Volume: l'ulivo e l'olio

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

Vieni con me, lettore! Partiamo per un viaggio attraverso l’Italia, alla ricerca delle erbe che nascono spontanee negli oliveti. Ti dirò di piante meravigliose, del loro modo di comunicare con noi e, strada facendo, ti racconterò storie, reali o fantastiche, dei luoghi che visiteremo.

Compagnia dell’asfodèlo

Da Apricena, alle falde del Gargano, il promontorio sacro dell’Arcangelo Michele, verso il mare si incontra il santuario di San Nazario, ricco di ex voto. Giunti nei pressi del santuario si prende a destra per un sentiero che, punteggiato qua e là da folti gruppi di euforbia cespugliosa, rasenta il rudere di una vecchia stalla e, tra prati di erba calenzuola, conduce alla sommità di una collina ricoperta da un vetusto oliveto. Da qui un’immensa distesa di olivi ricopre come un verde argenteo tappeto buona parte del Gargano: oltre la macchia mediterranea, tra cespugli di mirto e fratte di tamerici, dalle foreste costiere di pino d’Aleppo, si inerpica verso il Monte d’Elio, presso Sannicandro Garganico, da dove si domina una vallata di terre rosse a ridosso dell’Adriatico, passa da Cagnano Varano e Ischitella, da Rodi Garganico fino a Vieste e, aggirando la foresta umbra, si ricongiunge alla piana di Manfredonia a sud del promontorio. È il regno delle orchidee (se ne contano quasi ottanta specie!), delle iris, di anemoni coloratissime, dei narcisi e di tante altre rarità botaniche, come l’asfodelina gialla e la scilla marittima. A occidente appare sospesa, come un miraggio nell’azzurro del cielo, la vetta innevata della Maiella e a nord il vicino lago di Lesina è separato dal mare da un nastro di macchia mediterranea, che da queste parti chiamiamo “Bosco Isola”. Il silenzio è avvolgente, rotto solo dal ronzio di qualche calabrone e dal suono in-termittente del campanaccio al collo di una mucca podolica che, con circospezione, evita i cespugli di spino gatto, dal quale si dice fosse ricavata la corona di spine che cingeva il capo di Cristo. Non è difficile incontrare in questi oliveti mandrie di bovini e greggi di ovini lì condotti al pascolo per tenere sotto controllo la vegetazione erbacea spontanea che è difficilmente eliminabile in altro modo, vista l’impossibilità di lavorare il terreno, a causa del sottosuolo particolarmente roccioso. Ma l’appetito di questi animali è molto selettivo, perché essi scartano molte specie, alcune delle quali descritte in questo capitolo, che poi diventano particolarmente invadenti e competitive nei confronti degli olivi e che, perciò, bisogna eliminare, con mezzi meccanici o chimici. La settimana prima di Pasqua, nel vetusto oliveto, la gente va alla ricerca di asparagina di bosco, dalle foglie aguzze e dai numerosi turioni amarognoli, esili come sospiri, ricercati ingredienti del “brodetto”, tipico piatto pasquale del mio paese, che, a dispetto del nome, non è in brodo ma è simile a un’elaborata frittata. L’asparagina si raccoglie a “rampate”, ognuna con poco più di un centinaio di turioni, tanti ne contiene il palmo di una mano, poi, concedendosi un po’ di riposo all’ombra di un olivo secolare, si legano, per tenerli insieme, con due foglie di asfodèlo mediterraneo che si avvolgono come due nastri, uno sull’altro attorno alla rampata, il tutto si fissa con due pezzetti legnosi di fusto d’asparago. E ogni volta si avverte il penetrante profumo della linfa dell’asfodèlo che impregna le narici e i vestiti. Un’altra pianta che nasce spontanea in questi oliveti è un ingrediente fondamentale del brodetto: il cardo scolimo. Con carne lessa d’agnello, le foglie del cardo, liberate dai margini spinosi, sono sbollentate e, insieme con i turioni di asparagina, spezzettate e impastate con molte uova, il tutto acconciato in una teglia posta nel forno. Il brodetto, però, assume un sapore particolare se si arricchisce con qualche giovane piantina di finocchietto selvatico e con qualche fungo Pleurotus che cresce sulle radici di due ombrellifere, sovente spontanee in questi oliveti: la ferula e l’eringio.

Da Hohenstaufen a Castel del Monte

Dallo stupendo panorama del monte d’Elio sul mistico Gargano attraverso le sitibonde pianure del Tavoliere di Foggia è un mare di grano le cui messi come onde si infrangono verso sud al di là dell’Ofanto, contro gli oliveti che separano la Murgia barese dall’Adriatico. In territorio di Andria, a una ventina di chilometri dal mare si erge, su una collina, il misterioso Castel del Monte, voluto da Federico II di Svevia verso la metà del XIII secolo. Un superbo panorama si vede da lassù fino al mare, quasi un unico immenso oliveto feso dall’antico tracciato della via Traiana che da Benevento portava a Brindisi, passando da Canosa e da Bari. Doveva essere proprio un tipo eccezionale Federico II (non per niente è passato alla storia con l’appellativo di “Stupor mundi”), anche per aver scelto un posto come questo per far costruire il suo castello più bello, proprio come, circa 170 anni prima, fecero i suoi antenati svevi sul monte Hohenstaufen, che diede il nome alla casata e dal quale si dominano le valli della Svevia che portano a Stoccarda, poco lontano dall’antica Tubingen, sede di una delle più importanti Università europee. Nelle terre dominate dal castello si dice che l’olivo fosse già coltivato ai tempi della battaglia di Canne, nell’agosto del 216 a.C., nella quale i Romani subirono una delle più gravi sconfitte della loro storia, a opera di Annibale il Cartaginese, e qualche olivo tuttora in vita potrebbe avere assistito, da tenero virgulto, alla Disfida di Barletta nel corso della quale tredici cavalieri italiani, capitanati da Ettore Fieramosca, sconfissero altrettanti cavalieri francesi in una fredda mattinata del 13 febbraio 1503. Sono diversi questi oliveti da quelli garganici. Qui si eliminano le infestanti lavorando il terreno che viene invaso dalle tipiche erbe dei seminativi, come la saeppola canadese, il farinello e l’amaranto, la morella e la porcellana, varie graminacee annuali, come l’avena selvatica, il loglio, il pabbio e la sanguinella. Spesso anche specie ruderali riescono a penetrare, come i due cardi chiazzati di bianco: il cardo mariano e il cardo scarlina.

Lungo i muretti a secco

Dall’altura di Castel del Monte a una poco più a sud di Bari, dove la strada proveniente dalla Valle d’Itria si affaccia improvvisamente sulla piana di Monopoli, lo sguardo sconfina nell’antica Messapia, al di là di Brindisi e di Taranto, verso sud nel Salento. Da queste parti la coltivazione dell’olivo ha una storia millenaria ma un potente impulso lo diedero, nell’VIII secolo d.C., i monaci basiliani, seguaci della regola monastica di San Basilio Magno, i quali, provenienti dall’Oriente, si rifugiarono nel Salento per sfuggire alle persecuzioni dei Bizantini, in seguito alla lotta iconoclasta promossa dell’Imperatore Leone III Isaurico. Terra rossa e sassi bianchi che affiorano come i funghi a ogni passaggio dell’aratro. Sassi ricamati dal tempo, che i paritaru da secoli usano per costruire muretti a secco che serpeggiano tra gli oliveti come immobili testimoni della fatica dell’uomo nella lotta contro la roccia affiorante. Qui crescono gli olivi più antichi che la regione Puglia tutela con apposita legge (pare che dei 40 milioni di olivi censiti nell’intera Puglia, circa 15 milioni rientrino in questa categoria!). In questo paesaggio, tra dolmen e menhir, tra furni e pagghiari, tra masserie, trulli e antichi frantoi ipogei, il terreno sotto gli olivi per lo più viene lavorato e si ricopre delle tipiche infestanti elencate nel paragrafo precedente ma, durante la primavera, abbondano specialmente i crisantemi selvatici, il fiorrancio selvatico, gli ombrellini pugliesi e il pettine di Venere, cui si aggiungono l’ortica, l’amaranto e il farinello nella stagione estiva. Nelle zone più aride, dove l’uomo fatica ad aver ragione della roccia affiorante e sfalcia periodicamente il manto erboso o lo combatte con altri mezzi, si diffondono, tra le altre, il becco di gru, la perlina minore e il ginestrino purpureo.

Cetosella e Brancaleone

Ai tempi delle Crociate anche queste terre sono state spettatrici di una battaglia, seppur meno nobile, quella disputata, in un film di Monicelli, per vani motivi di precedenza (“Cedete lo passo! Cedete lo passo tu!”), tra i cavalieri Brancaleone da Norcia (quello dell’Armata, Vittorio Gassmann) e Teofilatto de’ Leonzi (Gian Maria Volontè). Alla fine del duello, con i due contendenti esausti, Teofilatto consiglia a Brancaleone dolorante al fianco: “Bollitura di cetosella, cicoria, zolfone, malva, finocchio, tutto insieme, berla a digiuno (...) ti ribolle dentro come sciacquare una botte, poi per lo dietro ti esce uno gran foco (...) e sei guarito”. La “cetosella” della ricetta si riferisce a piante simili all’acetosella gialla che tappezza gli oliveti di queste zone e di tutta l’Italia meridionale e insulare. Il suo regno dal Salento si estende al Tarantino poi, costeggiando lo Ionio verso sud e indugiando nella prospera vallata di Sibari, prosegue a zig-zag in tutta la Calabria, lambendo la maestosa Sila e il crudo Aspromonte, fino in Sicilia. Il giallo dei suoi fiori è accecante all’alba, quando, passando dagli oliveti del commissario Montalbano, di cui scrive Camilleri, lungo i muretti a secco del Ragusano, ci sorprendono tappeti rosa di silene colorata e ritroviamo la “compagnia dell’asfodèlo” con il finocchietto, la ferula e l’eringio, l’euforbia cespugliosa e le orchidee del Gargano. Diretti a nord della Trinacria, dopo aver circumnavigato l’Etna, attraverso le sinuose vallate delle Madonie, si giunge sulle colline del Trapanese. Qui, dove la vista delle Egadi stordisce, ai piedi del monte Erice, gli oliveti sono curatissimi, mondi dalle erbe infestanti, tra le quali primeggerebbero la malva, i forasacchi, il centocchio, il fiorrancio selvatico e la borragine. Oltre l’azzurro del Tirreno, il prato di acetosella gialla si stende anche verso la Sardegna, negli oliveti attorno a Maracalagonis (ricchi anche di forasacco).

Dalla Liguria alla Maiella

L’acetosella è spesso presente anche nelle due Riviere liguri, dove gli ingegnosi massacài sin dal Medioevo, e sotto la supervisione dei frati benedettini, costruiscono muretti a secco e modellano le ripide coste delle colline con i “maxéi”, i terrazzamenti. Sui maxéi si instaura una flora infestante ricca, oltre che di specie tipiche delle colture, anche di specie ruderali, provenienti dalle zone della collina non sistemate e dai margini delle innumerevoli viuzze che collegano gli oliveti con le case di campagna affacciate sul mar Ligure. Tra le erbe più diffuse vi sono: l’arisaro comune, l’arum (gigaro) chiaro, la mercorella, i grespini, la vetriola, il trifoglio bituminoso e la securidaca, oltre all’onnipresente forasacco. Approfittando della spinta gravitazionale acquistata nella discesa dai monti Liguri attorno a Lavagna, sfiliamo tra il Tirreno e le Alpi Apuane e ci fermiamo a riposare nei pressi di Viareggio, sotto la chioma dell’Olivo dei Trenta zoccoli, così detto perché un viaggiatore inglese del Settecento lo descriveva talmente imponente che, durante la raccolta, circa quindici uomini (ognuno con due zoccoli ai piedi) erano abbarbicati sui suoi rami, intenti alla bacchiatura. Rasentiamo poi le colline del Chianti, fino a giungere nell’Aretino, tra Castiglion Fiorentino e Cortona, e ancora più a sud e verso la costa tirrenica, fino al leggendario olivo delle Streghe, millenario esemplare, sotto la chioma del quale, durante il Medioevo, pare si radunassero le streghe della Maremma per decidere di fatture e malefici. Verso l’entroterra si passa da Canino, patria dell’olio omonimo, di colore smeraldo e dal sapore pungente, quindi si sale lambendo il lago di Bolsena e si potrebbe ridiscendere verso Roma e l’antica Sabina, dove, tra monti e ampie vallate, i declivi oliveti sono lavorati o lasciati inerbiti: nel primo caso si ricoprono delle tipiche infestanti dei seminativi e si trovano sovente anche grespini e piantaggini e, all’inizio della primavera, vegetano il solito forasacco, la ruchetta violacea, la senape selvatica; in assenza di lavorazioni si sviluppano prati sterminati di graminacee, fra le quali prevale il grano villoso. Proseguendo, invece, da Bolsena verso Orvieto, Todi e Perugia, diretti a nord, lungo la disagevole E45, si giunge nella sanguigna Romagna dove l’olivo è coltivato sin dal Medioevo, e si vedono prati di cocola e di avena selvatica. Costeggiando l’Adriatico color turchese, verso sud, attraversiamo la terra dell’oliva Ascolana per spingerci fino alle ubertose colline alle falde del Gran Sasso, dove sotto gli oliveti primeggiano ancora i forasacchi e la ruchetta violacea e spesso si trovano anche la coda di volpe, l’aspraggine volgare e il loglio. Giunti infine ai piedi della Maiella, ci appare in lontananza, a oriente e quando il cielo è terso, il promontorio dell’Arcangelo. Ci ritorna in mente il santuario di San Nazario e di nuovo ci sorprende il pungente profumo dell’asfodèlo!

Descrizione delle specie

Acetosella gialla (Oxalis pes-caprae). In primavera e in autunno invade letteralmente gli oliveti del Meridione e il giallo cangiante dei suoi fiori tappezza anche altre colture arboree, come, per esempio, la vite e il pesco. Nonostante tale copiosa fioritura le piante non maturano (quasi mai) semi ma si riproducono pressoché esclusivamente mediante tuberi-bulbi sotterranei e carnosi. Questa specie, dalle foglie ricche di ossalati (da cui il nome Oxalis), pare si sia diffusa in tutto il Mediterraneo da un unico individuo coltivato, a scopo ornamentale, da tale Padre Giacinto di Malta, durante le guerre napoleoniche.

Amaranto (Amaranthus). Deve il nome alle sue infiorescenze che sembrano non avvizzire mai, neanche dopo la maturazione (dal greco a = non e maraino = avvizzisco). Pianta di origine tropicale, era conosciuta e utilizzata (dai semi si produce farina panificabile) da diversi popoli già nell’antichità (gli Aztechi ne facevano grande uso). La sua riproduzione avviene mediante semi; questi sono lucidi, nerastri, lenticolari, dal diametro di circa 1 mm e derivano da fiorellini poco appariscenti e riuniti in ampie pannocchie. Negli oliveti si trova principalmente l’amaranto comune (A. retroflexus) ma spesso si incontra anche l’amaranto ibrido (A. hybridus).

Arisaro comune (Arisarum vulgare). È caratterizzato da foglie lucide, con le nervature poco appariscenti. Le piante hanno origine da un piccolo tubero a forma di uovo; dal tubero nascono direttamente le foglie, che hanno lungo picciolo e lamina cuoriforme con sommità acuta. Dal tubero hanno anche origine i fusti fioriferi che portano alla sommità un gruppetto di fiori avvolti da una spata a forma di cono, biancastra e caratteristicamente striata di viola, nonché ripiegata a cappuccio all’estremità superiore; dalla spata sporge un’appendice verdastra, anch’essa incurvata. Questa specie è simile al gigaro, descritto di seguito.

Arum chiaro. “Solo lo zampillo del cortile raccontava in aria di mistero agli arum una storia lunga lunga”. Gli arum, cui si riferisce la citazione dall’opera Malombra di Antonio Fogazzaro, non sono altri che l’Arum (gigaro) chiaro (Arum italicum), molto simile nell’aspetto all’arisaro comune, ma con foglie più grandi e chiazzate di bianco. Ha fiori avvolti da una spata (giallastra e non incurvata), all’interno della quale rimangono intrappolati gli insetti attirati dalla presenza di sostanze zuccherine: un insieme di filamenti alla sommità dell’infiorescenza ne ostacola l’uscita.

Asfodèlo mediterraneo (Asphodelus aestivus). È ricordato nell’Alcyone di D’Annunzio: “O Derbe, approda un fiore d’asfodelo! Chi mai lo colse e chi l’offerse al mare? Vagò sul flutto come un fior salino”. Il nome generico deriva dal greco (a = non, spodos = cenere ed elos = valle), per la tendenza a rinascere nei luoghi raggiunti dal fuoco. È una pianta antichissima: Omero nell’Odissea dice che è la pianta degli Inferi; Pitagora era ghiotto delle sue radici cotte; Plutarco offriva i suoi fiori all’altare di Apollo; Plinio li piantava davanti all’uscio di casa per evitare che entrassero i sortilegi; Teofrasto mangiava la sua radice con i fichi.

Aspraggine volgare (Picris echioides). Il latice amaro che fuoriesce dagli steli spezzati ne ha ispirato il nome: dal greco picris = amaro; echiodes (= come chiodi) si riferisce, invece, alle setole di cui sono ricoperte le foglie, che nascono al centro di pustolette biancastre. La specie era ed è impiegata nella cucina mediterranea, cotta o in insalata. I fiori sono gialli, a forma di ligula, composti in grossi capolini spinulosi alla base. Questa pianta si riproduce tramite piccolissimi frutti-semi che hanno alla sommità una specie di piccolo paracadute di setole bianche, tramite il quale volano anche molto lontano dalla pianta madre.

Avena selvatica (Avena sterilis). Quando ero bambino mio padre la usava per costruirmi striduli fischietti con pezzetti di culmo, schiacciati a un’estremità. Anche William Shakespeare, nella sua commedia Pene d’amor perdute, fa fare la stessa cosa a un pastore: “Quando le avene suona il pastore, E covan tortore, cornacchie e gazze, Segna la lodola al villan l’ore, E imbiancar tuniche fan le ragazze”. Anche il D’Annunzio l’ha inserita fra le sue liriche: “Ma la vena selvaggia, ma il ciano cilestro, ma il papavero ardente, con lei cadranno, ahi, vani su le secce” (da La spica, in Alcyone).

Becco di gru (Erodium). Il significato del nome latino “becco di airone” sta nella forma della testa di questi due volatili, simile al frutto di questa pianta. È formato da cinque strisce (code), ciascuna portante alla base un seme, le quali si separano a maturità, liberando i semi stessi. Una volta caduto sul terreno la coda spinge il seme in profondità, tramite movimenti impressi dal suo avvolgimento a “cavaturaccioli” e dal successivo srotolamento, sotto l’influsso dei cambiamenti dell’umidità dell’aria e del terreno. Le specie più diffuse sono: b.d.g. comune (E. cicutarium), b.d.g. malvaceo (E. malacoides) e b.d.g. aromatico (E. moschatum).

Borragine (Borago officinalis). Per quanto attualmente conosciutissima, secondo molti autori questa pianta è del tutto ignorata nei testi antichi. Altri però riconoscono la borragine nel famoso “Nepente” che Omero, nel IV libro dell’Odissea, faceva mescolare al vino per dare allegria e oblio: “Nel dolce vino, di cui bevean, farmaco infuse contrario al pianto e all’ira”. Forse da questo scritto si attribuisce a questa pianta, utilizzata correntemente in cucina, il significato di allegria e di serenità.

Cardo mariano (Silybum marianum). C’era una volta un cardo, con le foglie completamente verdi e molto spinose, sotto le quali la Madonna nascose Gesù bambino, durante la fuga in Egitto, per celarlo alle guardie di Erode. Gesù si salvò e la Madonna, per ricompensare la pianta, le stillò sopra alcune gocce di latte (mentre allattava il suo bambino); da allora le foglie divennero striate di bianco e l’intera pianta prese il nome da Maria. Questa specie è conosciuta sin dall’antichità ed è sempre stata utilizzata, oltre che come pianta alimentare, anche come pianta officinale, con proprietà diuretiche, ipertensive, toniche, coleretiche ecc.

Cardo scarlina (Galactites tomentosa). Assomiglia al cardo mariano, descritto prima, il suo fusto però è spinoso e non liscio come quello dell’altra specie; le sue foglie hanno lamina incisa molto più profondamente e sono particolarmente pelose di sotto (caratteristica sottolineata dall’aggettivo specifico latino tomentosa). Inoltre, i capolini sono molto più piccoli. Entrambe le specie però sono caratterizzate da foglie screziate di bianco, come fossero spruzzate con del latte: è a questa possibilità che si ispira il primo nome latino Galactites (dal latino gala = latte). Si trova quasi esclusivamente negli oliveti dell’Italia meridionale.

Cardo scolimo (Scolymus hispanicus). Si trova specialmente negli oliveti dei climi più aridi e sui terreni sciolti. La sua radice carnosa ha sapore dolciastro e può essere utilizzata in cucina, cruda o cotta; seccata e polverizzata costituisce un succedaneo del caffè. Anche le foglie delle piante giovani, liberate dai margini spinosi, sono un’ottima verdura da cuocere. Il fusto delle piante adulte è robusto, percorso da ali spinose. I fiori gialli, per la maggior parte con un’evidente ligula apicale, sono riuniti in grossi capolini spinosi e appaiono durante l’estate, quando la maggior parte delle altre piante è già sfiorita.

Centocchio o peverina o stellaria (Stellaria media). Ha ciclo vegetativo molto corto e, con diverse generazioni, si trova in tutte le stagioni, anche in estate, quando riesce a tesaurizzare la poca pioggia che cade, facendo confluire le gocce di pioggia lungo una fila di peli, presenti sul fusto, che convogliano l’acqua alla base delle foglie. Il nome latino si riferisce ai numerosi fiorellini, ognuno con cinque petali bianchi profondamente incisi che fanno assumere al fiore la forma di una stella; anche i piccolissimi semi lenticolari sono simili a stelline.

Cocola o lattona (Cardaria draba). Deve il nome scientifico alla forma di cuore (in greco kardia) dei suoi frutticini; l’aggettivo specifico si riferisce al suo sapore acre (dal greco drabe = acre). È una specie perenne, con radice rizomatosa. Le foglie hanno lamina intera ma dentellata sul bordo, sono verdi-azzurrognole e abbracciano il fusto alla loro base. I fiorellini sono formati ognuno da quattro petali bianchi disposti a croce (tipica della famiglia Crucifere) e sono raccolti su racemi disposti in ampi corimbi. Il frutticino maturo si fraziona in due parti, contenenti ciascuno un seme (i semi erano impiegati come surrogati del pepe).

Coda di volpe (Alopecurus myosuroides). È una delle graminacee più diffuse negli oliveti del Centro Italia. Ha fusto vuoto (culmo) e foglie nastriformi. I fiori sono molto piccoli, verdastri, privi di petali, riuniti in un’infiorescenza cilindrica, simile nella forma alla coda di una volpe ma sottile come quella di un topo, come si arguisce dal nome scientifico (dalle parole greche àlopex = volpe, mus = topo e urà = coda). Si riproduce solo mediante semi, racchiusi all’interno di piccolissimi frutti chiamati cariossidi.

Crisantemi selvatici (Chrysanthemum). Il colore giallo dorato dei loro capolini ha ispirato il nome scientifico (dal greco chrysós = oro e ánthemon = fiori). Il nome latinizzato viene ripreso anche in quello italiano per indicare una specie molto presente negli oliveti (specialmente di Calabria e di Sicilia): il fior d’oro o crisantemo giallo (Chrysanthemum coronarium), con qualche capolino giallo al centro e biancastro tutt’intorno e con foglie profondamente divise. Spesso si trova anche il crisantemo campestre, o ingrassabue (Chrysanthemum segetum), simile al precedente ma con capolini completamente gialli e con foglie grassette e poco incise sui margini.

Erba calenzuola (Euphorbia helioscopia). Il nome latino è dedicato al medico Euforbio (I sec. a.C.), l’aggettivo si riferisce invece alla sommità della pianta, appiattita per meglio “guardare il sole”. Le piante hanno fusti ricchi di latice caustico e fiori piccoli privi di petali ma circondati da ghiandole colorate che attraggono gli insetti impollinatori. Ogni frutto (capsula) contiene tre semi, liberati in seguito a una piccola e crepitante esplosione; all’estremità di ogni seme vi è una appendice polposa (arillo) della quale le formiche sono ghiotte, contribuendo così alla diffusione della specie.

Euforbia cespugliosa (Euphorbia characias). Tra le euforbie che crescono spontanee negli oliveti italiani (meridionali) è quella più appariscente e forma grossi cespugli (come sottolinea l’aggettivo specifico italiano; quello latinizzato deriva dalla parola greca xaraxias, con la quale Dioscoride indicava questa specie). Il fusto è pelosetto, lignificato alla base ed è ricco di un latice biancastro irritante, amaro e tossico. I fiori sono privi di petali e sono riuniti in larghe ombrelle cosparse di ghiandole nettarifere di colore marrone.

Farinello (Chenopodium). Il nome italiano si riferisce allo straterello di pruina farinosa che ricopre le sue foglie; il nome scientifico fa riferimento invece alla loro forma, simile a quella delle zampe delle oche (dal greco khen = oca e podion = piede). Pianta considerata infestante ma utilizzata anche in cucina come succedaneo degli spinaci. I fiori sono piccolissimi, privi di petali, riuniti su ampie pannocchie. La specie più diffusa è il farinello bianco (Ch. album) ma negli oliveti siciliani e sardi si trova spesso anche il farinello rosso (Ch. rubrum), in ricordo del colore dei fusti.

Ferula o finocchiaccio selvatico (Ferula communis). Si trova lungo le strade del Centro-Sud e spesso sotto gli oliveti garganici, calabresi e siciliani. Ha foglie simili a quelle del finocchio, ma molto più grandi, oltre che tossiche, ed è conosciuta sin dai tempi antichi. Con i suoi fusti lignificati e leggeri (spugnosi internamente) i Romani sferzavano i bambini cattivi (in latino ferula = sferza). Pare anche che Prometeo, figlio del Titano Giapeto, rubando il fuoco a Vulcano, per portarlo agli uomini, lo abbia nascosto in una canna di ferula: “quod postea Promethéus in ferula detulit in terras” (Fabula CXLIV di Igino).

Fiorrancio selvatico (Calendula arvensis). In autunno e in primavera, tappezza di giallo-aranciato gli oliveti meridionali. La fioritura si ripete più volte l’anno, in particolare all’inizio del mese, cioè nelle kalendae di latina memoria, allorquando i mesi del calendario erano scanditi dai movimenti della luna: simili a una falce di luna sono anche i semi della calendula! Il suo legame con il passato sconfina nella mitologia, con il dolore di Afrodite, le cui lacrime, versate per la morte di Adone, toccando terra si trasformarono in piante di calendula; da allora il fiore è simbolo di tristezza, nonostante da esso si estragga un colorante che cura piaghe e altre malattie.

Forasacchi (Bromus). Devono il nome italiano alle cariossidi affusolate e appuntite, tanto da perforare i sacchi usati per il trasporto della granella di grano. Il nome scientifico deriva dal greco ed è il termine con il quale gli antichi indicavano l’avena (evidentemente confondevano le due erbe), ma anche una pianta che forniva foraggio e granella per la panificazione (bròma in greco vuol dire nutrimento). Sono graminacee pelosette, con guaina fogliare chiusa, cioè con bordi saldati. Negli oliveti si trovano spontanee diverse specie; le più diffuse sono il forasacco rosso (Bromus sterilis) e il forasacco peloso (Bromus hordeaceus).

Grano villoso (Dasypyrum villosum). È una graminacea che forma una spiga simile a quella del frumento; il termine villosum si riferisce alle foglie vellutate e ai ciuffi di peli sulle glume. Si tratta di una pianta alta anche più di un metro, con fusto esile ma resistente che termina con una grossa spiga munita di molte reste lunghe e acuminate. Le piante crescono molto ravvicinate fra loro e spesso formano vasti e folti popolamenti lungo le strade del Centro-Sud, spingendosi anche sotto gli oliveti non diserbati. La specie è presente anche nelle regioni settentrionali.

Grespini (Sonchus). Plinio il Vecchio racconta che Teseo, prima di affrontare il Minotauro, per prepararsi all’impresa, mangiò un nutriente piatto a base di grespini. Sono piante con fusti ricchi di latice bianco e per questo in passato se ne cibavano le puerpere e si davano da mangiare alle scrofe in lattazione (secondo il botanico inglese, del XVII secolo, William Coles). Anche se si ignorano le effettive proprietà di far aumentare la secrezione del latte, sono ben conosciute le altre proprietà delle giovani foglie di queste piante, fra le quali quelle di insaporire diversi piatti a base di carne.

Loglio (Lolium spp.). All’ombra degli olivi italiani crescono due specie di loglio, molto simili: il loglio comune (Lolium perenne) e il loglietto (L. multiflorum). Entrambe le specie sono coltivate appositamente come piante da foraggio, ma nascono frequentemente in modo spontaneo. Si riconoscono per le loro foglie lucide, che riflettono la luce solare, e, come tutte le graminacee, hanno fusto cavo (culmo) e foglie nastriformi. I fiori sono inseriti su spighe piatte, composte da due file opposte di spighette, munite di evidenti reste solo nella seconda specie.

Malva selvatica (Malva sylvestris). Le proprietà emollienti hanno ispirato il nome di questa pianta (dal greco malakòs = molle). Le sue proprietà medicinali erano conosciute e apprezzate dai Romani, tanto che Cicerone, Plinio il Vecchio e altri valenti scrittori latini ne hanno descritto l’utilità e il metodo di usarla. Il suo impiego in cucina, come verdura, risale a epoche ancora precedenti (VIII sec. a.C.). Questa specie, particolarmente diffusa negli oliveti calabresi e siciliani, si riproduce tramite semi o ricaccia anche da gemme apicali.

Mercorella (Mercurialis annua). Dedicata al dio Mercurio, produce due tipi di piante: maschili (solo con fiori maschili) e femminili (solo con fiori femminili); ciò ha alimentato in passato la convinzione che l’infuso di uno dei due tipi di piante dato alle donne in gravidanza avesse la capacità di “pilotare” il sesso del nascituro. Convinzione assurda, se si pensa che queste piante sono tossiche e hanno un nauseante odore fetido! Ciò nonostante nella medicina del Medioevo erano spesso usati i loro estratti (si credeva che con la bollitura svanissero le sostanze velenose), come purgativi o per interrompere la secrezione lattea.

Morella (Solanum). Un tempo le ragazze si strofinavano le labbra con una foglia per sapere se l’amore provato per un giovane era o non era ricambiato (nel primo caso la stessa foglia appoggiata su un braccio avrebbe lasciato una macchia rossastra). Altri tempi! La morella è nota anche con il nome pomidorella perché, come la pianta del pomodoro, matura delle bacche, ma piccole e di diverso colore, a seconda della specie: nere (pomidorella o morella comune = Solanum nigrum) o rossastre (pomidorella o morella rossa = Solanum luteum).

Ombrellini pugliesi (Tordylium apulum). Deve il nome italiano alla forma a ombrella delle infiorescenze e al fatto di essere molto comune in Puglia; il primo nome latino deriva da quello greco usato per questa pianta (Tordylion). Si tratta di una pianta con foglie lobate. In ogni fiore solo uno dei petali è evidente (vessillo): è bianco o roseo e diviso profondamente in due lobi. Il frutto ellittico, lungo poco meno di un centimetro, è di consistenza ialina, per cui in trasparenza si vede il seme più scuro; il tutto è contornato da un’ala ondulata, simile a una cornicetta, che fa assumere all’intera struttura la forma di un piccolissimo cammeo.

Ortica (Urtica). Il prurito doloroso provocato dalle sue punture è dovuto a un miscuglio di sostanze, tra le quali acido formico, contenute in una microscopica ampolla alla base dei singoli peli di cui sono cosparsi foglie e fusti. Al contatto il pelo si rompe e il liquido urticante si riversa nella piccola ferita, provocando la nota infiammazione. Dai suoi fusti si ricava un tessuto utilizzato sin dai tempi antichi (le ossa appartenute a un danese vissuto nell’Età del Bronzo sono state rinvenute avvolte in un tessuto di ortica). La pianta si utilizza anche in cucina, per preparare insalate, o bollita, per condire la pasta.

Pabbio (Setaria). Il nome latino si riferisce alle setole, fittamente uncinulate, che ricoprono le infiorescenze e che sono riconducibili a fiori abortiti. I fiori fertili danno origine, invece, a piccoli frutti (cariossidi) a forma di goccia. Le tre specie più diffuse negli oliveti italiani sono: p. comune (S. viridis), p. rossastro (S. glauca) e p. verticillato (S. verticillata). Le prime due hanno gli uncinuli delle setole diretti verso l’alto; il p. comune ha pannocchia verdastra, il p. rossastro ha la pannocchia arrossata. Le setole del p. verticillato hanno uncini rivolti verso il basso, che mantengono aderenti ai vestiti le sue pannocchie mature.

Pettine di Venere (Scandix pecten-veneris). È la specie, dedicata ad Afrodite, dea dell’amore e della bellezza, che più frequentemente troviamo negli oliveti italiani (specialmente in quelli meridionali). Ogni fiore produce un frutto con un lungo becco e i frutti sono riuniti in piccole ombrelle che, nell’insieme, ricordano la forma di un pettine (da qui il nome italiano); il becco è affuso-lato e pungente (giustificando il nome Scandix: dal greco schàzo = pungo), simile a uno spillone per capelli, per cui la pianta è chiamata anche spillettoni. Si riconosce anche per le lamine fo-gliari particolarmente incise, come quelle delle foglie di carota.

Piantaggini (Plantago spp.). Sono piante molto antiche (il loro polline è stato trovato in sedimenti dell’Età della Pietra). Le foglie si usano ancora come insalata o cotte; il loro succo era impiegato anche come collirio, mentre i piccoli semi si utilizzano come mangime per gli uccelli. L’impollinazione dei fiori avviene per opera del vento e perciò non hanno bisogno di petali colorati per attirare gli insetti impollinatori, infatti ne sono prive. Il nome deriva dalla forma e dalla disposizione delle foglie, tutte disposte quasi aderenti al terreno... come le piante dei piedi umani.

Porcellana (Portulaca oleracea). In passato per tenere a bada il diavolo ci si affidava a misture di erbe (compresa la porcellana) dalle proprietà antidiaboliche, sfalciate e messe sull’uscio di casa per sbarrare l’ingresso al maligno. La porcellana, così chiamata perché, si dice, molto appetita dai maiali, si usa ancora oggi in cucina, come insalata; questa sua prerogativa è ricordata nell’aggettivo latino oleracea (da orto). Il primo nome latino si riferisce, invece, al tipo di apertura, una “portula” apicale, con la quale si aprono i suoi frutti a maturità.

Ruchetta violacea (Diplotaxis erucoides). È così chiamata perché ha un intenso sapore di rucola e perché spesso porta fusti e fiori violacei; il nome scientifico è ispirato al frutto, formato da due valve che rivestono una membrana centrale ialina sulla quale sono inseriti i semi in doppia serie (dal greco diplús = doppio e taxis = serie). Appartiene alla famiglia delle Crucifere, così detta per i fiori, costituiti ognuno da quattro petali disposti a croce. Ricopre il terreno degli oliveti (specialmente abruzzesi e toscani), fiorendo dall’autunno all’inizio della primavera. Ha fusti tenaci; le foglie hanno margine inciso in segmenti rugosi e dentati sul bordo.

Saeppola canadese (Conyza canadensis). Fino a due secoli fa era sconosciuta in Italia; pare che alcuni frutti siano arrivati dall’America settentrionale (come sottolineano i due aggettivi specifici) con un carico di bestiame. Il primo nome scientifico pare sia dovuto allo sgradevole odore di pulce (in greco kónopos) emanato dall’intera pianta. La facilità di diffusione della specie deriva dalla conformazione degli stessi frutti, muniti di un pappo lanuginoso che, sotto l’azione del vento, funziona come un minuscolo paracadute in grado di trasportare il seme (strettamente incluso nel frutticino) anche a notevole distanza dalla pianta madre.

Sanguinella (Digitaria sanguinalis). Il nome italiano e l’aggettivo latino si riferiscono alla colorazione generalmente arrossata (come il sangue) dei vari organi della pianta. Il primo nome latino sottolinea, invece, la forma delle infiorescenze, simile a una mano aperta, con rametti disposti come le dita (in latino digitus). Essi fungono da sostegno a molti fiorellini privi di petali, ognuno dei quali matura un seme piccolissimo a forma di goccia. Il fusto della pianta adulta è vuoto (culmo); in parte è adagiato sul terreno e spesso emette radici secondarie dai nodi. Le foglie sono completamente ricoperte di una morbida peluria.

Senape (Sinapis spp.). Fino al secolo scorso sulle bancarelle dei mercati era venduta come succedaneo della senape. È molto diffusa negli oliveti dell’Italia centro-meridionale, dove fiorisce verso la fine dell’inverno e il giallo dei suoi fiori si confonde spes-so, da lontano, con quello dell’acetosella gialla, della quale si è detto in precedenza. Come tutte le Crucifere l’intera pianta, spe-cialmente se strofinata fra le dita, emana un caratteristico odore di cavolo. Negli oliveti si trovano due specie: la senape selvatica (S. arvensis), con frutticini sottili cilindrici, e la senape bianca (S. alba), con frutticini simili a piccoli coltellini pelosi.

Silene colorata (Silene vulgaris). Viene considerata infestante solo da chi non ha mai visto, all’inizio della primavera, lo splendore dei suoi fiori tappezzare di rosa gli oliveti del Ragusano. Il nome è stato dedicato al dio Sileno che, nella mitologia greca, vaga per i boschi in cerca di gozzoviglie e di crapule che fanno gonfiare il suo ventre, proprio come il calice dei fiori di queste piante. Non è molto alta; ha fusto pelosetto e foglie con la forma di spatola. I fiori hanno cinque petali rosa, profondamente incisi oppure quasi interi; sono riuniti in piccoli gruppetti alla sommità dei fusti. Il frutto è una capsula contenente moltissimi semi piccoli e reniformi.

Vetriola (Parietaria). Frequenta solitamente i muri e le pareti in genere, per questo motivo è anche chiamata parietaria o muraiola. In passato si pensava che fosse capace di rompere i sassi e perciò l’infuso ottenuto dalle sue foglie si usava per rompere i calcoli dei reni e della vescica; allo stesso infuso, mescolato con miele, si attribuiva anche la capacità di fermare la caduta dei capelli e di curare la tosse. Dalle pareti dei terrazzi passa facilmente sotto gli olivi e si diffonde velocemente. Il nome vetriola le deriva dall’essere utilizzata, fino a poco tempo fa, per lavare le bottiglie sfruttando la rugosità e la morbidezza delle sue foglie.


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