Volume: la vite e il vino

Sezione: coltivazione

Capitolo: impianto

Autori: Leonardo Valenti

Le sistemazioni

La sistemazione è il modo con cui vengono disposti i filari in relazione alla pendenza del terreno da impiantare a vigneto. Nelle sistemazioni idrauliche vengono distinte le situazioni di collina da quelle di pianura. In collina, l’eliminazione delle acque in eccesso è un problema che riguarda il convogliamento delle stesse in modo da evitare i rischi di erosione, ovviamente maggiori all’aumentare della pendenza. In pianura i filari si orienteranno parallelamente al lato più lungo dell’appezzamento da impiantare e dovranno possibilmente avere l’orientamento nord-sud. In collina, le pendenze più o meno accentuate, determinano scelte di orientamento differenziate che tengano conto sia dello scolo delle acque meteoriche, sia delle agevolazioni alle operazioni colturali. Quando la pendenza del terreno è limitata e uniforme diventa facile sistemare i filari in modo da favorire la meccanizzazione e avere la migliore esposizione alla luce.

Sistemazioni di collina

Sistemazione a rittochino. La sistemazione dei filari nel senso della massima pendenza, facilita la meccanizzazione, contribuisce al corretto deflusso delle acque, accentuando però i problemi del dilavamento e dell’erosione del terreno, per limitare i quali si può oggi positivamente contribuire con la tecnica dell’inerbimento. Il rittochino non pone particolari vincoli alla meccanizzazione, se non quello della pendenza nel momento in cui questa diventa superiore al 35-40%. Assai più difficoltosi riusciranno i lavori colturali manuali e ciò soprattutto nel caso di terreni a forte pendio per il disagio a doverli percorrere in salita e in discesa. Nel caso di vigneti con diverse inclinazioni nello stesso appezzamento, viene adottata la sistemazione a spina che permette di mantenere l’orientamento dei filari in massima pendenza.

Sistemazione in traverso. Molto utilizzata in passato, quando le lavorazioni del terreno nel vigneto venivano fatte manualmente o con l’ausilio della forza animale (cavalli, buoi ecc.) ed era necessario avere condizioni di terreno in piano per poter lavorare in modo ottimale e senza perdite di tempo. Ha lo scopo prevalente di trasformare i pendii in una serie di appezzamenti di sufficiente ampiezza e di difenderli dal dilavamento, frenando il deflusso delle acque, facilitandone anche la conservazione. I filari possono essere orientati secondo le curve di livello senza modificare la pendenza naturale. Quando però la pendenza naturale supera il 6% circa, le distanze tra i filari devono essere maggiori (almeno 2,50 m), per permettere il passaggio di trattori sufficientemente grossi da essere stabili. Quando la pendenza si avvicina al 20% il profilo naturale viene di solito modificato mediante piccole rive che raccordano un filare con l’altro, per permettere di creare piani che evitino il ruscellamento delle piogge e rendano più agevoli i lavori e facilitino il passaggio delle macchine.

Terrazzamenti e ciglionamenti. Quando le pendenze del terreno superano il 40-45% è necessario ricorrere a forme che prevedano la modificazione del versante attraverso l’uso di macchine per il movimento della terra. Queste creano superfici più o meno ampie che permettono la localizzazione di uno o più filari. In molti casi è essenziale utilizzare strutture prefabbricate per la formazione di sostegni (muri, gabbie ecc.) che consentano la stabilità del ciglione o del terrazzo. Elevati sono i costi di realizzazione e di manutenzione ma è notevole l’effetto estetico. Esempi importanti in molte zone d’Italia (Valtellina, Cinque terre, Etna, isole del Tirreno, Valle d’Aosta, Alta Langa ) e all’estero in Germania (Mosella), in Svizzera (lago di Ginevra) e in Austria. Tra le forme di sistemazioni più arcaiche ricordiamo infine:
a girapoggio. Ritenuta non più utilizzabile in quanto i filari risultano curvilinei e quindi meno adatti all’uso delle macchine; – a cavalcapoggio. Forma che rispetta il parallelismo dei filari, ma questi risultano su pendenze diverse e variabili.

Sistemazioni di pianura
Vengono attuate nei terreni pesanti (argillosi) per eliminare eventuali ristagni superficiali durante le piogge e permettere il drenaggio dell’acqua che imbeve la macroporosità del terreno. Queste sistemazioni prevedono la formazione di baulature e di un sistema fitto ed efficiente di scoline che permettono inoltre di allontanare l’acqua in terreni dove si nota la formazione di falde temporanee, la presenza di inondazioni transitorie e ristagni di acqua, zone di umidità e pantano. Nei terreni sciolti o facilmente percolanti non si utilizzano queste sistemazioni per la naturale capacità del terreno di eliminare le acque in eccesso.

Forme di allevamento della vite

Il viticoltore impiega i primi anni dell’allevamento della vite a costituire un fusto in grado di portare i tralci fruttiferi; il fusto viene appoggiato a una palificazione più o meno complessa e robusta. Il complesso della palificazione e del modo di disporvi fusto e tralci va sotto il nome di sistema di allevamento o forma di allevamento. La scelta della forma di allevamento è sicuramente una delle più importanti decisioni che il viticoltore si trova a compiere al momento dell’impianto. Optare per un sistema, piuttosto che per un altro implica la scelta di una serie di fattori che andranno a determinare l’intera struttura del vigneto, condizionandone in maniera più o meno permanente sia i risultati quantitativi che quelli qualitativi; dal tipo di impostazione dipende inoltre la facilità o meno di gestione durante le fasi di allevamento e di produzione, quindi in definitiva, la redditività della coltura. Le forme di allevamento, sulla base delle loro caratteristiche strutturali (altezza, disposizione nello spazio dei germogli e densità della chiome), influenzano in modo decisivo gli equilibri tra la fase vegetativa e quella produttiva della vite, determinando fortemente in questo modo anche la qualità del prodotto finale. Non esiste un’unica tipologia di impianto che possa essere proposta per massimizzare il reddito, in quanto ogni situazione viticola rappresenta un caso a sé stante; in primo luogo gli elementi che si vanno a considerare nell’impianto di un vigneto sono quelli che riguardano la morfologia della forma di allevamento, quelli che, in sostanza, più incidono sull’efficienza delle piante, sul tipo di prodotto finale e sulle tecniche di gestione che si andranno ad adottare. Emerge chiaramente come le diverse forme di allevamento, in base alla loro struttura, siano caratterizzate da chiome più o meno espanse e che la gestione della chioma della vite ha un’azione determinante sulla qualità dell’uva in funzione al vino che si vuole ottenere. Già al momento dell’impianto, la scelta dei sesti (le distanze delle piante sulle file e tra le file), del portinnesto e della forma di allevamento andrà a influire sul rapporto chioma/radici; successivamente, il piano di nutrizione, la potatura estiva e invernale e infine la gestione del terreno, condizioneranno l’efficienza della chioma, ossia la sua capacità di intercettare la luce, di convertirla in sostanza secca e di convogliarla, infine, ai grappoli. L’obiettivo è di raggiungere un giusto rapporto tra superficie fogliare attiva esposta e peso dell’uva prodotta, per conseguire la qualità del vino desiderata. È stato dimostrato infatti che un elevato contenuto zuccherino nelle bacche si ottiene con un elevato rapporto tra superficie fogliare e peso dei frutti. È indispensabile garantire un’utilizzazione ottimale dell’energia solare e quindi un’adeguata captazione dell’energia solare da parte dell’apparato fogliare. Le foglie devono essere ben esposte, al fine di assicurare un buon livello di attività fotosintetica, fondamentale per la produzione di elaborati indispensabili per lo sviluppo della pianta, per la buona lignificazione dei tralci, per un accumulo intenso di polifenoli nella buccia e dunque un elevato tenore zuccherino nelle bacche; in sostanza per garantire una corretta maturazione dei grappoli (non dimentichiamo che lo scopo è quello di ottenere la migliore qualità di vino per una determinata produzione a ettaro). Le foglie ombreggiate da più di uno strato di altre foglie ricevono una quantità di energia insufficiente a realizzare un’attività fotosintetica ottimale, e dal momento che la vegetazione costituisce l’organo preposto alla captazione dell’energia solare destinata alle funzioni produttive delle piante, maggiore è la radiazione incidente a disposizione delle foglie, migliore risulterà l’attività fotosintetica, quindi maggiore sarà la produzione di elaborati destinati ai grappoli in accrescimento. Il presupposto da cui si parte è che una certa quota di energia captata dalla parete vegetale sia tanto più efficacemente sfruttata, quanto maggiore è il numero di foglie su cui si ripartisce l’energia incidente. Quindi una parete vegetale ben distribuita si traduce in una maggiore efficacia della superficie fogliare, che sarà quindi tanto più efficiente, quanto meno sarà affastellata e più uniformemente ripartita. Il volume della parete vegetale dovrà essere sufficientemente aperto per offrire la più grande superficie possibile alla luce e per ridurre le perdite di energia luminosa che ricade sul suolo. Inoltre è stato dimostrato che chiome particolarmente dense di vegetazione creano un ombreggiamento troppo accentuato sulla fascia produttiva, che frequentemente si traduce in scarsa colorazione (per le uve rosse), pH e acidità totale troppo elevati e prevalenza di sostanze aromatiche che esaltano, spesso in modo squilibrato, il gusto “erbaceo” dei vini. Il modo migliore di coltivare la vite è quello di fare in modo che l’esposizione delle foglie perduri il più a lungo possibile nel corso della giornata; questo risultato non può essere ottenuto che con corrette densità di impianto (numero di viti per ettaro), pareti vegetali ben distribuite e con tralci a portamento eretto, o a ricadere, ma con elevata capacità di intercettamento della luce. Occorre inoltre garantire un buon arieggiamento dei grappoli, i quali, come le foglie, devono trovarsi giustamente esposti alla luce e ben distribuiti sulla pianta. Questo per evitare squilibri microclimatici che, incidendo sul trasporto degli elaborati dalle foglie ai grappoli, potrebbero ripercuotersi negativamente sul contenuto del succo delle bacche, nonché per favorire l’accumulo di polifenoli, la degradazione dell’acido malico nelle bacche e per contenere lo sviluppo dei marciumi dell’uva.

Forme di allevamento del passato

I presupposti per la moderna viticoltura hanno avuto origine da due concezioni viticole completamente diverse: alla “scuola” etrusca, che considerava la vite come una liana e allevava le viti su sostegni vivi spesso molto alti, sono da ricondurre le forme di allevamento molto alte quali le alberate campane, toscane e della Pianura Padana. Viceversa, la testimonianza dell’influenza greca nella cultura viticola della penisola italiana è rappresentata dalla forma ad alberello, più o meno palificato o “incannato”, ancora oggi molto diffusa nelle zone meridionali del nostro Paese. L’influenza di queste correnti di pensiero ha avuto ripercussioni difformi nelle regioni della penisola: i greci razionalizzarono la produzione viticola nell’Italia meridionale, gli etruschi in parte in Campania, in Toscana e, successivamente, i romani nel resto della penisola. La progressiva evoluzione che si è consolidata con il trascorrere degli anni, indirizzata ad assecondare le esigenze tecniche ed economiche del viticoltore, ha dovuto confrontarsi con l’enorme variabilità delle condizioni pedoclimatiche della penisola; è così che la forma d’allevamento può dirsi “…l’ espressione della storia enologica di un territorio, di come i viticoltori abbiano modellato le viti per farle produrre al meglio in quell’ambiente secondo le loro esigenze”. Così, attraversando da nord a sud l’Italia, si passano in rassegna le pergole del territorio alpino, i tendoni veneti, le spalliere piemontesi, toscane e umbre, le alberate aversane, i tendoni pugliesi e gli alberelli calabresi e siciliani.

Componenti della forma di allevamento

Altezza dell’impalcatura
La temperatura dei bassi strati dell’atmosfera varia in funzione dell’allontanamento dalla superficie del suolo e varia tra il giorno e la notte. Durante il giorno il bilancio tra energia radiante ricevuta e quella emessa è positivo e la superficie del suolo aumenta la propria temperatura. Di notte avviene il contrario: la temperatura della superficie del suolo diminuisce per l’emissione di raggi infrarossi che si disperdono nell’aria e la temperatura è tanto più bassa quanto più ci si avvicina al suolo. L’aumento dell’altezza del tronco è compatibile solo con un vigore elevato delle piante, coltivate in terreni ben forniti di acqua durante il periodo vegetativo. Una forma di allevamento alta consente di diminuire i rischi delle gelate invernali e tardive primaverili e l’incidenza delle malattie, per contro induce maggiore sensibilità alla siccità e riduce l’effetto del calore del suolo. In linea generale occorre ricordare il fenomeno secondo il quale la vigoria dei singoli germogli è più elevata nelle forme basse, in quanto è ridotta la distanza fra apparato radicale e apparato epigeo. Viceversa le forme alte riducono la vigoria (lunghezza, peso) dei singoli germogli. La vigoria del ceppo dipende maggiormente dalla forma di allevamento, le forme alte ed espanse hanno di norma una vigoria del ceppo (peso dei tralci) più elevata.

Disposizione nello spazio dei germogli
È stato rilevato che le viti allevate con orientamento verticale dei germogli presentano maggiore vigore e un maggiore numero di fiori, rispetto alle viti i cui germogli sono allevati orizzontalmente. Questo è confermato da numerose ricerche che hanno rilevato una migliore nutrizione dei germogli cresciuti verticalmente. In altre ricerche è risultato che l’orientamento verso il basso riduce il vigore dei germogli, le dimensioni delle foglie, la lunghezza degli internodi, lo sviluppo delle femminelle e la produzione di legno di potatura, rispetto a piante con orientamento dei germogli verticale oppure orizzontale. Da numerose indagini svolte su vari vitigni e in diverse zone d’Italia è emersa una correlazione positiva tra il peso dei germogli e il contenuto in zucchero dei mosti.

Influenza della chioma su traslocazione e accumulo degli elaborati verso i grappoli
La qualità e la composizione dell’uva sono il risultato dell’accumulo nei grappoli di sostanze elaborate dalle foglie. Da qui emerge il concetto base dell’equilibrio vegeto-produttivo, ossia l’individuazione del giusto rapporto tra la superficie fogliare ben esposta e il quantitativo di uva prodotta, fra cui vanno ripartiti gli elaborati; è quindi indispensabile che si instauri un equilibrio ottimale tra quella che è la disponibilità e la richiesta di carboidrati. È stato verificato che la produzione trova un suo optimum di equilibrio con 1 kg di uva prodotta per metro quadrato di superficie fogliare esterna illuminata. È pertanto evidente che, in qualsiasi tipo di chioma, il raggiungimento della piena maturazione dipende dal raggiungimento di una soglia minima.

Forme d’allevamento: aspetti fisiologici, tecnici ed economici

La forma di allevamento, struttura architettonica che viene imposta alla pianta per ottimizzare i rapporti esistenti tra la fase vegetativa e quella produttiva, è la risultante delle caratteristiche varietali (portamento, vigoria ecc.) che il viticoltore modula con l’utilizzo di opportune tecniche agronomiche; la vite, grazie a un’elevata plasticità vegetativa offre, da questo punto di vista, numerose opportunità. La scelta di una forma di allevamento assume sicuramente un valore di primaria importanza per l’ottenimento degli obiettivi enologici ed economici preposti, ma non può essere svincolata dai parametri peculiari e caratterizzanti del territorio in cui viene a trovarsi; le caratteristiche varietali, il vigore della combinazione d’innesto, la fertilità del suolo e le condizioni climatiche impongono al viticoltore la scelta di una forma di allevamento che meglio si adatti e che meglio esprima le potenzialità del territorio. Per avere la migliore qualità possibile con il massimo contenimento dei costi economici, la scelta del sistema di allevamento della vite (inteso come forma di allevamento e densità di impianto) deve seguire dei principi fisiologici e agronomici. Partendo dal concetto che la vite, come ogni organismo vegetale superiore, ricava la propria energia dalla luce solare attraverso la fotosintesi, che è il motore biochimico che consente alla pianta di svilupparsi, fruttificare e riprodursi e che la qualità e la composizione dell’uva sono il risultato dell’accumulo nei grappoli di sostanze elaborate nella foglia, si capisce come l’individuazione del giusto rapporto tra la superficie fogliare e il quantitativo di uva prodotta diventa basilare per individuare l’equilibrio vegeto-produttivo della pianta. Proprio per questo motivo, da alcuni anni si è introdotto il concetto di superficie fogliare esterna illuminata (Sfei) che è un effetto diretto della forma di allevamento. In questo senso, se l’ottimizzazione della disposizione della chioma fosse il solo obiettivo da perseguire, la scelta della forma di allevamento cadrebbe verso quei sistemi in cui la radiazione solare, parametro non modificabile dall’uomo, andrebbe a colpire la chioma in maniera perpendicolare, ossia i tendoni e le pergole. Spesso, però, questi sistemi espansi presentano strati fogliari che non svolgono attività fotosintetica, poiché ricevono una quantità più limitata di energia radiante e mostrano una proporzionale riduzione di efficienza. La capacità di intercettare l’energia radiante è una funzione sia dei parametri strutturali riferibili alla singola pianta (altezza, superficie esposta, spessore della chioma e portamento della vegetazione), sia, più in generale, delle caratteristiche del vigneto (distanza e orientamento dei filari). Da questo punto di vista, i sistemi a sviluppo verticale o controspalliere si distinguono per una ricezione di energia solare molto variabile rispetto alle altre forme di allevamento e assicurano, in filari con orientamento nord-sud, una efficienza fotosintetica migliore nelle prime ore del mattino e nel pomeriggio, mentre nelle ore centrali, quando la parte più illuminata della pianta è quella superiore, si verificano le perdite di energia al suolo maggiori. A tale proposito, vale la pena sottolineare come la scelta della forma di allevamento debba essere strettamente correlata alla densità di impianto, definita come distanza tra le piante sulla fila e tra le file. Le due variabili, che caratterizzano la fittezza di impianto, incidono in maniera diversa sulle caratteristiche quanti-qualitative del vigneto; la distanza tra i filari infatti, sembra avere un’incidenza superiore sugli aspetti quantitativi della produzione, mentre l’intervallo sulla fila caratterizza di più gli aspetti qualitativi. In riferimento a quanto detto, la distanza tra le file, che deve essere mantenuta a valori maggiori rispetto all’altezza delle pareti vegetative, per evitare l’ombreggiamento di un filare sull’altro, determina il carico di gemme a ettaro e la lunghezza totale delle pareti disponibili sull’unità di superficie. La possibilità di modificare questo parametro è vincolata sia alla forma di allevamento adottata, sia alla necessità di meccanizzazione, nonché alla latitudine e alla vigoria del vitigno; una riduzione della distanza tra i filari, che comporterebbe l’insorgere dei fenomeni di competizione radicale, presupposto per un miglioramento qualitativo della produzione, è possibile solo con una forma di allevamento a spalliera, con altezze dal suolo limitate e con sviluppi vegetativi contenuti. La diminuzione della distanza sulla fila incide, invece, sull’aumento della qualità, fatto spiegabile con una limitazione della produzione di uva per ceppo e con un aumento della densità radicale, i cui effetti positivi si riscontrano in una migliore esplorazione del suolo, in un calo di produttività e in un rendimento metabolico più equilibrato. Questo comportamento fisiologico della vite induce conseguenze qualitative che si possono sintetizzare in una maturazione più completa delle uve, grado zuccherino e antociani delle bucce più elevati, vini sempre riconoscibili, più complessi ed equilibrati, rispetto a quelli ottenuti con basse densità di piantagione. Nel valutare le differenti disponibilità energetiche rilevabili nelle diverse parti della chioma, studi comparativi eseguiti su alcuni sistemi di allevamento (capovolto, GDC, cortina semplice, sistema a T) hanno messo in luce come esista una correlazione positiva tra lo spessore della chioma e il coefficiente di estinzione energetica, definito come differenza tra PPFD (flusso fotonico fotosinteticamente attivo) esterno e interno. A questo proposito, lo stesso studio offre l’occasione di determinare quale sia l’influenza del portamento sulla distribuzione della disponibilità energetica complessiva tra la fascia produttiva e quella vegetativa dei singoli germogli: le forme che derivano dal GDC assicurano una disponibilità energetica di gran lunga superiore in prossimità della fascia produttiva, a differenza di quanto si verifica nel capovolto; a tali differenze è ascrivibile una frazione della variabilità in termini di efficienza nell’accumulo di zucchero nelle bacche. Altri studi hanno rilevato come le foglie ombreggiate da più di uno strato di foglie ricevano una minore quantità di energia che risulta insufficiente per un’attività fotosintetica positiva: in relazione a questo problema, si è visto che una potatura corta, rispetto a una mista, causa un maggiore numero di strati fogliari e che l’accumulo di zuccheri appare significativamente minore nel primo caso. Questo porta ad ipotizzare come un’eccessiva formazione di germogli causi ripercussioni negative sulla maturazione delle uve. Il rapporto tra la superficie fogliare totale e quella esposta ci segnala quale sia l’indice della potenzialità qualitativa del vigneto: il valore ottimale di tale rapporto (1,5-2,5) esprime in pratica la metà del numero degli strati fogliari che compongono la parete. In merito al portamento dei germogli, è stata da più parti confermata la correlazione tra portamento assurgente dei germogli (guyot, cordone speronato) e la loro vigoria: sul piano applicativo, questa relazione suggerisce una diversificazione delle scelte in funzione della fertilità dell’area di coltura e dell’altezza delle strutture per la palificazione del vigneto. Oltre al tipo di potatura, esistono altri parametri strutturali che influiscono sull’espressione vegeto-produttiva della pianta in relazione al sistema di allevamento adottato: l’altezza da terra e la disposizione nello spazio dei germogli, parametri tra di loro correlati, hanno effetti diretti sull’espressione vegeto-produttiva e sul vigore della pianta. In particolare si è rilevato che viti allevate con portamento verticale, rispetto a forme di allevamento orizzontali dei germogli presentano più intenso vigore e un numero maggiore di primordi fiorali. La variazione della percentuale di germogliamento, indotta dalla forma di allevamento, influenza il gradiente basipeto responsabile della dominanza apicale: tale prerogativa, tipica delle piante acrotone, è particolarmente accentuata nelle forme che, richiedendo la curvatura della vegetazione, possono indurre il fenomeno delle gemme cieche. Tuttavia, nei sistemi a tralcio rinnovabile (per esempio guyot), in cui tutte le gemme sono collocate sullo stesso capo a frutto, tale comportamento risulta più accentuato rispetto alle forme a cordone permanente, in cui la carica di gemme è distribuita su corti speroni, dove il germogliamento è più uniforme e la distribuzione della vegetazione più omogenea. Nonostante questo, alcuni lavori confermano l’ipotesi di una mancanza di una correlazione tra la carica di gemme e la produzione correlata; la pianta, infatti, è in grado di attuare sistemi di autoregolazione che comportano un’accentuata schiusura di gemme secondarie fertili e un aumento del peso medio del grappolo e, viceversa, l’accecamento di alcune gemme, qualora il loro numero risulti eccessivo e non compatibile con le attitudini varietali. A supporto di questa tesi, in Emilia Romagna, il confronto tra alcune forme di allevamento adeguatamente potate ha dimostrato che esiste una certa omogeneità di condotta relativa alla produttività, calcolata sull’unità di cordone o tralcio, e caratteristiche compositive del mosto. Le operazioni colturali in verde rimangono lo strumento principale per riequilibrare il rapporto tra la fase vegetativa e quella produttiva della pianta; in particolare, la cimatura dopo la fioritura permette lo sviluppo di femminelle e i risultati evidenziano come al crescere del numero di interventi di taglio in verde corrisponde un crescente numero di femminelle, le quali, messe in correlazione con il contenuto zuccherino dei mosti, mostrano una correlazione positiva tra questi due parametri. La cimatura e il diradamento dei grappoli si sono dimostrati strumenti in grado di riequilibrare il rapporto vegetoproduttivo della pianta: in conseguenza alla riduzione di produzione per germoglio, appaiono significativi sia l’aumento del contenuto zuccherino sia l’incremento del peso medio del germoglio. Fattori di ordine genetico e climatico possono concorrere alla scelta di determinate forme di allevamento in combinazione con alcuni vitigni e ambienti: la fertilità di alcune gemme lungo il tralcio, infatti, si diversifica in funzione della varietà e in ragione delle condizioni climatiche (temperatura, durata e intensità di illuminazione) che si verificano nel periodo della differenziazione delle gemme. Il sistema di allevamento assume la massima importanza quando si prende in considerazione l’interazione tra il microclima della chioma e l’incidenza delle malattie fungine o dei fitofagi; l’influenza che la forma di allevamento esercita sull’evoluzione della superficie fogliare e sull’ombreggiamento incide sulle condizioni sanitarie della pianta. Squilibri a carico dei principali parametri microclimatici (temperatura, umidità relativa, luminosità) favoriscono notevolmente l’andamento epidemico delle principali fitopatologie fungine della vite: peronospora, oidio, botrite, marciume acido. In generale, in condizioni di minor disponibilità di luce, con temperature basse e con maggiore umidità relativa, le possibilità di uno sviluppo di patologie è decisamente maggiore. Studi comparativi condotti in Piemonte hanno messo in evidenza come, tra svariate forme di allevamento, le meno esposte ad attacchi crittogamici fossero il guyot e il cordone speronato. Anche nei riguardi di sviluppi epidemici di flavescenza dorata è stata messa in luce una possibile incidenza della forma di allevamento: su varietà Sangiovese è stato osservato che maggiormente colpite sono state le viti allevate a GDC rispetto ad altre allevate a sylvoz, casarsa, cordone speronato, capovolto e guyot; in particolare tra queste ultime, il guyot è risultato il sistema meno colpito. Appare chiaro che la scelta adeguata di un sistema di allevamento alle condizioni climatiche della zona possa rivelarsi uno strumento efficace per una protezione integrata della vite, contribuendo in maniera sensibile all’abbattimento del numero di trattamenti antiparassitari con logici alleggerimenti dei costi di gestione e migliorie dal punto di vista qualitativo. Naturalmente, verificare l’idoneità di una forma di allevamento nei riguardi dei fattori ecofisiologici non esaurisce il discorso attinente alla scelta di un sistema anziché un altro: occorre infatti prendere in considerazione altri fattori connessi alla razionalità ed economicità di gestione dei metodi di allevamento e di conduzione. Le caratteristiche che la forma di allevamento deve possedere perché possa essere meccanizzabile sono la presenza di un cordone permanente, una potatura medio-corta (5-6 gemme) e un’altezza non superiore ai 2 m: le forme che meglio rispettano questi criteri sono il GDC, il cordone speronato e la cortina semplice. Oltre ad avere dei sistemi che garantiscono razionalità e facilità delle lavorazioni, occorre non trascurare i costi dei materiali per l’impianto a partire dalle sezioni dei pali e dalla scelta dei fili più idonei, fino a giungere agli accessori necessari per il completamento dell’impianto. La scelta del sesto di impianto è un fattore colturale importante dal momento che influisce sulla produzione e sulla qualità delle uve e incide in maniera sensibile sui costi di impianto e di gestione del vigneto.

Moderne tendenze

La vite in produzione esprime la sua potenzialità in base al suo portamento e quindi al sistema di allevamento adottato. Le tendenze attuali mirano a:
– sostituire il tradizionale rinnovo annuale del tralcio di potatura con un cordone permanente, per aumentare gli organi di riserva della vite e distribuire la produzione su corti speroni; – contenere lo sviluppo vegetativo dei germogli creando due fasce ben distinte, una fascia ben delimitata per la produzione, anche in vista della raccolta meccanica, e una fascia per la vegetazione; – infittire gli impianti; – disporre di sistemi di allevamento facilmente meccanizzabili, sia per le potature sia per la vendemmia, per abbattere nettamente i tempi e i costi di produzione. Molte regioni tuttavia sono dominate da forme di allevamento alte ed espanse, che in Italia costituiscono il 30% circa, ed è stato ormai ampiamente dimostrato che da queste forme non si ottengono vini di qualità. Inoltre, queste forme, assai produttive, non sono meccanizzabili per quanto riguarda la potatura e la vendemmia, che sono le operazioni più impegnative in termini di impiego di manodopera. Ne deriva che il vigneto deve orientarsi possibilmente verso le spalliere e in particolare verso quelle di facile realizzazione, quando si voglia pensare a meccanizzare la viticoltura e ottenere la qualità. Ciò significa che la viticoltura italiana ha davanti ancora molti anni di intenso rinnovamento; il suo principale problema è ormai quello di porsi nelle condizioni di competere con i costi di altri Paesi. Tuttavia, i costi di produzione non devono essere la sola preoccupazione del viticoltore: il futuro risiede nella qualità, che non si ottiene a costi bassi. La determinazione degli obiettivi enologici ed economici che l’imprenditore agricolo vuole conseguire sono il presupposto per le scelte da attuare al momento dell’allestimento di un nuovo vigneto. Dal tipo di impostazione dipende, infatti, la gestione del vigneto durante le fasi di allevamento e di produzione e le conseguenze delle scelte avranno effetti durevoli nel tempo tanto più se si fa riferimento a quei fattori che sono immodificabili per tutta la durata del vigneto, la cui influenza sulla qualità è decisiva e a volte superiore alle tecniche colturali. La scelta del sistema di allevamento deve essere messa in relazione, e quindi strettamente vincolata, a quei fattori che vengono definiti fissi quali il vitigno, la densità di impianto e il portinnesto, uniti al tipo di terreno e al clima. È dall’interazione di questi fattori che nasce l’impostazione e la gestione del sistema vigneto.

Criteri economici ed esigenze di meccanizzazione

Nei Paesi cosiddetti emergenti in campo viticolo (California, Australia, America del sud, Paesi dell’Est europeo) vengono impiegati ormai metodi e tecniche che sono dettati dal progresso scientifico e che utilizzano sistemi innovativi e all’avanguardia. Anche in Europa, da circa venti anni, è presente una tendenza innovativa nel campo della tecnica viticola in generale e in particolare nelle forme di allevamento. Diventa infatti pressante l’esigenza connessa alla riduzione dei costi, soprattutto mediante una meccanizzazione sempre più spinta. L’adozione delle macchine, al posto del lavoro manuale, risulta vantaggiosa e utile anche per altri motivi, tra cui il fatto che è stato ormai ampiamente dimostrato scientificamente che le forme di allevamento della vite adatte alla meccanizzazione sono più efficienti di quelle tradizionali e che le varietà oggi coltivate ben si adattano anche alla potatura e alla vendemmia totalmente meccanizzate. Attualmente in Italia questo tipo di gestione è praticata su una limitata superficie mentre, in Paesi come la Francia, questa pratica è ormai di gran lunga la più diffusa. Le cause di questa ridotta diffusione sono legate a problemi di tipo strutturale come la limitata superficie media aziendale (solo il 20% circa della superficie vitata si trova in aziende con almeno 10 ha), che comporta una maggiore difficoltà di ammortamento delle attrezzature e le problematiche connesse all’elevata percentuale di vigneti ubicati in zone collinari o di montagna (oltre il 60% del territorio vitato nazionale). Esistono poi problemi di tipo agronomico e fisiologico, quali la grande varietà di forme di allevamento e sistemi di gestione, il più delle volte non adatti alla meccanizzazione, le ridotte conoscenze delle risposte fisiologiche e qualitative dei nostri vitigni a queste innovative modalità di gestione. In questo quadro, il problema più importante da risolvere è quello della meccanizzazione della vendemmia e della potatura invernale; queste due operazioni sono le più onerose in quanto, da sole, incidono per circa il 70% sui costi di produzione dell’uva e hanno le maggiori ripercussioni sulla qualità dell’uva. La possibilità di meccanizzare queste due operazioni è legata in particolare modo alla forma di allevamento adottata, mentre le densità di impianto, anche le più fitte, non sono più un ostacolo all’impiego delle più comuni e importanti macchine per le diverse operazioni colturali.

Forme di allevamento idonee a una razionale meccanizzazione

Ciò premesso, si rileva che le forme più meccanizzabili per la potatura secca sono i cordoni speronati e il cordone libero. Nella potatura invernale, il cordone speronato facilità le operazioni rispetto alla potatura mista che esige l’isolamento e la legatura del capo a frutto. Per quanto concerne la vendemmia meccanica le prospettive migliori sono attualmente offerte dalle spalliere semplici, che consentono l’impiego di macchine sempre più sofisticate, mentre le spalliere doppie sono vendemmiabili solo con macchine a scuotimento verticale. Nella vendemmia si registra maggiore tempo di lavoro nel cordone speronato, per il più intenso addensamento di vegetazione, che ostacola leggermente il distacco dei grappoli. Il guyot, come del resto tutte le forme a tralcio rinnovabile e a potatura medio-lunga (più di 8-9 gemme), non si prestano a una completa meccanizzazione delle operazioni colturali. In particolare, non sono ancora disponibili macchine che possano operare la potatura invernale su guyot, mentre per gli altri interventi, dalle operazioni in verde alla vendemmia, la possibilità di meccanizzare anche questa forma di allevamento è concreta. Per quanto riguarda invece le forme basse a ridotta espansione, quali l’alberello, si può affermare che è possibile meccanizzare la pre-potatura, con rifinitura a mano, mentre non si può meccanizzare la vendemmia. Tuttavia, l’alberello, si può “appiattire” con modifiche della forma di allevamento rendendolo in tal modo meccanizzabile, con macchine scavalcanti a scuotimento orizzontale.

Forme di allevamento della vite

Sistemi a vegetazione assurgente


Alberello. È una forma di allevamento di tradizione greca, che si caratterizza per la ridotta espansione e per la prossimità tra apparato produttivo e terreno (mediamente 40-80 cm) che consente l’allevamento (assenza di sostegni). L’alberello, per la limitata distanza dal terreno e per la bassa esigenza idrica, ha trovato il suo sviluppo in quelle zone viticole dove i fattori climatici rappresentano degli elementi limitanti, aree in cui è ridotta la quantità di acqua utilizzabile dalla pianta o in altre con scarse disponibilità termiche durante l’anno. Infatti lo si trova, in Italia, sia in Valle d’Aosta, sia in Sicilia; lo si ritrova nelle zone più settentrionali d’Europa quali Francia, Germania e Svizzera, oppure lungo del coste del Mediterraneo. Questo sistema trova la migliore espressione su terreni poco fertili e particolarmente siccitosi e consente un’alta densità di impianto; le produzioni di uva, influenzate dal limitato sviluppo della forma di allevamento, risultano ridotte. Le tipologie di questa forma di allevamento si diversificano a seconda del modello di potatura adottato: si passa da una potatura cortissima dell’alberello greco a una corta dell’alberello a vaso, a una potatura media di quello di Alcamo (TP); tutti si distinguono per il numero di branche e speroni: il più diffuso è l’alberello a vaso con 3-4 branche portanti ognuna 1-2 speroni di 2-3 gemme. In base alle caratteristiche di questo sistema di allevamento, risulta difficile una sua meccanizzazione in particolare per la gestione della vegetazione e per la vendemmia.

Cordone speronato. Nella sua concezione classica, con questa forma di allevamento la densità varia da 2500 a 6000 piante/ha, ma si può arrivare anche a 10.000 piante/ha con l’adozione di meccanizzazioni particolari (con trattori scavallanti). Ci possono poi essere delle varianti: il cordone infatti, può diventare bilaterale, quando si hanno due cordoni opposti o sovrapposto, se i cordoni si trovano su due piani diversi e decorrono nella stessa direzione. È un sistema che ben si adatta ai terreni asciutti di media fertilità e a vitigni con una buona produttività delle prime gemme del tralcio a frutto; si contraddistingue per avere un fusto di altezza variabile tra 60-100 cm e un cordone permanente di 0,7-1,5 m di lunghezza, sul quale sono inseriti speroni di 1-3 gemme a una distanza di 15-30 cm. I germogli uviferi si sviluppano verticalmente, sorretti da due fili sovrapposti, tesi lungo l’asse del filare e sostenuti da pali di circa 2-3 m, distanti circa 6-10 m l’uno dall’altro. La potatura di produzione risulta relativamente rapida poiché si elimina lo sperone con i tralci e si pota un tralcio sviluppatosi alla base dello sperone a 2-4 gemme. Per questa semplicità di gestione, il cordone speronato, si è rivelata una forma d’allevamento facilmente meccanizzabile.

Guyot. Ideato verso la metà XIX secolo da un famoso studioso di viticoltura francese, il guyot è una forma di allevamento a potatura mista, a ridotta espansione, adatta per terreni con scarsa fertilità, tendenzialmente siccitosi, dove la vite si trova in condizioni di sviluppo moderato. Si caratterizza per avere un’altezza del tronco che varia dai 30 ai 100 cm, sul quale è inserito un capo a frutto (mediamente di 6-12 gemme), che viene piegato parallelamente al terreno in direzione del filare e uno sperone (di 1-2 gemme) utilizzato per dare i rinnovi per l’anno successivo. I germogli uviferi, che si sviluppano dal capo a frutto (tralcio), così come i rinnovi, vengono legati a fili di sostegno situati a circa 3070-110 cm sopra il tralcio che, a loro volta, sono sostenuti da pali di altezza variabile fino a 2 m e distanziati mediamente di circa 5-6 m. La potatura di produzione si concretizza attraverso tre passaggi: il cosiddetto “taglio del passato” permette di asportare il capo a frutto che ha prodotto l’anno precedente, il “taglio del presente” nel quale si sceglie uno dei due tralci che si sono sviluppati dallo sperone, e infine il “taglio del futuro” che consiste nel tagliare a due gemme lo sperone più basso dal quale si svilupperanno i tralci necessari per rinnovare la produzione futura. Numerose sono le varianti del guyot tradizionale, in particolare, si ricorda la palmetta diffusa nel centro-Italia, sulla quale vengono impostati vari guyot sovrapposti a diversa altezza. Alcune sono considerate ormai forme di allevamento autonome tipo il capovolto. Tali varianti, fra cui le più frequenti sono il guyot bilaterale o doppio e il guyot doppio sovrapposto, non sono però consigliabili per una viticoltura moderna (elevate esigenze di manodopera, minore qualità del prodotto ecc.).

Sistemi a ricadere


Cordone libero. Questa forma di allevamento, derivata dal cordone speronato e di recente introduzione da parte dell’Università di Bologna, si caratterizza per un unico cordone permanente orizzontale speronato, posto a 1,4-1,8 m dal suolo, sostenuto da un unico filo portante di tipo spiralato messo in testa ai pali di sostegno. L’assenza di fili di contenimento determina un portamento a ricadere più o meno accentuato dei germogli (a seconda dei vitigni), che quindi tendono a ricadere lateralmente e verso il basso sotto il peso della vegetazione e dei grappoli. Particolare importanza riveste il posizionamento degli speroni produttivi di 1-3 gemme sul cordone permanente; questi, infatti, devono essere laterali o dorsali rispetto all’asse del cordone, possibilmente orientati verso l’alto, allo scopo di originare una fascia produttiva ben localizzata (tendenzialmente verso il cordone, in prossimità del filo portante) e favorire l’esposizione alla luce dei grappoli. Poiché la dislocazione della fascia produttiva nella zona alta del sistema e il suo limitato sviluppo verticale determinano ombreggiamento non eccessivo fra i filari, la forma di allevamento a cordone libero consente di restringere le distanze fra le file, rispetto a forme paragonabili a cordone permanente (casarsa, silvoz) fino a ottenere un rapporto vicino a 1:1, fra altezza della parete e distanza fra le file, e di programmare impianti a buona densità che dovranno essere meccanizzati oppure con macchine molto strette o con scavallatrici. Le distanze variano da 2,50 a 2,80 m tra le file e da 1 a 1,8 m circa sulla fila. Le caratteristiche strutturali del cordone libero consentono una completa meccanizzazione degli interventi di vendemmia e di potatura sia invernale sia estiva. Attualmente si può applicare, per la raccolta, anche la tecnica dello scuotimento verticale, che notoriamente risulta più efficace e meno penalizzante per la qualità finale del vendemmiato. Tale risultato si può ottenere mobilizzando il filo che sostiene il cordone permanente grazie a degli appositi cappellotti (metallici o in polietilene), della lunghezza di 35-40 cm, posti in cima ai pali di sostegno dei filari.

GDC. Il GDC (Geneva Double Curtain) è una forma di allevamento che nasce negli anni ’60 presso la Stazione sperimentale di Geneva, nello Stato di New York, allo scopo di soddisfare le esigenze di meccanizzazione integrale del vigneto e di garantire alla vite una ampia superficie fogliare in zone a bassa energia luminosa. Si tratta di una forma a doppia cortina, caratterizzata dall’avere due pareti di vegetazione ricadenti negli interfilari adiacenti. La struttura è formata da pali portanti con due braccetti che hanno il compito di formare la doppia cortina. Tali braccetti sono posti a una altezza di circa 1,70-1,90 cm dal suolo e, all’estremità, sono percorsi dai fili che sostengono il singolo cordone produttivo. I fili sono disposti a circa 70-80 cm dal centro del filare. Normalmente le distanze di impianto adottate sono di 3,8-4,0 m tra le file e 0,8-1,50 m sulla fila, talvolta con due viti per “posta”. La potatura invernale può essere corta o media, infatti si lasciano lungo tutto il cordone degli speroni da 2 a 5 gemme, che devono essere localizzati possibilmente dorsalmente o lateralmente verso l’esterno del cordone. Una delle operazioni importanti nella gestione della vegetazione è la pettinatura dei germogli che ha lo scopo di far ricadere verso l’esterno della cortina tutta la parete vegetativa. Questa operazione manuale può venire facilitata dall’utilizzo di accessori che accompagnano verso l’esterno la vegetazione.

Casarsa. Il casarsa è una forma di allevamento sviluppatasi nelle zone della bassa friulana e si è diffusa in Italia per la particolare adattabilità a differenti condizioni ambientali, ai diversi vitigni, al ridotto fabbisogno di manodopera e alla possibilità di meccanizzazione anche della vendemmia. Il casarsa nella sua struttura classica deriva concettualmente dal sylvoz dal quale si differenzia per la mancanza di legatura dei tralcio al filo sottostante al cordone. È previsto l’allevamento in verticale del fusto fino a una altezza di 1,60-1,70 m, a tale altezza corre un filo portante al quale si lega il cordone permanente. Su quest’ultimo sono inseriti i capi a frutto in numero e in lunghezza variabili, in funzione delle distanze di impianto, delle varietà e del loro vigore. In alcune versioni diffuse soprattutto nel nord-ovest (Oltrepò pavese e Piemonte) non sono presenti i fili sopra il cordone permanente. In tal caso, la potatura invernale, può essere meccanizzata e necessariamente sarà a sperone o tralcio corto. Sopra il cordone permanente possono invece correre uno o due palchi di fili singoli o accoppiati e paralleli, legati lateralmente al palo o portati da un bracciolo largo 30-40 cm, che hanno la funzione di sostenere la vegetazione di rinnovo. I sesti di impianto utilizzati prevedono distanze sulla fila pari a 1,10-1,80 m, mentre le file si distanziano fra loro di 2,80-3,30 m; ciò è dovuto alla necessità di evitare ombreggiamenti reciproci fra le pareti vegetoproduttive. La potatura invernale viene eseguita scegliendo capi a frutto di buona ma non eccessiva vigoria, quelli prescelti, verranno potati a 4-6 gemme evitando di lasciare tralci troppo lunghi, poiché man mano che i grappoli si allontanano dal cordone permanente diminuisce la loro capacità di accumulare zuccheri. I capi a frutto, dopo la potatura, non vengono legati e, sotto il peso della vegetazione e della produzione, si piegano a bandiera verso il basso, mentre i germogli portati dagli speroni o dalle gemme basali dei capi a frutto crescono verticalmente attaccandosi alle strutture superiori. Si crea così una divisione fra la zona produttiva posta sotto il cordone e la zona di rinnovo sostenuta dai fili superiori al cordone permanente.

Lyra. Ideata e proposta in un primo tempo da Huglin e poi perfezionata da Carbonneau, a Bordeaux, la lyra assume una tipica struttura a Y, con un fusto di 70 cm di altezza e due cordoni speronati ad andamento opposto, allevati su due fili paralleli. Vi sono nella nostra cultura viticola forme arcaiche che ricordano questa forma di allevamento con lo stesso principio di separazione delle due cortine ascendenti e di palificazione inclinata per una migliore captazione dell’energia luminosa. Si caratterizza per avere i pali di testata incrociati che raggiungono un’altezza di circa 2 m e una larghezza massima di 1,10-1,20 m; quest’ultima caratteristica fa si che le distanze tra le file siano comprese tra i 2,8 e i 3,6 m, con una densità di impianto che può andare dai 3000-4000 ceppi/ha. È un sistema di allevamento che garantisce un’elevata superficie fogliare esposta e, a parità di produzione per ettaro, secondo alcuni studi, è stato ottenuto un incremento di grado alcolico, di antociani, di polifenoli con performance degustative migliori rispetto ad altre forme. L’inconveniente maggiore dato è sicuramente la difficoltà di meccanizzazione. A partire dalla lyra tradizionale si sono ottenute delle varianti; si trovano infatti sistemi in cui le piante sono accoppiate, il cordone è singolo e assume un andamento opposto e parallelo rispetto a quello della pianta corrispondente, con queste soluzioni si riescono ad avere fittezze molto elevate fino a 8/10.000 piante/ha. La potatura è la stessa che viene attuata nel cordone speronato, 3-4 speroni di 1-3 gemme per cordone.

Sistemi a sviluppo orizzontale e/o inclinato


Pergola semplice e doppia. La pergola semplice, detta anche trentina, assume caratteristiche diverse a seconda della giacitura del terreno. Risulta formata da un tetto inclinato leggermente verso l’alto di 20-30° rispetto al palo verticale a una sola falda (pergola semplice), tipica degli ambienti collinari, o a due falde (pergola doppia), tipica delle zone di piano. Esiste poi un’ulteriore classificazione in relazione al tetto che copre o meno l’interfilare (pergole chiuse o aperte). Le distanze delle viti sulla fila oscillano fra 0,60-1,2 m, mentre i filari distano tra loro 2,70-3 m, nelle pergole semplici, in funzione della fertilità dei suoli e della vigoria della combinazione di innesto (vitigno/portinnesto), di 5-7 m nelle pergole doppie. Piuttosto onerosa risulta la palificazione con pali di testata, detti colonne, pali rompi tratta, detti pali di calcagno (alti 2,40-2,80 m), posti a 6-8 m sul filare; su questi, a un’altezza variabile da 1,30 a 1,70 m, si fissa un altro palo obliquo, detto listello, che si innesta alla testa del palo rompi tratta del filare vicino. Sui pali obliqui si tendono vari fili di ferro paralleli alla distanza di 30-40 cm, che formano il tetto della pergola. La potatura prevede di lasciare 2-3 capi a frutto di 8-12 gemme che vengono appoggiati a raggera sul tetto della pergola.

Tendone. È una forma di allevamento che ha trovato il proprio sito di elezione nel centro-sud dell’Italia (Lazio, Abruzzo, Puglia, Sicilia), soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. Inizialmente indicato per l’uva da tavola, è stato ben presto adottato anche per la produzione di uve da vino. Normalmente, questa forma, necessita di essere condotta in sistema irriguo per soddisfare il notevole sviluppo vegetativo e il forte carico produttivo. Nella fase di produzione, la vite a tendone, è alta circa 1,80-2,00 m e dalla sommità partono in media 4 capi a frutto stesi orizzontalmente su una impalcatura di fili di ferro e di pali, disposti a raggera con angoli di 90° tra loro. I tralci hanno lunghezza di 1,5-2,0 m, in alcuni casi viene adottata una forma a cordone rinnovata ogni 2 o 3 anni. Le distanze di impianto variano mediamente da 4×4 m, in terreni freschi e fertili, fino a 2×2 m in terreni di fertilità più contenuta. Si tratta di una forma di allevamento a bassa densità di ceppi per ettaro (625-2500), costretta a elevate produzioni di uva per ceppo. Normalmente le viti sono poste a dimora singolarmente e non a coppia, anche se in terreni molto fertili è possibile ricorrere all’impianto di viti accoppiate e in alcuni casi di quattro viti per posta. I sostegni che sorreggono tutta l’intelaiatura del tendone sono notoriamente classificati in tre tipi, in relazione alle funzioni svolte: – pali ad angolo ai vertici dell’apprezzamento; – pali di corona perimetrali; – pali rompi-tratta posti accanto a ogni vite. I pali di corona sono molto robusti e rimangono fuori dal terreno per circa 2,20-2,30 m, sono collocati lungo l’esterno dell’appezzamento e vengono normalmente inclinati verso l’esterno. Sono ancorati in alto da fili di grosso calibro a blocchi di ancoraggio. La palatura ha la funzione di sorreggere la grande rete di fili di ferro che dovrà ospitare e sostenere la vegetazione. La rete di fili è costituita da fili di diametro inferiore a quello del filo che collega i pali ad angolo. Normalmente la rete ha una maglia di circa 50 cm. La sequenza delle operazioni di montaggio prevede la sistemazione dei tiranti di ancoraggio nel terreno, la posa in opera dei 4 pali ad angolo, lo stendimento del filo di ferro della corona, la sistemazione dei pali di corona, il collocamento dei pali rompitratta, e infine la stesura della rete interna. L’ampiezza più adatta per la formazione di un intero vigneto è all’incirca pari a 6000-7000 m2, con un lato di circa 100 m. Si tratta di una forma d’allevamento molto costosa sia per quanto riguarda i materiali e le spese di impianto, sia per la sua gestione ordinaria, prevalentemente manuale. Inoltre, anche i parametri qualitativi delle uve da vino, come il contenuto in polifenoli e il potenziale aromatico, a causa dell’elevata produzione per ceppo, indicano che tale forma di allevamento non predispone solitamente alla produzione di uva di grande qualità. Spesso, inoltre, è soggetta a forti attacchi di botrite. Il tendone classico risulta difficilmente meccanizzabile a causa della disposizione spaziale dei capi a frutto e dei fili ortogonali. In effetti circa il 50% dei grappoli non è raggiungibile dalle macchine operatrici, poiché nascosti nella parete fogliare orizzontale. Apparentemente è una forma molto rigida, si presta comunque a conversioni verso forme di allevamento più meccanizzabili e moderne. Le distanze di impianto consentono di norma la trasformazione del tendone in doppia cortina (GDC).


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