Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: impianto

Autori: Rosario di Lorenzo, Angelo Raffaele Caputo, Stefano Somma

Introduzione

Già dall’inizio del ’900 le varietà Baresana e Regina, provenienti da alcune regioni dell’Italia meridionale, si imponevano sui mercati europei primeggiando rispetto alle produzioni provenienti da altri Paesi concorrenti. Gli areali dell’Italia meridionale, in cui anche oggi si concentra la coltivazione italiana dell’uva da tavola, sono considerati da tempo territori vocati alla produzione di uva da tavola dalle inconfondibili e pregiate caratteristiche organolettiche, merito delle condizioni pedo-climatiche ottimali che vi si verificano. La scarsa piovosità, i venti asciutti durante il periodo estivo e, soprattutto, le caratteristiche pedologiche dei terreni sono sempre stati considerati elementi determinanti per il successo di questa coltura. I processi di concentrazione e di “meridionalizzazione” della coltura dell’uva da tavola hanno caratterizzato negli ultimi anni l’evoluzione del comparto per quanto riguarda la distribuzione geografica; infatti, oltre ad avere consentito una indubbia valorizzazione della vocazionalità ambientale delle aree del mezzogiorno d’Italia, con evidenti benefici per il risultato produttivo sotto l’aspetto quantitativo e qualitativo, sono coerenti con le moderne esigenze del marketing. Nel corso degli anni, la viticoltura da tavola si è trasformata profondamente diventando una coltura ad alto contenuto tecnologico (introduzione di nuove varietà e forme di allevamento, coperture con reti e film plastici, fertirrigazione, subirrigazione ecc.). La diffusione di macchine e mezzi tecnici ha consentito di espandere la coltivazione anche in areali non tradizionalmente destinati a tale coltura. In questo nuovo scenario, in fase di preparazione per l’impianto, deve essere posta particolare attenzione alla gestione del suolo. Le tecniche di lavorazione adottate, infatti, possono avere effetti determinanti sulla produttività della coltura e sull’ambiente; pertanto, le scelte in tal senso, sempre impostate sui criteri di sostenibilità dell’uso del suolo, saranno differenziate in relazione al tipo di terreno. In ogni caso l’obiettivo principale rimane quello di creare un ambiente favorevole all’attività radicale salvaguardando la fertilità del suolo.

Preparazione dei terreni

L’accertamento della vocazione viticola di un terreno, o semplicemente la sua idoneità, passa obbligatoriamente attraverso l’analisi del profilo del suolo e delle caratteristiche pedologiche (aspetti chimico-fisici del terreno). I terreni tradizionalmente utilizzati per la viticoltura da tavola sono quelli tufacei, calcarei, preferiti dai viticoltori per la minore resistenza offerta agli interventi manuali di scavo e di messa a coltura, ma soprattutto per le caratteristiche delle uve che, prodotti in questi suoli, presentano una migliore colorazione, una gradazione zuccherina potenziale maggiore, una più elevata facilità di ottenere produzioni precoci e, non ultimo, una migliore shelf-life. In seguito, con la diffusione di macchine per le lavorazioni del suolo, è stato possibile estendere la coltivazione dell’uva da tavola anche a suoli rocciosi, costituiti da calcare compatto e cristallino sotto un sottile strato superficiale di terreno nero o rossiccio. Negli ultimi decenni, sotto la spinta dei risultati economici che il vigneto di uva da tavola consentiva di ottenere e delle necessità di ampliare le aree di coltivazione, la coltivazione dell’uva da tavola si è diffusa anche ai terreni alluvionali: se il contenuto di componenti grossolane, di limo e di argilla, è elevato difficilmente si raggiungono risultati qualitativi elevati; soprattutto in termini di colorazione degli acini e di shelf-life dell’uva. Prima di iniziare le operazioni pre-impianto è importante effettuare un’attenta analisi pedologica, che riguarda sia gli aspetti fisici e chimici del suolo sia le caratteristiche idrauliche. Di particolare importanza è il profilo in termini di uniformità, profondità e distribuzione di eventuali orizzonti. Nei terreni tufacei, attualmente si effettua, prima dell’impianto, uno scasso totale alla profondità variabile fra 100 e 150 cm, avendo cura di non scendere ulteriormente in profondità al fine di evitare di portare in superficie strati eccessivamente dotati di calcare, poveri di elementi nutritivi e con valori di pH superiori a 8,5. Nei terreni rocciosi è richiesto, invece, il costoso impiego di macchine molto potenti, quali ruspe, benne e martelloni pneumatici, necessarie per smuovere lo strato roccioso fino alla profondità media di 1 m. Successivamente le rocce affioranti vengono frantumate in loco attraverso più passaggi e miscelate con la terra fina. Si ottengono di solito terreni ricchi di scheletro, dotati di un pH intorno a 8, con un buon contenuto di elementi nutritivi e modesta ritenzione idrica. I terreni delle pianure alluvionali possono avere caratteristiche diverse. Si tratta, in genere, di suoli con elevata presenza della componente argillosa, a volte poveri di calcio scambiabile, spesso soggetti a fenomeni di risalita di falda. Per ottimizzare le caratteristiche di questi suoli si ricorre sovente a veri e propri interventi di “ricostruzione” (frantumazione di detriti rocciosi in loco, trasporto di pietrisco, trasporto di terre provenienti da scavi o da depositi fluviali, sbancamenti ecc.); l’intensità degli interventi portano a definire i suoli, dopo gli interventi, “antropizzati”. Considerati i risultati economici che oggi si ottengono nella viticoltura da tavola, tali suoli che richiedono interventi radicali sempre più raramente vengono destinati alla coltura; peraltro non sempre i risultati ottenuti sono soddisfacenti. Bisogna accuratamente evitare la formazione di aree eterogenee all’interno del vigneto che danno luogo a disomogeneità di attecchimento e di sviluppo delle piante compromettendone il potenziale vegeto-produttivo con gravi ripercussioni sulla redditività del vigneto. In fase di pre-impianto è opportuno prevedere sistemazioni idraulico-agrarie che evitino i ristagni idrici e che, per terreni declivi anche con pendenze molto lievi, riducano il rischio erosivo. Durante i lavori preparatori e durante le successive fasi di amminutamento e di affinamento, particolare attenzione va riservata al fenomeno del calpestio delle macchine che può dar luogo, in modo differenziato in relazione al tipo di suolo e all’epoca di esecuzione dei lavori, a fenomeni di compattamento del terreno alterandone la struttura e compromettendo l’aerazione e il drenaggio. Nei casi in cui si voglia favorire il drenaggio, in suoli con strati profondi compatti e impermeabili evitando il riporto in superficie di strati di accumulo profondi, soprattutto laddove si siano utilizzate acque non ottimali per l’irrigazione, si procede alle lavorazioni utilizzando attrezzi discissori. Discorso a parte meritano le lavorazioni del terreno nei casi sempre più frequenti di reimpianto. La pratica del reimpianto incontra ampia diffusione perché consente un significativo abbattimento dei costi in termini di preparazione dei suoli e di costi per la realizzazione delle strutture del tendone. Per lo stesso motivo vi è la tendenza a non rispettare i tempi di riposo ma si tende a reimpiantare immediatamente. Il reimpianto su terreni già vitati comporta grossi rischi, soprattutto sotto l’aspetto sanitario, dovuti all’insorgenza di marciume radicale di origine fungina determinato da Armillaria, alla diffusione di virosi favorite dalla presenza di nematodi vettori, tipo Xiphinema index, e all’insorgenza di malattie fungine tipo Mal dell’Esca. Si tratta di importanti patologie che compromettono la durata del vigneto e la qualità dell’uva prodotta. Nei casi di reimpianto è, quindi, indispensabile effettuare uno scasso totale al fine di assicurare la totale pulizia del suolo da residui della coltura precedente (radici ecc.) e di limitare la diffusione di focolai di Armillaria. È necessario, inoltre, verificare la “sanità” del suolo con particolare riferimento alla carica nematologica e all’individuazione delle specie vettori di virus della vite. Una problematica emergente in quasi tutti gli ambienti di coltivazione è rappresentata dalla disponibilità di acqua per l’irrigazione e dal costo di distribuzione e dall’impiego di acque irrigue subottimali. Si tratta soprattutto di acque che presentano valori di salinità totale anche superiori a 2-2,5 g/l (per esempio nel Nord barese), provenienti da falde artesiane soggette a fenomeni di intrusione di acqua marina a seguito dell’eccessivo emungimento. L’impiego di tali acque costituisce un rischio per la coltura e, in modo più insidioso e duraturo, per la fertilità del suolo. Il rischio è più accentuato quando il terreno viene compattato dal passaggio delle macchine e presenta problemi di struttura con una significativa presenza della componente argillosa. In tutti questi casi l’impiego di acque di cattiva qualità compromette la permeabilità del suolo e riduce la circolazione dell’aria e dell’acqua fino a provocare fenomeni di asfissia. Queste condizioni vanno attentamente valutate e, nelle condizioni più difficili, è opportuno non procedere con l’impianto del vigneto. In molti areali di coltivazione dell’uva da tavola sono frequenti terreni con pH sub-alcalini o alcalini che riducono l’assimilabilità dei nutrienti riducendo l’efficacia anche degli apporti di concimi. In tali casi, così come nei più limitati casi di pH bassi, bisogna individuare gli interventi correttivi più idonei (uso nelle concimazioni di formulati più adatti al pH del terreno). Il livello di calcare attivo, insieme ad altri parametri come il rischio salinità, la tessitura, la disponibilità di acqua e la sua qualità ecc., è un parametro importante ai fini della scelta del portinnesto. Per la scelta del portinnesto, peraltro, un aspetto importante è rappresentato dalla tendenza, come detto, sempre più frequente, di procedere al reimpianto senza lasciare il terreno a riposo. In tal senso, la scelta dei portinnesti sensibili alla “stanchezza del terreno” quali quelli in genere poco vigorosi come il 34 EM, non è opportuna. Nella maggior parte dei casi, dopo le lavorazioni di pre-impianto, si rendono necessari apporti organici. L’interramento di sostanza organica sull’intera superficie svolge un’importante azione ammendante migliorando, come è noto, la struttura, arricchendo il suolo di siti di scambio e causando una poligenicità della microflora e microfauna del suolo, accrescendo quindi la fertilità agronomica del terreno. La conoscenza degli indici di disponibilità dei nutrienti, correlata agli altri dati analitici, è fondamentale ai fini della concimazione di fondo prima dell’impianto con la quale si apporteranno al suolo i nutrienti meno mobili come fosforo, potassio, magnesio. Nei terreni tendenzialmente sciolti o con ridotta presenza di argille, con bassa capacità di scambio, la concimazione di fondo non sarà efficace perché prevarranno fenomeni di dilavamento. In tali terreni, quindi, la somministrazione dei nutrienti avverrà successivamente all’impianto, con modalità differenti a seconda dei casi. Completati i lavori di impianto bisognerà compiere delle scelte importanti relative al tipo di materiale di propagazione da utilizzare (barbatella innestata o selvatica), alla densità di impianto, al portinnesto, alla cultivar e alla forma di allevamento. Nel comparto dell’uva da tavola è in uso effettuare l’innesto in campo, nella convinzione di ottenere piante più vigorose e maggiore uniformità. Nella scelta dell’uso della barbatella selvatica pesa, anche, la carenza di un vivaismo italiano poco attento alle esigenze della dinamicità varietale che caratterizza il comparto. Inoltre, nel caso della barbatella innestata la scelta delle varietà dovrebbe essere effettuata dal viticoltore con un anno di anticipo.

Impianto

In regioni come Puglia e Sicilia, che appartengono a una vasta area del bacino mediterraneo sud-orientale caratterizzato da un clima marittimo temperato, per un regime di precipitazioni invernali e aridità estiva con elevata insolazione, l’epoca migliore per la piantagione va da fine autunno (dicembre) a inizio primavera (marzo). Il periodo è ottimale per l’utilizzo sia di barbatelle innestate sia di barbatelle franche; queste ultime saranno successivamente innestate a dimora in agosto-settembre, nel caso di innesti a gemma, o in marzo-aprile per gli innesti a spacco con marze a uno o più generalmente a due occhi. La messa a dimora fondamentalmente si può attuare in due modi: in buche (a mano o con trivella meccanica) o in piccole trincee (solchi) oppure forzando nel terreno con una forcella. In quest’ultimo caso, per evitare che le radici si ricurvino, la recisione delle stesse dal punto di inserzione è più severa (1-2 cm) rispetto alla prima tecnica che consente, invece, di mantenere una maggiore lunghezza delle radici (circa 10 cm), per una migliore distribuzione nel terreno e successivo sviluppo. La forma di allevamento propria per l’uva da tavola è senz’altro il tendone. Le distanze d’impianto sono generalmente in relazione alle condizioni eco-pedologiche e, soprattutto, alla vigoria e fertilità dei vitigni. Per varietà poco vigorose, ma fertili, si possono adottare sesti più stretti; tuttavia, è la meccanizzazione delle operazioni colturali a determinarne la distanza: quelle ottimali – per il tendone – variano tra 2,2 e 3 m, tra le file, e 2,5 e 3, sulla fila, con densità di circa 1100-1800 ceppi per ettaro. Negli ultimi anni in alcuni comprensori vocati alle produzioni anticipate (per esempio in Sicilia), si è affacciata una nuova tendenza volta ad aumentare il numero di piante a ettaro, in particolare per varietà piuttosto fertili. Vigneti da tavola con 2600 o 3200 piante a ettaro, realizzati aumentando il numero di piante sulla fila, consentono di ottenere, sin dai primi anni di vita del vigneto, produzioni di qualità intorno ai 400 q; questa tipologia di impianto comporta un adeguamento degli impianti di microirrigazione e delle lavorazioni tradizionali del terreno indirizzato verso l’adozione di tecniche di minima lavorazione e di trinciatura dei sarmenti.


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