Volume: la vite e il vino

Sezione: coltivazione

Capitolo: gestione della chioma

Autori: Stefano Poni

Nella coltura della vite, la gestione della chioma è un fattore fondamentale sia per contenere i costi di produzione dell’uva, sia per raggiungere il migliore livello qualitativo. Questo termine, in verità alquanto generico, si riferisce a due operazioni molto importanti: la potatura invernale e la potatura verde.

Potatura invernale

La potatura invernale comprende tutti gli interventi cesori effettuati sulla vite durante il suo riposo vegetativo (dai primi di novembre alla fine di marzo). Si tratta, quindi, di un’operazione che, pur richiedendo personale specializzato e un monte notevole di manodopera (in media 80-120 ore/ha), può essere diluita in un arco tempo piuttosto ampio. Gli scopi della potatura invernale sono molteplici, ma variano fortemente in funzione del periodo della vita del vigneto. Nel caso, infatti, di vigneti giovani (primi due o tre anni) la potatura invernale si dice di “allevamento”, mentre dal quarto anno di vita del vigneto e fino alla sua estirpazione si parla di potatura di “produzione”.

Potatura invernale di allevamento
La potatura di allevamento persegue lo scopo principale di accelerare il più possibile l’entrata in piena fruttificazione del vigneto consentendo al tempo stesso una crescita bilanciata tra parte aerea e apparato radicale. Il problema che si pone al viticoltore è pertanto quello di trasformare una barbatella di vite appena messa a dimora in un ceppo pronto a fruttificare al massimo della sua efficienza. Al momento dell’impianto (effettuato a mano o a macchina nel periodo autunno-primaverile), la barbatella appena ritirata dal vivaista presenta un apparato radicale e una chioma molto modesti in termini di sviluppo (disegno in basso, A). Durante il primo anno di vegetazione, il compito del viticoltore è assai semplice poichè si tratta solo di assecondare la crescita naturale della vite che deve irrobustire soprattutto le radici. A tale scopo è opportuno che, nel corso della stagione vegetativa, sia posta la massima attenzione nel salvaguardare il buon funzionamento delle foglie garantendo un adeguato rifornimento di acqua, di elementi nutritivi (azoto e fosforo in particolare) e, soprattutto, proteggendo la chioma da attacchi parassitari. Al termine del primo anno di vegetazione (B) lo sviluppo della barbatella, se paragonato a quello dell’immediato post-impianto, è ovviamente superiore: tuttavia, nella maggioranza dei casi la vigoria raggiunta dai tralci non è ancora sufficiente affinché gli stessi possano essere allevati per coprire lo spazio che va da terra fino al filo portante. Qualora la maggioranza dei tralci non raggiunga la lunghezza minima richiesta, una scelta saggia è quella di ripristinare, con la potatura invernale, la stessa situazione del post-impianto, ovvero eliminare tutti i tralci prodotti, a eccezione di uno che sarà nuovamente raccorciato a due gemme (C, D). Apparentemente, le situazioni esemplificate in A e D appaiono molto simili; in realtà differiscono per un particolare non irrilevante; la vite in D ha un anno in più e, soprattutto, un apparato radicale più sviluppato ed efficiente che consentirà, durante il secondo anno di vegetazione, la produzione di tralci più robusti e vigorosi (E). Tra questi si potrà certamente selezionare, con la potatura invernale del secondo anno, uno o più tralci di lunghezza ormai sufficiente a coprire lo spazio richiesto per avviare la potatura di produzione.

Potatura invernale di produzione
A partire dal terzo anno dall’impianto, prende avvio la potatura di produzione della vite che, tra i vari scopi, ha soprattutto quello di mantenere nel tempo (ricordiamo che la vita di un vigneto dovrebbe protrarsi per almeno 20-25 anni) un equilibrio il più costante possibile tra quantità di uva prodotta, qualità del vino e capacità delle vite di rigenerare, ogni anno, nuovo legno. Prima di esaminare quando, come e quanto potare è interessante chiedersi: perchè è necessario potare la vite e, qualora vi si rinunciasse, quali sarebbero le conseguenze? Nel caso in cui il viticoltore decidesse di non potare più le viti, le stesse tenderebbero ad assumere, nel tempo, un aspetto selvatico caratterizzato da una chioma molto espansa e disordinata e da tanti grappoli di piccole dimensioni. In questo senso, la potatura invernale è un mezzo colturale che l’uomo utilizza per addomesticare la vite e per renderne la gestione più sostenibile, specie sotto il profilo economico.

Come potare. Il “come potare” identifica due problematiche diverse ma ugualmente importanti: la prima riguarda la tipologia di potatura adottata e, la seconda, i mezzi tecnici che sono utilizzati per eseguirla. Per quanto riguarda la tipologia, in viticoltura esiste da sempre un dualismo, spesso accompagnato da dibattiti tra gli addetti ai lavori piuttosto accesi e mai risolutivi, tra potatura corta e potatura lunga. Nel caso specifico, gli aggettivi “corta” e “lunga” si riferiscono alla lunghezza dei tralci che vengono lasciati sulla vite dopo l’intervento di potatura. La potatura corta lascia degli speroni, ovvero dei “mozziconi” di tralcio non più lunghi di 2-3 gemme, mentre quella lunga lascia dei capi a frutto, ovvero porzioni di tralcio che possono presentare da 5-6 fino anche ad oltre 20-25 gemme ciascuno. Nello schema della pagina precedente sono esemplificate le modalità operative della potatura corta. Nel caso specifico, riferito a un sistema di allevamento a cordone speronato, l’azione primaria del potatore è quella di ripristinare gli speroni produttivi ricavandoli da un raccorciamento dei tralci basali prodotti sugli speroni dell’anno precedente. Una buona regola della potatura corta è sempre quella di ricavare i nuovi speroni da zone che siano il più possibile vicine al cordone permanente. Questo criterio consente di mantenere la vite più giovane e di allontanarsi di meno dal cordone stesso. Più semplice è la potatura lunga che lo schema in basso riferisce a un sistema di allevamento definito a guyot. Nella fattispecie, il potatore è chiamato a effettuare tre interventi in sequenza piuttosto lineari e privi di complicazioni: – rimozione del tralcio fruttifero che ha prodotto nella precedente vendemmia; – sostituzione dello stesso con un nuovo tralcio che viene piegato orizzontalmente lungo il filo portante e poi a esso legato; – ripristino di uno sperone di rinnovo da ricavare, preferibilmente, dal tralcio basale inserito sullo sperone lasciato l’anno prima. Per coloro che si avvicinano per la prima volta alla coltura delle vite, il dilemma tra potatura corta e lunga è di non facile risoluzione. Quali sono i fattori che si devono considerare per potere poi fare la scelta giusta? In primo luogo, esiste un condizionamento genetico che non si può modificare e che definisce il rapporto che intercorre tra fertilità dei germogli (definita dal numero di grappoli che ciascuno di esso porta) e posizione del germoglio stesso sul tralcio. In generale, per tutti i vitigni coltivati, la massima fertilità è raggiunta a partire dal 3°- 4° nodo basale del tralcio mantenendosi poi elevata fino a oltre il 20° nodo. Tuttavia, al fine di poter decidere quale tipologia di potatura è applicabile (corta o lunga) è fondamentale conoscere il livello di fertilità delle prime gemme basali del tralcio. Qualora, infatti, questo sia elevato (in media due grappoli per germoglio anche sui primi due nodi dello sperone), si può applicare qualsiasi tipo di potatura; se il livello di fertilità è intermedio (circa un grappolo per germoglio sui primi due nodi) la potatura corta è ancora applicabile pur con alcuni accorgimenti che verranno descritti nei prossimi paragrafi; infine, se il livello di fertilità dei nodi basali è basso non è possibile una scelta di potatura corta, pena la presenza nel vigneto di una larga maggioranza di germogli che non portano grappoli. Resta, infine, da definire il quadro dei vantaggi e degli svantaggi relativo alle due tipologie di potatura. Quella lunga è più semplice da eseguire, psicologicamente più accettata soprattutto da viticoltori di vecchia generazione e meno onerosa per quanto attiene la gestione in verde della chioma. Allo stesso tempo, richiede però un maggior carico di manodopera rispetto a quella lunga e, sotto il profilo fisiologico, contribuisce ad aumentare la disomogeneità di crescita dei germogli inseriti lungo il capo a frutto che, nei casi più gravi, si può trasformare anche in una maturazione non uniforme delle uve. La potatura corta evita o riduce fortemente quest’ultimo inconveniente, è più rapida da eseguire, è parzialmente o integralmente meccanizzabile (cosa che non avviene in quella lunga poiché non esiste tuttora un mezzo meccanico in grado di selezionare un capo a frutto e di posizionarlo e legarlo a un filo portante). D’altra parte, la potatura corta richiede una maggiore preparazione degli addetti, è mentalmente accettata con maggiori riserve e, specie negli ambienti che conferiscono una notevole vigoria alle vite, può aggravare le esigenze di interventi in verde. La problematica del come potare investe anche le modalità tecniche di esecuzione. Nella viticoltura italiana la potatura invernale è ancora, in larga prevalenza, manuale e talvolta coadiuvata da forbici pneumatiche, macchine legatrici per i tralci e carri piattaforma nel caso si operi su forme alte. Tuttavia, negli ultimi due decenni in particolare, si sono diffuse, specie nelle aziende di dimensioni medio-grandi (oltre 5 ha) soluzioni di potatura meccanica quasi sempre comunque seguita da un intervento di rifinitura manuale. Un cantiere tipico di lavoro è formato dalla macchina potatrice, dotata di barre falcianti e montata lateralmente sulla trattrice, che opera una sorta di “sgrossatura”, con due operatori muniti di forbici pneumatiche che eseguono ulteriori tagli di diradamento o di raccorciamento degli speroni. Un cantiere di questo tipo consente di ridurre i tempi di esecuzione anche di oltre il 60-70% rispetto a un intervento esclusivamente manuale. Tuttavia, pur in presenza di una rifinitura, la potatura risente dell’effetto “macchina” che si manifesta principalmente come una mancanza di selettività che ha poi importanti conseguenze sulla quantità di gemme che è mantenuta sulle viti dopo la potatura.

Quanto potare. Il quanto potare si riferisce, convenzionalmente, al numero di gemme (o nodi) che rimangono sulla vite dopo l’intervento di potatura. Quali sono i criteri con cui è possibile decidere quante gemme lasciare sulla vite con la potatura invernale? È noto che, in accordo a quanto riportato nel grafico a lato, aumentando il carico di gemme per vite anche la produzione di uva in un primo tempo aumenta linearmente ma poi, continuando a lasciare sempre più gemme sulla vite, la produzione cresce più lentamente fino a un punto in cui diventa in pratica insensibile. È quindi evidente che la vite non si comporta come un mezzo meccanico governato dall’uomo, ma come un essere vivente che ha una propria potenzialità di crescita e che, se troppo sollecitato, reagisce in maniera opposta allo stimolo che noi cerchiamo di indurre. Se, infatti, una vite viene sottoposta, con la potatura invernale, a un carico di gemme troppo elevato, reagisce con una serie di meccanismi di adattamento che cercano di mitigare gli effetti di una potatura troppo ricca: tra questi i più importanti sono una riduzione del germogliamento (ovvero il rapporto tra il numero dei germogli prodotti e quello delle gemme lasciate), della fertilità (ciascun germoglio porta meno grappoli) e del peso del grappolo (grappoli più piccoli). L’entità del carico di gemme mantenuto sulla vite dovrebbe in primo luogo essere adattata all’ambiente: in un ambiente che si contraddistingue per una buona fertilità dei terreni e per un clima favorevole, il numero di gemme conservato con la potatura invernale dovrebbe essere superiore a quello mantenuto su viti che crescono in un ambiente povero (terreni meno fertili ed eventualmente siccitosi). In linea generale, il carico di gemme è basso quando non supera le 10 unità per metro di filare; medio quando si colloca tra 10 e 30; alto quando eccede la soglia di 30. Ovviamente, il potatore ha sempre la possibilità di regolare il numero di gemme lasciato in potatura invernale, pur in presenza, tuttavia, di vincoli oggettivi legati sia al tipo di potatura sia ai mezzi tecnici utilizzati per effettuarla. Per quanto attiene a questi ultimi, nel caso di potatura meccanica il viticoltore automaticamente accetta un aumento del carico di gemme rispetto a un intervento manuale e, a quel punto, sarà chiamato a valutare con attenzione se il nuovo livello produttivo è ancora compatibile con una buona qualità delle uve.

Come fare a capire se la potatura adottata è quella giusta?
Tale quesito è, da sempre, un cruccio per esperti e amatori della viticoltura da vino. Ovviamente, si può formulare una risposta di ordine generale: se la produttività dell’impianto e la qualità delle uve sono costantemente su livelli buoni o eccellenti, conseguentemente il tipo di potatura adottato è assai probabilmente corretto e ben integrato con l’ambiente. Tuttavia, sono innumerevoli i casi in cui l’efficienza del vigneto non è ottimale e, in tale occasione, occorre stabilire se questo parziale insuccesso è imputabile a scelte di potatura errata o, piuttosto, dipendente da altri fattori. Negli ultimi anni, la ricerca ha messo a disposizione numerosi indici fisiologici che possono essere utilizzati per capire se l’equilibrio vegeto-produttivo indotto sulla vite con la potatura invernale è soddisfacente: molti di questi, purtroppo, sono in pratica inutilizzabili dai viticoltori poiché spesso implicano calcoli e metodiche piuttosto complesse. Cosa fare allora per capire se abbiamo potato la nostra vite in modo corretto? Vi sono due possibilità che qualsiasi viticoltore, anche inesperto, può tranquillamente sfruttare: valutare visivamente come germoglia la vite o calcolare un indice di equilibrio costituito dal rapporto tra il peso dell’uva e il peso del legno asportato con la potatura invernale. Il modo di germogliare della vite può essere un buon indicatore della bontà delle scelte effettuate in potatura invernale (schema alla pagina seguente). Se, infatti, il numero di germogli prodotti da ciascuna gemma lasciata è spesso superiore a uno (A), è probabile che il carico totale di gemme mantenuto sulle viti sia sottodimensionato rispetto alle potenzialità ambientali. Questa condizione è generalmente negativa per la qualità poiché tende a creare un eccessivo affastellamento della vegetazione che fa aumentare i costi di potatura verde e crea condizioni più favorevoli allo sviluppo delle malattie fungine. Allo stesso modo, se prevale la condizione C, in cui su tre gemme lasciate una sola è schiusa, è evidente che la potatura era troppo ricca; in altri termini la vite non riesce a schiudere tutte le gemme che abbiamo lasciato in potatura invernale. Questa condizione di affaticamento può determinare altresì un peggioramento della qualità delle uve dovuto soprattutto a un deficit di superficie fogliare rispetto alle esigenze di maturazione. È quindi di tutta evidenza che la condizione di maggiore equilibrio è quella descritta in B, per la quale, in media, a ogni gemma corrisponde la formazione di un germoglio. Inoltre, anche il viticoltore più inesperto può calcolare un indice di equilibrio vegeto-produttivo utile a diagnosticare la correttezza delle scelte di potatura invernale. Prendendo come riferimento una decina di ceppi scelti a caso nel vigneto, tale indice è dato dal rapporto tra il peso alla vendemmia dell’uva e il peso del legno asportato con la potatura invernale. Si ha un giusto equilibrio vegeto-produttivo con un valore dell’indice che oscilla intorno a 5.

Potatura estiva

Con il termine di potatura estiva o potatura verde si definisce una serie di operazioni eseguite in un periodo in cui la vite è in piena fase vegetativa. Proprio per questo motivo, la delicatezza di questi interventi è spesso superiore a quella della potatura invernale e un’esecuzione non corretta può compromettere la qualità delle uve. Analogamente a quanto proposto per la potatura invernale, anche per quella verde è utile chiedersi se sia sempre necessario eseguirla. In linea teorica, il vigneto perfetto non avrebbe bisogno di interventi di potatura estiva. Nello specifico, il vigneto è perfetto quando presenta una crescita vegetativa equilibrata che si attenua spontaneamente a partire dall’allegagione e che consente, da un lato, una piena maturazione delle uve e, dall’altro, il mantenimento dell’ingombro della chioma entro dimensioni compatibili con l’esecuzione di tutte le operazioni colturali. In realtà questa situazione ideale è assai rara e quasi sempre gli interventi di potatura verde si rendono necessari proprio per correggere dinamiche di crescita anomale della chioma o per riaggiustare la carica di uva in funzione di specifici obiettivi enologici. Sotto il profilo operativo, gli interventi in verde possono essere di entità tale da richiedere un monte annuo di ore di manodopera che si avvicina e, in taluni casi, può addirittura superare quello richiesto per la potatura invernale. Tuttavia, quasi tutte le operazioni in verde sono oggi meccanizzabili con un notevole risparmio sui tempi di lavoro. Le pratiche più diffuse di gestione in verde del vigneto sono costituite da spollonatura, scacchiatura, legatura e cimatura dei germogli, defogliazione, e diradamento dei grappoli. Per ciascuna di queste operazioni proponiamo delle schede che ne spiegano il significato e le modalità operative.

Spollonatura dei germogli
Consiste nel rimuovere i germogli (polloni) che, all’inizio della stagione vegetativa, si formano lungo il ceppo della vite. Entro certi limiti la produzione di germogli lungo il ceppo è fisiologica, ma è in ogni modo buona norma rimuoverli per evitare che esercitino una competizione eccessiva nei confronti dei germogli produttivi che devono invece essere privilegiati. L’intervento di spollonatura può essere eseguito manualmente con tempi di esecuzione che possono andare dalle 20 alle 40 ore/ha a seconda dell’epoca e della quantità di polloni da rimuovere. L’epoca migliore di intervento è quella in cui, in media, i polloni sono lunghi 10-12 cm e quindi ancora teneri e asportabili senza l’ausilio di forbici. In alternativa, si possono usare macchine spollonatrici che compiono l’operazione in 2-3 ore/ha ma che, quasi sempre, hanno poi necessità di un intervento di rifinitura manuale.

Scacchiatura dei germogli
La scacchiatura dei germogli differisce dalla spollonatura per il fatto che, in questo caso, non sono i germogli prodotti lungo il ceppo a essere rimossi, bensì quelli soprannumerari (di solito secondari o di corona) presenti sugli speroni o sui capi a frutto. In altri termini, si opera sulla parte “orizzontale” della vite e l’intervento, forzatamente selettivo, non può che essere manuale con una richiesta di manodopera che, a seconda della densità di germogli presenti, può variare da 25 a 50 ore/ha. È sempre necessario scacchiare? Ovviamente no. In una chioma equilibrata, che presenta in media un germoglio prodotto per ogni gemma lasciata in potatura, la scacchiatura è superflua. Purtroppo, sono invece assai numerosi i casi in cui prevale la situazione in cui, da ogni gemma lasciata, sono spesso due i germogli prodotti. Questo comportamento determina un eccessivo addensamento vegetativo (ovvero presenza di troppi germogli in un determinato volume di chioma) che deve poi essere corretto con un intervento di scacchiatura eseguita quando gli stessi raggiungono una lunghezza di circa 15-20 cm. In genere, si ritiene che una densità di germogli pari a circa 8-12 unità/m sia ottimale per la massimizzazione degli standard qualitativi. Nel caso in cui i germogli che sono rimossi (quelli secondari o di corona) siano fertili (ovvero presentino anch’essi dei grappoli), la scacchiatura svolge anche una funzione di diradamento preventivo dei grappoli. Come tutti gli altri interventi in verde, anche la scacchiatura stimola fenomeni di natura compensativa, in altre parole meccanismi che la vite mette in atto per reagire all’azione dell’uomo. In particolare, la scacchiatura, specie se eseguita troppo drasticamente, stimola la crescita dei germogli mantenuti determinando anche una maggiore onerosità dei successivi interventi di cimatura. Inoltre, se la scacchiatura eccessiva riguarda forme di allevamento basate sulla selezione di speroni corti, la stessa può determinare, al momento della successiva potatura invernale, una carenza di punti di rinnovo degli speroni. In alcuni casi, le esigenze di scacchiatura manuale dei germogli sono causate e/o aggravate da scelte impiantistiche. Per esempio, l’opzione per un sistema di allevamento con potatura corta determina, a parità di gemme lasciate sulla vite, una ricorso più frequente alla scacchiatura dei germogli. Una regola generale del modo di vegetare della vite sancisce, infatti, che la potatura corta stimola la vigoria in misura maggiore di quella lunga. Purtroppo, le esigenze di scacchiatura possono derivare anche da scelte colturali non particolarmente felici. Uno dei casi più frequenti è legato a una non corretta distanza delle viti lungo il filare. Se, infatti, questa è troppo ridotta rispetto alle esigenze ambientali, la vite, come effetto compensativo, tenderà a schiudere molti germogli in soprannumero che dovranno essere poi parzialmente o integralmente scacchiati. Questo ultimo caso deve essere un attento motivo di riflessione poiché rappresenta un esempio di come sia il viticoltore stesso, talvolta, a creare condizioni colturali che poi aggravano le esigenze di lavoro e, fatalmente, riducono i margini di reddito.

Legatura dei germogli
È un’operazione relativamente semplice che consiste nel convogliare verso i fili di sostegno i germogli che si stanno invece indirizzando verso l’interfilare. È infatti naturale che, in una forma a controspalliera, una quota di germogli, pur crescendo in direzione verticale, non riesca ad attaccarsi con i viticci ai fili e tenda quindi a ricadere verso l’esterno. Tali germogli, se non riposizionati, finirebbero fatalmente per rompersi oltre a creare un forte ostacolo per il transito dei mezzi meccanici nell’interfilare. La legatura può essere sia manuale (circa 20-25 ore/ha) sia meccanica, con tempi di esecuzione contenuti, in questo ultimo caso, in 2-3 ore/ha. L’aggravio di lavoro di una legatura manuale può essere considerevolmente ridotto se si adottano, come viene ormai fatto nella maggioranza dei casi, coppie di fili mobili. I fili si dicono mobili perchè possono essere sganciati da un accessorio (in plastica o metallo) che li ancora al filo e quindi essere mantenuti in posizione di riposo a un’altezza pari o inferiore a quella dell’impalcatura della vite. Nel momento in cui alcuni germogli cominciano a flettersi verso l’esterno, questi fili vengono ricollocati nell’alloggio originario e, nel loro percorso di ritorno, trascinano con se i germogli stessi che, quindi, vengono convogliati verso l’asse del filare al quale avranno tutto il tempo di ancorarsi sfruttando la capacità di aggancio dei viticci.

Cimatura dei germogli
In viticoltura, si definisce cimatura il taglio della parte terminale del germoglio costituita da apice vegetativo e alcune foglie giovani. Per tale motivo, nel momento stesso in cui viene eseguito, questo intervento determina un repentino aumento dell’età media delle foglie componenti la chioma che, tuttavia, è seguito da un progressivo ringiovanimento la cui natura dipende dall’entità e dalla durata di formazione delle femminelle stimolate dal taglio. Di nuovo è opportuno chiedersi: è sempre necessaria questa operazione? La nostra esperienza di tecnica viticola suggerisce che oltre il 90% dei vigneti ha bisogno di essere cimato almeno una volta nel corso della stagione vegetativa. Questo accade perché l’esuberanza vegetativa delle viti spesso eccede i limiti dimensionali dettati dalla struttura portante (pali e fili) e la cimatura ha proprio il compito primario di riportare la chioma entro un ingombro dimensionale corretto. L’intervento può essere manuale ma, assai più frequentemente, meccanico. Una macchina cimatrice (a barre falcianti o a coltelli rotanti) può eseguire l’operazione in 1-2 ore/ha con una qualità di lavoro del tutto simile a un intervento manuale. Nel momento in cui un intervento di cimatura si rende necessario, vi sono immediatamente due scelte di ordine pratico che il viticoltore deve affrontare: quando e quanto cimare.

Quando cimare. La scelta relativa all’epoca di cimatura è, in realtà, una variabile solo in parte sotto il controllo del viticoltore. Se, infatti, si ipotizza di intervenire meccanicamente su forme a controspalliera classica (guyot o cordone speronato), il quando è dettato dal momento in cui la maggioranza dei germogli svetta oltre il filo più alto. Il quadro precedente muta se lo si riferisce a un intervento manuale, oppure se eseguito su forme libere, quali GDC o cordone libero che, essendo prive di fili di sostegno per i germogli, consentono, anche utilizzando una cimatrice, un’ampia variabilità di epoca di intervento. Sotto il profilo fisiologico, un quadro ottimale di epoca di cimatura dovrebbe prefigurare uno o al massimo due interventi da eseguire tra post-fioritura e pre-chiusura grappolo, tali da consentire la formazione di femminelle che raggiungano la maturità fisiologica in prossimità dell’invaiatura.

Le cimature drastiche, ovvero eseguite mantenendo solo poche foglie dopo il grappolo, dovrebbero essere evitate specie se eseguite tardivamente. Tuttavia, anche nel caso di intervento precoce (per esempio allegagione), il viticoltore viene a trovarsi in una situazione di duplice difficoltà; da un lato si eliminano le foglie principali che, dall’invaiatura in poi, sarebbero state quelle più funzionali in quanto più giovani e, dall’altro, ci si affida alla ricrescita delle femminelle che è un fenomeno totalmente al di fuori del controllo umano poichè legato, in primo luogo, all’andamento climatico in post-cimatura. Un consiglio pratico a tutti coloro che si avvicinano per la prima volta alla viticoltura è di eseguire delle cimature di sicurezza. In altri termini, cimare i germogli in maniera tale da mantenere sul germoglio stesso un numero di foglie minimo (se ne consigliano almeno 12-14) e quindi tale da garantire, anche nel caso di eventi avversi nel periodo che segue la cimatura, un buon potenziale di maturazione delle uve. Per la verità, in alcuni casi (per esempio cimatura meccanica su controspalliere classiche con fili di sostegno per i germogli), questo criterio prudenziale è rispettato in modo quasi automatico poiché la barra orizzontale della cimatrice, dovendo forzatamente operare al di sopra dell’ultimo filo di sostegno dei germogli, mantiene un numero di foglie principali almeno pari alla distanza che intercorre tra altezza del cordone da terra e altezza di taglio. In analogia a quanto già evidenziato per la scacchiatura, in alcuni casi sono scelte infelici di tecnica colturale ad alimentare la necessità di cimatura e in particolare tutte quelle che tendono a stimolare la vigoria: tra queste le più frequenti sono costituite da distanze sulla fila e/o carichi di gemme per ceppo troppo ridotti, uso irrazionale di apporti idrici e nutritivi, gestione del suolo inadeguata (per esempio preferenza per lavorazioni rispetto a inerbimenti).

Sfogliatura
Consiste nel rimuovere una quota o tutte le foglie (femminelle incluse) inserite a livello dei grappoli allo scopo di arieggiare la fascia produttiva, migliorarne l’insolazione e consentire una maggiore efficacia dei trattamenti antiparassitari. Normalmente, vengono asportate le foglie comprese tra il primo e il quinto-sesto nodo sul germoglio. A differenza di tutte le precedenti operazioni di potatura verde, spesso difficilmente evitabili, la necessità di esecuzione di una sfogliatura deve essere attentamente valutata. L’intervento è, infatti, consigliabile prevalentemente solo quando la densità fogliare, a livello dei grappoli, è effettivamente troppo elevata. Per poterlo stabilire, si può semplicemente osservare la chioma e stimare, a vista, quale percentuale di grappoli è già visibile. Qualora questa sia superiore al 40-50%, il ricorso alla defogliazione è probabilmente inutile, se non dannoso. La sfogliatura può essere manuale, con tempi di intervento variabili da circa 25 e 50 ore/ha a seconda della densità della chioma e della quantità di foglie che si desidera asportare, oppure meccanica. Esistono varie tipologie di macchine sfogliatrici che operano secondo principi diversi (aspirazione, getto di pressione, termiche) e che possono eseguire l’intervento in 1-2 ore/ha. Tuttavia, una caratteristica che accomuna tutte le macchine defogliatrici è quella di un intervento forzatamente parziale: alcune foglie, infatti, vengono solo lacerate e altre possono restare intatte.

Quando defogliare. In linea di principio, il periodo utile per eseguire una defogliazione è quello compreso tra le fasi fenologiche dell’allegagione e dell’invaiatura. Defogliazioni più precoci (eseguite, per esempio, intorno alla fioritura) possono essere attuate perseguendo però obiettivi diversi da quelli della defogliazione tradizionale: per esempio, un intervento così precoce sicuramente determina una diminuzione di allegagione che può rivelarsi un effetto negativo o positivo. Negativo se operiamo in condizioni in cui il vigneto presenta già una bassa produttività, positivo se invece si persegue l’obiettivo di contenere la produzione e di ottenere grappoli più spargoli. In caso di sfogliatura meccanica, l’epoca di intervento diventa un elemento critico. È infatti evidente che la bontà del lavoro della defogliatrice dipende in larga misura da quanto la macchina è efficace nella rimozione delle foglie rispettando allo stesso tempo al massimo l’integrità dei grappoli. Sotto questo profilo, la nostra esperienza ci induce a ritenere che l’epoca migliore per una defogliazione meccanica sia quella che precede di poco l’invaiatura (indicativamente seconda decade di luglio in molti areali viticoli italiani). In questa fase, infatti, il grappolo è già piuttosto pesante rispetto alle foglie e quindi più resistente all’azione di aspirazione e di taglio della macchina. Allo stesso tempo gli acini sono ancora duri e quindi più resistenti a eventuali abrasioni e ammaccature che la macchina può causare e che possono poi facilitare gli attacchi di agenti patogeni.

Quanto defogliare. Per questo intervento in verde, il quanto defogliare è funzione primaria della modalità di intervento. Come già detto, infatti, un intervento manuale può asportare completamente le foglie, mentre quello meccanico è forzatamente parziale. In maggiore dettaglio, a eccezione di casi particolari (per esempio climi freschi e/o zone marginali in cui la radiazione solare può essere insufficiente), la defogliazione manuale non dovrebbe rimuovere tutte le foglie basali lasciando i grappoli completamente esposti alla luce. Questo tipo di microclima infatti, specie in ambienti caratterizzati da estati calde, oltre ad aumentare il rischio di scottature degli acini determina, per i vitigni bianchi, brusche cadute di acido malico e, per i vitigni rossi, un accumulo di antociani non ottimale con prevalenza di forme biochimiche più difficilmente estraibili durante la vinificazione. Sempre nel caso di intervento manuale, un altro elemento sul quale il viticoltore è chiamato a operare una scelta è quello di eliminare, oppure mantenere, le femminelle che spesso sono presenti a livello dei nodi basali del germoglio. Noi consigliamo di mantenere, almeno in parte, queste femminelle (per esempio si può decidere di rimuoverle a nodi alterni) e di cimarle. In questo modo vengono preservate le foglie basali delle femminelle stesse che, dall’invaiatura in poi, costituiranno un produttore assai efficiente di carboidrati utili alla maturazione dell’uva. Una defogliazione meccanica ovvia alla problematica espressa precedentemente poiché il lavoro della defogliatrice, sempre parziale, automaticamente mantiene a livello dei grappoli una certa copertura realizzando quindi quelle condizioni di microclima intermedio che si ritengono oggi essere propedeutiche all’ottenimento di uve di qualità. Nel caso di intervento meccanico, tuttavia, occorre una buona o perfetta integrazione tra collocazione spaziale dei grappoli e altezza di lavoro della defogliatrice e, soprattutto, una scelta felice nell’epoca di intervento che, ribadiamo, dovrebbe collocarsi 7-10 giorni prima dell’invaiatura. Anche l’esigenza di defogliare dipende o può essere aggravata, talvolta, da altre scelte colturali. Un caso emblematico è quello in cui, eccedendo con la concimazione, specialmente se azotata, si creano condizioni di vigoria molto elevata che poi determinano spesso una fogliosità eccessiva a livello dei grappoli. Un altro esempio, piuttosto frequente, è quello in cui più di un germoglio sviluppa da ogni gemma lasciata; in questo caso tenderà a crearsi, a livello dei grappoli, una condizione di marcato ombreggiamento. Ancora una volta, quindi, occorre distinguere tra le condizioni naturali (spesso difficilmente superabili) che innescano una necessità di defogliazione e quelle, invece, indotte per mano dell’uomo.

Diradamento dei grappoli
Consiste nella rimozione di una quota dei grappoli presenti sulla vite. L’intervento è forzatamente manuale e, a seconda dell’ intensità di diradamento che si intende applicare, i tempi di manodopera possono variare tra le 20 e le 50 ore/ha. Purtroppo, a oggi, non esiste nessun mezzo meccanico che possa sostituire la mano dell’uomo per un’operazione che, come vedremo, è fortemente selettiva.

Quando diradare. Questo interrogativo è motivo di perenne dibattito tra gli addetti ai lavori del settore viticolo. L’epoca di diradamento si dovrebbe collocare in un periodo compreso tra le fasi di allegagione e di invaiatura. Più precisamente si può individuare un’epoca precoce (in prossimità dell’allegagione), media (vicina alla fase di chiusura del grappolo) e tardiva (prossima all’invaiatura). In generale, i vantaggi di un diradamento precoce sono quelli di togliere presto la competizione esercitata dall’eccessivo numero di grappoli e, quindi, di potere raggiungere un miglioramento qualitativo di una certa consistenza. Allo stesso tempo, i diradamenti precoci sono più esposti al rischio di una maggiore compensazione di crescita da parte dei grappoli mantenuti che si manifesta con un incremento della compattezza e della dimensione degli acini, due fattori notoriamente nemici della qualità. Inoltre, diradando presto, vi è maggiore probabilità di una ripresa della crescita vegetativa che poi può finire per esercitare competizione nei confronti della maturazione. Diradamenti più tardivi (per esempio prossimi all’invaiatura) attenuano di molto questi potenziali svantaggi e sono tecnicamente più semplici da eseguire. È infatti evidente che, diradando in una fase in cui sui grappoli sono presenti già alcuni acini colorati, è più facile individuare lo stadio di maturazione dei grappoli stessi e agire di conseguenza. D’altro lato, un diradamento effettuato all’invaiatura è un’azione che rimuove tardi l’effetto negativo dell’eccesso di produzione e non sempre garantisce l’auspicato incremento qualitativo.

Quanto diradare. La quantità di uva da rimuovere può variare di molto in funzione dell’annata, del carico di uva stimato presente al momento del diradamento e degli obbiettivi enologici dell’azienda che ricorre al diradamento. In generale, la quantità di grappoli asportata varia tra il 30 e il 60% di quella pendente. Occorre tuttavia ribadire un concetto pratico molto importante: a fronte di un diradamento del 50% dei grappoli presenti, in rarissimi casi corrisponde anche una riduzione finale della produzione di uva della medesima entità. Infatti, come già accennato, dopo il diradamento, intervengono fenomeni di compensazione produttiva (in altri termini i grappoli rimasti tendono a crescere di più per recuperare il livello produttivo).

È sempre conveniente diradare i grappoli? Prima di tentare di formulare una risposta a questo allettante interrogativo dobbiamo definire la convenienza del diradamento. In generale, il diradamento dei grappoli diventa conveniente quando il valore aggiunto che il viticoltore consegue dall’operazione (miglioramento della qualità delle uve che effettivamente corrisponde alla messa in commercio di vini di più alta gamma) compensa in modo più che proporzionale i costi derivanti dall’esecuzione dell’operazione e il diminuito reddito dovuto al calo di uva prodotta. In tale ottica, i riscontri sperimentali inducono a ritenere che il diradamento dei grappoli non sia sempre un’operazione conveniente. Può non esserlo per l’azione di svariati fattori: per esempio, gli effetti del diradamento variano molto, a parità di epoca e di entità dell’intervento, in funzione dell’annata; il diradamento tende a dare risultati deludenti se applicato su viti che, al momento dell’operazione, in realtà non avevano una carica di uva segnatamente elevata e che, come conseguenza del diradamento stesso, tendono poi a sbilanciarsi verso un eccesso di vigoria; infine, in casi in cui il diradamento è stato applicato per alcuni anni con gli stessi criteri, si sono osservati fenomeni di compensazione produttiva che devono essere letti come tentativi della pianta di ripristinare un livello naturale di resa. Per esempio, può accadere che viti annualmente diradate mostrino col tempo un aumento della fertilità dei germogli come a voler dire al viticoltore: “non mi costringere a produrre troppo al di sotto delle mie potenzialità…”. Infine, un’ultima riflessione riguarda le condizioni che rendono il diradamento spesso inevitabile. Alcune sono, oggettivamente, difficilmente controllabili (per esempio fertilità naturale molto elevata del vitigno, condizioni climatiche favorevoli all’induzione a fiore delle gemme), mentre altre possono essere corrette. Un esempio per tutti: il diradamento riguarda i grappoli distali presenti in maggior numero quando sono le gemme più fertili a essere mantenute in potatura invernale. È pertanto evidente che una potatura lunga aumenta la quota di germogli con fertilità > 1, rendendo quindi più pressante l’esigenza di diradamento. Un raccorciamento della potatura (se compatibile con le caratteristiche di fertilità del vitigno), a parità di carico di gemme, può rappresentare una buona soluzione per aumentare la frazione di germogli con fertilità ≤ 1, diminuendo quindi la probabilità di dovere intervenire con il diradamento manuale dei grappoli. Ancora una volta, quindi, è demandata al buon senso e alla perizia del viticoltore la possibilità di poter sfuggire a un’operazione che è intrinsecamente costosa e non dà certezza di recupero del mancato reddito.

Meccanizzazione della potatura invernale

In viticoltura, la potatura invernale è forse l’operazione più radicalmente legata alla tradizione, alla mentalità e a un modus operandi consolidatosi nei decenni. Di fatto, mentre in molti areali viticoli italiani si assiste a un aggiornamento dei sesti di impianto (normalmente più ravvicinati), dei materiali di palificazione e della gestione del suolo, il tipo di potatura sembra in molti casi non essere scalfito dal tempo. Pertanto, forse ancora più che nel caso della vendemmia, pensare di poter demandare a una macchina il compito della potatura invernale, considerata ancora spesso una vera e propria arte, sembra particolarmente arduo. In realtà, il fattore che verrebbe a mancare nel caso di una potatura meccanica e, che più di altri, infastidisce e rende scettico il viticoltore, è la mancanza di selettività della macchina potatrice che, definito un determinato profilo di taglio, conserva in pratica tutto il legno presente all’interno del profilo stesso. In effetti, allo stato attuale, le aziende che adottano soluzioni di potatura meccanica invernale integrale sono rarissime, mentre si sta discretamente diffondendo una soluzione mista che prevede un intervento meccanico di prepotatura seguito da un’operazione manuale di rifinitura.

Introduzione della potatura meccanica invernale della vite e tipologia di macchine potatrici
I primi tentativi di eseguire con una macchina la potatura invernale della vite risalgono agli inizi degli anni ’70 e, ancora una volta, riguardano il GDC. È paradossale come questa forma di allevamento, che in seguito ha avuto una diffusione nel complesso modesta sul territorio nazionale, sia stata cruciale per avviare le prime esperienze pilota sulla potatura e sulla vendemmia meccanica. La prima potatrice operante sul GDC era montata lateralmente sulla trattrice e presentava tre barre falcianti (del tutto simili a quelle che si utilizzano per lo sfalcio dell’erba) che, lavorando secondo un profilo a C intorno al cordone permanente, consentivano di operare tagli su tre lati (superiore, inferiore e laterale esterno) variando anche la lunghezza di potatura a seconda di quanto l’operatore si avvicinava al cordone permanente. Perché il GDC consentiva questa possibilità di intervento che invece non era fattibile sulla normali forme a controspalliera? Il motivo risiede nel fatto che, in quel momento, il GDC era l’unico sistema che offrisse spazi liberi intorno al cordone permanente utili alle barre per operare senza incontrare ostacoli. Successivamente, questa tipologia di potatrice a barre falcianti fu arricchita di un componente da applicare alle barre orizzontali, detto tastatore, capace di fare si che la barra, di fronte a un ostacolo rigido (per esempio il ceppo della vite) fosse capace di scansarsi evitando di tagliarlo. Tale accorgimento consentì di utilizzare queste potatrici a barre falcianti anche per le controspalliere, a patto che le stesse fossero basate su di una potatura a cordone permanente. Oggi, sul mercato, accanto a potatrici a barre falcianti, esistono anche quelle a dischi che, rispetto alle prime, pur avendo un grado di polivalenza inferiore (per esempio non è possibile utilizzarle sulla forma a GDC), consentono però di ottenere anche un migliore effetto di stralciatura. Sotto il profilo operativo, la capacità di lavoro delle due tipologie di potatrici è simile oscillando, in media, tra 2-5 ore/ha a seconda della forma di allevamento, della massa di vegetazione presente e delle condizioni di giacitura e di pendenza. Per esempio, è evidente che una chioma come quella raffigurata nella foto a lato rappresenta una condizione ottimale per l’utilizzo di una potatrice: la vegetazione, assurgente e concentrata per la quasi totalità al di sopra del cordone permanente, si presta infatti a essere facilmente investita da un sistema di taglio con tre barre disposte a U rovesciato; inoltre l’assenza di fili di sostegno per i tralci fa sì che i sarmenti tagliati dalla macchina cadano naturalmente a terra eliminando completamente le esigenze di stralciatura. Anche per le potatrici l’innovazione tecnologica sta facendo passi significativi: esistono modelli muniti di telecamere atte a segnalare a un computer di bordo in tempo reale la posizione delle barre rispetto al cordone consentendo quindi di ottenere, nonostante i dislivelli del terreno e la non rettilineità dei cordoni, una più uniforme lunghezza di taglio.

Potatura meccanica invernale: integrale o con rifinitura manuale?
Accanto agli aspetti tecnici e di integrazione con il sistema di allevamento, la potatura meccanica invernale si trascina un effetto per certi aspetti costituzionale. Se si osserva l’aspetto di una vite dopo il passaggio della potatrice si nota, oltre a un estetica non esaltante, un numero di nodi che eccede largamente il carico di gemme che si sarebbe mantenuto qualora si fosse adottata una potatura manuale. Questo risultato è la naturale conseguenza di un intervento tipicamente non selettivo. Mentre gli aspetti fisiologici legati al sensibile incremento del numero di nodi mantenuto sulla vite a seguito di un intervento meccanico sono già stati trattati nel capitolo dedicato alla gestione della chioma, occorre comunque rimarcare che, nella maggioranza delle condizioni colturali italiane, una potatura solo meccanica presenta un rischio elevato di condurre a situazioni di squilibrio per eccesso di produzione con conseguente peggioramento della qualità. Pertanto, nel nostro Paese, la potatura meccanica invernale del vigneto è spesso seguita da una operazione di rifinitura manuale che è quasi sempre effettuata da operatori muniti di forbici pneumatiche che, da terra o da piattaforme sopra-elevate, seguono la macchina operando dei tagli di sfoltimento o di raccorciamento dei tralci o degli speroni. Ovviamente, il ricorso alla rifinitura manuale, utile a riportare il carico di gemme lasciato dal passaggio iniziale della macchina verso valori più probabilmente compatibili con buoni livelli qualitativi, fa aumentare i tempi di intervento portandoli, a seconda delle condizioni, intorno alle 20-40 ore/ha. In generale, operando per esempio su di un cordone speronato, il compito dei rifinitori è quello di asportare in pratica tutto il legno che si forma in posizione ventrale rispetto al cordone (che ovviamente tende a sfuggire all’azione delle lame) e di diradare o raccorciare alcuni degli speroni presenti sopra e ai lati del cordone stesso.

Meccanizzazione degli interventi di potatura verde
La meccanica viticola mette a disposizione una gamma ormai molto vasta di macchine idonee a compiere interventi di potatura verde così denominati poichè tipicamente eseguiti durante la fase di vegetazione. Tra questi, la cimatura, la spollonatura e la legatura dei germogli, insieme con la defogliazione, sono quelli di maggiore interesse poiché più frequentemente applicati. La cimatura meccanica dei germogli è, tra le operazioni di potatura verde, quella che sicuramente presenta meno problemi dal punto di vista di un’esecuzione meccanica. Infatti, specie se al momento dell’intervento, la crescita dei germogli si presenta particolarmente ordinata e uniforme, il lavoro della cimatrice (fatta operare, in una controspalliera, di solito a poche decine di centimetri al di sopra del filo portante più alto) è rapido, efficiente e preciso. Anche se qualche germoglio, particolarmente corto, può sfuggire alla cimatura, l’operazione meccanica di cimatura non deve essere seguita, di solito, da un intervento di ripasso manuale. Nel caso in cui al momento della cimatura meccanica vi sia un certo numero di germogli che, invece di essere correttamente agganciati alla parete e crescere verso l’alto, sono già direzionati verso l’interfilare, la potatrice rischia di cimarli in modo troppo drastico riducendone eccessivamente la superficie fogliare. La legatura è altresì facilmente meccanizzabile utilizzando macchine che intercettano i germogli ricadenti, li riportano verso l’alto e poi li imprigionano per esempio distendendo lungo il filare una coppia di fili di nylon che, a distanza prefissata dall’operatore, vengono chiusi da graffette metalliche. La legatura meccanica si rende necessaria in condizioni di vegetazione particolarmente vigorosa e disordinata in cui il numero di germogli che non si agganciano in modo spontaneo alla parete è elevato. Peraltro, nei vigneti moderni, l’utilizzo ormai largamente diffuso di dispositivi tipo fili mobili consente in molti casi di ottenere un adeguato palizzamento dei germogli e di evitare il ricorso alla meccanizzazione. Anche l’operazione di spollonatura, ovvero di eliminazione dei germogli indesiderati che si sviluppano lungo il ceppo verticale della vite, è meccanizzabile utilizzando spollonatrici che frustano il ceppo della vite con organi di diversa forma e lunghezza (per esempio dita o flange gommate). Nel caso specifico, tuttavia, l’intervento meccanico, che va eseguito quando i polloni hanno raggiunto una lunghezza di 10-15 cm, quasi mai garantisce una pulizia completa e, soprattutto, non impedisce che vi sia una nuovo ricaccio di germogli. Quest’ultimo spesso richiede o un nuovo intervento meccanico oppure un passaggio manuale. Infine, anche la defogliazione del tratto basale del tralcio è facilmente meccanizzabile con mezzi defogliatori che possono operare per aspirazione, per getto di pressione o, in alcuni modelli più recenti e ancora da valutare su larga scala, per un principio di shock termico. Tra i vari interventi, la defogliazione meccanica è quello certamente più delicato, poiché il rischio di danneggiamento dei grappoli durante il passaggio della macchina è sempre in agguato. Tuttavia, le indagini sperimentali finora condotte indicano che, per minimizzarlo, occorre intervenire nella fase di pre-invaiatura quando l’acino è ancora duro (e quindi più resistente alle abrasioni ) e, al tempo stesso, già molto più pesante delle foglie. Questa differenza di peso specifico tra i due organi facilita la rimozione delle foglie e il rispetto dei grappoli. In generale, dopo un intervento di defogliazione meccanica è comunque buona norma effettuare un trattamento fungicida.


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