Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: coltivazione

Capitolo: gestione delle malerbe

Autori: Pasquale Montemurro

Dannosità delle malerbe

Negli oliveti italiani, localizzati per la stragrande maggioranza nel Meridione, generalmente si instaura una flora infestante le cui caratteristiche quali-quantitative variano, ovviamente, in ragione di diversi fattori; nell’ambito di questi ultimi, sono da annoverare la zona di coltivazione, l’andamento climatico, le caratteristiche fisico-chimiche del terreno, e soprattutto le tecniche utilizzate per controllare le erbe infestanti, insieme alle pratiche agronomiche con cui viene condotta la coltivazione, tra le quali in particolar modo quella dell’utilizzo o meno dell’irrigazione. Ciò considerato, la flora in grado di ricoprire il terreno degli oliveti si diversifica in maniera significativa, sia come numero di specie infestanti sia come entità di inerbimento di ciascuna specie, ed è composta in maggior misura da malerbe a foglia larga, sinonimo di dicotiledoni. Nei comprensori olivicoli meridionali, per esempio, dove le lavorazioni del terreno costituiscono la pratica più diffusa e più frequentemente eseguita nel corso del ciclo colturale, durante il periodo autunno-invernale è l’acetosella (Oxalis pes-caprae) a farla da padrona, soprattutto nelle zone rivierasche dell’Adriatico e del mar Ionio, mentre nelle zone più interne e collinari è facile notare la prevalenza della ruchetta violacea (Diplotaxis erucoides); tra le specie minori è possibile ritrovare la malva (Malva spp.), il fiorrancio (Calendula arvensis), lo stoppione (Cirsium arvense), il centocchio comune (Stellaria media), il grespino comune (Sonchus oleraceus) e quello spinoso (Sonchus asper), il cardo mariano (Silybum marianum), la fumaria comune (Fumaria officinalis) e la veronica con foglie d’edera (Veronica hederifolia). Tra le infestanti a foglia stretta, generalmente graminacee, le più diffuse risultano il loglio rigido (Lolium rigidum) e l’avena selvatica (Avena sterilis). Nel corso della stagione primaverile-estiva, emergono tra gli olivi le dicotiledoni amaranto comune (Amaranthus retroflexus), farinello comune (Chenopodium album), porcellana comune (Portulaca oleracea), vilucchio comune (Convolvulus arvensis) e ancora lo stoppione, mentre più recentemente si è conquistata un po’ di spazio anche la saeppola canadese (Conyza canadensis). Tali inerbimenti, come quelli composti dalle graminacee pabbio comune (Setaria viridis), giavone (Echinochloa crus-galli), sanguinella comune (Digitaria sanguinalis), gramaccia (Agropyron repens) e gramigna (Cynodon dactylon), durante la stagione estiva, solitamente molto secca, tendono a concentrarsi soprattutto nella zona di terreno bagnata dai gocciolatori, essendo l’irrigazione a goccia quella più praticata. Nelle zone olivicole situate nel Centro Italia e nelle microaree del Nord, la composizione floristica è sicuramente più ampia di quella riscontrabile nel Meridione. Infatti, in tali areali si può ritrovare la maggior parte delle specie indicate per il Meridione, fatta eccezione per l’acetosella, e in più il soffione (Taraxacum officinale), le piantaggini (Plantago spp.), i romici (Rumex spp.), l’assenzio selvatico (Artemisia vulgaris), come malerbe a foglia larga, e la fienarola (Poa pratensis), l’erba mazzolina comune (Dactylis glomerata) e le festuche (Festuca spp.), come graminacee. Nei riguardi delle piante di olivo, sia da olio sia da frutto, le erbe infestanti possono estrinsecare una competizione per l’acqua e per gli elementi nutritivi, mentre nei confronti della luce la concorrenza può essere espressa, in genere, limitatamente ai primi anni di vita dell’impianto. In funzione dell’entità dell’inerbimento, la competizione porta come effetti dannosi innanzitutto il rallentamento della crescita delle piante, specialmente quelle più giovani; negli oliveti adulti in produzione, gli effetti della presenza della vegetazione infestante portano sia il decremento della produzione quantitativa sia la riduzione della qualità del raccolto; in particolare, nella coltura da tavola si può verificare una riduzione del peso medio delle drupe, con una conseguente diminuzione del valore commerciale dei frutti, mentre in quella da olio può avere luogo un calo più o meno importante della resa. In altri casi, poi, la presenza delle infestanti può determinare un ostacolo ad alcune operazioni colturali, come per esempio la raccolta: è il caso delle zone dove viene praticata la coltura da olio e tale operazione viene eseguita raccogliendo i frutti caduti naturalmente o fatti cadere meccanicamente per terra, su piazzole appositamente predisposte. Il periodo durante il quale è necessario provvedere alla limitazione dell’inerbimento dalle malerbe, negli ambienti meridionali è in genere da febbraio a ottobre negli oliveti non irrigui, e da marzo a settembre in quelli irrigui; successivamente, nella sola coltura da olio è utile ampliare l’intervallo fino ai mesi invernali limitatamente, però, alle sole piazzole di raccolta. Nelle zone del Centro-Nord, invece, la vegetazione infestante deve essere solitamente controllata tra la fase di fioritura e l’ingrossamento delle drupe.

Diserbo

Anche per l’olivo è sempre stata molto sentita dagli agricoltori la necessità di eseguire il diserbo. L’eliminazione o almeno il contenimento delle malerbe si rende necessario, infatti, allo scopo di ridurre le perdite di acqua e la sottrazione di elementi nutritivi, salvaguardando, quindi, la produzione sotto l’aspetto quali-quantitativo.

Metodi di diserbo

I metodi del diserbo attualmente praticati nelle coltivazioni di olivo sono di tipo meccanico e chimico.

 

Diserbo meccanico

Il diserbo meccanico viene attuato con la lavorazione del terreno e con la trinciatura delle malerbe.

Lavorazione del terreno
La lavorazione del terreno, grazie all’azione di opportune attrezzature meccaniche, consente di eliminare le malerbe o almeno di contenerle in buona parte. Da sempre, tale modalità di diserbo, connotata anche come tecnica di aridocoltura, è quella maggiormente gettonata, specialmente negli oliveti dell’Italia meridionale, al punto da essere denominata come diserbo tradizionale; tra le motivazioni che hanno fatto e continuano a far propendere gli olivicoltori verso tale tipo di intervento, vi sono anche quelle dettate dal fatto che con la loro esecuzione si ottiene, tra l’altro, anche una maggiore infiltrazione di acqua, di pioggia e irrigua, nel suolo, la limitazione delle perdite di acqua per evaporazione dal terreno e l’interramento dei fertilizzanti, degli ammendanti e dei residui colturali. I tipi di lavorazione più praticati sono le arature, le discature, le fresature e le erpicature, operazioni che in certe annate sono ripetute in numero superiore anche a 5-6 ed eseguite a una profondità che non supera in genere i 15 cm. In particolare, per quanto concerne le arature, solitamente si ricorre ai polivomeri (penta ed esavomeri), mentre le fresature sono effettuate con elementi che girano su un asse orizzontale. Abbastanza recentemente, però, si è innescata una tendenza alla riduzione degli interventi meccanici, motivata, in particolare, dalle necessità sia di ridurre gli effetti negativi provocati dal loro continuo impiego sia di contenere la spesa per i combustibili; infatti, si preferisce sempre di più eseguirli in numero inferiore e in maniera localizzata al solo spazio interfilare. Tra gli effetti negativi conseguenti alle ripetute lavorazioni del terreno sono da ricordare l’aumento della possibilità che si verifichi l’erosione idrica negli oliveti situati in pendio, la formazione della suola di lavorazione, uno strato difficilmente esplorabile dalle radici delle piante di olivo, la riduzione del contenuto di sostanza organica del terreno, il peggioramento della struttura del suolo, con una conseguente riduzione della sua capacità idrica, il danneggiamento degli apparati radicali, con il potenziale ingresso di patogeni attraverso le ferite inferte alle radici, e la riduzione della portanza del terreno.

Trinciatura
La trinciatura è un’operazione che, attraverso attrezzature quali le trinciaerba e le trinciasarmenti, consente di sminuzzare la vegetazione infestante, con un’efficacia che è tanto maggiore quanto più tale vegetazione è costituita da specie infestanti di tipo annuale. La trinciatura è una pratica alternativa alle lavorazioni del terreno, che attualmente viene scelta ancora da pochi olivicoltori, la maggior parte dei quali opera nel biologico. Ha cominciato a essere utilizzata soltanto negli ultimi anni ed è in via di diffusione, anche per il fatto che tra i modelli di attrezzature disponibili ve ne sono alcuni in grado di operare pure sui terreni che presentano delle pietre superficiali, senza che l’attrezzatura stessa ne subisca danno, anzi ottenendo nel contempo di frangere tali pietre. Grazie alla pacciamatura che di conseguenza si viene a realizzare, con la trinciatura si ottengono dei vantaggi accessori, quali quelli di una notevole riduzione dell’evaporazione dell’acqua dal terreno e di un forte ostacolo all’emergenza di nuove infestanti; inoltre, c’è il vantaggio di poter eliminare contemporaneamente alla trinciatura anche i residui della potatura, salvo, ovviamente, controindicazioni di carattere entomo-patologico (per es. qualora si siano verificati attacchi di fleotribo, un insetto denominato scientificamente Phloeotribus scarabeoides), nel qual caso sono necessari il loro allontanamento e la successiva bruciatura. Altrimenti, contribuendo ad aumentare lo strato pacciamante, i residui trinciati incrementano di conseguenza i vantaggi sopra indicati, in particolar modo quello di frenare l’insorgenza di nuovi inerbimenti del terreno grazie, probabilmente, alla liberazione e all’emissione nel suolo delle sostanze fenoliche presenti nelle foglie e nei rami dell’olivo, sostanze con caratteristiche allelopatiche, capaci cioè di inibire la germinazione dei semi delle erbe infestanti. Trinciando il materiale di risulta della potatura, si evita, inoltre, anche la spesa dell’allontanamento dei residui stessi, oltre che la loro bruciatura, operazione che, seppure in minima misura, contribuisce alla riduzione dell’immissione di CO2 nell’atmosfera. Un altro aspetto positivo, di non trascurabile importanza, è quello che, attraverso i materiali di risulta della potatura, ritorna al terreno una considerevole quantità di sostanza organica e di nutrienti. Altra positività collaterale è quella derivante dall’attuale disponibilità sul mercato di macchine in grado di trinciare rami anche di 10 cm di diametro e, contestualmente, raccogliere il trinciato stesso, che successivamente può essere trasformato in pellet, commercializzato come combustibile per stufe o per impianti industriali. Il legno d’olivo, per esempio, anche per la presenza di polifenoli, possiede un elevato potere calorico. Tale pratica non è ancora molto diffusa. Essa tuttavia presenta grandi potenzialità, a causa della crescente richiesta da parte del mercato di materiali combustibili per alimentare stufe per usi domestici, meglio gestibili della legna tradizionale. Occorre, inoltre, segnalare che, in un contesto economico-sociale nel quale ci si rivolge sempre di più a combustibili alternativi al petrolio, l’utilizzazione dei residui di potatura da parte dell’industria, già in parte iniziata, presenta grandi potenzialità per aumentare l’efficienza sia economica sia energetica delle coltivazioni arboree. Altri modelli ancora consentono, oltre che di trinciare le infestanti, anche di fresare il terreno molto superficialmente; questi ultimi tipi di macchinari risultano essere molto utili negli interventi estivi, per il fatto che la fresatura superficiale operata permette di minimizzare le perdite di acqua per evaporazione del terreno attraverso la sua risalita per capillarità. Generalmente, la trinciatura viene effettuata, limitatamente al solo spazio interfilare, un numero abbastanza variabile di volte (tra 3 e 5 all’anno), in funzione soprattutto dell’andamento stagionale e della frequenza delle piogge; l’esecuzione avviene di norma quando la vegetazione infestante ha raggiunto un’altezza massima di circa 20-25 cm. La trinciatura è pure indicata prima della raccolta delle olive per limitare in altezza la vegetazione infestante, qualora quest’ultima risulti di ostacolo.

Diserbo chimico

Il diserbo chimico è reso possibile grazie alla disponibilità in commercio di erbicidi (o diserbanti chimici), sostanze chimiche, nella stragrande maggioranza di origine sintetica, che sono capaci di eliminare le erbe infestanti o quanto meno di limitarne lo sviluppo, sia negli impianti giovani sia in quelli in produzione. La scelta dei diserbanti da impiegare, tra le sostanze attive comprese nella rosa ammessa dalla legislazione sugli agrofarmaci, avviene in funzione di diversi fattori, tra i quali si annoverano soprattutto le specie infestanti da controllare, l’età dell’oliveto e le condizioni pedo-climatiche. Gli erbicidi maggiormente utilizzati sono quelli ad assorbimento fogliare, applicabili dopo l’emergenza delle infestanti, scelti tra quelli aventi un’azione sistemica, a base di glifosate, o disseccante, contenenti glufosinate ammonium e diquat. Negli oliveti irrigati e in quelli nei quali devono essere preparate le piazzole di raccolta, allo scopo di mantenere l’impianto libero da infestanti per più tempo, al diserbante che agisce per via fogliare viene aggiunto anche un erbicida con attività residuale, scelto tra sostanze attive quali l’oxadiazon, l’oxyfluorfen o il fluazasulfuron. Gli erbicidi di tipo residuale sono adoperati, invece, pochissimo da soli e quasi esclusivamente nei giovani oliveti, al fine di ridurre il più possibile la competizione delle infestanti sotto il pedale delle piante di olivo. Pur rappresentando una buona modalità alternativa e/o integrativa alle lavorazioni meccaniche del terreno, tuttavia il diserbo chimico non è particolarmente diffuso tra gli olivicoltori (20% circa delle superfici). Infatti, i diserbanti sono impiegati soprattutto nelle zone dove le lavorazioni sono rese difficoltose dalla presenza di pietre di grosse dimensioni e/o in molte zone localizzate nella Penisola Salentina, nelle quali la raccolta viene effettuata da terra e quindi è necessario tenere sgombre dalle malerbe le piazzole; vi sono, poi, altri territori nei quali in questi ultimi anni si è diffusa la tecnica di diserbare a tutto campo o in modo localizzato sotto le file, soprattutto negli impianti moderni, praticando anche il sistema della non lavorazione. Ai fini del successo e della compatibilità agronomica ed ecologica di un trattamento erbicida, è importante tenere conto attentamente soprattutto delle specie infestanti prevedibili e/o già emerse, di alcune delle caratteristiche dei diserbanti, nonché delle condizioni meteorologiche e del tipo di terreno. In generale, nel caso degli erbicidi ad applicazione fogliare, l’efficacia dell’intervento dipende: – dalla precisione nell’esecuzione del rilievo floristico (riconoscimento della specie botanica, stadio vegetativo della pianta infestante, presenza di strutture anatomiche particolari quali peli, cere ecc.); – dall’esatta scelta della sostanza attiva da impiegare (spettro d’azione adeguato e formulato commerciale); – dalle condizioni meteorologiche (temperatura e umidità relativa dell’aria, irraggiamento solare, vento); – dall’accuratezza attuata nell’esecuzione del trattamento (rispetto del dosaggio del diserbante e del volume d’acqua, efficienza della pompa irroratrice, tipo di ugello ecc.). La conoscenza di questi fattori, e di come questi interagiscono, è di fondamentale importanza ai fini del successo di un trattamento diserbante. A tal proposito, è necessario sottolineare che le due fasi più critiche sono la ritenzione, rappresentata dalla permanenza delle goccioline di soluzione sulla pianta infestante, e la successiva penetrazione in quest’ultima. Si ritiene che, durante tali fasi, venga perduto oltre il 50% della dose applicata. La spiegazione risulta evidente se si considera che il liquido vettore comunemente impiegato è l’acqua. Le gocce devono prima ancorarsi sulla superficie fogliare, la quale è costituita nella parte superficiale da sostanze fortemente idrofobe e quindi scarsamente affini con l’acqua. Successivamente, l’erbicida deve superare la barriera composta dal tegumento fogliare, fase particolarmente delicata e lenta. Tali difficoltà rendono, nel suo complesso, l’erbicida molto vulnerabile ai fattori esterni quali la più o meno forte insolazione, il vento, il calore ed eventuali piogge dilavanti. Nel caso di erbicidi che si applicano direttamente sul terreno, l’attività fitotossica viene a essere espletata tramite l’assorbimento da parte dei germinelli (semi in via di germinazione) delle malerbe e/o delle radici delle piante infestanti già sviluppate. L’efficacia dei prodotti ad applicazione suolo dipende: – dall’esattezza nella previsione dell’inerbimento (conoscenza delle specie infestanti che potranno insediarsi nel periodo successivo al trattamento); – dalla corretta scelta della sostanza attiva (spettro d’azione appropriato) e del formulato commerciale; – dalle caratteristiche del terreno (deve risultare ben preparato e con un certo tenore in umidità, che deve essere assicurato dalla pioggia e/o dall’irrigazione); – dalle condizioni meteo (ventosità, umidità relativa dell’aria); – dalla precisione messa in atto nell’effettuazione dell’intervento (efficienza della pompa irroratrice, tipo di ugello, dosaggio adeguato del diserbante e del volume d’acqua ecc.). Le miscele tra più erbicidi possono, in generale, essere utili al fine di aumentare l’efficacia di un trattamento, oltre che di ampliare lo spettro d’azione sulle infestanti.

Evoluzione nel diserbo dell’olivo
Le possibilità offerte dai metodi di controllo delle malerbe alternativi alle lavorazioni del terreno, quali il diserbo chimico e la trinciatura delle infestanti, hanno consentito dapprima di attuare le metodologie della non lavorazione e della ridotta lavorazione, e successivamente, in tempi più recenti, l’evolversi in un tipo di diserbo già in uso nella vite e in molte specie frutticole, e cioè nel diserbo integrato, in particolare negli impianti condotti in irriguo; attualmente si stima che sia praticato su poche decine di migliaia di ettari di oliveto. A far da volano verso il diserbo integrato sono state soprattutto le necessità di ridurre gli input chimici in agricoltura, e quindi l’impatto ambientale, e di contenere i costi di produzione, necessità che sono state appunto di stimolo a ricercare, anche per quanto concerne il controllo delle malerbe degli oliveti, soluzioni che armonizzassero tutti gli interventi di diserbo, come accade appunto in quello denominato diserbo integrato. Il diserbo integrato, definibile anche come gestione integrata delle infestanti, consiste in un sistema di strategie nel quale vengono opportunamente applicate tutte le tecniche di prevenzione e di controllo delle malerbe, con l’obiettivo principale di annullare o almeno minimizzare la dannosità della flora infestante, sia nel breve sia nel lungo periodo, seguendo un approccio ecologicamente, economicamente e agronomicamente accettabile. Si tratta, in altre parole, di un sistema che persegue un percorso di ottimizzazione di tutte le conoscenze a disposizione, in particolare in materia di agronomia, di fisiologia e coltivazione delle piante frutticole, di ecologia agraria, di tecnologia, di tecnica del diserbo e di biologia delle malerbe. I principi generali che fungono da guida nella gestione del diserbo integrato dell’olivo possono essere sintetizzati come segue: – le modalità di gestione sia delle infestanti sia del terreno sono fortemente correlate tra loro. Per tale motivazione non si può, quindi, scegliere una strategia di controllo delle malerbe, senza tenere in opportuna considerazione i risultati che tale strategia avrà sul generale assetto vegeto-produttivo dell’oliveto; – le infestanti devono essere eliminate, o contenute nel loro sviluppo, solo quando risultano effettivamente competitive e/o ostacolano le operazioni colturali, in quanto al contrario, in alcuni periodi dell’anno, la presenza della flora spontanea può risultare utile; – poiché molto spesso per conseguire la completa eliminazione delle malerbe possono essere richiesti eccessivi utilizzi di input energetici e/o chimici, comportando perciò inutili dispendi economici (lavoro ed energia), è senz’altro consigliabile fermarsi a raggiungere risultati soddisfacenti anche solo abbassando l’infestazione a livelli non dannosi per la coltura; – un’ottimale gestione del terreno deve perseguire l’obiettivo di mantenere nell’oliveto una composizione floristica bilanciata (un alto numero di specie tra le quali nessuna dominante). Tale obiettivo, oltre a contribuire all’incremento della biodiversità nell’oliveto, rende più facile la gestione dell’infestazione; – la gestione della flora infestante deve essere programmata in modo tale da minimizzare le lavorazioni del terreno; – a parità di efficienza, è meglio scegliere delle modalità che comportino il minor impatto possibile sull’ambiente.

Gestione del diserbo integrato e agroecosistema dell’oliveto
Premessa indispensabile per poter gestire in modo integrato il diserbo dell’oliveto è che la flora infestante deve essere controllata solo quando diventa effettivamente infestante, e cioè nel momento e durante il periodo in cui comincia a essere competitiva e quindi dannosa per la coltura. Nelle fasi colturali e/o nelle situazioni agronomiche in cui non si rilevano fenomeni competitivi, la presenza di una cotica erbosa può, invece, addirittura svolgere dei ruoli positivi nei confronti del terreno che possono essere quelli di: – diminuire l’erosione eolica e idrica. Quella idrica è tra le due la più frenata, grazie all’intercettazione della pioggia da parte della vegetazione, con una conseguente protezione degli aggregati del terreno superficiale dall’azione battente delle gocce. La riduzione della velocità del ruscellamento, inoltre, consentendo una maggiore infiltrazione di acqua, determina un aumento della quantità invasata nel terreno e quindi a disposizione delle piante, fatto molto utile nelle aree con piovosità limitata, corrispondente anche a una pratica di aridocoltura; – influire positivamente sul bilancio della sostanza organica. Generalmente, il contenuto di sostanza organica del terreno tende a incrementarsi lungo tutto il profilo, anche se in maggior misura nello strato più superficiale; – migliorare lo stato nutritivo del terreno. Viene favorito l’aumento della capacità di scambio cationico e conseguentemente, fino a una certa profondità, la disponibilità di alcuni elementi nutritivi come il potassio e il fosforo. Tale aumento di disponibilità lungo il profilo del terreno sembra essere dovuto al fatto che gli apparati radicali trasportano i nutrienti dagli strati più profondi a quelli più superficiali; – rendere migliore la struttura. Il terreno non lavorato, purché non eccessivamente argilloso, può diventare, con il passare degli anni, sempre più facilmente penetrabile ed esplorabile da parte degli apparati radicali degli alberi di olivo. Tale fenomeno è determinato dal miglioramento della porosità del terreno stesso, fattore fondamentale per la circolazione di aria e di acqua. Gli apparati radicali, infatti, specialmente se di tipo fascicolato come quelli di specie di malerbe appartenenti alla famiglia delle graminacee, contribuiscono in maniera importante a conservare e incrementare tale caratteristica. Sviluppandosi ampiamente lungo il profilo, infatti, le radici creano un sistema di pori che rimangono aperti per un certo periodo anche dopo la loro decomposizione. La struttura risulta migliorata anche grazie all’incremento della microfauna utile, come le popolazioni di lombrichi che agiscono favorevolmente sul suolo, formando complessi argillo-umici molto stabili e gallerie che ne aumentano la porosità totale; – ridurre la lisciviazione dei nutrienti. Il manto erboso può fungere contemporaneamente da cover crop e da cacth crop, al pari di una coltura rispettivamente di copertura e in grado di trattenere i soluti presenti nel terreno, riducendone in modo sensibile la lisciviazione. I nutrienti in forma solubile, e specialmente l’azoto, suscettibili di trasporto negli strati profondi del terreno e/o di perdita nelle acque di falda da parte delle acque meteoriche, possono essere, infatti, immobilizzati dalle piante infestanti che li utilizzano per formare biomassa; tale biomassa contribuirà ad aumentare il contenuto di sostanza organica del terreno e, successivamente, previa sua mineralizzazione, renderà gli elementi nutritivi, l’azoto compreso, nuovamente disponibili per le piante arboree; – ottimizzare la portanza del terreno. Viene facilitato il passaggio delle macchine per la raccolta e per i trattamenti con prodotti agrofarmaci. Questi ultimi, in particolare, qualora avvengano eventi piovosi di una certa entità, possono essere eseguiti con maggiore tempestività, rispetto agli impianti olivicoli sottoposti alle lavorazioni. Inoltre, può risultare agevolato il trascinamento delle reti utilizzate per la raccolta in colture quali l’olivo, operazione che, giacché facilitata, viene pertanto eseguita in tempi minori; – creare un effetto climatizzante sul terreno. Le escursioni termiche possono essere ridotte in modo consistente fino a 20-40 cm di profondità e risultano contenute soprattutto nei valori massimi di temperatura; – ottenere un maggiore rispetto dell’apparato radicale, il quale non viene danneggiato dagli organi meccanici delle attrezzature che operano la lavorazione del terreno; – diminuire il pericolo di infezioni fungine e parassitarie in genere, perché la base del tronco e le radici sono meno soggette ai possibili danneggiamenti derivanti dagli interventi meccanici; – vedere aumentata la biodiversità dell’agroecosistema, con conseguente possibile aumento di organismi utili, quali insetti e altri artropodi, predatori di quelli dannosi. A fronte dei numerosi effetti positivi, c’è comunque da segnalare il possibile riscontro di alcuni fenomeni negativi, quali: – il maggior rischio di brinate tardive poiché, riflettendo le radiazioni solari, il terreno inerbito tende a riscaldarsi di meno; – un possibile aumento della presenza di roditori, pericoloso soprattutto nei giovani impianti. Le strategie di gestione del diserbo integrato vanno quindi decise tenendo presente gli effetti che queste possono provocare sull’intero agroecosistema. Essendo, inoltre, la gestione del diserbo e la conduzione del terreno strettamente correlate tra loro, la o le modalità di diserbo prescelte vincolano in modo determinante la gestione del terreno e viceversa.

Programmi di diserbo integrato

In tale tipo di diserbo, si associano perciò tutte le modalità di controllo possibili, mettendole in atto secondo programmi predisposti in modo tale da tener presente in particolare le esigenze dell’olivo, la conduzione della coltura in rapporto sia al tipo di raccolta sia all’irrigazione, l’inerbimento e le condizioni pedoclimatiche. Nei programmi di diserbo integrato, adottati in particolar modo negli oliveti a sesto regolare, i metodi di controllo delle malerbe sono scelti e messi in atto tenendo conto innanzitutto che, in genere, l’olivo viene protetto dall’inerbimento da febbraio-marzo, rispettivamente per gli impianti non irrigui e irrigui, a settembreottobre; successivamente, può essere limitato, nella coltura da olio, alle sole piazzole di raccolta. Relativamente alla gestione delle modalità di diserbo, poi, la loro pianificazione viene fatta adottando prevalentemente il criterio di diversificare gli interventi sulle e tra le file. Le lavorazioni del terreno sono praticate limitatamente al solo spazio interfilare, fino a 1-1,5 m di distanza dai tronchi, durante il periodo estivo (giugnoagosto), mentre tra ottobre e gennaio sono evitate, qualora sia prevista la raccolta meccanica delle drupe, allo scopo di usufruire di una maggiore portanza del terreno. I diserbanti sono applicati in modo localizzato sotto le file, su strisce larghe 2-3 m; nelle aree olivicole in cui le olive sono raccolte da terra, poi, i trattamenti devono essere limitati alle sole piazzole di raccolta. La trinciatura viene eseguita, quando possibile, anche in presenza dei residui della potatura, negli interfilari. Nei programmi, poi, gli interventi sono scelti secondo differenti linee operative e sono scadenzati in determinati periodi dell’anno, senza per questo ritenerli obbligatori, bensì eseguendoli soltanto dopo avere verificato la loro effettiva necessità. Di seguito vengono esposti alcuni dei programmi di diserbo integrato tra i più praticati.

Oliveti irrigui
Un programma idoneo, negli oliveti condotti in irriguo, prevede nella zona sottofilare una lavorazione alla quale far seguire subito un trattamento con un erbicida residuale, entrambi da eseguire tra la seconda metà di febbraio e, al massimo, tutto marzo; in seguito, l’impiego di un diserbante ad assorbimento fogliare è opportuno per eliminare l’inerbimento formatosi presumibilmente tra agosto e settembre, o in ogni modo alla fine dell’attività residuale del precedente trattamento erbicida. Successivamente, tra ottobre e la metà di febbraio, le strisce sottofilari possono essere lasciate inerbire in modo naturale, tranne nel caso in cui sia prevista la raccolta da terra delle drupe; in quest’ultimo caso, tra agosto e settembre si procede prima lavorando il terreno e in seguito applicando, su un’infestazione ai primi stadi di sviluppo (vegetazione alta pochi centimetri), una miscela composta di un erbicida fogliare e uno residuale; la linea operativa testè indicata è attuabile anche per preparare le piazzole di raccolta nelle zone, come quelle situate nel Brindisino e nel Leccese, in cui le olive sono appunto raccolte da terra. Negli interfilari, il programma degli interventi può iniziare nella metà di marzo con l’esecuzione di una trinciatura o di un trattamento con un diserbante fogliare, per poi continuare con una o più lavorazioni del terreno, secondo le necessità. In un programma senz’altro indicato per gli oliveti nei quali è prevista la raccolta meccanica mediante i bracci scuotitori o i pettini vibranti, dopo il periodo di inerbimento naturale, il primo intervento da effettuare nella zona sottofilare è nel mese di marzo, diserbando con un erbicida fogliare; a seguire, tra aprile e maggio si può intervenire con una trinciatura, mentre da giugno a tutto settembre le successive infestazioni di malerbe possono essere contenute mediante un diserbante fogliare. Nelle strisce interfilari la gestione della vegetazione infestante può avvenire da aprile alla fine di settembre esclusivamente con successive trinciature.

Oliveti non irrigui
Negli oliveti condotti in asciutto è praticabile un programma nel quale le aree sottofilari sono sottoposte a febbraio a un trattamento con un erbicida ad assorbimento fogliare (sistemico o disseccante) e a marzo a una lavorazione del terreno; in seguito, tra il mese di aprile e quello di settembre, le infestazioni di malerbe possono essere controllate con una o più applicazioni di un erbicida fogliare. Successivamente, tra ottobre e gennaio, l’inerbimento può essere lasciato incontrollato, fatta eccezione per gli impianti in cui la raccolta viene effettuata da terra, nel qual caso si può optare per la metodologia già descritta nel programma A. Nelle fasce interfilari, dopo una trinciatura da eseguirsi a marzo, il diserbo può essere gestito ricorrendo soltanto a ripetute lavorazioni del terreno.


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