Volume: la vite e il vino

Sezione: coltivazione

Capitolo: gestione malerbe e polloni

Autori: Gabriele Raparrini, Giovanni Campagna

 

Dannosità delle malerbe

Le infestanti che caratterizzano la coltivazione della vite presentano un’ampia gamma di specie variabili in funzione dei diversi ambienti pedoclimatici che l’esteso areale di coltivazione comprende. Le stesse modalità di controllo delle malerbe, nonché l’età degli impianti e le pratiche di coltivazione, contribuiscono a rendere ulteriormente varia la flora infestante dei vigneti. Al centro e al sud prevalgono le malerbe a foglia larga, sia a sviluppo annuale che pluriennale, mentre al nord sono più frequenti le Graminacee. Entrambi i tipi di infestazione sono più competitive nei primi anni di impianto, mentre risultano maggiormente tollerate su colture in produzione con aspetti vantaggiosi se ben preservate, con una dannosità che rimane condizionata dal decorso climatico estivo e dalle pratiche irrigue. Quando si eseguono frequenti lavorazioni meccaniche, come negli impianti giovani, ma anche sotto le file degli impianti adulti, prevale un’infestazione a ciclo annuale più tipica delle colture sarchiate. Inizialmente si sviluppano le specie a crescita autunnoinvernale, seguite da quelle primaverili-estive, più competitive per il maggiore allungamento in altezza, con notevole ostacolo allo sviluppo dei tralci, e per i maggiori consumi di acqua durante il periodo estivo. In seguito, tendono a prevalere le specie a ciclo biennale e poliennale tipiche degli ambienti di transizione verso gli incolti, i prati e le zone di calpestamento, a causa dell’impossibilità di effettuare lavorazioni profonde nel terreno. Tra queste infestanti le specie Taraxacum officinalis, Daucus carota, Plantago spp., Erigeron canadensis, Artemisia vulgaris, Malva spp., Cirsium arvense ecc., risultano maggiormente competitive sia per il maggiore sviluppo sia per l’elevata richiesta di acqua e di elementi nutritivi.

Quando si esegue la trinciatura della flora infestante, come frequentemente si verifica nei moderni impianti adulti della Pianura Padana, prevale una flora tipica dei prati sfalciati, rappresentata in particolare dalle specie Graminacee. Nel caso in cui si pratichi il diserbo sotto le file o su tutta la superficie, possono prevalere specie perennanti come Convolvulus arvensis, Calystegia sepium, Cirsium arvense, Malva sylvestris, Mentha arvensis, Brionia dioica, Phytolacca decandra, Potentilla reptans ecc., e tra le Graminacee Cynodon dactylon e Agropyron repens. Nei pressi delle aree collinari boschive, o anche negli impianti meno curati, possono fare comparsa anche specie arbustive come Robinia pseudoacacia, Clematis vitalba, Hedera spp., Rubus spp. ecc. Assai indesiderate rappresentano soprattutto un ostacolo alle operazioni colturali, oltre a determinare un indebolimento degli impianti e una minore produttività della coltura. Il periodo in cui si rende maggiormente necessario il contenimento delle malerbe, in particolare nei terreni meno fertili e con minore disponibilità di risorse idriche, è quello compreso tra la ripresa vegetativa e lo sviluppo degli acini, mentre nel periodo autunnoinvernale lo sviluppo delle malerbe oltre a essere tollerato può offrire notevoli vantaggi per consentire una minore competizione nutrizionale ed evitare ristagni di acqua.

Evoluzione della tecnica colturale e implicazioni nella lotta alle malerbe

L’attuale viticoltura persegue obiettivi di qualità elevata, nell’ambito di regole dettate da esigenze economiche, sociali e ambientali. Di conseguenza anche la tecnica di coltivazione si evolve allo scopo di perseguire tali obiettivi, tra cui la riduzione dei costi, la sostenibilità e la compatibilità ambientale. Le lavorazioni tradizionali eseguite su tutta la superficie manifestano limiti economici ed energetici, con un’induzione di clorosi e microcarenze, nonché danneggiamenti alla base dei ceppi ed effetti erosivi nei terreni declivi. Tuttavia, la non coltura assicurata dal solo apporto di erbicidi, oltre alle preoccupazioni di ordine ambientale, comporta difficoltà della gestione delle malerbe, con implicazioni di comparsa di infestanti di sostituzione, di più difficile contenimento. L’inerbimento permanente, spontaneo o artificiale, mediante specifiche essenze, rappresenta una pratica in grado di valorizzare il ruolo della flora spontanea in sintonia con l’ambiente, sebbene in determinate aree possa comportare dei limiti, in particolare durante i periodi più siccitosi. Per questo si tende sempre più a orientarsi verso l’inerbimento spontaneo controllato, più adatto anche per gli areali più aridi, che consiste nel lasciare sviluppare liberamente la flora, presente nel periodo di fine estate, fino al termine dell’inverno, intervenendo nelle fasi di maggiore competizione con la vite prima che produca un’eccessiva quantità di biomassa, mediante tecniche di gestione miste, quali lavorazioni, trinciatura o diserbo esclusivamente con prodotti fogliari. Gli interventi erbicidi, semplificati e adattabili nella maggior parte dei casi anche dove si opera nel rispetto dei Disciplinari di produzione integrata, sono eseguiti quasi esclusivamente in localizzazione sotto la chioma delle piante. Gli spazi interfilari sono sottoposti invece a lavorazione o trinciatura in un’ottica di lotta integrata, a differenza del passato in cui si lavorava l’intera superficie coltivata. Attualmente si praticano le lavorazioni interfilari nelle aree più seccagne e collinari, oltre che nei giovani impianti, a differenza della gestione dell’inerbimento con periodiche trinciature, favorite nelle aree più fresche e umide delle pianure dove risulta maggiormente diffusa la viticoltura specializzata. Il successo di questa tecnica si deve principalmente alla rapidità di esecuzione e ai costi di gestione relativamente ridotti, all’eliminazione delle lesioni radicali e corticali che si procuravano con le lavorazioni meccaniche, alla mancata formazione della suola di lavorazione e conseguente riduzione dei ristagni idrici, accanto all’eliminazione dell’erosione superficiale, alla migliore transitabilità dei mezzi meccanici, ma anche all’aumento della proliferazione di insetti utili per la lotta integrata e biologica del vigneto. La sensibilizzazione operata dalle Direttive comunitarie riguardo la riduzione dell’impatto ambientale ha contribuito sicuramente a consolidare tale pratica. La presenza di un manto erboso, oltre a consentire un assorbimento migliore degli elementi nutritivi che potrebbero percolare lungo il profilo del terreno o ruscellare superficialmente nel periodo più piovoso autunno-invernale, porta a un arricchimento di sostanza organica e all’emissione di essudati radicali in grado di migliorare le funzioni biologiche del terreno. Inoltre, lo stesso manto erboso può essere sfruttato negli impianti in produzione per costituire una sorta di pacciamatura naturale a seguito del disseccamento delle malerbe nel periodo primaverile. Per questo, il ruolo della flora spontanea è stato valorizzato in questi ultimi tempi anche per i vigneti, nell’ambito di un’oculata gestione sia in termini spaziali (fila e interfila) sia temporali (utilità o minore danno arrecato in determinate stagioni anziché in altre). Il manto erboso, tuttavia, per svolgere le sue funzioni deve essere ben curato come nella gestione dei tappeti erbosi mediante fertilizzazione e periodici sfalci, preferibilmente senza asportazione dei residui. In tabella a pagina seguente si riportano i principali vantaggi e svantaggi relativi alle differenti tecniche di gestione della flora infestante.

Tecniche di lotta alle malerbe

Il diserbo del vigneto è meno generalizzato rispetto alle colture erbacee estensive e la gestione delle malerbe risulta diversificata in funzione del sistema di allevamento, dell’età degli impianti, degli ambienti pedoclimatici e dell’area di coltivazione secca o irrigua ecc. Nei moderni impianti specializzati coltivati su ampie superfici e a una più elevata densità di impianto, si tende a privilegiare la tecnica del diserbo sulla fila sia per le finalità spollonanti sia per evitare di danneggiare l’apparato radicale e la base dei ceppi a seguito dell’utilizzo dei mezzi meccanici, ma soprattutto per il migliore contenimento delle malerbe vicine agli stessi. Questa tecnica tuttavia deve essere praticata con cautela allo scopo di non arrecare danni da fitotossicità alle piante e di non creare fenomeni di selezione di malerbe tolleranti o resistenti agli erbicidi. Conseguentemente si tende a praticare una gestione integrata combinando differenti pratiche di contenimento sulle file e nelle interfile. Per esempio, il diserbo chimico con le lavorazioni meccaniche, oppure la gestione del manto erboso interfilare con ripetuti sfalci negli impianti in produzione, avvalendosi della pacciamatura sotto la chioma per quelli di nuova costituzione. In questi infatti la competizione esercitata dalle malerbe determina rallentamenti di crescita tanto più accentuati quanto più sono giovani le piante e più superficiali sono gli apparati radicali, con minore lignificazione e maggiore suscettibilità ai rigori del gelo invernale. Inoltre, la presenza delle malerbe può aggravare l’insediamento e lo sviluppo di malattie fungine e di insetti dannosi, nonché squilibri termici nel delicato periodo primaverile di risveglio vegetativo, con un maggiore rischio di gelate. Qualora vengano alternate differenti tecniche di contenimento delle malerbe, si possono riscontrare situazioni di presenza mista ed eterogenea delle infestanti, utile sotto il punto di vista gestionale e dell’aumento della biodiversità. Per tutti questi molteplici aspetti, risulta più corretto parlare di gestione integrata delle malerbe, anziché di controllo vero e proprio, in quanto si ricorre spesso alla combinazione di tecniche miste di gestione della flora infestante presente sulla fila e sull’interfila, in funzione soprattutto della tipologia dei suoli e degli impianti.

Gestione agronomica

L’alternanza di differenti pratiche di contenimento delle malerbe risulta determinante ai fini di un’ottimale gestione delle malerbe, in funzione delle condizioni pedoclimatiche che caratterizzano l’area di coltivazione, anche se risulta sconsigliato effettuare lavorazioni meccaniche dopo periodi prolungati di non lavorazione, in particolare se eseguite in profondità, allo scopo di evitare gravi danni agli apparati radicali. Per i nuovi impianti e negli ambienti più siccitosi e caldi, come in genere accade negli ambienti collinari non irrigui, si tendono a preferire le tecniche dell’aridocoltura, tra le quali le lavorazioni rivestono un ruolo di primaria importanza. Qualora gli impianti siano dotati di irrigazione o negli ambienti più umidi e piovosi di pianura e di valle, si tende a preferire la tecnica dell’inerbimento controllato, che offre una serie indiscutibile di vantaggi. Occorre considerare però che il mantenimento del manto erboso determina un aumento dei consumi idrici nel periodo estivo, e pertanto all’occorrenza può risultare necessario intervenire con apporti idrici, privilegiando quelli a goccia per limitare la nascita e lo sviluppo delle malerbe. Le maggiori difficoltà di gestione, tuttavia, rimangono sotto la proiezione dei tralci, dove è più difficile operare per via meccanica sia con le lavorazioni sia con lo sfalcio o la trinciatura, onde evitare danni corticali e radicali. Anche l’impiego di mezzi manuali è più oneroso per la presenza dei tralci talvolta assai prostrati e le difficoltà che ne derivano per potersi avvicinare e comunque non danneggiare i grappoli. Da qui nasce spesso l’esigenza dell’adozione di tecniche di gestione miste, dove il diserbo chimico assume un ruolo di primaria importanza per il contenimento delle infestanti negli impianti più giovani, in quelli in produzione e nei differenti ambienti pedoclimatici. Altri accorgimenti si possono rivelare particolarmente utili nella gestione delle malerbe, come per esempio l’utilizzo di “shelter” o la collocazione di semplici tubi di plastica attorno alle piante dopo il trapianto delle stesse, allo scopo di limitare sia la competizione delle malerbe nei confronti delle piante coltivate sia eventuali danni da selvaggina. Inoltre è possibile evitare di danneggiare le giovani piante con l’impiego di erbicidi come il glifosate, o con l’utilizzo di mezzi meccanici o durante la fase di trinciatura meccanica o manuale (decespugliatore) dell’erba attorno ai fusti delle piante. Per quanto riguarda gli interventi manuali, da evitare anche se si tratta di limitate superfici, negli impianti di nuova costituzione occorre talvolta intervenire allo scopo di evitare che le giovani viti possano essere danneggiate. Si possono pertanto rendere necessarie scerbature, zappature o anche vangature, in particolare dove non sono stati riposti gli shelter di protezione o non sia stata eseguita la pacciamatura. Se invece sono state prese tutte le misure necessarie in fase di impianto, può essere sufficiente intervenire con falcetti o decespugliatore per fare qualche ritocco e contenere qualche malerba eventualmente sfuggita.

Gestione meccanica

Le lavorazioni meccaniche effettuate sotto le file per liberare le piante dalla vegetazione infestante, anche se sono effettuate con particolare attenzione e con macchine specifiche dotate di congegni di “rientro”, sono spesso causa di danni sia agli apparati radicali sia ai ceppi. Per questo motivo è consigliabile eseguire le lavorazioni meccaniche solo negli ambienti più siccitosi, evitando di avvicinarsi troppo ai ceppi. Le macchine che si possono utilizzare sono di tipo a elementi fissi, mobili o azionati da presa di potenza. Gli erpici a elementi fissi possono effettuare lavorazioni, tra l’altro poco energiche, solo negli spazi interfilari. Quelli a elementi mobili in genere sono gli erpici a dischi, eventualmente dotati di organi di rientro per effettuare lavorazioni sotto le file e in prossimità dei ceppi. Sono quelli più diffusi sia per il tipo di lavoro piuttosto energico e superficiale che sono in grado di svolgere, sia per la limitata potenza che richiedono per il traino. Gli erpici con elementi azionati da presa di potenza e che girano su un asse orizzontale (fresatrice) o verticale (erpice rotante), possono essere dotati di organi di rientro ed effettuano un lavoro energico, ma assorbono maggiore potenza. Un inconveniente che possono causare in particolare le cosiddette fresatrici, è la suola di lavorazione che tende a rendere asfittico il terreno e a causare ristagni idrici. Altri tipi di operazioni meccaniche sono la trinciatura del manto erboso sia sull’interfila sia sotto la fila, se le macchine sono munite di apposito congegno di rientro. Possono essere di vari modelli, anche se le tipologie di funzionamento, come per gli erpici a elementi azionati dalla presa di potenza del trattore, sono principalmente due: a elementi che girano su un asse orizzontale o verticale. I primi eseguono una trinciatura più grossolana, ma sono più indicati per trinciare malerbe più sviluppate e residui di potatura, infatti sono denominati trinciastocchi. I secondi sono utilizzati anche per lo sfalcio dei prati per la migliore qualità del lavoro svolto, ma si deve intervenire più di frequente. Un altro tipo di operazione che può essere effettuato con macchine specifiche munite di fruste che girano su un asse orizzontale, è la spollonatura. Contemporaneamente questa consente di limitare lo sviluppo delle malerbe che crescono in corrispondenza dei ceppi, senza tuttavia danneggiarli, a differenza delle trinciatrici, che pur munite di protezioni non possono essere utilizzate in eccessiva vicinanza degli stessi per non arrecare danno.

Gestione biologica

Nei giovani impianti dove la competizione esercitata dalle malerbe risulta assai dannosa e il ricorso alle scerbature e alle zappature si rende alquanto dispendioso, può risultare particolarmente utile l’utilizzo dei film plastici neri, anche se nel tempo si possono riscontrare maggiori attacchi da parte di roditori, oltre che alla costituzione di una minore riserva idrica che necessita di irrigazioni di soccorso o della preventiva stesura di manichette. Allo scopo di unire gli innegabili vantaggi della pacciamatura durante le prime fasi di allevamento delle piante e di limitare gli svantaggi successivi, è possibile ricorrere all’impiego dei teli biodegradabili, che consentono di contenere le malerbe per un periodo seppur più limitato di tempo (1-3 anni), senza dovere ricorrere alla successiva raccolta dei frammenti di telo. Particolarmente utile si rivela l’uso della pacciamatura per gli impianti molto fitti e a sviluppo limitato in altezza.

Gestione chimica

Il ricorso alla pratica del diserbo chimico assume un ruolo di primaria importanza per il contenimento delle infestanti sia negli impianti più giovani, sia quelli in produzione sotto i tralci, dove si presentano le maggiori difficoltà di gestione delle malerbe. La riduzione della superficie trattata permette di assicurare nel contempo una gestione più ecocompatibile dell’ambiente, riducendo gli eventuali rischi di danni da fitotossicità alle piante. I criteri di scelta dei diserbanti, delle relative dosi di impiego e dell’epoca di applicazione (strategie), non possono prescindere dall’età dell’impianto e dal tipo di portinnesto. Inoltre occorre considerare le eventuali restrizioni di impiego sotto il punto di vista legislativo, oltre che del tipo di terreno e della possibilità di irrigazione. Ai fini dell’impiego di erbicidi ad azione residuale non è consigliabile intervenire su terreni molto sciolti e irrigui, allo scopo di evitare la comparsa di fenomeni di fitotossicità. Inoltre anche la valutazione del decorso climatico e della flora infestante presente è importante ai fini della scelta dell’erbicida fogliare. Allo scopo di limitare l’emergenza di malerbe attorno alle piante, nei giovani impianti è possibile utilizzare erbicidi ad azione residuale che agiscono attraverso l’assorbimento radicale o tramite le parti vegetative dei semi in germinazione. Per la salvaguardia del vigneto devono essere selettivi almeno per via stratigrafica: rimanendo in superficie non vengono assorbiti, o solo in dosi trascurabili, da parte delle radici delle viti che si trovano a una maggiore profondità.

Evoluzione della gestione chimica

In questi ultimi anni si è assistito a un pressoché totale abbandono dei disseccanti dipiridilici diquat e paraquat, a favore di glufosinate ammonio e di glifosate. Il già limitato impiego di prodotti residuali è fortemente diminuito con la revisione europea dei fitofarmaci e la contingentazione dell’uso di certi principi attivi, prevedendo l’applicazione dei soli fogliari durante i periodi di maggiore dannosità delle malerbe. Sulla base di questi nuovi orientamenti ci si è indirizzati talvolta all’apporto di dosi ridotte di oxifluorfen attivanti il glifosate, da distribuire con attrezzature schermate durante il periodo di maggiore accrescimento delle malerbe. L’elevato grado di perfezionamento raggiunto nella pratica del diserbo chimico ha permesso di estendere tale tecnica anche laddove venivano praticate esclusivamente lavorazioni meccaniche e manuali, permettendo di ottenere un soddisfacente controllo delle più dannose infestanti annuali e perenni.

Diffusione della tecnica di diserbo chimico

In Italia, la superficie coltivata a vite, che trae le sue millenarie origini a partire dalla civiltà etrusca, risulta complessivamente 700.000 ettari, di cui oltre il 90% da vino e la parte restante da tavola, distribuita su tutto l’arco geografico con estrema variabilità pedoclimatica. Innumerevoli sono inoltre i vitigni coltivati, su un’infinità di forme di allevamento che si differenziano anche per la densità di impianto. Di queste superfici vitate, oltre il 20% mediamente vengono diserbate, anche se tale pratica risulta progressivamente in aumento soprattutto per la facilità e la riduzione dei costi che consente di ottenere nella normale gestione degli impianti, ma soprattutto per la specializzazione degli stessi. Le regioni in cui tale tecnica risulta maggiormente diffusa sono Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Puglia e Sicilia. In ogni caso, la gestione delle malerbe è indirizzata verso una tecnica integrata dove si effettuano gli interventi erbicidi localizzati sotto le file (oltre il 70% degli impianti diserbati) e le lavorazioni o l’inerbimento controllato delle interfile, mediante periodiche trinciature che nelle zone più fresche di pianura stanno sostituendo le lavorazioni meccaniche. La tecnica di diserbo generalizzata su tutta la superficie, sebbene sia ancora praticata, risulta in costante riduzione, mentre talvolta si ricorre a interventi limitatamente alle chiazze di malerbe maggiormente competitive e di più problematico contenimento.

Strategie di diserbo chimico

Indipendentemente dalla tecnica di gestione dei vigneti, periodicamente si rende necessario contenere l’eccessivo sviluppo delle malerbe, in particolare attorno ai ceppi e sotto i tralci delle viti, dove maggiormente si rendono indesiderate e di più difficile contenimento. Le strategie di lotta in genere sono messe a punto in funzione della composizione malerbologica e delle condizioni pedoclimatiche, nonché dall’età e dal tipo di impianto.

Vivai. Per il diserbo dei vivai normalmente si interviene con barre schermate tra le file, con ripetuti trattamenti fogliari a base dei più selettivi disseccanti dipiridilici paraquat e diquat, oltre a glufosinate ammonio, ai quali a volte possono essere addizionati i più selettivi erbicidi residuali come trifluralin, propizamide o isoxaben, ma anche oxadiazon e oxifluorfen, riponendo maggiore precauzione verso questi ultimi per non danneggiare le gemme. L’impiego a tutto campo dei suddetti prodotti residuali si può rivelare utile anche alla fine dell’inverno del secondo anno di vegetazione, dopo l’esecuzione degli innesti.

Nuovi impianti. A partire dal primo anno della messa a dimora delle viti, si è dimostrato conveniente distribuire sulle file, subito dopo l’impianto con terreno lavorato e privo di infestanti nate, diserbanti ad azione residuale nelle diverse combinazioni di trattamento più indicate per i diversi tipi di impianto e alle più comuni specie di piante infestanti da combattere. In alternativa all’esecuzione dei preventivi trattamenti con prodotti residuali, il diserbo dei giovani impianti può essere effettuato con l’impiego dei soli erbicidi fogliari ad azione di contatto, preferendo nel primo anno di vegetazione i più selettivi dipiridilici paraquat e diquat, per poi utilizzare su piante ben lignificate anche glufosinate ammonio, che si può impiegare con piena sicurezza a partire dal secondo anno di impianto. Per il controllo delle infestanti perenni Graminacee e dicotiledoni invece, si deve intervenire sulle chiazze infestate con il sistemico glifosate distribuito con barre assolutamente schermate o con attrezzature umettanti. Tali prodotti unitamente al più sicuro glufosinate ammonio, possono poi trovare un valido impiego nei trattamenti su tutto il filare quando, già dopo la messa a dimora, i fusti delle piante vengono protetti con apposite schermature, evitando di operare con i prodotti a base di glifosate nei terreni molto sciolti, per il potenziale rischio che possa andare a contatto con gli apparati radicali delle giovani piante erbacee e causare danni da fitotossicità. Come per il diserbo dei vivai e degli impianti in produzione, per una più razionale lotta contro le infestanti dei giovani impianti, si rivela più conveniente ricorrere all’impiego simultaneo di prodotti fogliari di contatto, con quelli residuali nelle due epoche fondamentali di fine inverno e inizio estate, con l’utilità di ricorrere anche a interventi autunnali dopo il primo anno di impianto.

Impianti in produzione. Gli impianti in produzione giunti al 3°-4° anno di vegetazione dopo la messa a dimora delle viti, presentano ceppi dotati di corteccia che limita gli scambi con l’esterno. Il diserbo chimico degli impianti in produzione può essere un proseguimento di quanto già si effettuava negli anni precedenti sui giovani impianti o un inizio di tale moderna pratica colturale dopo una coltivazione con sole lavorazioni meccaniche o pacciamatura. Nel primo caso in genere si opera quando si verifica una maggiore presenza di specie perenni, rappresentate da Convolvulacee, Equisetacee, Crucifere, Malvacee e altre erbe di sostituzione. Nel secondo caso, il potenziale di inerbimento sarà rappresentato prevalentemente da specie annuali, comprese quelle più tradizionali di tutti i coltivi come Veronica spp., Senecio vulgaris, Sonchus spp., Solanum nigrum, Poligonacee, Amarantacee, Chenopodiacee ecc., e con abbondanti presenze di chiazze di specie perenni meglio contenute dai film plastici, rispetto alle periodiche lavorazioni del terreno. I nuovi orientamenti basati sul più mirato impiego di erbicidi fogliari, tra cui in particolare glufosinate ammonio per le finalità antispollonanti, hanno permesso di variare le tradizionali epoche di impiego e i relativi programmi di intervento, valorizzando le acquisite conoscenze sui tempi di emergenza delle malerbe e sulle caratteristiche dei singoli principi attivi, ottimizzando i calendari di intervento in funzione del tipo di impianto. I trattamenti autunnali si rivelano particolarmente convenienti nei giovani impianti, nei casi in cui il potenziale di germinazione delle infestanti annuali sia molto alto e qualora si attuino programmi di diserbo unicamente con prodotti fogliari. Altri vantaggi derivanti dalle applicazioni autunnali con miscele di erbicidi fogliari e residuali si evidenziano dall’assenza di malerbe sotto le file dei vigneti durante il periodo invernale e primaverile, consentendo di migliorare lo svolgimento delle operazioni colturali come la potatura e l’asportazione dei tralci, in particolare negli impianti densi e bassi. In corrispondenza delle epoche autunnali inoltre, per le favorevoli condizioni di assorbimento degli erbicidi, è possibile ottenere un migliore contenimento delle malerbe con dosi relativamente ridotte, aumentando il grado di devitalizzazione delle specie perenni sensibili agli erbicidi fogliari sistemici come glifosate, che offrono migliori opportunità di contenimento nelle zone particolarmente inerbite da Cynodon dactylon e Convolvulus arvensis, che seppure non vengano completamente devitalizzate, si ritardano i ricacci primaverili, consentendo di semplificare i successivi programmi di diserbo. In alternativa alle strategie di intervento che prevedono l’avvio delle applicazioni in autunno, mantengono un’ottima validità i trattamenti di fine inverno prima della ripresa vegetativa. In questo caso si opera con malerbe non ancora molto sviluppate, evitando i danni da competizione. L’inizio degli interventi può essere inoltre ritardato dopo la ripresa vegetativa qualora si operi con attrezzature perfettamente schermate e quando sussista la necessità di eliminare contemporaneamente specie annuali e perenni, tra cui Cirsium arvense, Equisetum spp., Rumex spp. ecc. Spesso tale periodo coincide con la comparsa dei polloni che allo stadio erbaceo più sensibile di 15-20 cm di altezza vengono devitalizzati con facilità con i prodotti più selettivi a base di glufosinate ammonio. L’impiego dei prodotti residuali richiede un terreno ben sminuzzato e libero da malerbe e da foglie, consentendo di sortire un migliore effetto per le condizioni ambientali più favorevoli all’esaltazione del grado di efficacia erbicida. La valutazione del decorso climatico e della flora infestante presente è importante ai fini della scelta dell’erbicida fogliare. Per esempio, glufosinate ammonio è più adatto per malerbe annuali a foglia larga e con temperature non troppo basse, mentre glifosate si presta anche in condizioni di temperature più basse e in presenza di malerbe perenni. Negli impianti in produzione, nonostante l’applicazione degli erbicidi fogliari possa essere attuata in ogni momento del ciclo vegetativo con l’avvertenza di non interessare al trattamento le foglie delle piante, si tende a intervenire a primavera inoltrata, allo scopo di ridurre il numero degli interventi (2-3 applicazioni). Si ricorre a ciò, anche se esteticamente l’esito non è ottimale, poiché il manto erboso sviluppato e disseccato dal trattamento consente di sortire un effetto pacciamante, in grado di ridurre l’emergenza di nuove malerbe. Se il primo intervento in genere si fa cadere verso la metà della primavera, si ricorre a un secondo intervento indirizzato al contenimento delle malerbe a sviluppo pluriennale ed eretto, che disturba la produzione delle giovani piante o di quelle allevate a forme piuttosto basse. Un terzo intervento, eventualmente, si potrebbe rendere necessario negli impianti con forme di allevamento piuttosto basse e nel caso di decorsi climatici favorevoli allo sviluppo delle malerbe estive e nei terreni più fertili o irrigui. Inerbimenti successivi che sviluppano nel corso dell’autunno non disturbano più lo sviluppo delle piante, e consentono di ricostituire un manto erboso nel periodo invernale e primaverile che, una volta dissecato nel corso della primavera successiva, consente di sortire un buon effetto pacciamante allo scopo di ridurre l’emergenza di nuove malerbe. Il periodo di applicazione primaverile-estivo viene talvolta richiesto in particolare con i prodotti fogliari qualora siano sfuggite malerbe a sviluppo perenne, o nei terreni più fertili e irrigui, ripetendo il trattamento nel periodo autunnale prima della caduta delle foglie o durante l’inverno, in funzione della presenza delle differenti specie di malerbe annuali o perenni. Questa tendenza è stata mantenuta anche con i più moderni erbicidi fogliari e dei più selettivi prodotti residuali, per assicurare una più protratta azione e la limitazione del numero degli interventi.

Spollonatura

La capacità pollonante della vite, ovvero l’emissione di germogli dalla base dei ceppi, risulta frequente e indesiderata, in quanto oltre a costituire un inutile spreco di risorse energetiche ai danni della produzione, crea non pochi disagi nella gestione dei vigneti tra cui in primo luogo l’intralcio durante le pratiche colturali, nonché un rifugio per gli insetti dannosi, come nel caso di Scaphoideus titanus, vettore della flavescenza dorata trasmessa mediante le punture di questa cicalina. La mancata eliminazione dei polloni nel periodo vegetativo, inoltre, rende più onerose e costose le operazioni di potatura invernale, pertanto si rendono necessarie le operazioni di spollonatura al verde durante il periodo primaverile-estivo. Nella maggior parte dei vigneti viene ancora oggi effettuata manualmente, richiedendo però un consistente impiego di manodopera nonostante l’intervento risulti più razionale. Per ridurre i costi si ricorre talvolta alle operazioni meccanizzate mediante particolari decespugliatori o macchine operatrici ormai collaudate, munite di flagelli rotanti. Il loro impiego e diffusione tuttavia risulta rallentato dalle possibili ferite o traumi che si possono arrecare sui ceppi di vite, inconveniente alquanto grave nel caso di giovani impianti o di eventuali piante di sostituzione delle fallanze, che si può rivelare talvolta letale, nonché la formazione di polvere che si può rendere elevata nel caso di suoli asciutti, limosi e scarsamente inerbiti. Interessante si è rivelato in questi ultimi anni l’impiego di glufosinate ammonio per la sua azione congiunta, a pari tecnica distributiva e di concentrazione di principio attivo, nel contenimento dei polloni e delle malerbe sotto le file dei vigneti. In tal caso occorre intervenire su polloni lunghi 15-20 cm e, comunque, prima della loro lignificazione, con un’unica applicazione o mediante due interventi ben cadenzati, che consentono di ottimizzare anche il contenimento delle malerbe. Innegabili risultano i vantaggi di ordine tecnico ed economico, con risparmio di tempo, assenza di ferite e lieve ritardo nel ricaccio di nuovi polloni rispetto agli interventi manuali o meccanici.

 


Coltura & Cultura