Volume: la vite e il vino

Sezione: coltivazione

Capitolo: gestione del suolo

Autori: Roberto Miravalle

Introduzione

La vite colonizza nel terreno uno strato relativamente profondo, rispetto ad altre colture, in funzione della composizione del terreno stesso (le radici scendono in profondità, passando da un terreno argilloso e compatto a terreni più leggeri, fino a raggiungere lo strato più profondo nei terreni ricchi di scheletro), del tipo di portinnesto e delle condizioni ambientali generali. Nelle graves di Bordeaux sono state misurate radici profonde 5,4 m con estensione laterale anche doppia. Tuttavia, gli apparati radicali si concentrano di norma nei primi 50-60 cm. Va da sé che sono fortemente influenzati dalle pratiche colturali che il viticoltore esegue sul suolo stesso. Il terreno non rappresenta solo una fonte di scambio per acqua e nutrienti necessari alla vita della pianta, tra vite e suolo esiste un’area, poco nota a dire il vero, che prende il nome di rizosfera. Questa è la zona di contatto tra radici e terreno; essa presenta diverse caratteristiche in funzione della vicinanza alla radice stessa. Si può immaginare come una sorta di manicotto avvolgente le radici che serve da contatto e da punto di scambio. Le radici cedono al terreno essudati di diverso genere: sostanze zuccherine, acidi organici, sostanze fenoliche, polisaccaridi, enzimi, prodotti derivati dalla lisi delle cellule. Queste sostanze, a loro volta, costituiscono la base vitale per microrganismi, batteri e funghi che grazie a queste vivono e si sviluppano. Le attività di scambio tra vite e terreno sono mediate quindi da una zona ricca di vita, la rizosfera appunto. Cambiamenti bruschi legati a lavorazioni profonde, eccessivo apporto di nutrienti minerali ecc. cambiano la funzionalità della zona radicale e, in definitiva, l’espressione vegetativa e produttiva della vite. Sotto l’aspetto agronomico generale, il vigneto è una coltura che succede a se stessa per un arco di circa 30 anni, con la peculiarità di occupare verticalmente lo spazio, appoggiata a supporti inerti (pali, fili). Spazialmente abbiamo una successione di linee dove le viti si susseguono a distanza ridotta (filari), separati da spazi più o meno larghi che permettono il passaggio dei raggi solari e delle macchine (interfilari). Poiché il ceppo viene alzato da terra per almeno 70-80 cm o più, lo spazio al suolo occupato dai ceppi di vite è ridottissimo. Il terreno vitato è quindi aperto alla colonizzazione da parte di altre specie vegetali. Queste interagiscono con la vite nei modi più svariati, il più visibile dei quali è quello fortemente competitivo. La definizione “malerbe”, riferita alle specie che crescono in vigna, ne è la prova. In realtà, l’interazione è complessa. Da quella citata a molteplici situazioni in cui la copertura vegetale induce riflessi positivi sulla vite e sul vino. Le scelte operative sulle tecniche di gestione del suolo non possono essere guidate solamente da criteri quali: tradizione, costi, organizzazione aziendale ecc. È necessario, pertanto, un approccio olistico che ne valuti l’impatto a breve e lungo termine. Una viticoltura di qualità non può prescindere dalla sostenibilità e dalla conservazione del suolo. Linea guida rimane l’analisi del sistema viticolo: l’ambiente pedoclimatico, il tipo di suolo, la fertilità naturale, la giacitura, la pluviometria, la sistemazione e sgrondo, l’eventuale irrigazione, il portinnesto e il vitigno, la forma di allevamento, l’età del vigneto. Quanto basta per non scendere nella facile prescrizione di “ricette” di buon comportamento e per capire come scelte diverse (lavorazioni continue, inerbimento ecc.) possono essere comunque corrette, poiché giustificate dall’ambiente. Fondamentale è che esse non siano dettate solamente dalla consuetudine, dalla fretta o dal desiderio di estrema semplificazione. La viticoltura italiana si estende dall’estremo confine nord sulle Alpi a Pantelleria. Esiste, dunque, un’enorme variabilità, spesso addirittura all’interno di un singolo vigneto. Si passa dai terreni in posto nelle Alpi a quelli alluvionali tipici delle pianure venete ed emiliane, a quelli morenici; dai terreni vulcanici a quelli originati dal sollevamento del fondo marino. Ne deriva una grande varietà di struttura, granulometria, composizione, fertilità. L’interazione con clima, temperatura e piovosità in particolare, aumenta la variabilità, la complessità e l’originalità del terreno vitato italiano.

Lavorazioni del terreno

Fin da quando ci sono testimonianze scritte i vigneti sono stati lavorati. Senza ombra di dubbio, oggi si potrebbe ascrivere quel tipo di intervento come minimum tillage, dato che si impiegava unicamente energia umana o animale. E anche in questo caso, come testimoniano numerose iconografie, non si trattava di robuste pariglie di buoi, ma di coppie di vaccherelle o di asini. Lo scopo era sicuramente quello di prevenire l’invasione di “erbacce”, favorire l’infiltrazione dell’acqua piovana, incorporare il letame. Una pratica particolare avveniva in autunno avanzato, almeno nelle viticolture dell’Italia del centro-nord, Francia o comunque degli areali freddi, era quella di una lavorazione rincalzante, per proteggere il tronco dai geli invernali (la si trova ancora oggi a ridosso delle Alpi e in alcune zone della Pianura padana). La meccanizzazione moderna, iniziata timidamente tra il 1950 e il 1960, decollata poco più tardi con la messa a punto di motori diesel di dimensioni contenute, ha semplificato e facilitato le lavorazioni al suolo con enormi vantaggi per il viticoltore, alle prese anche col fenomeno dell’abbandono delle campagne indotto dal potenziamento del sistema industriale. Nel 1949 il numero di addetti all’agricoltura era pari al 49% della popolazione italiana. Una famiglia su due. Oggi poco più del 2% è occupato nel settore primario. È del tutto comprensibile che l’adozione della meccanizzazione dei lavori al terreno sia stata pronta, totale, e in qualche modo acritica. Oggi è possibile misurare anche gli inconvenienti connessi alla lavorazione meccanica. Le trattrici passano necessariamente nello stesso posto, molti passaggi annui creano un binario molto compatto. Alcuni attrezzi, in particolare le zappatrici rotative, di gran moda fino agli anni ’90, sminuzzano finemente il terreno, creando parecchi inconvenienti agronomici: le zappette, girando con forza, scolpiscono il suolo creando uno strato fortemente compattato (detto suola di lavorazione). Il terreno riceve una forte esposizione all’aria, favorendo la rapida degradazione della sostanza organica. La perdita della sostanza organica diminuisce la fertilità naturale del terreno e la capacità di scambio terra-pianta. Inoltre reimmette nell’atmosfera grandi quantità di carbonio in forma di anidride carbonica, che il processo di fotosintesi aveva precedentemente sottratto. A questo proposito, recenti studi hanno misurato l’effetto della riduzione o dell’assenza delle lavorazioni del terreno nella coltivazione del mais. La riduzione di emissione di anidride carbonica è stata di 1190 m3 per ettaro e per anno nel caso della lavorazione a strisce e di oltre 1500 m3 con la semina su sodo rispetto alle lavorazioni convenzionali del terreno. Inoltre, la riduzione del consumo di energia riduce ulteriormente le emissioni grazie al minore consumo di gasolio. Nei vigneti in pendio, e in particolare quando i vigneti hanno un orientamento a rittochino (filari che seguono la linea di massima pendenza), l’affinamento del terreno favorisce forme di erosione anche gravi, con perdita dello strato fertile e danni a valle per le colate di fango involontariamente procurate. Da oltre trenta anni questo tipo di disposizione è preferito in quanto favorisce il passaggio dei mezzi meccanici e la sicurezza nell’uso degli stessi. Poiché la vite copre solo parzialmente il suolo, le piogge battenti innescano fenomeni erosivi di diversa portata in funzione del tipo di terreno e della pendenza. L’effetto più evidente dell’erosione lineare è dato dalla formazione di piccoli canyon che trasportano a valle una grande quantità di terreno, anche 50 t all’anno, portando via dal vigneto la parte più ricca del suolo. Fuori dal vigneto, queste acque ricchissime di particelle terrose diventano fonte di disturbo, di danno e di possibile contaminazione delle acque superficiali. Ciò che all’interno dell’area coltivata è una ricchezza (azoto e fosforo in particolare), fuori dalla stessa può diventare sostanza indesiderata. L’eccessiva frammentazione del terreno superficiale induce smottamenti e scivolamenti del terreno superficiale, creando problemi notevoli al viticoltore e alla zona viticola interessata. Frammentazione e compattamento causano anche un anomalo scambio gassoso tra suolo e soprassuolo, favorendo fenomeni di asfissia radicale che si esprimono con anomalie vegetative connesse a turbe nutrizionali, in particolare con manifestazioni di carenza di potassio. Anche gli ingiallimenti dovuti a clorosi ferrica sono favoriti da lavorazioni intense dei terreni calcarei. Tuttavia, le lavorazioni del suolo rappresentano una pratica utile o addirittura indispensabile per la coltura stessa, ma con la coscienza della necessità di contenimento dei fenomeni erosivi e del compattamento, procedendo sulle linee guida della conservazione del suolo. Le lavorazioni, oltre a rappresentare lo strumento fondamentale per la scerbatura, servono per incorporare gli apporti di nutrienti e di ammendanti, favoriscono l’infiltrazione dell’acqua piovana ed eliminano le carreggiate; sono indispensabili nella fase di allevamento, vale a dire nei primi anni di vita del vigneto, nelle aree a forte siccità, nei suoli che hanno tendenza a compattarsi. Sono state messe a punto una serie di attrezzature che riducono gli aspetti collaterali negativi degli interventi sul terreno e percorsi tecnici che ne prevedono un impiego ragionato. È bene preferire attrezzi a denti fissi, che smuovono il terreno e sradicano le erbe infestanti senza sminuzzarlo o rivoltarlo (sono i cosiddetti ripuntatori o coltivatori). In determinati ambienti possono essere impiegate vangatrici meccaniche, che hanno un assorbimento di energia motrice piuttosto alto, ma operano in modo agronomicamente corretto. Per l’interramento dei fertilizzanti si possono impiegare appositi spandiconcime, che interrano alla profondità desiderata gli apporti nutrienti senza stravolgere i profili del suolo. Attingendo dall’esperienza delle grandi aree cerealicole, dove l’impatto delle grandi macchine sul suolo è maggiore e, quindi, la necessità di porvi rimedio è prioritaria, si stanno introducendo nei vigneti attrezzi decompattatori capaci di smuovere il terreno compattato senza rivoltarlo. Un aspetto particolare è rappresentato dalle lavorazioni limitate alla zona del filare, con l’intento specifico di diserbare la fascia di terreno sottostante la chioma. Tra le diverse macchine atte allo scopo, il tipo di terreno e la distanza delle viti sulla fila sono i principali parametri di scelta da considerare.

L’inerbimento

Le relazioni tra flora erbacea e vite sono state studiate a partire dagli anni ’60 in Germania. Le valutazioni positive hanno creato una serie di “onde” verso sud. Negli anni ’70 sono stati compiuti ampi studi nell’Italia settentrionale, in Svizzera, in Alsazia e nella Loira, per poi arrivare a una certa adozione dell’inerbimento a partire dagli anni ’80, grazie anche ai lavori condotti dalle Facoltà di Agraria di Milano, Udine e Bologna, dalla Scuola di Laimburg in Alto Adige, all’Istituto di San Michele all’Adige e dall’Istituto per la Viticoltura di Conegliano Veneto. Leggendo le statistiche della nostra viticoltura, oggi circa un terzo della superficie dei vigneti è inerbita. L’inerbimento è diffuso soprattutto nelle province di Bolzano e Trento, nel Triveneto e in Emilia-Romagna. Anche nell’Oltrepò Pavese e in Piemonte, una quota sempre maggiore di viticoltori adotta questa forma di gestione del suolo. Nelle regioni centrali, grazie anche al contributo delle Facoltà di Agraria di Ancona e Firenze, che hanno fornito consistenti contributi di studio in materia, iniziano massive prove di adozione dell’inerbimento, ovviamente con modalità diverse dalla viticoltura del nord Italia. La flora spontanea compete con la vite per acqua e nutrienti, e nel contempo può favorire vari patogeni. Com’è allora possibile la convivenza o, addirittura, la continua adozione dell’inerbimento nei vigneti? La risposta è da cercarsi in diverse direzioni e, in ogni caso, nel bilancio complessivo dove, sempre più frequentemente, i benefici della copertura verde superano gli aspetti negativi. Anzitutto è mutato il ruolo della viticoltura: da fornitrice di vino-alimento in grandi quantità a basso costo, a produttrice di vini di qualità, capace di rispondere anche alle nuove forme di domanda improntate sul piacere, per occasioni definite, curiosità, cultura. L’aspetto della possibile riduzione del vigore del vigneto connesso all’inerbimento diventa, in questo contesto, un fattore positivo di qualità. La presa di coscienza degli effetti collaterali negativi, legati al passaggio delle lavorazioni da uomo-animali alle macchine, impone il controllo, la riduzione e, dove applicabile, l’abbandono delle lavorazioni stesse. Per la salvaguardia del terreno e della qualità delle acque e dell’aria. L’inerbimento è una tecnica di gestione del suolo che prevede una copertura vegetale sul terreno del vigneto realizzata con sfalci in luogo delle lavorazioni. Rappresenta il mezzo più efficace per contrastare le diverse forme di erosione e, quindi, di perdita di terreno a valle. L’ossidazione della sostanza organica e la conseguente perdita della stessa non solo è prevenuta, ma un vigneto inerbito accresce, nel tempo, la quantità di carbonio organico nel suolo. Presenta una grande quantità di interpretazioni in funzione dei diversi ambienti, allo scopo di massimizzarne i benefici, riducendo al minimo gli effetti competitivi indesiderati. Dall’inerbimento permanente nelle aree più fresche a quello temporaneo invernale delle zone a bassa piovosità. Nel primo caso, con maggiore frequenza nei vigneti del nord-est che godono di una pluviometria superiore, dopo il secondo anno di età, si instaura un prato permanente gestito con sfalci ripetuti. Queste operazioni sono molto più rapide e meno costose e impattanti, rispetto a una lavorazione del terreno poiché richiedono potenze limitate e hanno velocità operative elevate. L’inerbimento naturale, spontaneo, è stato il più impiegato. Solo recentemente vengono preferite soluzioni più rispondenti alle caratteristiche specifiche del vigneto, seminando miscele o specie in purezza, in modo da ottimizzare ulteriormente i benefici di questa tecnica. Le specie impiegate devono rispondere a specifici adattamenti ecologici. Inoltre, nell’ambito delle diverse specie si devono impiegare varietà a crescita ridotta, affinché venga diminuito il numero degli sfalci e la potenziale competizione idrica. Quanta acqua può consumare una copertura vegetale in vigneto? Un dato medio per le graminacee indica un fabbisogno di 500 l di acqua per formare 1 kg di sostanza secca. Si può stimare che in ambiente di bassa-media collina del nord Italia si effettuino almeno 4 sfalci all’anno, con una produzione complessiva di erba verde stimabile tra le 20 e le 30 t annue di erba fresca, che corrispondono a circa 4-6 t di secco. Moltiplicando per il fabbisogno unitario, sono necessari dai 2000 ai 3000 m3 di acqua, per produrre tale biomassa assorbendo l’equivalente di 200-300 mm di piovosità annua. Molte aree viticole importanti, anche al nord Italia, come Piemonte, colline emiliane, Toscana, hanno precipitazioni annue inferiori ai 700 mm. Il modello di inerbimento deve tenere ben conto di questi parametri. Oltre al consumo idrico, sono fattori di scelta importanti la velocità di germinazione e l’installazione della copertura verde, la tolleranza al calpestamento, la capacità di rigenerarsi, la resistenza alla siccità, la rapidità di accrescimento, la durata. Il loietto è in grado di dare coperture molto rapide ed è interessante allo scopo di offrire una rapida protezione alle pendici di nuovi impianti e laddove si sono effettuati movimenti di terra. Ha lo svantaggio di una bassa tolleranza alla siccità per cui, rapidamente, lascia il posto alla flora spontanea. Meglio quando si impiegano logli perenni, da soli o in miscela. Alcune varietà hanno crescita ridottissima, un’eccellente copertura del suolo e buona tolleranza al calpestamento. Spesso il loglio perenne viene proposto in miscela con la Poa pratense, una graminacea a foglia fine con grande capacità rigenerativa. Questi miscugli derivano dall’esperienza dei tappeti erbosi ornamentali e sportivi; hanno una forte valenza positiva in termini di copertura, gestione, aspetto piacevole, con il solo punto critico della scarsa longevità. In ambienti a bassa fertilità sono da preferire le festuche. Nei terreni idromorfi, nei vigneti posti in terre fresche e fertili, è raccomandato l’impiego di varietà di Festuca arundinacea. È una specie pronta a installarsi, rustica, adattabile, dotata di grande resistenza al calpestamento e alla siccità. Ha buona vigoria e può servire per attenuare quella della vite. Oggi ci sono varietà di derivazione sportiva, non più solamente foraggera. Queste nuove varietà mantengono tutte le prerogative della specie, ma sviluppano poco, riducendo gli oneri di manutenzione e i fabbisogni idrici e nutrizionali, estendono di fatto la possibilità di impiego di questa specie anche in ambienti meno ricchi. Nei terreni poveri e siccitosi, la Festuca arundinacea è spesso abbinata a specie rustiche con minore sviluppo e minori esigenze idriche e nutrizionali. Si tratta di Festuca rubra, Festuca ovina e Festuca longifolia, che insieme possono creare cotici duraturi, efficienti a bassa manutenzione. Negli areali a forte rischio di siccità estiva, si opta per inerbimenti temporanei, mantenendo il suolo coperto solo nel periodo autunno-invernale. A metà-fine primavera, il cotico erboso verrà interrato con una lavorazione leggera, arricchendo il suolo di sostanza organica e lasciando alla vite tutta l’acqua residua nel terreno. Recentemente, si va perfezionando l’impiego di specie autoriseminate. Il trifoglio sotterraneo ha la curiosa prerogativa di interrare le parti apicali degli steli fiorali, proteggendo così i semi dalla predazione degli erbivori; oltre a costituire interesse per i pratipascoli può risultare una scelta interessante per l’inerbimento temporaneo di vigneti e oliveti. Il trifoglio sotterraneo è capace di produrre un’abbondante biomassa in primavera, entrare in quiescenza nei mesi estivi per poi rigerminare spontaneamente con le piogge autunnali, senza necessità di specifici interventi. Rappresenta, quindi, una soluzione ideale per gli areali centromeridionali. Attualmente le varietà disponibili presentano una grande quantità di semi “duri”, cioè che non germogliano al primo segnale positivo, ma mantengono la loro energia germinativa nel tempo, originando nuove piantine secondo uno schema di sopravvivenza della specie. Ne consegue che la rinascita è irregolare e gli spazi non coperti vengono rapidamente occupati da specie più aggressive. È in corso un intenso programma di miglioramento varietale per impiegare al meglio questa specie. Si stanno testando anche altre alternative, quali la medica polimorfa, che ha un comportamento analogo e potrebbe rappresentare una risorsa importante per la viticoltura mediterranea, o meglio, per l’ambiente nel suo insieme. In alcune zone della Sicilia, sulle isole, ma non solo, i vigneti possono soffrire di erosione eolica o di danni provocati dal vento. L’inerbimento, anche a filari alterni, con cereali tipo grano duro, triticale, segale, crea una flessibile barriera antivento, trattenendo le particelle del terreno. A tarda primavera, quando la ventosità tende a scemare, si potrà trinciare e interrare la biomassa che, terminato il ruolo principale di protettore del terreno e della vite, assumerà quello di contribuire alla fertilità.


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