Volume: la vite e il vino

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

La gestione delle erbe spontanee tra i filari nei vigneti italiani, fermo restando la loro eliminazione sotto i filari stessi, avviene in modo diverso nelle diverse realtà agricole, sia con mezzi meccanici sia con mezzi chimici. Molto più di frequente nei vigneti dell’Italia centro-settentrionale, piuttosto che in quelli meridionali, si tollera o si favorisce nell’interfilare la crescita di un manto vegetale erbaceo, temporaneo o permanente, periodicamente sfalciato, spesso seminando varie specie (di solito graminacee perenni). Uno sviluppo incontrollato delle piante spontanee può arrecare gravi danni al vigneto, specialmente in considerazione del fatto che questa flora è formata da decine di specie diverse, alcune delle quali non sono adatte alla costituzione di un utile cotico erboso, oltretutto sottraggono acqua ed elementi nutritivi a quelle utili e alle piante di vite, e molte costituiscono ricettacolo di insetti vettori di gravi malattie che danneggiano fortemente la vite perché ne compromettono la produttività e la qualità dell’uva e del vino che da essa si ottiene. Per evitare o limitare i danni causati da queste specie occorre adottare una gestione agronomica del vigneto che, con strategie mirate di diserbo meccanico (sarchiatura) e chimico, consente di ridurre la loro incidenza e di favorire la diffusione delle specie utili.

Le erbe più diffuse

Nel corso di una recente indagine, effettuata in una ventina di vigneti sparsi su tutto il territorio italiano, sono state trovate circa 130 specie erbacee spontanee, delle quali solo le principali (quelle che almeno in un rilievo ricoprivano più del 10% della superficie del terreno) sono riportate a pagina seguente.

Ciclo vegetativo

La sopravvivenza del tappeto erbaceo che si insedia nel vigneto dipende innanzitutto dalla modalità di riproduzione delle specie che lo compongono. Moltissime specie si riproducono solo tramite semi (moltiplicazione), mentre altre possono riprodursi, oltre che tramite semi, anche per mezzo di gemme presenti sulle loro radici o su rizomi, stoloni o tuberi (propagazione). La vita delle piante che si riproducono solo per semi si svolge tra la nascita e la maturazione dei nuovi semi; esse si dicono “annuali” perché il loro ciclo completo si svolge in un anno o, più spesso, in pochi mesi. Le specie annuali, a causa della brevità del ciclo non sono adatte, generalmente, per costituire tappeti erbosi permanenti, tranne nei casi di alcune (centocchio, porcellana e veronica) con taglia bassa e portamento prostrato che assicurano una copertura discretamente efficace, ma di breve durata. Non tutti i semi presenti nel terreno (qualche migliaio per ogni metro quadrato) germinano contemporaneamente, dato che le piante nate si troverebbero in condizione di affollamento e quindi in forte competizione tra loro. Per questo motivo solo una piccola parte dei semi dà origine a piantine (per esempio poco più del 5% di quelli di amaranto e di chenopodio). Questo meccanismo di conservazione della specie, che si riserva di far germinare altri semi solo se le piante già nate vengono eliminate da eventi negativi, è noto come “scalarità di emergenza”. Alcune specie si possono moltiplicare oltre che per semi, anche tramite gemme, cioè strutture complesse in grado di originare nuovi tessuti e quindi nuove piante, normalmente presenti sui rami delle piante arboree e delle piante lianose come la vite. Perciò il loro ciclo vegetativo supera, di norma, un anno perché si propagano teoricamente a ciclo continuo, potendo esse ricacciare dalle gemme. Queste piante si dicono vivaci: pluriennali (se hanno gemme su radici ingrossate) oppure perenni (se le gemme sono su rizomi o su stoloni). Il rizoma è un fusto trasformato che vive solitamente sotto la superficie del terreno; gli stoloni sono, invece, ramificazioni che nascono, solitamente, alla base della pianta e si allungano in tutte le direzioni. Anche le piante vivaci sono dotate di scalarità di emergenza, ovviamente per quel che riguarda la loro facoltà di riproduzione tramite semi. Esse, inoltre, adottano un meccanismo analogo anche per l’ordine di germogliazione delle gemme, attivano prima quelle più lontane dalla pianta madre e, quando necessario, successivamente quelle più vicine: in questo caso si parla di “dominanza apicale”.

Piante dannose

Tra le piante elencate sopra, alcune sono inadatte a costituire un efficace cotico erboso e altre sono addirittura pericolose perché possono ospitare insetti dannosi come Hyalesthes obsoletus, vettore del legno nero (LN). Oltre a ortica e vilucchio anche altre dicotiledoni, che fungono da “serbatoio” del fitoplasma responsabile di questa malattia e perciò sono chiamate “piante nutritive”, pare siano coinvolte nella diffusione dell’infezione. Le “piante nutritive” finora accertate sono: amaranto, amarella, aspraggine volgare, cardo campestre, chenopodio, cinquefoglie comune, erba medica, grespino, malva selvatica, piantaggine e soffione. Tra le graminacee la presenza del fitoplasma del legno nero è stata accertata solo per il pabbio (setaria). La presenza di queste specie all’interno del vigneto o nei campi nelle vicinanze può rappresentare un grave inconveniente nel corso dell’intero anno e non solo durante l’estate, quando l’insetto inizia la sua attività. L’eliminazione delle radici, oltre che della parte aerea delle piante di ortica e di vilucchio è perciò raccomandata, e di solito avviene con l’impiego di diserbanti chimici sistemici. Buona pratica però sarebbe anche creare un inerbimento artificiale a base di piante graminacee persistenti (festuca, loglio ecc.) da sfalciare saltuariamente che, per effetto della loro competizione, sono in grado di limitare o impedire l’insorgenza delle specie dannose.

 

Evoluzione stagionale della flora naturale

Per formulare una efficace strategia di diserbo atta a eliminare le piante dannose e quelle non adatte a costituire un buon cotico erboso tra i filari di vite, o perché eccessivamente competitive o perché poco resistenti al calpestamento o perché effimere, occorre conoscere l’evoluzione della flora nell’arco dell’anno. Si tratta di individuare l’avvicendamento delle diverse specie durante le stagioni e favorire le specie utili, a scapito delle altre. Le piante che si riproducono solo per seme e che nascono in autunno rimangono sul terreno generalmente per tutta la primavera e, dopo avere disseminato, sono rimpiazzate da altre piante che nascono in primavera e che rimangono sul terreno fino all’autunno. Le piante vivaci sono potenzialmente in grado di nascere durante tutto l’anno, tranne forse nei periodi eccessivamente freddi o in quelli particolarmente siccitosi. Dove non si semina appositamente tra i filari e durante i primi anni del vigneto, la maggior parte della vegetazione spontanea è rappresentata normalmente da piante dicotiledoni annuali. Quelle che nascono dall’autunno all’inizio della primavera (correggiola, euforbia, centocchio, senecio e veronica), fioriscono in aprilemaggio e maturano i semi nel mese di giugno (le ultime tre specie possono fiorire anche in inverno e riprodursi due o più volte all’anno). Durante la primavera nascono amaranto, chenopodio, porcellana e saeppola che fioriscono in piena estate e disseminano fino all’autunno. Tra le graminacee annuali la maggior parte è a ciclo autunnaleprimaverile (forasacco, loglio e orzo selvatico) e il solo pabbio, tra quelle qui considerate, nasce in primavera. Nei vigneti più vecchi solitamente prendono il sopravvento le specie vivaci, in particolare: gramigna, piantaggine e soffione.

Effetti delle sarchiature

L’effetto diserbante delle sarchiature varia, oltre che in funzione dell’epoca in cui si effettua, anche dall’umidità del terreno, apportata con le piogge o con l’irrigazione: nei terreni umidi la sarchiatura, specialmente nei periodi più caldi della primavera, sortisce generalmente effetti contrastanti perché elimina la vegetazione presente ma consente la nascita di nuova vegetazione, diversamente assortita rispetto a quella eliminata. Di solito la sarchiatura favorisce le specie vivaci, che hanno la capacità di rigenerarsi velocemente, a scapito di quelle annuali, tranne nei casi di quelle (centocchio, senecione e veronica) che hanno ciclo vegetativo molto corto e che sono perciò in grado di maturare i semi in breve tempo e di rinascere subito dopo. Se le sarchiature sono effettuate nella tarda primavera possono favorire, oltre che le specie vivaci, anche le specie annuali che nascono in piena stagione primaverile, come amaranto, chenopodio e porcellana fra le dicotiledoni, oltre al pabbio.

Descrizione delle specie

Amaranto comune o blito (Amaranthus retroflexus). Il nome di queste piante, che ricorda anche il colore di molte di esse, deriva dalla persistenza dei frutti sulla pianta anche dopo che questa è avvizzita (dal greco: a = non, maraino = avvizzisco); retroflexus si riferisce, invece, alla pannocchia pendente all’indietro. Gli amaranti nelle zone di origine (tropici) sono anche utilizzati come alimenti: le piante sono ricche di proteine, acidi grassi, microelementi e di vitamina C e dai semi si ottiene un’ottima farina panificabile. Le foglie sono intere, romboidali, inserite su un fusto eretto e robusto. I piccolissimi fiori sono riuniti in pannocchie; i semi (ogni pianta ne produce più di 100.000) lucidi, lenticolari, scuri, di circa 1 mm di diametro, maturano in piccole capsule. L’amaranto comune è specie annuale, con ciclo primaverile-autunnale. Le piante possono ospitare l’agente responsabile del legno nero della vite (LN).

Amarella o assenzio selvatico (Artemisia vulgaris). Pare (così afferma Dioscoride) che la dea greca Artemide utilizzasse di frequente queste piante a scopo curativo e terapeutico; questo fatto viene ricordato dal nome latino mentre la sua grande diffusione è sottolineata dall’aggettivo vulgaris. Pare anche che se si raccolgono le sue radici durante la notte di S. Giovanni Battista (24 giugno) si è preservati dal pericolo dei fulmini e si è immuni dalla peste, almeno questo è quanto si diceva in passato. È una pianta perenne, dal debole odore di vermuth, con fusto eretto e con foglie profondamente incise, biancastre di sotto. I fiori sono raccolti su piccoli capolini arrossati, a loro volta, riuniti in larghe pannocchie. Nasce verso la fine della primavera, fiorisce in piena estate, persiste fino all’autunno inoltrato ed è sensibile al fitoplasma del legno nero.

Aspraggine volgare (Picris echioides). Sia il nome latino sia quello italiano ricordano il sapore amaro di questa specie, dovuto in parte anche al suo contenuto di latice, che emette dai fusti rotti; nonostante questo sapore la specie era ed è ancora impiegata nella cucina mediterranea, cotta o in insalata. È una delle “piante nutritive” dell’insetto responsabile del legno nero. Le foglie sono intere, lanceolate, dentate, cosparse di piccole e bollose macchie bianche con una setola spinosa centrale (è a questa caratteristica che si riferisce l’aggettivo echiodes). I fiori sono gialli, a forma di ligula, riuniti in grossi capolini con brattee spinulose alla base. I frutti sono simili a semi rugosi, a forma di cuneo, con un pappo piumoso, inserito su un filamento apicale. Si riproduce tramite semi, nasce alla fine dell’inverno e fiorisce in piena estate. Cardo campestre o stoppione (Cirsium arvense). La parola greca kirsós (varici) ha ispirato il nome latino della specie usata in passato per curare queste malattie. Le foglie sono spinose sul margine, proprio come quelle di alcuni cardi: da ciò deriva il primo nome italiano mentre il secondo nome mette in evidenza la rigogliosa crescita di queste piante nelle stoppie del frumento. I fiori, rosati, sono riuniti in capolini e danno origine a piccoli acheni con pappi bianchi e piumosi. In Italia questa specie si riproduce quasi esclusivamente per gemme radicali perché di solito non è in grado di produrre semi vitali, ma il suo apparato radicale può emettere nuove piantine durante tutti i periodi dell’anno. È una pianta dannosa, anche perché potrebbe ospitare l’agente responsabile del legno nero.

Centocchio comune o stellaria (Stellaria media). I nomi di questa specie sottolineano la forma a stella dei suoi fiorellini, ognuno con 5 petali profondamente incisi in due lobi, che sembrano anche dei piccoli occhi. Il fusto è gracile, cilindrico, con una linea di peli che convoglia le goccioline di pioggia alla base delle foglie. Queste ultime sono intere e sessili, senza peli, di forma ovale e acute alla sommità; esse sono opposte lungo il fusto. I semi (circa 3000 per pianta) maturano in piccole capsule coronate. La specie si moltiplica solo tramite semi; nasce di preferenza in autunno e si diffonde maggiormente verso la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, ma si trova anche in altre stagioni perché ha ciclo vegetativo molto corto.

Chenopodio bianco o Farinello comune (Chenopodium album). La somiglianza della forma delle foglie con le zampe delle oche (dal greco: khen = oca e podion = piede) giustifica il nome latino di questa specie che è detta anche farinello, per essere ricoperta di sferette bianche simili a grumi di farina. In passato il farinello era usato anche come verdura. La pianta è sensibile al fitoplasma del legno nero. I piccolissimi fiori sono disposti in ampie pannocchie, ognuno è costituito da 5 brattee erbacee che, a maturità, racchiudono un piccolo seme scuro (ogni pianta ne produce più di 70.000). Queste piante si riproducono solo mediante semi; il loro ciclo vegetativo si svolge dalla primavera all’autunno.

 

Cinquefoglie comune (Potentilla reptans). Il nome latino ricorda le proprietà medicinali di questa pianta, particolarmente potenti; quello italiano si riferisce alle foglie che hanno la lamina formata da cinque lobi dentati. I fusti principali, simili a stoloni, partono da una rosetta di foglie, crescono lunghi (anche fino a 1 m) e sottili, strisciano (reptans) sul terreno e radicano ai nodi, dai quali hanno origine nuove piante. I fiori, alla sommità di lunghi peduncoli, sono isolati, grandi (2-3 cm di diametro) con cinque petali gialli incavati alla sommità. La specie, potenzialmente dannosa perché sensibile al fitoplasma del legno nero, è in grado di vegetare durante tutto l’anno, anche se si diffonde particolarmente in concomitanza della fioritura, nel corso della primavera e dell’estate. La specie raramente matura semi germinabili e affida la sua propagazione a gemme radicali.

Correggiola o Poligono degli uccellini (Polygonum aviculare). Questa pianta ha fusti nodosi ripiegati come ginocchia (dal greco: pòlys = molti e gony = ginocchi-nodi). Il riferimento agli uccellini riguarda i semi che da questi sono particolarmente appetiti. Da ogni nodo del fusto hanno origine, all’interno di guaine dette ocree, foglie e fiori. Le foglie sono lanceolate (5-18 mm). I fiori sono piccoli, biancastri o rossastri. Il frutto è sfaccettato ed è simile a un seme spigoloso. Il Poligono degli uccellini si riproduce solo grazie ai semi (una pianta ne produce più di 6000); si trova quasi tutto l’anno, se si escludono i periodi eccessivamente freddi, ma nasce preferibilmente tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, fiorisce nel corso della stessa stagione e dissemina in estate.

Euforbia (Euphorbia spp.). Euphorbus era il medico di Giuba, re della Numidia (l’attuale Algeria) nel corso del I secolo a.C.; per i suoi medicamenti utilizzava particolarmente infusi e impacchi di queste piante, oltre al latice, opportunamente dosato e preparato, altrimenti irritante e tossico, del quale sono ricchi i fusti. Le foglie sono intere, per lo più grassette. I fiori sono molto piccoli e riuniti in gruppetti, con alla base brattee fogliacee a volte vivacemente colorate per attirare gli insetti impollinatori. Il frutto è una capsula contenente tre semi che hanno un callo alla base particolarmente apprezzato dalle formiche che per cibarsene trasportano i semi anche a grande distanza dalla pianta madre, diffondendo così la specie nell’ambiente. La specie più diffusa è l’euforbia calenzuola (Euphorbia helioscopia) che vive in primavera e si riproduce solo per seme.

Forasacco (Bromus spp.) Il nome latino di queste piante deriva dalla parola greca bròma che vuol dire cibo o nutrimento. Le piante adulte sono cespitose, a portamento eretto. Le foglie sono generalmente pelose, con ligule più o meno evidenti, membranacee, dentate sul bordo; hanno la particolarità di avere la guaina chiusa, cioè con i bordi saldati. I fiori, con lemmi spesso lungamente aristati, sono raccolti in spighette pluriflore e queste su pannocchie. Le spighette sono racchiuse in due glume diverse fra loro. La specie più diffusa nei vigneti è il forasacco sterile (B. sterilis), dalle spighette spesso arrossate, così detto perché quando a maturità le cariossidi cadono, le glume appaiono vuote e sembrano perciò sterili. Questa specie si riproduce per seme, nasce in autunno e raggiunge la massima diffusione in primavera; dopo la fioritura avvizzisce e viene sopraffatta dalle specie estive.

Gramigna comune o dente di cane (Cynodon dactylon). Le gemme dei rizomi, simili nella forma ai canini di cane, giustificano i nomi della specie (dal greco: kyon = cane e odon = dente); l’aggettivo dactylon si riferisce, invece, alle spighe disposte in modo da sembrare le dita (dàctylos) di una mano aperta. Questa specie è tanto odiata dagli agricoltori, per il suo potere infestante delle colture, quanto amata dagli erboristi, per le sue facoltà curative di molte affezioni (l’infuso è diuretico, rinfrescante ed emolliente). Il frutto si chiama cariosside e contiene un solo seme, che in Italia stenta a maturare, per cui la riproduzione della specie è affidata a coriacei rizomi sotterranei e a stoloni superficiali dai quali si originano nuove piante, praticamente durante tutto l’anno, specialmente nei terreni poco lavorati.

Grespino (Sonchus spp.). Il nome latino ricalca quello greco (sonkos). Il fusto è eretto, ricco di latice bianco, che si diceva in passato (il botanico inglese dell’800 William Coles) facesse aumentare la secrezione del latte delle scrofe che se ne cibavano. Le foglie hanno lamina incisa in lobi. I fiorellini, di colore giallo, sono raccolti su piccoli capolini; i frutticini che da essi si sviluppano sono muniti di pappo piumoso. Le due specie più diffuse sono il grespino comune (Sonchus oleraceus) e quello spinoso (Sonchus asper); entrambe le specie costituiscono un ottimo ingrediente della cucina mediterranea (come l’aggettivo specifico latino della prima specie citata conferma), ma nei vigneti la loro presenza è considerata dannosa anche perché sensibile al fitoplasma del legno nero. La riproduzione dei grespini avviene tramite semi; la loro presenza è massima durante la primavera.

Loglio (Lolium spp.). Queste graminacee si riconoscono facilmente per le loro foglie lanceolate lucide e con ligula poco evidente; quelle emesse dalla fase di accestimento in poi sono munite anche di orecchiette. Le infiorescenze sono spighe strette, mutiche (in L. perenne = loglio comune) o aristate (in L. multiflorum = loglietto), compresse e sottili, costituite da spighette contenente ognuna diversi fiori. Le spighette sono inserite in posizione laterale rispetto al rachide dell’infiorescenza. Queste specie, se nascono spontaneamente e sono sottoposte a diserbo, chimico o meccanico, si comportano da annuali; se invece si seminano appositamente per costituire un tappeto erboso tra i filari del vigneto e sono sfalciate periodicamente, assumono habitus vivace e si rigenerano mediante gemme radicali. Sono presenti in prevalenza durante il periodo autunno-primaverile.

Malva selvatica (Malva sylvestris). Le foglie giovani di questa pianta erano usate come verdura in passato; in epoca romana erano già conosciute le proprietà emollienti e durante il Medioevo si usava l’infuso per contenere la mascolinità dei più focosi. Le proprietà emollienti sono ricordate dal suo nome (dal greco malakòs = molle). I fusti sono tenaci alla base; le foglie sono palmate, con 5 lobi poco evidenti e una vistosa insenatura all’inserzione con il picciolo. I cinque petali di ogni fiore sono spatolati, rosa striati di violetto. Il frutto è conformato a ciambella ed è costituito da una serie di semi lenticolari di colore grigio-scuro. La malva nasce alla fine dell’inverno e fiorisce in primavera e in estate, riproducendosi per seme o anche per gemme radicali. La sua presenza nel vigneto o nei pressi potrebbe costituire la fonte del fitoplasma che causa il legno nero.

Ortica comune (Urtica dioica). È la specie più pericolosa nei vigneti perché sulle sue radici sverna l’insetto vettore del fitoplasma responsabile del legno nero. Queste piante sono sempre state amate e odiate allo stesso tempo. Amate per le loro qualità medicinali (emostatiche, astringenti, depurative), industriali (tessili) e alimentari (minestre e preparazione di paste alimentari all’ortica). I denigratori rilevano le sue proprietà urticanti (dovute all’acido formico contenuto nei peli che ricoprono foglie e fusti) e la dipingono come pianta maledetta (durante il Medioevo con fasci di ortica si frustavano i condannati renitenti o si autoflagellavano i monaci per “mortificare la carne”). I fusti sono eretti, le foglie sono cuoriformi. I fiorellini sono disposti in pannocchie. Le piante si riproducono, in primavera, anche per mezzo di gemme radicali.

Orzo selvatico (Hordeum murinum). Le reste delle spighe, irte e scabre, fanno inorridire (dal greco horreo = inorridisco), ne sanno qualcosa quegli sfortunati cani che scorrazzando lungo le strade di campagna si ritrovano con una di queste spighe nelle narici sanguinanti e non riescono a liberarsene, fino, qualche volta, a soffocare. Questa graminacea ha il fusto eretto, cavo, nodoso. La ligula è molto evidente, e lo sono anche le due orecchiette che abbracciano il fusto, tra la guaina e la lamina fogliare. Le spighette sono riunite in gruppetti e in parte sono sterili. Le glume sono restiformi e contribuiscono con le reste dei lemmi a conferire l’aspetto “orrido” all’intera spiga. Questa specie si riproduce solo per semi, nasce durante l’autunno e rimane nel vigneto fino alla primavera successiva, dopo di che scompare.

Pabbio o setaria (Setaria spp). Le pannocchie del pabbio sono ovoidali o cilindriche, cosparse di setole ricoperte di microscopici dentini, rivolti verso il basso in pabbio verticillato (Setaria verticillata, che per questo motivo se appoggiata ai vestiti vi rimane attaccata) e verso l’alto in pabbio rossastro (Setaria glauca), con setole rossastre oppure in pabbio comune (Setaria viridis), con setole giallastre: entrambe le due ultime specie scivolano se appoggiate ai vestiti. Il fusto è compresso, le foglie sono lanceolate, la ligula è pelosa alla sommità. Da ogni spighetta matura un solo seme a forma di goccia, da opaco a lucido e da giallo a nero, a seconda della specie. Queste specie si riproducono solo tramite semi (circa 20.000 per pianta); esse vegetano durante le stagioni più calde. Sulla setaria può trovare ospitalità l’agente responsabile del legno nero.

Piantaggine (Plantago spp.). Le foglie di piantaggine sono appressate al terreno e ricordano le orme lasciate dalla pianta (planta) del piede; hanno nervature parallele e sono disposte in una rosetta. La pianta non ha fusto, se non quello dello scapo che porta una spiga di fiorellini poco appariscenti. Nei vigneti italiani si trovano con una certa frequenza due specie: piantaggine lanceolata o lingua di cane (Plantago lanceolata), con foglie lanceolate, e piantaggine maggiore (Plantago major), con foglie ovoidali. Su queste piante può trovare ospitalità l’agente del legno nero. Le gemme possono ricacciare durante tutto l’anno. Le piantaggini sono considerate piante infestanti, ma sono anche piante medicinali, con potere astringente, calmante e antiemorragiche; le foglie hanno, infatti, potere cicatrizzante.

Porcellana comune (Portulaca oleracea). La portula con la quale si apre il frutticino dà il nome a questa specie; il nome comune pare derivi dal fatto che di queste piante vanno particolarmente ghiotti i maiali. L’intera pianta, però, si utilizza ancora come insalata (a questo si riferisce il termine oleracea). Fino al XVIII secolo la porcellana era annoverata tra le piante “esorciste”; era ritenuta capace, se mischiata con altre erbe e appesa fuori dalla porta, di impedire al diavolo di entrare. Il fusto è cilindrico, liscio, più o meno strisciante sul terreno. Le foglie sono carnosette, a forma di spatola. Una corolla gialla caratterizza i piccoli fiori. Ogni frutto (capsula) contiene moltissimi semi neri, piccolissimi e reniformi (una pianta ne produce circa 52.000). Nasce in primavera e continua a nascere anche in estate se il terreno è umido.

Saeppola canadese (Conyza canadensis). Pare che il nome latino derivi da quello greco della pulce (kónopos) e sottolinea il forte odore di cimice di questa pianta. Giunta in Italia dagli Stati Uniti e dal Canada circa due secoli fa, si diffuse dapprima lungo le ferrovie e le strade (i veicoli passando facevano volare via i semi leggeri e piumosi). Col tempo si stabilì nei terreni incolti e attualmente si trova in molte colture, specialmente nei frutteti, e nei vigneti in particolare, dove il terreno non è lavorato frequentemente. Tutta la pianta è pelosa. Il fusto è eretto; le foglie sono lanceolate, intere e con picciolo largo. I fiorellini sono raccolti su piccoli e numerosi capolini e maturano piccolissimi semi piumosi. La specie si riproduce solo per seme, nasce in primavera, fiorisce e dissemina da giugno a ottobre.

Senecione comune (Senecio vulgaris). I capolini maturi ricoperti di setoline candide, come i capelli dei vecchi (senex) ha ispirato il nome di questa piccola Composita. Le piante giovani hanno foglioline intere, quelle adulte hanno foglie lobate. Si tratta di specie medicinale, utilizzata in passato per curare molte malattie (ulcere della pelle ecc.) e per regolare il ciclo mestruale. I piccolissimi fiori gialli sono riuniti su piccoli capolini. I semi (circa 1000 per pianta) sono fermamente racchiusi in piccoli frutti costoluti, a forma di cuneo, muniti di pappo piumoso. La specie si riproduce solo per semi e ha un ciclo vegetativo molto corto potendosi riprodurre più volte in un anno ed è possibile trovare contemporaneamente piante in vari stadi di sviluppo, anche durante l’inverno, specialmente nei vigneti del meridione.

Soffione o dente di leone (Taraxacum officinale). I frutticini di questa composita dai fiori gialli e dal fusto lattiginoso hanno un pappo che, in balìa del vento o in seguito a un soffio, vola vorticando; le foglie hanno margine diviso in lobi a forma di denti di leone: a queste caratteristiche si ispirano i due nomi italiani. Il nome latino deriva invece dall’uso medicinale (officinale) come rimedio (akos) all’intorbidimento della vista (táraxis). In passato dalle radici abbrustolite si ricavava un caffè, parecchio scialbo (che il grande Totò chiamava “ciofeca”). È una specie adoperata anche nella cucina mediterranea, ma è dannosa se si trova nei vigneti perché potrebbe essere visitata dall’insetto che inietta nelle piante di vite il fitoplasma responsabile del legno nero. Nasce durante tutto l’anno, grazie alla continua produzione di semi e alle gemme radicali.

Veronica comune (Veronica persica). La specie è dedicata a Santa Veronica che asciugò il volto di Gesù sulla strada del Golgota. I fusti sono adagiati sul terreno. Le foglie sono ovali e dentate sul margine. I bellissimi fiori cerulei sono riuniti in racemi fogliosi. I piccoli semi, incavati a conchiglia (una pianta ne produce circa 200) maturano all’interno di piccole capsule compresse bilobate. Specie simile è la veronica a foglie d’edera (V. hederifolia), con capsule pressoché sferiche. Le veroniche si riproducono solo per seme. Hanno ciclo vegetativo molto corto e riescono ad avere anche due o più generazioni nel corso dell’anno. Si trovano specialmente (anche fiorite) tra la fine dell’inverno e la primavera, e quasi sempre anche durante l’estate e l’autunno.

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis). Questa specie, con l’ortica, rappresenta l’ospite più visitato dall’insetto responsabile del legno nero della vite. Sia il nome italiano sia quello latino si riferiscono al fusto flessuoso e avvolgente (dal latino convolvere = avvolgere) che si arrampica e si attorciglia a elicoide intorno alle altre piante. Ha foglie intere, lisce, cuoriformi o con due denti triangolari pronunciati alla base. La corolla bianca o rosea dei fiori è imbutiforme. I grossi semi (3 mm), scuri e rugosi, sono contenuti in capsule lisce ovoidaliappuntite. La specie si riproduce per seme e per gemme radicali o disposte su rizomi. Fusti e foglie appaiono in tutte le stagioni, se si escludono i periodi invernali particolarmente freddi, ma la massima presenza si nota durante l’estate e l’autunno.


Coltura & Cultura