Volume: la patata

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

Patata docet! La coltura della patata, quantunque originaria di terre lontanissime dalla nostra Penisola, rappresenta, come nessun’altra, un simbolo di unità (e non è poco per l’Italia, di questi tempi), dal momento che si coltiva dalle aride contrade dell’estremo Sud siciliano alle umide valli dell’intero arco alpino. Il carattere per così dire patriottico della patata si evince anche dalla composizione della flora infestante che la coltura, suo malgrado, ospita, e che è costituita da specie presenti ovunque, come, per esempio, amaranti e chenopodi, e da erbe peculiari di varie latitudini, come la ragusana spinaciastra, il toscano stramonio e l’alpino millefoglie. Sotto questo aspetto, perciò, patata docet! La patata unisce, rimarcando le particolarità dei diversi territori. Questo approccio di tipo “nazionalistico”, oltre a consentirci di uscire momentaneamente dagli schemi rigidi di una trattazione tecnica (senza peraltro abbandonarla), ci permette di sottolineare l’ubiquità della coltura e la variabilità del suo periodo vegetativo che, per motivi climatici o di mercato, interessa pressoché tutte le stagioni dell’anno, con impianti autunnali o invernali nelle colture di patata primaticcia o precoce del Sud Italia, piantagioni primaverili nelle colture di patata comune, e semine estive nelle colture bisestili. Alla grande variabilità che si osserva nella flora spontanea concorrono, oltre alla mutevolezza ambientale (riferita al tipo di terreno e al clima) delle varie zone geografiche, soprattutto fattori di tipo agronomico, in relazione alle pratiche colturali adottate, con particolare riferimento a quelle riguardanti il diserbo.

Stagionalità della vegetazione spontanea erbacea

La vegetazione naturale di un dato territorio cambia con il trascorrere delle stagioni e con l’avvicendarsi di specie che nascono, svolgono il loro ciclo vitale e si riproducono in determinati periodi dell’anno. Durante il ciclo di sviluppo di queste erbe, altre nascono e vivono, sovrapponendo, in parte, la loro vegetazione a quella delle erbe nate prima, e queste ultime, a loro volta, cedono il passo ad altre che nascono in un secondo momento e così via. In questo modo la flora si rinnova continuamente nelle sue componenti specifiche, in modo da costituire un manto vegetale sempre presente, ma diversamente assortito con il trascorrere delle stagioni. Un tale fenomeno si osserva anche nei coltivi di patata, dal momento che queste coltivazioni, sebbene di pochi mesi di durata, si susseguono per tutto l’arco dell’anno, in periodi diversi nelle varie regioni, per la produzione delle differenti tipologie di patate richieste dal mercato. Nella tabella a pagina seguente è riportato un quadro della presenza stagionale in natura delle specie spontanee più diffuse negli appezzamenti italiani coltivati a patata, secondo una recente indagine da me condotta. Dall’analisi si evince la presenza di tre gruppi di specie, omogenei per epoca di nascita e di fioritura: 1) specie che nascono in autunno o durante l’inverno, e fioriscono durante la primavera successiva; 2) specie che nascono durante la primavera e che completano il loro ciclo vitale nel corso dell’autunno dello stesso anno; 3) specie con nascita indipendente dalla stagione, tali perché sono munite di organi perennanti sotterranei (rizomi, bulbi o gemme radicali).

Flora infestante: composizione e diffusione

Gli andamenti della tabella si riferiscono alle presenze stagionali delle piante che crescono in condizioni naturali, ma la loro distribuzione si discosta alquanto da quella descritta quando esse nascono nelle colture di patata, specialmente in funzione dell’epoca di impianto della patata e delle operazioni colturali necessarie per la sua coltivazione. Le differenze che si registrano in questo senso non riguardano tanto la presenza fisica delle erbe infestanti, quanto piuttosto uno sfasamento del loro stadio vegetativo, rispetto a quello che si osserva in natura, che interessa particolarmente le specie con nascita primaverile. Fra queste le più competitive sono: amaranti, chenopodi, erba morella, poligoni e alcune graminacee, come la sorghetta, il giavone e il pabbio. La dannosità di queste spontanee è alquanto limitata nelle coltivazioni di patata primaticcia, in quanto la loro comparsa avviene poco prima della raccolta dei tuberi, benché possa avvenire già alla fine dell’inverno nelle stazioni più calde del Meridione; in ogni caso la loro nascita è ostacolata, in qualche modo, dalla copertura del terreno per opera della massa verde epigea della coltura, che stempera anche la loro azione competitiva. La presenza di questa flora, invece, si rivela assai virulenta, ovviamente in assenza di diserbo, nella patata comune, il cui impianto avviene all’inizio della primavera, in coincidenza con la nascita naturale di queste specie. Analoghe considerazioni possono essere estese alle specie a nascita autunno-invernale, che infestano prevalentemente la patata primaticcia, con impianto autunnale: nel corso dell’inverno sono temibili soprattutto le crucifere (senape selvatica e ravanello selvatico, in particolare) e le graminacee (avena, loglio e scagliola, principalmente). La presenza di queste spontanee viene, invece, fortemente limitata con i lavori di preparazione del letto di semina, nelle colture di patata comune. Accanto a tali specie, ve ne sono altre in grado di nascere in diverse stagioni dell’anno, specialmente nei climi meno rigidi delle pianure del Centro-Sud: sono le cosiddette “specie vivaci” o “perenni”, qui rappresentate dal cardo campestre, dall’equiseto, dal vilucchio comune e dallo zigolo. La solanacea è particolarmente suscettibile di infestazione subito dopo l’impianto, in considerazione del fatto che la crescita iniziale delle piante di patata è alquanto lenta. Le infestanti più aggressive in questi frangenti sono quelle a crescita veloce e con portamento prostrato, come, per esempio, il becco di gru malvaceo e la spinaciastra nei comprensori meridionali, oltre alla fumaria e al poligono degli uccellini, presenti ovunque. Crescendo, le piante di patata riescono a coprire uniformemente il terreno sottostante, ma in questo caso sono le specie a portamento eretto e quelle con fusti avvolgenti a penetrare la coltre vegetale colturale e ad avere spesso il sopravvento anche sulle altre avventizie. Con il conforto di questa breve premessa esplicativa è più agevole interpretare gli andamenti mostrati nella tabella a pagina seguente, riguardanti la diffusione delle diverse infestanti in contesti differenti di tipologia colturale.

Influenza dei fattori agronomici e pedologici

Ferme restando le considerazioni sopra esposte, l’entità della diffusione e il grado di aggressività delle piante infestanti dipendono, in massima parte, da fattori di tipo agronomico e dall’uso generalizzato dell’irrigazione; anche la natura del terreno esplica, in questo senso, una certa azione, seppure di secondaria importanza e limitatamente all’insediamento di alcune specie. Tra i fattori agronomici sono da considerare, innanzitutto, il tipo di rotazione agraria adottata e le lavorazioni effettuate prima e dopo l’impianto. Le problematiche legate alla diffusione della flora infestante sono particolarmente complesse quando non si attua un’appropriata rotazione agraria. È noto, infatti, che là dove si ripete per più anni la stessa coltura sul medesimo appezzamento (ristoppio) si seleziona una flora spontanea caratterizzata da specie poco numerose ma molto aggressive, come, per esempio, il cencio molle nelle coltivazioni padane, lo stramonio in quelle del Centro Italia e la nappola in quelle centro-meridionali. In condizioni di ristoppio, inoltre, anche le infestanti più comuni incrementano la loro aggressività e la loro invadenza, e fra queste la più temibile è l’erba morella, la cui fisiologia è molto simile a quella della patata per il fatto di avere in comune con essa la famiglia e il genere botanico. La rotazione di colture diverse sullo stesso appezzamento, perciò, è sempre auspicabile, a patto di provvedere a un monitoraggio continuo sull’evoluzione della flora infestante, con particolare riferimento ai casi in cui la coltivazione della patata interessi un terreno condotto in precedenza con arboreto o con vigneto. In queste situazioni, infatti, si può avere l’invadenza di specie perenni o vivaci che, date le scarse lavorazioni effettuate negli anni precedenti, hanno avuto l’opportunità di formare organi vegetativi sotterranei, come rizomi e tuberi, il cui accumulo nel terreno, anno dopo anno, ha garantito loro una grande carica potenziale di infestazione. Tra queste erbe spiccano la sorghetta e l’equiseto nelle colture di patata comune, il cardo campestre e lo zigolo in quelle di patata primaticcia, e in ogni situazione la gramigna comune e la gramaccia. Analogamente succede dopo la rottura di un prato stabile, con invasioni di specie tipiche prative, quali, per esempio, il millefoglie e la coda di topo. Tra le operazioni colturali in grado di influenzare la nascita e lo sviluppo delle infestanti sono da considerare innanzitutto quelle relative alla preparazione del letto di semina e quelle eseguite per chiudere i solchi dopo l’impianto; anche le rincalzature fatte durante il ciclo vegetativo sono discriminanti in questo contesto. Tutte queste lavorazioni consentono di eliminare la vegetazione spontanea presente, ma allo stesso tempo stimolano la germinazione di molti semi che si trovano nei primi strati del terreno e la conseguente nascita delle piantine, specialmente quando tali lavorazioni precedono precipitazioni naturali o irrigazione. Un’altra pratica importante, che influenza notevolmente l’assortimento floristico, è rappresentata dalla sistemazione del terreno, necessaria per evitare ristagni di umidità eccessiva e permanente che, oltre a danneggiare la coltura con fenomeni di asfissia radicale, possono favorire imponenti e pericolose invasioni di equiseti. Viceversa, l’aridità prolungata stimola l’insediamento di becco di gru malvaceo e di altre specie tendenzialmente xerofile come l’amaranto bianco. In generale le erbe infestanti più dannose sono anche le più diffuse, perché non hanno esigenze particolari per quanto attiene alla natura fisico-chimica del terreno. La predilezione della patata per i terreni tendenzialmente acidi e ricchi di fosforo potrebbe però favorire alcune specie minoritarie, quali, per esempio il rafano e altre crucifere, la galinsoga e la falsa ortica, mentre l’abbondanza di azoto favorisce alcune specie nitrofile, come l’ortica minore e le graminacee in genere. Riguardo alla granulometria del terreno, nei suoli sabbiosi si adattano bene la visnaga maggiore e la renaiola, mentre in quelli limosi e argillosi sono favorite specie come il caglio, la senape e la fumaria.

Descrizione delle specie

Amaranto comune (Amaranthus retroflexus). Nella favola 323 di Esopo si legge di un amaranto che confessa alla rosa di invidiarla per la sua bellezza e per il suo profumo; la rosa gli risponde: “O amaranto, io non vivo che pochi giorni e poi appassisco, mentre tu vivi e fiorisci in perenne giovinezza”. Questa citazione poetica spiega il significato del nome di questa pianta, ripreso anche per indicare la famiglia botanica (Amaranthaceae), che deriva da due termini della lingua greca: a = non e maraino = avvizzisco; il riferimento è alle infiorescenze che non si disgregano nemmeno dopo che i semi sono caduti, per cui sembra che non avvizziscano mai. Piante originarie delle zone tropicali, erano venerate come divinità dagli Aztechi e da altri popoli sudamericani, e sono impiegate, tutt’ora, per ricavarne alimenti (le foglie come verdure, i semi per ottenere la farina). Si tratta, infatti, di piante ricche di proteine, acidi grassi, microelementi e vitamina C.

Avena maggiore (Avena sterilis). L’antichissimo impiego come foraggio di questa graminacea è testimoniato, oltre che dal ritrovamento di cariossidi risalenti all’Età del bronzo, anche dal nome di derivazione sanscrita avasa, cioè foraggio gradito dagli ovini. La sua presenza è stata sottolineata, nel corso del tempo, con citazioni in componimenti letterari, come, per esempio in Love’s Labour’s Lost di Shakespeare, nella bellissima lirica Rogo amoroso di Torquato Tasso, nel Colloquio sentimentale di Paul Verlaine, nei Poemi italici di Giovanni Pascoli, nella raccolta Juvenilia di Carducci, per finire con La spica contenuta nell’Alcyone di D’Annunzio. Il nome italiano si riferisce alla taglia della pianta, maggiore di quella delle altre specie di avena, mentre il termine sterilis allude alle glume, che sembrano sterili perché vuote dopo la caduta dei semi. Un’altra specie di avena è l’avena selvatica (A. fatua), rara e spesso confusa con l’avena maggiore.

Becco di gru malvaceo (Erodium malacoides). Appartiene alla famiglia delle Geraniacee, così denominata dalle piante più rappresentative della famiglia stessa, i gerani, che hanno frutti simili alla testa della gru, in greco ghéranos. Il nome italiano “becco di gru” corrisponde, invece, al latino Erodium, che allude alla testa dell’airone (in greco eródios), forse per le maggiori dimensioni dei frutti di questa pianta rispetto a quelli dei gerani, con riferimento alle maggiori dimensioni della testa dell’airone rispetto a quella della gru. Più in particolare, il frutto è costituito da una serie di reste saldate insieme in un becco appuntito, ognuna delle quali termina alla base in una coppetta che accoglie un seme. Alla maturazione le reste perdono acqua repentinamente e si separano alla base, restando però unite alla sommità; con un brusco movimento si avvolgono a molla d’orologio e, a mo’ di fionda, scagliano i semi in ogni direzione.

Caglio o attaccaveste (Galium aparine). Dei due nomi italiani di questa specie, il primo si riferisce alla sua proprietà di far cagliare il latte (in greco: gala, da cui galium); il secondo mette in risalto la presenza di spinule su tutta la pianta, tramite le quali i frutti specialmente rimangono impigliati nei vestiti: questa proprietà è sottolineata anche dal termine greco aparine (porto via). Non solo infestante, la pianta ha avuto un uso medicinale (in passato era impiegata per curare le malattie della pelle) e alimentare: veniva impiegata come verdura oppure come succedanea del caffè (i suoi semi, minuti e sferici, erano tostati e impiegati per questo scopo; d’altro canto il caglio appartiene alla stessa famiglia botanica del caffè, Coffea arabica, quella delle Rubiacee). Le piante adulte formano grovigli inestricabili con le foglie della patata, verso le quali attuano anche una ferma ed efficace azione competitiva per la luce e per gli elementi nutritivi.

Cardo campestre o stoppione (Cirsium arvense). Il primo nome italiano di questa composita (o asteracea, come dicono i più eruditi) sottolinea la spinosità delle foglie, mentre il secondo si riferisce alla sua abbondanza nelle stoppie di grano. L’uso nell’antica Grecia per la cura delle varici (in greco kirsós) ha, infine, ispirato il nome latino. Strabilianti sono le strategie messe in atto da questa specie per riprodursi: la maggior parte delle piante produce fiori di un solo sesso e perciò l’impollinazione, con la conseguente formazione del seme, avviene con molte difficoltà; allo scopo di facilitare l’incontro tra il polline e i fiori femminili la specie si serve di ignare farfalle, attirate dall’odore di muschio dei fiori, che svolazzando da un fiore all’altro trasportano il polline stesso nell’ambiente circostante. Alla scarsità di semi maturi, inoltre, la pianta sopperisce con un apparato radicale ricco di gemme in grado di originare nuovi individui.

Cencio molle (Abutilon theophrasti). Solo dopo una decina d’anni dagli inizi della mia vocazione floristica, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, ho sentito parlare di questa pianta come di una specie emergente fra le infestanti del mais. La sua diffusione fu talmente massiccia e repentina per la difficoltà di mettere a punto metodi di lotta volti a ostacolare la sua invasione. A distanza di trent’anni la specie imperversa ancora; anzi, dalle colture di mais delle contrade padane si è diffusa anche nei campi di pomodoro della mia Puglia e della Campania, e persino nei campi di patata della Sicilia. Imparentata botanicamente con la malva, grazie alle sue foglie grandi e morbide si è conquistata il nome italiano, mentre quello latino è in onore del botanico Teofrasto, operante in Grecia fra il IV e il III secolo a.C.

Chenopodio bianco o farinello comune (Chenopodium album). Dalle parole greche khen = oca e podion = piede derivano il nome di questa pianta e quello della famiglia cui appartiene (Chenopodiacee): il chenopodio, infatti, presenta foglie che nella forma ricordano le estremità di tali uccelli. I termini “bianco”, album e “farinello” contemplano, invece, la presenza su tutti gli organi di microscopiche sferette bianche che, disidratandosi, assumono aspetto di grumi di farina. La notevole adattabilità ai campi coltivati e la taglia ragguardevole fanno di questa specie una delle più diffuse e pericolose infestanti. A queste prerogative negative si contrappongono notevoli proprietà culinarie, poiché, come nel congenere buon Enrico, le foglie giovani rappresentano un ottimo surrogato dello spinacio. Specialmente nei campi siciliani è molto diffusa anche un’altra specie simile: il farinello rosso (Chenopodium rubrum), il cui nome allude al colore dei fusti.

Coda di topo (Phleum pratense). Questa specie deve il nome italiano alla forma dell’infiorescenza (pannocchia spiciforme), sottile e lunga come la coda del topo. Il suo nome scientifico, coniato da Aristofane, si riferisce invece a una graminacea palustre seminata per allestire prati. Tipica componente dei prati di montagna, la coda di topo si trova solo nella pataticoltura delle valli alpine, in particolare nell’anno successivo alla rottura del prato per far posto alla coltivazione della solanacea. Si tratta di una graminacea, e quindi ha fusto cavo (culmo) e nodoso; le foglie hanno una guaina che avvolge il fusto, e sono dotate di una lamina nastriforme alla sommità. Si riproduce sia tramite semi, sia tramite gemme radicali perennanti. Il seme è strettamente saldato all’interno del frutto (cariosside); quest’ultimo è rivestito da due glume, ognuna delle quali è sormontata da un lungo mucrone. Il complesso frutto-glume costituisce una spighetta minuscola e cornuta alla sommità.

Eliotropio selvatico (Heliotropium europaeum). Ovidio ci racconta, nelle sue Metamorfosi (libro IV), la triste storia della ninfa Clizia, innamorata del dio Apollo, a sua volta invaghitosi della mortale Leucotoe. Clizia per gelosia denunciò l’amore dei due al padre di Leucotoe, Orcamo, il quale punì sua figlia facendola seppellire viva. Perciò Apollo non volle più vedere Clizia, e questa vagò senza meta, nutrendosi solo di lacrime e rugiada, e seguendo con lo sguardo il dio che guidava il carro del Sole, senza mai riuscire a toccarlo. La sofferenza la portò a consumarsi e a trasformarsi in una pianta di eliotropio, i cui fiori, bianchi e piccoli, riuniti su infiorescenze a forma di coda di scorpione, sono sempre rivolti verso il sole. Il nome della pianta deriva, infatti, dalle due parole greche hélios = sole e trepomai = mi volgo. Parente della ruvida borragine, che dà il nome alla famiglia comune (Boraginacee), l’eliotropio ha però foglie morbide e vellutate.

Equiseto o coda di cavallo (Equisetum). Simili nell’aspetto a minuscoli alberi di Natale, queste piante prive di fiori e di semi si moltiplicano per mezzo di spore o di tuberi e rizomi. Le spore si formano in particolari organi claviformi posti all’estremità superiore di un fusto vuoto, siliceo e privo di foglie: siffatte piante somigliano molto ai turioni d’asparago e caratterizzano la fase riproduttiva della specie. Dopo la forma riproduttiva, effimera e transitoria, dalla stessa radice nasce una forma vegetativa che ha la classica forma ad albero di Natale, anch’essa priva di foglie, ma con rami talmente sottili da sembrare crini di cavallo (da cui il nome Equisetum): sono queste le piante che si trovano nei campi di patata. In particolare due specie sono molto diffuse: equiseto dei campi (E. arvense) ed equiseto massimo (E. telmateja). Nel primo la lunghezza dei rami diminuisce procedendo dalla base verso l’apice della pianta; andamento inverso si rileva nella seconda specie.

Falsa ortica (Lamium). Le foglie rugose rendono queste piante simili a quelle di ortica, ma non uguali (“false”), dal momento che non sono urticanti. Il termine Lamium viene ripreso anche nel nome moderno della famiglia (Lamiacee), mentre la sua vecchia, ma non desueta, denominazione, sovente e a torto snobbata, è Labiate. Con entrambi i sostantivi si fa riferimento a caratteristiche dei fiori, e in particolare alla loro corolla, con i petali saldati in labbra (Labiate), visibili alla sommità di una gola (Lamiacee). Le piante di questo raggruppamento hanno fusto quadrangolare; le foglie contengono oli essenziali e i fiori, riuniti in spighe fogliose, sono ricchi di nettari per gli insetti pronubi. Nei campi di patata si trova quasi sempre la falsa ortica reniforme (L. amplexicaule) e meno frequentemente la falsa ortica purpurea (L. purpureum). I nomi delle due specie si riferiscono alle foglie: reniformi nella prima, purpuree nella seconda.

Fumaria o fumosterno (Fumaria officinalis). L’aspetto nebuloso delle foglioline grigio-verdastre giustifica il nome di questa specie; in verità, secondo alcuni il nome ha etimo differente: c’è, infatti, chi sostiene che il fumo a cui il nome fa riferimento è quello che si sprigiona dal terreno quando si estirpa la pianta. Sebbene appartenga alla famiglia delle Papaveracee, essa è completamente diversa dai papaveri, nella morfologia e nel modo di vegetare. Caratteristici, infatti, sono i fiori, di colore rosa e raccolti su infiorescenze a racemo, con i quattro petali della corolla disposti in modo irregolare. Anche il frutto è dissimile dalle capsule di papavero, in quanto costituito da un achenio globoso contenente un unico seme. La specie è molto diffusa in tutta Italia e spesso, specialmente nei comprensori meridionali, è associata a un’altra specie dai fiori biancastri, la fumaria bianca (F. capreolata).

Galinsoga ispida (Galinsoga ciliata). Il nome di quest’erba è un omaggio a Martinez Galinsoga, medico e naturalista che fu attivo presso la corte spagnola nel XVIII secolo; ispida e ciliata sono termini equivalenti, e si riferiscono alla densa peluria che ricopre le foglie e i fusti di queste piante. La specie appartiene alla famiglia delle Composite, detta anche delle Asteracee. Entrambi questi nomi sono attualmente usati dai botanici, anche se il secondo, ripreso dal genere Aster, negli ultimi tempi è quello più diffuso; il primo è tuttavia più caratterizzante, perché si riferisce al particolare tipo di infiorescenza (capolino), che sembra un unico fiore ma che, in realtà, è un composito di molti fiorellini. Da ogni fiore matura un piccolissimo frutto ad achenio che contiene al suo interno un solo seme; l’achenio, nero e a forma di cono, porta alla sommità un pappo di piume, derivante dalla trasformazione del calice del fiore stesso.

Giavone comune (Echinochloa crus-galli). L’origine del nome italiano è incerta; il binomio latino, invece, deriva dalle parole greche echino = riccio, chlòe = erba, crus = zampe e galli = gallo, con riferimento all’infiorescenza (pannocchia digitata) che è irta (aristata) come un riccio e ha la forma di una zampa di gallo. Fra le graminacee estive è quella più diffusa nei campi di patata, in tutti gli ambienti della penisola, ed è l’infestante più dannosa nelle risaie. Come tutte le graminacee ha foglie formate da una guaina che abbraccia il fusto e una lamina libera a forma di nastro. Diversamente dalle altre graminacee, però, manca di ligula. La sua riproduzione è affidata esclusivamente al seme, che è racchiuso fermamente nel frutto a cariosside, il quale, a sua volta, è inserito all’interno di brattee: il complesso fruttobrattee forma una spighetta, e molte spighette costituiscono la pannocchia.

Loglietto (Lolium multiflorum). Un tempo non molto lontano questa graminacea, nota anche con il nome di Lolium italicum, costituiva l’essenza principale dei prati lombardi che andavano sotto il nome di “marcite”, per via di un sistema di irrigazione particolare, ottenuto per scorrimento superficiale. Nell’ambito della famiglia delle Graminacee (= Poacee), il loglietto si distingue per la lucentezza delle foglie e per la presenza di due estroflessioni (orecchiette o auricole) alla base della lamina fogliare. Nella forma infestante si riproduce prevalentemente tramite semi; in natura, però, o come essenza da prato, può avvalersi anche di gemme radicali, che consentono alla specie di svernare senza subire danni e di ricacciare dal cespo radicale l’anno successivo a quello di nascita. Come nelle altre graminacee, ogni frutto (cariosside) contiene un solo seme ed è protetto da brattee; frutto e brattee formano la spighetta, e molte spighette, nel genere Lolium, costituiscono un’infiorescenza a spiga.

Millefoglie (Achillea millefolium). Il nome italiano di questa specie scaturisce dalla forma delle foglie, con la lamina suddivisa in tanti segmenti stretti che la fanno apparire come un insieme di piccole foglioline. La specie è conosciuta anche con il nome di “stagnasangue”, perché in passato veniva usata per curare le ferite, fermando le emorragie: anche il centauro Chirone, secondo la leggenda, la utilizzò a questo scopo, per guarire le ferite dell’eroe Achille, al quale è dedicato il nome latino. È una specie molto radicata, oltre che nella terra, anche nelle vicissitudini umane: impiegata come ingrediente nelle cure di bellezza, era usata inoltre per scacciare il malocchio e come talismano contro le malignità del sesso opposto. Tipica componente dei prati permanenti, si trova come infestante della patata quasi esclusivamente nelle coltivazioni delle vallate alpine, dove trova condizioni ambientali ottime per la sua riproduzione.

Nappola (Xanthium). Composita vigorosa, con radice e fusto tenaci, ha capolini ovoidali, contenenti ognuno due semi (acheni), ricoperti esternamente di aculei, tramite i quali i semi si aggrappano ai supporti più disparati, e in particolare al mantello degli ovini, per essere trasportati e diffusi su vasti territori (nei pascoli australiani questa infestante è ritenuta un vero flagello). Pianta conosciuta da tempi remoti, era impiegata per la preparazione di decotti usati per tingere i capelli di biondo: da questo deriva il suo nome (in greco xanthos = biondo). Attualmente il suo impiego fitoterapico riguarda l’estrazione della xantostrumarina, sostanza tossica che però, opportunamente dosata e impiegata, ha proprietà antispasmodiche, diuretiche, analgesiche, antireumatiche, antibatteriche e antimicotiche. La specie di nappola più diffusa è la nappola italiana (X. italicum), ma al Centro-Sud si trova spesso anche la nappola spinosa (X. spinosum).

Ortica minore (Urtica urens). Conosciuta e utilizzata sin dall’antichità, è tanto “integrata” nella società umana da essere considerata la regina delle piante officinali. L’ortica è sfruttata per le sue peculiarità industriali (prevalentemente tessili), culinarie (preparazione di minestre e di paste) e fitoterapiche (proprietà emostatiche, astringenti e depurative). È anche decantata nella prosa e nella poesia di ogni tempo: dal Decameron di Boccaccio alle tragedie di Shakespeare (The Tragedy of Coriolanus), dalle favole di Andersen (I cigni selvatici) alle moderne canzonette, come in quella famosa di Enzo Jannacci che recita “Faceva il palo nella banda dell’Ortica / faceva il palo perché l’era il so meste’”. Si distingue da qualsiasi altra pianta per le prerogative urticanti, che le sono valse il nome (dal latino urere = bruciare), dovute agli acidi contenuti in una microscopica ampolla alla base dei peli che ne ricoprono le foglie.

Pabbio (Setaria). Tra le graminacee estive il pabbio si riconosce per le pannocchie setolose (da cui il nome botanico), ovoidali o quasi cilindriche. Le setole derivano da fiori abortiti che non riescono a fruttificare; dai fiori fertili hanno origine, invece, frutti (cariossidi) a forma di piccolissime (lunghe poco più di 1 mm) gocce lisce e lucide. Come le altre graminacee, le foglie hanno una parte basale che inguaina il fusto, e una lamina terminale nastriforme e lanceolata. Le piantine giovani hanno fusto compresso e in parte adagiato sul terreno; da adulti i fusti sono ginocchiati alla base ed eretti nel tratto terminale. Come infestanti si trovano frequentemente tre specie di pabbio: il pabbio comune (Setaria viridis), il pabbio rossastro (Setaria glauca) e il pabbio verticillato (Setaria verticillata). Il primo ha setole giallastre, il secondo setole rossastre, il terzo cariossidi e setole inserite a ciuffetti (verticillati) sulla pannocchia.

Poligono convolvolo (Polygonum convolvulus = Fallopia convolvulus). Sul fusto di questa specie vi sono nodi evidenti; esso è volubile e si avvolge a qualsiasi supporto, morto o vivo, come le piante di patata, che imbriglia in una fitta rete asfissiante: queste caratteristiche sono valse alla specie il nome comune italiano (dal greco polys = molti e gony = ginocchi, nodi) e l’aggettivo specifico latino (da convolvere = avvolgere). Il termine Fallopia, invece, riprende il nome di un naturalista italiano del XVI secolo (Gabriele Falloppio), al quale la pianta è dedicata. Le foglie hanno un picciolo pronunciato e una lamina cuoriforme. I fiori sono minuscoli, riuniti in spighe fogliose che si trovano alla sommità dei rami. La specie si riproduce solo tramite semi; questi ultimi sono neri e un po’ rugosi, hanno forma di dardo con tre facce, e sono lunghi poco più di 2 mm. Negli stadi giovanili il poligono convolvolo viene spesso confuso con il comune vilucchio.

Poligono degli uccellini (Polygonum aviculare). Il fusto di questa specie, come quello del poligono convolvolo, è nodoso. La presenza di nodi caratterizza infatti un’intera famiglia di piante, le Poligonacee, a cui appartengono le suddette specie e quella descritta a seguire. Il riferimento agli uccellini (aviculare) si rapporta alla spiccata predilezione che i volatili hanno per i suoi semi. Le piante adulte hanno fusti adagiati in parte sul terreno, con rami che formano a volte lunghe catene nodose, giustificando l’altro nome comune con cui questa infestante è conosciuta, centonodi. Le foglie del poligono degli uccellini sono molto piccole, hanno picciolo assai corto e lamina lanceolata. I fiorellini sono minuscoli, di colore bianco o rosa, e maturano ognuno un piccolissimo seme, a forma di punta di freccia, tramite il quale la specie si riproduce.

Poligono nodoso (Polygonum lapathifolium). In questo caso la nodosità del fusto, già segnalata per le due specie congeneri appena illustrate, viene ribadita e rafforzata di significato dal termine “nodoso”; l’aggettivo latino lapathifolium sottolinea, invece, la similitudine morfologica fra le foglie di questo poligono e quelle di un’altra poligonacea: il lapazio. Le piante adulte hanno portamento eretto. Le foglie hanno forma simile a quelle del poligono degli uccellini, ma sono più grandi e con una macchia scura a forma di V al centro della lamina. Come gli altri poligoni, la pianta si moltiplica solo per mezzo di semi. Questi ultimi sono scuri, compressi, tondeggianti e discoidali, con le due facce concave. Quest’ultima caratteristica dei semi serve per distinguere questa specie da un’altra morfologicamente simile, la persicaria (Polygonum persicaria), che ha semi della stessa forma complessiva, ma con le due facce convesse.

Pomidorella o erba morella (Solanum nigrum). Tra le infestanti qui descritte la pomidorella è una delle più dannose, in quanto fisiologicamente molto simile alla patata, con la quale ha in comune la famiglia (Solanacee) e il genere botanico (Solanum). Per questo motivo, e per una spiccata tendenza dell’infestante a nascere in un lungo periodo di tempo tra la fine della primavera e l’estate, la specie è di difficile controllo, anche con mezzi chimici. Il nome latino, del genere e della famiglia, ne rimarca le proprietà medicinali, dovute a molti composti, fra i quali la solanina: tendenzialmente velenosa, questa sostanza può risultare benefica se ben dosata e impiegata (il nome di queste piante deriva, infatti, dal latino solamen = sollievo). Il termine nigrum, associabile a “morella”, si riferisce al colore nero delle bacche, le quali, tranne che per il colore e le dimensioni ridotte, sono simili a quelle del pomodoro.

Ravanello selvatico (Raphanus raphanistrum). I nomi di questa crocifera ci vengono direttamente dal mondo romano: Plinio la descrive spesso, e ne rivela le proprietà culinarie e afrodisiache. Ma già gli Egizi dei faraoni e Democrito ne decantavano le virtù; anche nel mondo cinese antico il ravanello selvatico aveva importanza come alimento, soprattutto per le sue virtù terapeutiche. Le piante adulte, dal tipico odore di rapa, hanno notevole stazza, con radice grossa e fibrosa, fusto robusto, e foglie dalla lamina profondamente incisa, con nervature evidenti. I fiori sono costituiti ognuno da quattro petali disposti a croce (da qui il nome della famiglia); sono generalmente di colore bianco e venati di violaceo; alcune sottospecie, però, hanno fiori gialli o violacei. I frutti sono cilindrici-allungati, e si presentano come un festone di salsiccia, ovvero con strozzature delimitanti dei segmenti che contengono ognuno un seme.

Renaiola comune (Spergula arvensis). È una pianta minuta e con rami prostrati che si allungano in tutte le direzioni, tanto da dare l’impressione che la pianta intera sia sparsa sul terreno; è questo, forse, il significato del suo nome latino (da spergere = spargere qua e là). D’altro canto, la sua preferenza per i terreni sabbiosi si evince dal nome italiano. Rara in Italia, è molto temuta come infestante nei seminativi del Centro-Nord europeo, dove è conosciuta e coltivata da tempi remoti. I suoi semi sono stati rivenuti nello stomaco di una mummia (l’uomo di Tollund) risalente al 350 a.C., ritrovata una sessantina di anni fa in una torbiera danese. I fiorellini sono costituiti ognuno da cinque petali bianchi che, come in molte altre piante appartenenti alla stessa famiglia (Cariofillacee), sono disposti a formare piccole stelle. I semi sono piccolissimi, simili a piccole lenticchie scure, e sono contenuti in capsule coronate alla sommità.

Scagliola (Phalaris). Il nome “scagliola” riunisce un insieme di specie graminacee con piccoli frutti (cariossidi), racchiusi tra due lucide scagliette erbacee (glumette) che hanno ispirato il nome di queste piante, coniato nel I secolo a.C. da Plinio il Vecchio (da phalaròs = lucente). Oltre che dalle glumette, le cariossidi sono avvolte da due glume e sono riunite in infruttescenze (pannocchie spiciformi) ovoidali o cilindriche. Nei campi di patata dell’Italia centro-meridionale si trovano spontanee tre specie: la scagliola cangiante (Phalaris brachystachys), la scagliola minore (Phalaris minor) e la scagliola sterile (Phalaris paradoxa). Il nome della prima si riferisce alla corta spiga e alle glumette particolarmente cangianti; la seconda è così detta per le sue cariossidi (minor rispetto a quelle delle altre due); la terza, che è la più diffusa, è strana (paradoxa) perché presenta glume con reste apicali, assenti nelle altre specie.

Senape selvatica (Sinapis arvensis). Molto simile di aspetto al ravanello selvatico, la senape selvatica, appartenente alla medesima famiglia (Crucifere), differisce da esso per il colore dei fiori, sempre gialli, e per le foglie, meno incise di quelle dell’altra specie. Anche i frutti sono diversi da quelli del ravanello, essendo privi di strozzature. I semi, globosi e scuri, sono inseriti su una membrana ialina (replo) avvolta da due brattee coriacee, che si separano a maturità lasciando i semi liberi di cadere sul terreno. La senape selvatica, come il ravanello, è stata utilizzata in cucina sin dai tempi antichi e fino a pochi anni fa, quando si trovava comunemente nei mercati rionali. È diffusa in tutta la penisola italiana, e al Centro-Sud convive nelle coltivazioni di patata con una specie simile, la senape bianca (Sinapis alba), così denominata perché presenta semi generalmente di colore chiaro.

Sorghetta o melghetta (Sorghum halepense). Nella pataticoltura settentrionale, specialmente dove la coltivazione della solanacea viene ripetuta per più anni sullo stesso appezzamento, o dove segue una coltura di mais, si trova di frequente questa graminacea spontanea. È molto persistente, perché ha la possibilità di riprodursi sia tramite semi sia per via vegetativa, per mezzo di rizomi sotterranei: nel primo caso invade l’appezzamento in modo uniforme; nel secondo crea delle chiazze di infestazione folte e circoscritte. Si tratta di piante che in passato erano spesso impiegate come foraggio, e che, particolarmente su terreni ben concimati, sono molto lussureggianti, con fusti tenaci e foglie nastriformi verdi, con una vistosa striscia chiara centrale. I semi, che come in tutte le graminacee sono saldamente racchiusi all’interno di cariossidi (frutti), derivano da fiorellini privi di petali veri e propri, e riuniti su ampie pannocchie poste all’estremità dei rami.

Spinaciastra comune (Emex spinosa). Il nome latino di questa pianta si riferisce alla sua collocazione botanica, tolta (ex) dal gruppo dei romici e identificata con genere a parte (= Emex). L’aggettivo latino e il nome comune italiano si riferiscono, invece, alla spinosità dei frutti. Questi ultimi, riuniti in folti glomeruli lungo i rami, racchiudono fermamente i semi al loro interno e derivano da fiori poco appariscenti, tipici anche delle altre piante appartenenti alla stessa famiglia, le Poligonacee. Il nome della famiglia, già menzionato nella descrizione dei poligoni, mette in rilievo la nodosità dei rami degli individui adulti. Il fusto e i rami sono di colore verde chiaro, striato di rosso, e spesso sono adagiati sul terreno. Le foglie hanno picciolo lungo e lamina a forma di punta di lancia. Si tratta di una specie tipica delle zone mediterranee, e in Italia si trova nelle regioni meridionali, soprattutto lungo i litorali e nelle zone più aride.

Stramonio comune (Datura stramonium). Come l’erba morella e la patata stessa, appartiene alla famiglia delle Solanacee, e perciò contiene alcaloidi che la rendono una delle piante più velenose dello scenario floristico mondiale. In particolare, le sue proprietà narcotiche e ipnotiche sono note sin dall’antichità, ed erano sfruttate specialmente dagli indigeni americani durante i loro riti iniziatici; la specie è infatti originaria dell’America centrale e fu importata nel Vecchio continente dopo la spedizione di Colombo come essenza ornamentale, poi diffusasi in tutta l’Europa e l’Asia. Anche in Italia sono riconosciute queste sue peculiarità: lo testimoniano alcuni nomi dialettali (erba del diàvol), alcuni dei quali ne sottolineano anche l’odore sgradevole di topo (erba ratti in Liguria, erba topisera in Piemonte, caca puzza fetente e fetusa in Campania). Essa, però, è nota anche per i suoi bei fiori imbutiformi (tromba dal giudezz in Emilia) e per i suoi frutti spinosi (noce spinosa in Toscana e pomo spinoso nel Veneto).

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis). Sfrontato e invadente è il vilucchio, per quel suo intrufolarsi fra la vegetazione delle altre piante, grazie alle foglie a forma di punta di lancia che ne agevolano l’intrusione e al fusto volubile che, con le sue spire, avvolge qualsiasi altra pianta, invischiandola fin quasi a soffocarla. Il vilucchio è munito di apparato radicale rizomatoso, tramite il quale si riproduce; un ulteriore metodo di riproduzione è affidato a grossi semi (3 mm), scuri e rugosi. Questi ultimi sono contenuti in capsule globose e appuntite derivanti dalla maturazione di fiori imbutiformi (le campanelle), spesso decantati dai poeti: “Primavera vien danzando / vien danzando alla tua porta. / Sai tu dirmi che ti porta? / Ghirlandette di farfalle, / campanelle di vilucchio / quali azzurre, quali gialle; / e poi rose a fasci e a mucchi” (Angiolo Silvio Novaro).

Visnaga maggiore (Ammi majus). La pianta adulta assume la classica struttura delle Ombrellifere (o Apiacee), così chiamate perché formano infiorescenze tipo ombrelle, con molti raggi di uguale lunghezza, che partono tutte dallo stesso punto alla sommità dei rami. All’estremità superiore di ogni raggio originano altri raggi più corti che portano in cima fiorellini biancastri. I fiori si trasformano in piccoli frutti (mericarpi) accoppiati (diacheni), contenenti ognuno un seme. La visnaga predilige le stazioni aride e sabbiose: il suo nome scientifico, infatti, deriva dal latino ammos = sabbia. Il fusto è robusto e tenace, le foglie sono simili nella forma a quelle del sedano, e perciò la specie è conosciuta anche con il nome volgare di “sedano” o “prezzemolo selvatico”. La sua distribuzione geografica interessa le regioni italiane centro-meridionali, con una maggiore frequenza nei campi di patata primaticcia, dalla Sicilia alla Puglia, passando per la Campania.

Zigolo infestante (Cyperus rotundus). Simile di aspetto complessivo a una graminacea, in realtà questa specie appartiene alla famiglia delle Ciperacee, caratterizzata da piante con fusto pieno e generalmente a sezione triangolare, differenti dalle graminacee, che invece hanno fusto vuoto e con sezione circolare. Predilige le zone umide, come il congenere papiro (Cyperus papyrus). Si trova più spesso nei terreni alluvionali sciolti, dove può sviluppare facilmente i tuberetti e i rizomi radicali tramite i quali si riproduce, dal momento che nelle condizioni climatiche italiane difficilmente la pianta riesce a maturare seme germinabile. Questo tipo di riproduzione porta a una diffusione a chiazze o, come si suol dire, a macchia di leopardo, a cominciare dai margini dell’appezzamento per poi penetrare più in profondità, e nei casi più gravi l’erba può interessare tutto il campo, come accade in alcune località pugliesi e campane.


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