Volume: il carciofo

Sezione: coltivazione

Capitolo: impianto

Autori: Nicola Calabrese

L’impianto è effettuato per mezzo di carducci, ovoli, parti di rizoma o “ceppaia” (ciocchetti), piantine ottenute da micropropagazione e per achenio (“seme” del commercio); l’impianto avviene dalla primavera all’autunno a seconda del materiale di propagazione utilizzato e delle aree di coltivazione. L’impiego di carducci è uno dei metodi più diffusi; è preferibile utilizzare carducci radicati, allevati in piantonaio, o in vivaio, fino al momento del trapianto (effettuato di solito da metà giugno a fine agosto). Questa tecnica consente un’elevata percentuale di attecchimento e l’uniforme entrata in produzione delle piante. L’uso dei carducci appena distaccati dalle piante è sconsigliabile perché in genere comporta un’elevata percentuale di fallanze. L’impianto con ovoli si effettua in estate e la produzione inizia generalmente in novembre. Per aumentare il numero di ovoli per pianta, si può ricorrere alla rincalzatura delle piante o all’eliminazione dell’apice caulinare. Nelle cultivar del tipo Romanesco, che normalmente producono un basso numero di organi di propagazione, l’immersione per 24 ore in una soluzione di acido naftalenacetico di gemme prelevate dal rizoma e successivo allevamento per 30 giorni in fitocelle, assicura un’elevata percentuale di attecchimento. La conservazione degli ovoli a 5 °C per circa un mese comporta la riduzione del numero di germogli nel Violetto spinoso di Menfi, mentre il trattamento a 30 °C per 21 giorni e a 5 °C per 15 giorni fa diminuire il numero dei capolini atrofici. Il ciocchetto è costituito da una porzione basale del rizoma provvisto di gemme e, come gli ovoli, viene prelevato durante i mesi di luglio-agosto con le piante in riposo e piantato subito dopo. Oltre ad essere costoso, questo metodo dà origine a emergenze scalari e a disformità tra le piante; la piena produzione si ottiene nella successiva primavera. Il confronto tra carducci e pezzi di rizoma ha mostrato produzione più precoce e più elevata a favore dei secondi. Il prolungato ricorso alla propagazione agamica ha favorito la diffusione di patogeni e ha comportato l’attuale grave peggioramento delle condizioni fitosanitarie delle carciofaie. I patogeni che si riscontrano nella quasi totalità degli impianti sono principalmente i virus e il fungo Verticillium dahliae che si diffondono facilmente con il materiale di moltiplicazione, anche se questo spesso non presenta alcun sintomo a un esame visivo. Verticillium dahliae, inoltre, contamina il terreno con i microsclerozi e costringe gli agricoltori a ridurre il ciclo di coltivazione (da 4-5 anni si è passati a 2) per la necessità di dover spostare frequentemente le carciofaie su appezzamenti diversi, e in alcuni casi di abbandonare la coltura. La propagazione in vitro di meristemi apicali offre un importante contributo al superamento di questi problemi e negli ultimi decenni ha permesso la produzione e la distribuzione agli agricoltori di materiale genetico migliorato e più sicuro dal punto di vista fitosanitario; inoltre è stato possibile ottenere un elevato numero di piante (maggiore rispetto a quelle ottenibili con i metodi tradizionali) in spazi e tempi limitati e senza i vincoli posti dalle condizioni ambientali esterne. Sono state messe a punto metodologie di moltiplicazione in vitro, che hanno consentito la distribuzione agli agricoltori di diversi cloni di carciofo, soprattutto della tipologia Romanesco, in particolare il C3, che è risultato precoce e produttivo, e alcune cultivar di nuova costituzione come Terom, Tema 2000, Grato 1, Grato 2, Exploter e Apollo. Per quanto riguarda invece le cultivar precoci o autunnali, le tecniche di moltiplicazione in vitro si sono dimostrate inefficaci, soprattutto a causa della disformità del materiale micropropagato che acquisisce caratteristiche di tardività. Studi recenti hanno però dimostrato che piante micropropagate di Catanese, trasferite in pien’aria, mantengono le caratteristiche morfologiche e di precocità quando gli espianti vengono sottoposti a un basso numero (3-4) di subcolture in fase di proliferazione. Partendo da piante madri risanate, è stata messa a punto una nuova tecnica di propagazione in vivaio che permette di ottenere piantine certificate di cloni di Romanesco e di Brindisino a radice protetta e a basso costo. Per favorire la radicazione e l’attecchimento del materiale di moltiplicazione, oltre all’uso di fitoregolatori a base soprattutto di auxine, ottimi risultati sono stati ottenuti con la tecnica della micorrizazione. L’inoculo del substrato di allevamento con funghi o batteri micorrizici induce variazioni nella morfologia del sistema radicale e, in generale, sull’accrescimento delle piante. Infatti queste variazioni migliorano l’efficienza nell’assorbimento di elementi nutritivi e rendono le piante più resistenti alle situazioni di stress. Le piantine micorrizate si presentano significativamente più rigogliose e robuste di quelle non micorrizate e con apparato radicale maggiormente sviluppato in virtù di un maggior numero di radici, evento che determina una più estesa superficie assorbente, mentre si riduce la loro lunghezza media e aumenta l’attività pollonifera. La propagazione per “seme” può costituire una valida alternativa a quella agamica perché contribuisce alla razionalizzazione della tecnica colturale, al miglioramento dello stato sanitario delle piante e all’incremento delle produzioni unitarie; inoltre, in prospettiva, il contenimento del costo del “seme” potrebbe favorire l’espansione della coltura. Il costo del “seme” delle prime cultivar, ottenute per libera impollinazione, era contenuto e permetteva la meccanizzazione della semina con forte riduzione delle spese di impianto. Attualmente la semina diretta delle cultivar ibride è improponibile a causa del costo dei “semi”, pertanto si ricorre alla semina in contenitori alveolari e all’allevamento delle piantine in vivaio. Il trapianto avviene in genere dopo 35-50 giorni dalla semina, quando le piantine hanno raggiunto lo stadio di 3-4 foglie vere e presentano un buon apparato radicale. La temperatura ideale per la germinazione è compresa tra 18 e 22 °C. Temperature maggiori diminuiscono e rallentano la germinazione, mentre aumenta la scalarità dell’emissione della plantula. Studi mirati ad approntare un protocollo per produrre piantine nel più breve tempo possibile hanno evidenziato che ottime piantine della cultivar Concerto, allevate in contenitori alveolari, si possono ottenere con l’impiego di urea e con la dose di azoto intorno a 250 mg/l. Inoltre la cultivar Opal mostra piantine più alte, di maggiore peso e area fogliare, con l’impiego di alveoli di maggiore dimensione (91 vs. 60) e con la dose più elevata di K (220 vs 100 mg/l). Recentemente è stata messa a punto la tecnica dell’innesto erbaceo di piantine di carciofo su cardo, entrambe propagate per “seme”, per ottenere resistenza a Verticillium dahliae. La densità di piante delle carciofaie si aggira sulle 7-10.000 piante per ettaro; le distanze in genere sono 100-130 cm tra le file e 80-130 sulla fila. Di solito le piante sono disposte a file semplici. Per facilitare le operazioni colturali in qualche azienda si adottano distanze di 160-180 cm tra le file e 60-80 nella fila; con la riduzione delle distanze tra le file, la produzione totale dei capolini aumenta, mentre il numero dei capolini e dei carducci per pianta diminuisce. La pacciamatura con film plastico non è in genere utilizzata; studi recenti hanno evidenziato che l’utilizzo della pacciamatura consente l’anticipo della produzione e l’aumento della produzione di capolini. Le carciofaie ottenute con piante propagate per “seme” sono allevate per 1 o al massimo 2 anni. Alcuni studi su piante allevate per 4 anni hanno evidenziato che la produzione non subisce sostanziali variazioni nei primi 3 anni di coltivazione, mentre al quarto anno è stata osservata la riduzione significativa della produzione. Alla luce di queste indicazioni e in considerazione dell’elevato costo delle piantine propagate per “seme”, potrebbe essere conveniente coltivare queste carciofaie per 2-3 anni in modo da ammortizzare le spese d’impianto.

 


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