Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: coltivazione

Capitolo: gestione del suolo

Autori: Michele Pisante, Solange Ramazzotti, Fabio Stagnari

Introduzione

L’olivicoltura italiana si estende su areali di coltivazione diversificati per orografia e per caratteristiche dei suoli che la ospitano. La complessità e l’originalità dei suoli coltivati a olivo deriva da un’ampia variabilità in termini di proprietà fisico-chimiche quali struttura, granulometria, composizione e fertilità. L’apparato radicale dell’olivo è caratterizzato da uno sviluppo piuttosto superficiale e anche in terreni sciolti difficilmente supera i 70 cm di profondità. Risulta evidente come, in relazione a queste caratteristiche morfologiche, lo sviluppo e le funzioni radicali dell’olivo siano fortemente influenzati dalle pratiche agronomiche di gestione del suolo. Il più diffuso sistema di gestione del suolo negli anni passati era basato su lavorazioni meccaniche su tutta la superficie dell’impianto che avevano come obiettivo il contenimento delle perdite per evapotraspirazione della flora spontanea. Recenti studi hanno evidenziato la loro dubbia efficacia e soprattutto la loro influenza negativa sui processi erosivi. Un’olivicoltura di qualità non può prescindere dalla sostenibilità dell’ambiente di coltivazione e dalla conservazione del suolo e pertanto le scelte operative sulle tecniche di gestione non possono essere guidate esclusivamente da criteri legati alla tradizione, ai costi o all’organizzazione aziendale. Necessita un approccio sistemico che prenda in esame l’ambiente pedo-climatico, il tipo di suolo, la fertilità naturale, la giacitura,la pluviometria, l’eventuale irrigazione, il sistema di allevamento, la varietà e l’età dell’impianto. La gestione del suolo dovrebbe, infatti, svolgere una funzione antierosiva, di protezione delle risorse idriche profonde e superficiali dall’inquinamento, favorire l’aumento del tenore in sostanza organica e agevolare tutti gli altri interventi colturali, in particolare la raccolta.

Lavorazioni convenzionali

Nell’oliveto, le lavorazioni consistono nel rimuovere gli strati sottosuperficiali del suolo nell’interfila e, in relazione all’impianto, anche sotto chioma, al fine di controllare e gestire la flora infestante per favorire lo sviluppo e la produttività dell’olivo, riducendo la competizione in termini di acqua ed elementi nutritivi. Gli scopi perseguiti nell’impiego delle lavorazioni sono, peraltro, molteplici: controllo della flora infestante, accumulo di maggiori riserve idriche delle acque piovane, contenimento della risalita capillare di acqua e interramento di concimi. I protocolli più comuni prevedono 2-3 interventi nella stagione primaverile-estiva con lavorazioni superficiali a non più di 10 cm di profondità e un intervento per interrare concimi organici e/o minerali. Vengono utilizzati estirpatori, erpici fissi o rotanti e la frequenza varia con la stagione, in funzione dell’andamento climatico e del tipo di suolo. Le lavorazioni del suolo vengono ancora adottate in molti oliveti italiani nonostante numerose ricerche sulla gestione del suolo abbiano messo in discussione molti dei presunti benefici da esse derivanti e individuato razionali alternative. È stato evidenziato chiaramente, per esempio, come in ambienti aridi, le lavorazioni estive non abbiano alcun effetto riduttivo sulle perdite per evaporazione rispetto alla non lavorazione. Mentre, è noto l’impatto negativo che le lavorazioni determinano sui fenomeni erosivi, tipici soprattutto di impianti arborei, come gli oliveti diffusamente presenti in zone caratterizzate da pendenze, a volte molto pronunciate. Le perdite di suolo che si registrano sono molto preoccupanti poiché superano di gran lunga il tasso rigenerativo calcolato per la stessa unità temporale. Gli accentuati fenomeni erosivi che si rilevano negli oliveti dove si praticano le lavorazioni sono in parte attribuibili anche alla riduzione della capacità e velocità di infiltrazione dell’acqua nel suolo, in relazione alla formazione di crosta superficiale e al compattamento sottosuperficiale procurato dagli organi lavoranti di alcune attrezzature alimentate dalla presa di potenza delle trattrici agricole (frese ed erpici rotanti), nonché dagli erpici a dischi. A ciò va aggiunto il danno diretto provocato dagli organi lavoranti al capillizio radicale più superficiale, organo responsabile dell’assorbimento della maggior parte degli elementi minerali. Un ulteriore aspetto negativo delle lavorazioni riguarda i limiti di transitabilità per una minore portanza indotta dal compattamento del terreno. Infatti, la tempestività di alcune pratiche agronomiche, dagli interventi fitoiatrici, alla raccolta e alla potatura, richiede di operare anche nei casi di eccessiva umidità del suolo. Queste operazioni colturali possono ulteriormente danneggiarne le caratteristiche fisiche e influire negativamente sugli scambi gassosi, soprattutto per i terreni a grana fine, dove lo scarso ricambio d’aria riduce l’assorbimento di acqua da parte delle piante coltivate, inibisce il rinnovo radicale e può limitare l’assorbimento di nutrienti, in particolare azoto, fosforo, potassio e zolfo. Una scarsa aerazione, inoltre, rallenta la decomposizione dei residui organici, causando reazioni chimiche con rilascio di sostanze tossiche per gli apparati radicali. Lavorazioni ripetute, specialmente durante i mesi più caldi dell’anno, determinano sensibili riduzioni del tenore di sostanza organica in seguito a una mineralizzazione spinta della frazione organica più labile. Ciò indirettamente determina un peggioramento delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche del suolo.

Inerbimento

L’inerbimento rappresenta la principale tecnica di gestione del suolo alternativa alle lavorazioni ordinarie. L’inerbimento può essere distinto in naturale, quando si forma spontaneamente, o artificiale, quando invece si effettua una semina; può essere presente durante tutto l’anno (inerbimento permanente) o per un periodo limitato (inerbimento temporaneo). Può interessare tutta la superficie dell’impianto (inerbimento totale) o essere limitato a una parte (inerbimento parziale) allo scopo di ridurre la competizione della flora infestante spontanea, favorendo lo sviluppo delle piante di olivo. L’inerbimento naturale permanente si ottiene lasciando sviluppare la flora spontanea e cercando di selezionare con mezzi agronomici le specie meno esigenti. L’inerbimento naturale temporaneo è applicabile dove i terreni hanno un elevato contenuto di argilla e l’estate è spesso siccitosa: pertanto si limita la crescita delle erbe spontanee nei periodi dell’anno in cui la disponibilità di acqua è sufficiente, procedendo alla loro eliminazione all’inizio della stagione secca. L’inerbimento artificiale permanente consente di ottenere una rapida e soddisfacente copertura del terreno con la combinazione desiderata di specie erbacee, anche se, con gli anni, nel cotico tendono a ricomparire le specie spontanee. Questo tipo di inerbimento risulta una scelta ottimale in terreni argillosi, strutturati e vulnerabili al compattamento, tanto più se la piovosità o la possibilità di irrigare non costituiscono un fattore limitante. L’inerbimento artificiale temporaneo viene adottato soprattutto per limitare i danni dell’erosione e per aumentare la dotazione organica del suolo, migliorandone di conseguenza la struttura e l’attività microbica. A tal fine si utilizzano specie a ciclo breve, a rapida crescita e che producono una notevole massa di materia organica. In funzione dell’entità e della distribuzione annua delle precipitazioni, che rappresentano i fattori erosivi principali, si può adottare una copertura del suolo per il solo periodo invernale (inerbimento autunnale), oppure ricorrere all’inerbimento primaverile, se si è in presenza di terreni molto umidi, con scarsa portanza in primavera, ma soggetti a siccità estiva. La gestione del cotico erboso è di fondamentale importanza per tutti i tipi di inerbimento, in quanto direttamente coinvolta nella risposta fisiologica delle piante di olivo. La maggior parte degli areali italiani in cui è diffusa l’olivicoltura è caratterizzata da ridotte disponibilità idriche o da irregolarità nella distribuzione delle piogge e pertanto ci si dovrebbe orientare verso una presenza temporanea del tappeto erboso che copra interamente o anche solo in parte (interfila) la superficie dell’oliveto, in funzione della suscettibilità all’erosione. In caso di inerbimento tecnico, la semina deve effettuarsi in autunno, dopo la raccolta delle olive, e può orientarsi verso specie graminacee o leguminose oppure una consociazione delle stesse, vista la differente morfologia e fisiologia delle specie appartenenti alle due famiglie. In caso di inerbimento naturale si sfruttano le specie spontanee, inizialmente quelle a foglia larga, che poi lasciano il posto alle graminacee, specialmente le poliennali. Queste ultime, avendo una crescita rapida e soprattutto consumi idrici più limitati, possono essere selezionate con l’applicazione di diserbanti dicotiledonicidi specifici. Attenzione va posta nel controllo delle specie erbacee, in termini sia di epoca sia di modalità dell’intervento. La copertura deve essere controllata con interventi determinati sul suo sviluppo e sulle fasi fenologiche dell’olivo. Eccessivi ritardi nel controllo favoriscono un incremento notevole dei consumi idrici delle leguminose e delle graminacee, accentuando la competizione nei confronti dell’acqua e degli elementi nutritivi. Il controllo può essere meccanico o chimico, in funzione della capacità di ricrescita delle specie: chimico per quelle in grado di ricacciare. In ambienti caratterizzati da limitata disponibilità idrica o estati particolarmente siccitose, effetti positivi si possono ottenere con l’impianto di specie annuali autoriseminanti, quali il Trifolium subterraneum, o mediche annuali, che terminano il ciclo agli inizi della stagione secca. Alcune di loro mostrano però limiti di persistenza su terreni argillosi e calcarei, anche se recenti programmi di miglioramento genetico sono riusciti a selezionare genotipi capaci di adattarsi alle differenti condizioni di suolo per tessitura e reazione, nonché di clima soprattutto per quanto riguarda la resistenza alle temperature minime invernali.

Gestione del suolo: effetti sulle proprietà del terreno

La gestione della superficie del terreno influenza in modo significativo la stabilità e le caratteristiche chimico-fisiche, idrologiche e biologiche del suolo con conseguenze importanti sul suo stato di salute e sulla sua capacità di incrementare la fertilità agronomica a disposizione per le piante di olivo. Rispetto alla lavorazione, l’inerbimento determina un aumento del contenuto di sostanza organica del terreno e di conseguenza può contribuire a migliorarne la struttura con una serie di effetti positivi sulla permeabilità e sulla ritenzione idrica, nonché sulla microflora e sugli scambi gassosi del suolo. L’aumento di sostanza organica si riscontra nella parte più superficiale dei terreni inerbiti dove è concentrato lo sviluppo dell’apparato radicale delle specie erbacee e dove si risentono gli effetti della pacciamatura organica prodotta dalle trinciature. Al contrario, le lavorazioni favoriscono la mineralizzazione della sostanza organica e portano alla liberazione di CO2 e alla formazione di nitrati che non vengono trattenuti nel terreno. Nei terreni inerbiti, pertanto, gli aggregati strutturali risultano più stabili e quindi meno facilmente erodibili dall’acqua. Con la gestione dell’inerbimento viene influenzata anche la pratica della fertilizzazione dell’oliveto. Attraverso gli sfalci o il controllo chimico si creano apporto di sostanza organica, rilascio di elementi nutritivi, fissazione di azoto atmosferico nel caso di specie leguminose, favorendo, con la riduzione e la successiva eliminazione delle lavorazioni, il miglioramento dell’attività biologica del suolo con una tendenza generale all’autonomia nutrizionale dell’oliveto. In tale contesto, la scelta del cotico influenza sia le caratteristiche compositive della biomassa apportata sia la tempistica di rilascio degli elementi minerali. Il ritmo di mineralizzazione è infatti piuttosto variabile ed è significativamente influenzato dalla profondità dell’apparato radicale, dalle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche del suolo e dal suo contenuto di umidità, dalla temperatura, dal periodo e dalla dimensione dei residui interrati e, soprattutto, dalla qualità dei residui interrati. Tra le specie più utilizzate per l’interramento dei residui, le leguminose determinano positivi effetti sulle proprietà fisiche del terreno e soprattutto apportano azoto organico grazie al processo dell’azotofissazione simbiontica. Per tale proprietà rivestono un ruolo determinante nei sistemi biologici che escludono l’utilizzo di fertilizzanti di sintesi. Generalmente sono associate in miscuglio con specie graminacee in modo da ottenere un rapporto C/N di valore medio e quindi un tasso di mineralizzazione intermedio rispetto alle singole essenze e quindi anche un maggiore apporto di sostanza organica. La copertura viva e il suo apparato radicale, rilasciando sostanza organica, favoriscono lo sviluppo della fauna nel terreno, come i lombrichi, favorendone l’attività. L’azione della fauna del suolo combinata a quella fisica delle radici e agli essudati che producono, favoriscono uno sviluppo sostenibile della struttura del suolo, l’aerazione, il drenaggio, favorendo la rottura della crosta superficiale. Anche la porosità degli strati superficiali del terreno, positivamente correlata alla sua stabilità, è influenzata dalle modalità di gestione del suolo e risulta più elevata nei terreni inerbiti rispetto a quelli lavorati. L’inerbimento, infatti, aiuta a prevenire la formazione di crosta superficiale, minimizzando la dispersione delle particelle di suolo in superficie in seguito all’azione della pioggia e dell’irrigazione. Inoltre, intercettando le gocce di pioggia prima che queste colpiscano la superficie del suolo, evita il compattamento sottosuperficiale, responsabile dei processi erosivi e della ridotta infiltrazione di acqua negli strati profondi. Come risultato si ha un aumento del tasso d’infiltrazione e del movimento dell’acqua nel suolo, una diminuzione dello scorrimento superficiale, dell’erosione e del rischio di allagamenti. La copertura vegetale, inoltre, si comporta come un tessuto spugnoso, trattenendo l’acqua piovana abbastanza a lungo da permetterne una regolare infiltrazione. L’effetto positivo delle specie che costituiscono il cotico erboso si riflette non solo nel controllo dell’erosione ma anche nell’aumentare la portanza del suolo con considerevoli vantaggi soprattutto per il transito delle macchine, consentendo quindi di eseguire importanti operazioni colturali anche in condizioni di elevata umidità del terreno. Infine, le modificazioni fisico-chimiche hanno effetti non trascurabili anche sulla microflora e sulla biocenosi. Nei sistemi inerbiti, rispetto a quelli lavorati, sono stati infatti riscontrati aumenti rilevanti nelle popolazioni di numerosi organismi eterotrofi importanti nei processi di umificazione dei residui organici, della mineralizzazione dell’humus, dell’azoto-fissazione e della stabilizzazione della struttura del terreno. Anche la biocenosi risulta favorita dalla presenza di una copertura erbacea e può avere composizione variabile in funzione del tipo di inerbimento (naturale o tecnico) e della sua gestione (numero degli sfalci). La presenza continua di specie fiorite rappresenta, infatti, il rifugio ideale per una molteplicità di specie animali tra cui anche predatori particolarmente importanti negli impianti a conduzione biologica.


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