si registri una prevalenza di quella romana, seguita dalla cappuccio e, in minore quantità, da iceberg, batavie e, ultimamente, piccoli quantitativi di altre tipologie, quali gentilina e foglie di quercia. Per i radicchi prevalgono le varietà a palla rossa, tipo Chioggia (Indico e Caspio a ciclo precoce, Leonardo a ciclo medio e molto produttivo, Rossini tra le varietà a ciclo tardivo), e in minor misura quello lungo, rosso, tipo trevigiano (tra questi la varietà più coltivata e affermata risulta essere il Fiero, a ciclo precoce, 70 giorni dal trapianto). Tra le cicorie, infine, prevale senz’altro quella “pan di zucchero”, della quale si ha una discreta produzione nell’altopiano del Fucino, con coltivazioni estive e autunnali; le varietà più affermate risultano essere la Jupiter, a ciclo precoce (70 giorni dal trapianto), e la Uranus, a ciclo medio-tardivo (80-90 giorni dal trapianto). Queste produzioni vengono destinate interamente ai cosiddetti “tagliatori” per produzione di insalate miste in quarta gamma. Anche una buona parte delle scarole e un quantitativo minore di indivie vengono raccolti per questa utilizzazione. La scelta varietale è condizionata essenzialmente dalle caratteristiche morfologiche e dalla resistenza genetica alla peronospora (Bremia lactucae), oltre che dalla produttività. Particolarmente apprezzati sono, dal punto di vista morfologico, la colorazione (verde chiaro o scuro), la brillantezza e caratteristiche come foglie poco bollose, colletto piccolo, pezzatura dei cespi ecc. Condizionante è anche la destinazione finale del prodotto: per esempio, i mercati laziali e, in genere, quelli dell’Italia centro-meridionale prediligono lattughe e scarole a colorazione verde chiaro, le cosiddette “bionde”, mentre i mercati dell’Italia settentrionale le preferiscono di tonalità verde scuro; per le scarole destinate al taglio in quarta gamma è importante una dimensione medio-grande dei cespi, mentre, al contrario, per il mercato del fresco classico è richiesta una dimensione piccola dei cespi. Ovviamente la scelta delle varietà viene effettuata anche in funzione del ciclo di coltivazione poiché quelle a giorno corto, meno esigenti riguardo a luminosità e temperatura, vengono utilizzate nelle produzioni primaverili e autunnali, mentre quelle a giorno lungo trovano impiego nei trapianti estivi. L’offerta di prodotto regionale copre quasi l’intero arco dell’anno in quanto nelle aree costiere, caratterizzate da climi miti, prevalgono i cicli autunno-vernini, mentre nel Fucino prevalgono i cicli primaverili-estivi a partire dal mese di aprile. Frequentemente, soprattutto nel Fucino, per anticipare le coltivazioni (trapianti precoci a metà marzo-fine aprile) e proteggerle dal ritorno di freddi improvvisi con “gelate tardive”, si fa ricorso alla protezione degli impianti con teli bianchi di TNT (tessuto-non tessuto), che vengono rimossi con tempestività non appena le temperature tornano ad alzarsi, al fine di evitare inconvenienti legati a scottature superficiali dei cespi e al ristagno dell’umidità, che predispongono agli attacchi delle crittogame. Ultimamente gli impianti vengono effettuati ricorrendo quasi per intero alla tecnica del trapianto; la semina diretta non viene più praticata per evitare le onerose pratiche del diradamento e le successive scerbature manuali, e quindi anche per sopperire alla mancanza di manodopera necessaria per l’esecuzione di tali operazioni colturali. Inoltre con tale tecnica, abbreviandosi il ciclo colturale della pianta di alcune settimane (3 o 4, a seconda delle varietà interessate), si riesce a effettuare anche due cicli di coltivazione; nel Fucino tale evenienza è frequente, in modo particolare dopo i primi trapianti primaverili. Per le lattughe, i sesti di impianto consigliati oscillano tra i 30 cm lungo le file e i 40 cm tra di esse, con investimenti di circa 80.000 piante/ha; per indivie e scarole, invece, si tende a realizzare investimenti minori, circa 60.000-70.000 piante/ha, con distanze tra le file non inferiori a 40 cm, al fine di garantire la necessaria compattezza dei cespi. Naturalmente la scelta dei sesti d’impianto più confacenti dipende da molteplici aspetti, tra i quali giocano un ruolo di primaria importanza le caratteristiche varietali (dimensione dei cespi), come pure l’adozione di alcune pratiche colturali (per esempio l’impiego dell’irrigazione a goccia anziché di quella a pioggia o per aspersione). Le piantine provengono, in massima parte, dai vivai operanti in regione. Altri aspetti molto importanti riguardano le tecniche colturali relative all’irrigazione, al diserbo e alla difesa fitosanitaria. L’irrigazione per aspersione è ancora il sistema più utilizzato, soprattutto quello a bassa pressione, al fine di evitare l’eccessivo compattamento del terreno (con irrigatori fissi e mobili, ala piovana); negli ultimi anni sta assumendo, però, sempre maggiore interesse e diffusione il sistema della microirrigazione attraverso impianti a manichetta che, tra l’altro, vengono utilizzati anche per la fertirrigazione. Riguardo al diserbo, prevale quello effettuato in pretrapianto e pre-emergenza delle infestanti. Com’è noto, le caratteristiche merceologiche di tutte le insalate giocano un ruolo determinante ai fini commerciali, tanto che la presenza di imperfezioni di qualsiasi natura non è tollerata e comporta spesso l’impossibilità di collocare il prodotto. In quest’ottica la difesa fitosanitaria assume senz’altro un ruolo strategico, anche perché è sempre più pressante la richiesta da parte dei consumatori, e quindi della filiera distributiva, di prodotti “sicuri” per quel che riguarda i residui di agrofarmaci. Le strategie di difesa più comunemente adottate sono essenzialmente di tipo preventivo nei confronti delle malattie crittogamiche, essendo le soglie di intervento nulle o molto basse; per i fitofagi, invece, gli interventi vengono effettuati, generalmente all’inizio delle infestazioni, attraverso un accurato e frequente controllo visivo. Molta cura è posta, ovviamente, nella scelta degli agrofarmaci e in questo senso vengono largamente utilizzati i Disciplinari regionali di produzione integrata, ormai largamente condivisi dalle organizzazioni dei produttori e dalla GDO. Un sicuro elemento di semplificazione della difesa è costituito dalla scelta e dall’impiego di cultivar resistenti e/o tolleranti ad alcune avversità che vengono proposte dalle ditte sementiere e dai vivaisti, sebbene molto spesso la ricerca e il miglioramento genetico siano vanificati dall’estrema dinamicità del comparto per quanto attiene al continuo aggiornamento varietale. Tra le crittogame, la patologia che più preoccupa gli agricoltori per diffusione e intensità di attacco è la peronospora (Bremia lactucae), soprattutto nel Fucino, a causa delle caratteristiche climatiche della zona, segnatamente le rugiade, che spesso assumono il carattere di vere microprecipitazioni. Invece il marciume del colletto, causato da Sclerotinia sclerotiorum e S. minor, determina danni soprattutto in prossimità della raccolta, con marcescenze e scadimenti qualitativi delle produzioni. Tra i fitofagi le nottue fogliari, in particolare Mamestra spp. e Autographa gamma, e gli afidi, segnatamente Nasanovia ribis-nigri su lattuga, Myzus persicae e Macrosiphum euphorbiae su radicchio e scarola, sono le specie più diffuse e pericolose. Sono senz’altro da segnalare, limitatamente all’areale fucense, significative e sempre più diffuse infezioni del virus dell’appassimento maculato del pomodoro (Tomato Spotted Wilt Virus, TSWV), veicolato dalle neanidi di tripidi, che sta diventando il fattore limitante per la produzione estiva (nei mesi di luglio e agosto) di radicchio e indivia, con danni talora molto elevati. Infine, per quanto riguarda la commercializzazione, la quasi totalità delle produzioni è destinata al mercato fresco e l’immissione sul mercato viene gestita, in egual misura, da operatori privati, cooperative e associazione di produttori. Quasi il 70% della produzione è destinato ai mercati nazionali, anche se sono in costante aumento le esportazioni verso i Paesi europei, in modo particolare per i radicchi del Fucino a produzione estiva. Sono altresì in diminuzione gli agricoltori che vendono la produzione “a campo”, conferendo il prodotto a terzi che ne curano anche la fase di raccolta. Sempre maggiore attenzione viene posta anche alla produzione di quarta gamma, soprattutto per quel che riguarda la cicoria pan di zucchero e le indivie (indivia riccia e indivia scarola); non mancano cooperative e operatori privati specializzati in questo segmento, con produzioni altamente qualificate. Sicuramente, un maggiore impulso nella fase di commercializzazione dovrebbe essere fornito dai Consorzi di valorizzazione già presenti sul territorio, attraverso operazioni di marketing, sui mercati nazionali ed esteri, che sottolineino la tipicità di un prodotto dalle elevate caratteristiche organolettiche e lo pongano in risalto legandolo a un ambiente di coltivazione “salubre”, al fine di premiare, anche dal punto di vista economico, gli agricoltori che operano in un comparto altamente qualificato.

 


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