Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

introduzione

Durante l’inverno i vigneti di uva da tavola si ricoprono delle tipiche infestanti annuali a nascita autunnale e invernale, come alcune graminacee (forasacco e loglio), molte dicotiledoni (senape e ruchetta, centocchio, crisantemo, fiorrancio e altre) e come la maggior parte delle infestanti vivaci e perenni (soffione, romice ecc.) che nel complesso formano veri e propri tappeti erbosi, particolarmente lussureggianti nei vigneti dell’Italia meridionale. Questa flora viene solitamente eliminata con le lavorazioni oppure, nelle aree lungo il filare, con apposito diserbo chimico, salvo sfalciarla per formare un substrato vegetale che faciliti il passaggio delle macchine operatrici. Un destino simile è riservato anche all’infestazione che nasce durante la primavera e l’estate. La composizione e l’abbondanza di quest’ultima dipendono da molti fattori; oltre ai consueti, come la natura del terreno e il clima sono da considerare principalmente quelli relativi alla gestione agronomica del vigneto, con particolare riferimento: – alla forma di allevamento della vite e all’eventuale uso di reti ombreggianti; – all’impiego dell’irrigazione; – alle lavorazioni del terreno; – alla possibilità di migliorare la struttura del terreno e di arricchire quest’ultimo di azoto.

Effetto del sistema di allevamento e dell’irrigazione. L’ormai consolidata forma di allevamento della vite di uva da tavola è il tendone; più recente, in Puglia specialmente, è l’avvento del pergolato che ormai sta soppiantando la forma a tendone. Sia il tendone sia il pergolato, specialmente se ricoperti da teloni ombreggianti, caratterizzano ambienti poco adatti allo sviluppo delle piante infestanti sotto il vigneto, principalmente a causa della scarsità di luce diretta che riesce a penetrare tra le foglie e i rami della vite. In questi ambienti sono avvantaggiate le cosiddette specie sciafile (dette anche ombrivaghe o eliofobe), come per esempio l’acetosella gialla, capaci di sfruttare efficacemente la poca luce per svolgere i processi di fotosintesi clorofilliana, a scapito di quelle eliofile (dette anche lucivaghe), come, per esempio, la gramigna, l’amaranto e lo zigolo, che preferiscono ambienti molto luminosi. Nel sistema a tendone il coacervo dei tralci e delle foglie delle piante di vite nel pieno del loro sviluppo vegetativo e l’intreccio delle impalcature e dei fili sui quali essi poggiano costituiscono una barriera che limita notevolmente il passaggio della luce solare. Ciò non di meno la luce penetra attraverso gli spazi liberi e, in corrispondenza di questi, sul terreno sottostante si rendono visibili chiazze illuminate che si spostano in conseguenza del variare dell’angolo di incidenza dei raggi solari durante il giorno. In queste condizioni la vegetazione spontanea assume una distribuzione irregolare, a macchia di leopardo, che diventa più regolare e meno intensa se sul tendone vengono poste reti ombreggianti. L’effetto a chiazze viene esaltato dall’eventuale adozione dell’irrigazione a goccia che crea zone di terreno più umide, sotto gli ugelli, dove le erbe infestanti sono più lussureggianti, e zone con minore umidità (nei tratti di superficie tra gli ugelli) e meno infestate. Diverso è il caso del sistema a pergolato, costituito da file contigue di pergole a doppia falda tra le quali sono sospesi i tubi per l’irrigazione e i relativi ugelli; nel pieno sviluppo vegetativo delle viti la luce solare si insinua tra le file e illumina strisce continue di terreno sottostante. Questa situazione permane anche quando il pergolato viene coperto con reti ombreggianti, nel qual caso, anzi, il contrasto tra zone d’ombra e zone illuminate risulta esaltato se la copertura non è continua su tutto il vigneto ma è formata da strisce di materiale, coprenti i singoli filari ma non sovrapposte ai margini. In questo caso il complesso delle avventizie si concentra tra i filari di pergole, dove la luce solare insiste più a lungo durante il giorno e dove il terreno è più umido in virtù dell’irrigazione. La peculiare architettura delle impalcature usate per l’impianto dei tendoni e dei pergolati è, infine, particolarmente adatta allo sviluppo di alcune specie lianose o rampicanti che, seppure non molto di frequente e solo in condizioni particolari, possono invadere i primi filari periferici del vigneto; fra queste specie le più frequenti sono la brionia, il dulcamara e la vitalba.

Effetto delle lavorazioni. Per quanto attiene alle lavorazioni del terreno c’è da considerare che in prossimità dell’impianto queste operazioni avvantaggiano le specie a ciclo annuale, come molte graminacee (loglio, forasacco, setaria e altre) e alcune dicotiledoni (veronica, centocchio, amaranto e altre), a scapito di quelle vivaci o perenni (come il soffione, la gramigna, il romice e altre). Queste ultime però col passare del tempo tendono a prevalere sulle altre, specialmente in assenza di lavorazioni ma anche con lavorazioni ripetute su terreni già particolarmente ricchi dei loro organi di moltiplicazione, quali rizomi e tuberi. Quantunque l’abitudine di lavorare (fresare e/o erpicare) ripetutamente sia radicata, specialmente nei vigneti siciliani, la tendenza attuale in Puglia è quella di ridurre drasticamente, per numero e intensità, le lavorazioni del vigneto. Occorre considerare però che la riduzione o l’assenza delle lavorazioni costituisce la causa principale della diffusione di alcune specie infestanti, come per esempio la saeppola canadese e l’astro annuale, quest’ultimo sempre più presente nei vigneti meridionali. In particolare la prima specie, che possiamo considerare uno dei tanti lasciti negativi della politica del set-aside, ha colonizzato, nel giro di pochi anni, estese aree in tutta l’Italia, principalmente grazie alla sua efficace strategia di diffusione e, come si sta osservando recentemente, anche alla sua capacità di evolvere in popolazioni resistenti agli erbicidi.

Trasemina di essenze da sfalcio e da sovescio. Una pratica che si sta affermando nei vigneti pugliesi è la trasemina di piante leguminose foraggere, come il favino, il trifoglio e la veccia. Queste specie sono capaci di catturare e trattenere l’azoto atmosferico tramite la flora batterica che vive in simbiosi sulle loro radici. Verso la fine della fioritura queste piante vengono incorporate nel terreno, con un’apposita lavorazione (pratica del sovescio, già nota agli antichi Romani), allo scopo principale di arricchire il terreno di quell’importante elemento nutritivo e di migliorare la sua struttura con l’abbondante materiale vegetale sotterrato. La veccia e il trifoglio, miste ad altre essenze da erbaio, possono anche essere sfalciate, anziché interrate, per costituire un ottimo substrato pacciamante che limita nuove rinascite di infestanti e che facilita il passaggio delle macchine operatrici per la raccolta o per altre operazioni colturali. Altre piante seminate appositamente sotto il vigneto e poi sfalciate sono la senape bianca e la facelia. Queste due ultime essenze sono anche impiegate allo scopo di distrarre, con la loro abbondante e prolungata fioritura, la frankliniella, un insetto che si nutre specialmente di polline e che, in assenza di altri fiori, attacca i grappoli fioriti della vite o anche gli acini già formati, apportando notevoli danni. Sotto questo aspetto, perciò, un’abbondante presenza di piante infestanti fiorite, salvo considerare i risvolti negativi dovuti ai problemi di competizione tra esse e le piante di viti, potrebbe essere positiva, in particolare se si tratta di alcune specie che sono in grado di richiamare e di ospitare per lungo tempo l’insetto; fra le specie più adatte a questo scopo si ricordano l’acetosella gialla, il fiorrancio, i crisantemi e la ruchetta violacea, oltre alle piante coltivate ricordate prima.

Descrizione delle specie

Acetosella gialla (Oxalis pes-caprae). Le foglie di questa Oxalidacea hanno sapore di aceto e sono ricche di acido ossalico; la forma delle radici ricorda gli zoccoli delle capre: queste caratteristiche sono riassunte nel nome latino della specie. Alle radici sono attaccati piccoli tuberi che servono per la riproduzione delle piante. Il fusto è liscio e privo di foglie; alla sommità sono inseriti, invece, ciuffi di vistosi fiori. La corolla di ogni fiore è formata da cinque petali di colore giallo citrino, saldati alla base, che si chiudono durante la notte. Le foglie, come i fiori, si chiudono durante la notte; esse sono costituite ognuna da tre segmenti cuoriformi (ricordano quelle del trifoglio) di colore verde screziato con macchioline color ruggine. Le piante di acetosella gialla fioriscono all’inizio della primavera colonizzando, nel Sud Italia, grandi superfici di terreno, coltivato a vigneto e ad altre colture, sulle quali costituiscono sgargianti tappeti erbosi.

Amaranto comune o blito (Amaranthus retroflexus). Il nome di questa Amarantacea deriva dal greco e significa “pianta che non appassisce e che ha le infiorescenze recline all’indietro”. La specie ha fusto robusto ed eretto, alto anche più di un metro, leggermente lignificato alla base nelle piante adulte e sovente sfumato di rosso. Le foglie sono intere, romboidali, visibilmente nervate e spesso rossastre, specialmente sulla pagina inferiore. I fiori sono piccolissimi e verdastri, riuniti su ampie pannocchie. Da ogni fiore ha origine una piccola capsula che si apre nella parte superiore con un coperchietto (pisside). Piante di origine centro-nord americana dove sono anche utilizzate a scopo alimentare. Nei vigneti si trovano anche altre due specie di amaranto: amaranto ibrido (A. hybridus), molto simile a quello comune, e amaranto bianco (A. albus), che ha fusti prostrati.

Astro annuale (Aster squamatus). Pianta dai bellissimi, seppure piccoli, capolini violacei, a forma di stelle, che giustificano il suo nome (in pieno settembre la pianta fiorita vista dall’alto dà l’impressione di un vero e proprio firmamento). Questo genere di piante ha dato il nome all’intera famiglia di cui fanno parte le Asteracee (dette anche Composite). Si tratta di piante con fusto coriaceo ed eretto, sottile e molto ramificato. Le foglie inferiori sono lanceolate e allungate, quelle superiori sono sottili e inframmezzate ai capolini. Questi ultimi sono formati da molti fiori ligulati inseriti in un ricettacolo circondato da squame verdastre, più scure e acute alla sommità. A maturità da ogni fiore origina un frutto (achenio) sottile e corto (meno di 2 millimetri) sormontato da un pappo sericeo roseo lungo circa 3 volte il frutto stesso. Questa specie sta invadendo, ormai da qualche anno, i vigneti di uva da tavola pugliesi.

Brionia comune o vite bianca o zucca selvatica (Bryonia dioica). Nelle zone umide si trova frequentemente questa cucurbitacea, dall’aspetto di una liana ma interamente erbacea, che avviluppa le piante ospiti con i suoi lunghi e sottili rami muniti di cirri. Le radici sono rizomatose. Le foglie sono ispide, palmate e pentagonali. I fiori sono riuniti in racemi e sono unisessuali, vale a dire che sono o solo maschili o solo femminili, con 5 petali gialli variegati e saldati alla base. Da ogni fiore femminile si sviluppa una bacca sferica, rossa a maturità. La specie è diffusa ovunque, sulle siepi o nelle boscaglie, e si adatta molto bene a invadere i tendoni di uva da tavola, anche se ciò accade raramente e solo nelle situazioni di incuria prolungata. In Sicilia si trova con una certa frequenza la brionia siciliana (Bryonia acuta) che ha rami molto ruvidi e foglie con lamina triangolare o profondamente incisa in lobi acuti.

Cardo campestre o stoppione (Cirsium arvense). Il significato del nome latino di questa composita, che si trova frequentemente nei campi (arvense) si riferisce alla sua proprietà, sfruttata in passato, di curare le varici. La specie è spinosa e si trova immancabilmente tra le stoppie del grano: ciò è riassunto nei due nomi italiani. Il fusto delle piante adulte è eretto e alto anche più di un metro. Si tratta di una specie perenne che si riproduce quasi esclusivamente tramite gemme che si differenziano sulle radici. Negli ambienti italiani, infatti, i semi non maturano specialmente per problemi legati all’impollinazione, visto che i fiori sono di un solo sesso e sono separati su piante diverse; per cercare di aumentare le probabilità di impollinazione la specie forma fiori con un forte odore di muschio che attira molte farfalle impollinatrici. La sua permanenza nei tendoni va dalla fine dell’inverno all’autunno inoltrato.

Centocchio comune o stellaria (Stellaria media). Tutti e tre i nomi riguardano caratteristiche dei fiori: la loro abbondanza traspare dal primo nome italiano; la loro forma è ricordata negli altri due sostantivi. Questa specie appartiene alla famiglia delle Cariofillacee, i cui rappresentanti più noti sono i garofani. I fusti sono gracili, prostrati e radicanti, lisci tranne per una linea di peli che li percorrono dall’alto in basso e che serve per convogliare l’acqua piovana verso le radici. Le foglie sono senza picciolo, a eccezione di quelle basali, che hanno un picciolo corto; la lamina è ovale o ellissoidale acuta alla sommità. Ogni fiore è formato da cinque petali bianchi profondamente incisi a metà che sovrastano un calice formato da cinque sepali verdi poco più lunghi dei petali. Il frutto è una capsula che si apre a maturità e libera molti semi minuscoli lenticolari e con la superficie rugosa. La fioritura si concentra in primavera, ma può avvenire in qualsiasi periodo dell’anno.

Chenopodio o farinello (Chenopodium). Il primo nome italiano e quello latino significano “a forma di piede d’oca” con riferimento alle foglie; il nome è stato ripreso dall’intera famiglia (Chenopodiacee) della quale i chenopodi fanno parte. Anche il secondo nome italiano descrive una caratteristica delle foglie che sono ricoperte da un sottilissimo strato di pruina biancastra dall’aspetto di farina. Si tratta di piante per lo più rigogliose che spesso sono alte un metro o più, con fusti tenaci e fibrosi sovente striati di violaceo. I piccolissimo fiori sono privi di petali veri e propri, sono verdastri e riuniti in pannocchie ampie e fogliose poste alla sommità del fusto principale e dei rami. Da ogni fiore ha origine un seme lenticolare scuro o marrone, generalmente opaco ma a volte lucido, come nel polisporo (Chenopodium polyspermum). La specie più diffusa nei vigneti è il farinello bianco (Chenopodium album).

 

Crisantemo selvatico (Chrysanthemum). Queste piante, dai fiori d’oro (come racconta il nome latino), appartengono alla famiglia delle Composite, dette anche Asteracee per la forma dei capolini di alcune piante del genere Aster. La radice è fittonante, il fusto tenace ed eretto. Di solito colonizzano gli spazi aperti, lungo i fossi, oppure si trovano frequentemente nei campi di frumento. Sono piante che possono installarsi anche nei vigneti conferendo un indubbio effetto decorativo con la loro sfolgorante fioritura primaverile ma attirando anche innumerevoli insetti, molti dei quali dannosi. Le due specie che si trovano con frequenza sono il crisantemo giallo o fior d’oro (Chrysanthemum coronarium), con foglie verdi e profondamente divise, e il crisantemo campestre o ingrassabue (Chrysanthemum segetum), simile ma con foglie grassette, poco incise sui margini e di colore verde-azzurrognolo.

 

Dulcamara o vite selvatica (Solanum dulcamara). La solanina, alcaloide tossico, contenuta in tutte le parti della pianta, conferisce alla stessa sapore dapprima amaro e poi dolce (dulcamara). Il secondo nome italiano sottolinea il portamento di liana simile a quello della vite. Pianta dalla crescita veloce, con fusto legnoso alla base ed erbaceo alla sommità. Rami volubili e sottili che si adagiano sul terreno o si comportano da rampicanti invadendo supporti e piante vicine. Le foglie basali hanno lamina triangolare con picciolo alato; quelle superiori hanno lamina composta da un segmento ben visibile e due ali alla base. I fiori hanno corolla violetta, formata da cinque petali saldati alla base e acuti alla sommità; essi sono riuniti, a 10-20, in cime apicali fogliose simili a ombrelle rade. I frutti sono bacche inizialmente giallognole ma che diventano rosse a maturità e resistono sulla pianta anche dopo l’avvizzimento e la caduta delle foglie.

Facelia o pergante (Phacelia tanacetifolia). Già da qualche anno in alcuni vigneti pugliesi di uva da tavola si coltiva appositamente questa specie allo scopo di sovesciarla a fine ciclo. Si tratta di una dicotiledone annuale, della famiglia delle Idrofillacee, che si semina in primavera e fiorisce durante l’estate e l’autunno, ma al Sud Italia si può seminare anche in autunno con fioritura primaverile. La pianta ha fusto eretto ramoso e ispido, alto fino a 7080 cm. Le foglie hanno lamina profondamente incisa come quelle del tanaceto (una composita): da qui l’aggettivo specifico. I fiori sono azzurro-violacei, con cinque petali arrotondati e saldati alla base e antere molto sporgenti; essi sono raccolti su infiorescenze (cime) simili nella forma a code di scorpione e disposte in fasci come ricorda il nome del genere. La specie è buona nettarifera, ma alcuni lamentano il fatto che attiri, oltre a insetti utili, anche insetti dannosi.

Favino (Vicia faba minor). Il favino è una varietà botanica della comune fava da granella e si coltiva per ricavarne foraggio o come pianta da sovescio per arricchire il terreno di azoto e per migliorare la sua struttura. Le piante e i semi di questa leguminosa sono simili, ma più piccoli, a quelli della fava: è a queste caratteristiche che si riferisce l’aggettivo minor. I fusti sono quadrangolari, semivuoti internamente e fragili nelle piante giovani. Le foglie sono costituite da 2-4 paia di segmenti peduncolati accomunati dallo stesso asse che termina con un moncone di cirro. I fiori sono bianchi, screziati di viola e con una macchia nera alla base. Il frutto, come in tutte le leguminose, è un legume allungato, contenente 3-5 semi scuri. La specie si adatta bene ai climi miti e a diversi tipi di terreno, purché non eccessivamente secchi o umidi (è molto soggetta ad attacchi di crittogame).

Fiorrancio selvatico (Calendula arvensis). Questa pianta dai fiori arancioni (fiorrancio) è molto comune nei campi (arvense) delle colture erbacee ortive e nei frutteti del Meridione, con particolare predilezione per i vigneti; essa fiorisce ripetutamente, specialmente, pare, all’inizio del mese (calendula). Il fusto è eretto, non molto alto, ramificato e ricoperto da una peluria corta. Le foglie sono a forma di spatola (senza picciolo). I fiori formano capolini appariscenti di circa 2 cm di diametro. La caratteristica della specie, però, che la distingue dalle altre composite, riguarda la particolarissima forma dei frutti-semi (acheni), contorti o falciformi, con un’evidente cresta ed evidenti tubercoli appuntiti e non. Le piante di calendula nascono solitamente in estese colonie e danno origine a coreografiche fioriture che interessano, il più delle volte, interi appezzamenti, specialmente all’inizio della primavera.

Forasacco (Bromus). Il nome latino di questo gruppo di piante deriva dal greco e significa “cibo, nutrimento”, con riferimento all’utilizzo come foraggio. Vi appartengono piante monocotiledoni graminacee, generalmente pelosette e con fusti robusti e cavi all’interno (culmi). Le piante giovani hanno aspetto cespitoso, con foglie nastriformi e pelosette. I fiori sono raccolti in spighette e queste in infiorescenze più grandi a forma di pannocchia con reste più o meno lunghe. Nei vigneti si trovano diverse specie, tra le quali spiccano: il forasacco propriamente detto (B. erectus), il forasacco peloso (B. mollis), il forasacco dei campi (B. arvensis) e il forasacco rosso (B. sterilis). La pannocchia della prima specie citata ha reste molto corte (meno di 1 cm) in confronto a quelle delle altre specie (lunghe più di 1 cm). Il forasacco rosso ha spighette compresse mentre nelle altre due specie rimaste le spighette sono coniche e particolarmente pelose nel forasacco peloso.

Gramaccia o gramignone (Agropyron repens). Il nome latino significa “grano selvatico che striscia”; l’accostamento con il frumento riguarda la similitudine di forma delle spighe delle due specie, anche se quelle della gramaccia sono molto più sottili mentre il portamento strisciante si riferisce alla parte inferiore del fusto o, più verosimilmente, a quello del rizoma radicale che striscia sotto la superficie del terreno. Anche il nome italiano rievoca la somiglianza di questa specie con un’altra graminacea: la gramigna, anzi, molti autori usano il nome di gramigna per entrambe. In realtà, le piante adulte di gramaccia sono molto simili a quelle del loglio (descritto qui di seguito), se non fosse che il loglio non ha rizoma, ha le foglie lucide (in gramaccia sono opache) e ha la spiga compressa (in gramaccia è spigolosa). Come la gramigna questa specie è perenne.

Gramigna comune o dente di cane (Cynodon dactylon). Il significato del nome deriva dal greco e allude alle gemme dei suoi rizomi simili a denti di cane (leggi anche il secondo nome italiano); le sue infiorescenze, inoltre, ricordano le dita della mano aperta (dactylon). La specie, come la precedente, è una graminacea con apparato radicale rizomatoso ma essa forma anche rami nodosi (stoloni). Questi ultimi strisciano sulla superficie del terreno radicando ed emettendo altre piante, che, a loro volta, durante tutte le stagioni producono stoloni che invadono vaste superfici sotto i vigneti, specialmente sotto quelli poco lavorati. È una specie eliofila, cioè ama particolarmente i luoghi aperti e pieni di luce, per cui rifugge, o comunque si adatta meno, nelle zone ombreggiate: per questo motivo è poco lussureggiante nei vigneti a tendone, in particolare se protetti da reti ombreggianti.

Loglio (Lolium spp.). Il nome di queste piante è di origine celtica ed è stato adottato anche dagli antichi Romani. Si tratta di un gruppo di piante, famose già in epoche antichissime, tanto da essere citate varie volte nella Bibbia (zizzania). Sono graminacee che si riconoscono per le foglie lucide e per le infiorescenze a forma di spighe strette e compresse. Le piante giovani hanno il tipico aspetto cespitoso di tutte le graminacee. Il gruppo è composto da molte specie, tra le quali, nei vigneti di uva da tavola del Sud Italia, primeggiano il loglio maggiore (Lolium multiflorum), inspiegabilmente detto anche loietto, e il l. rigido (Lolium rigidum). Le due specie differiscono per molti caratteri, tra i quali spicca, a prima vista, la presenza di reste sull’infiorescenza della prima specie citata e l’assenza di reste nella seconda. Nei vigneti del Nord Italia è prevalente il loglio propriamente detto (Lolium perenne) che è simile al loglio rigido ma con glume molto corte.

Malva (Malva spp.). Pianta conosciuta sin dall’antichità e impiegata per le sue virtù emollienti (malva = molle). Le specie appartenenti a questo genere di piante, che dà il nome a un’intera famiglia (Malvacee), sono di solito molto lussureggianti. I fusti sono coriacei, semilegnosi alla base nelle piante adulte, molto ramificati e con i rami inferiori allungati e poggiati sul terreno. Le lamine fogliari sono palmate, lobate e con una vistosa insenatura nella regione di inserzione del picciolo. I fiori hanno corolla generalmente rosata o violacea, con cinque petali striati e incavati all’estremità superiore. Da ogni fiore prende origine una piccola formazione fruttifera, simile nella forma a una ciambella, composta da un asse centrale attorno al quale si irradiano piccoli semi reniformi e compressi, che giunti a maturazione prima di cadere si separano. La riproduzione delle piante però è affidata, oltre che ai semi, anche a gemme radicali.

Morella rossa (Solanum luteum). Questa specie, come la congenere (erba) morella nera o pomidorella (Solanum nigrum), della quale s’è già parlato in altre monografie di questa Collana, si trova spesso nei vigneti meridionali. Il nome del genere ha dato origine anche a quello dell’intera famiglia, Solanacee, cui queste piante selvatiche e anche molte coltivate (patata, melanzana, peperone ecc.) appartengono. Sono piante tossiche in certe condizioni e in certi stadi vegetativi, come la Belladonna e il Giusquiamo, ma servono anche per l’estrazione di sostanze medicinali che, curando alcune malattie, danno conforto: è questo il significato del nome latino. La morella rossa ha fusto eretto o ascendente, molto ramoso e che tende a lignificare alla base. Le foglie sono vellutate e morbide. La corolla dei fiori è appariscente, anche se piccola, con cinque petali bianchi saldati fra loro alla base. I frutti sono piccole bacche rosse o giallognole, simili a piccoli pomodori.

Porcellana comune (Portulaca oleracea). Il nome scientifico di questa comunissima pianta descrive il modo di apertura delle sue piccole capsule: con un coperchietto (portula) apicale. Essa è specie molto apprezzata dai suini (porcellana) ma anche dagli esseri umani che la consumano come verdura o in insalata (oleracea: tutti gli organi verdi della pianta sono di consistenza carnosa). Il fusto è liscio e spesso arrossato. Le foglie sono lucide, di colore verde brillante e hanno forma di spatola. Le piante adulte hanno fusti e foglie adagiati sul terreno e si sviluppano in modo da formare ampi cuscinetti verdi che, a volte, confluiscono fra loro per ricoprire, senza soluzione di continuità, lunghi tratti di interfilari. Questi “cuscinetti”, tra la fine della primavera, durante tutta l’estate e parte dell’autunno, si ricoprono di fiori gialli, piccoli ma evidenti. Da ogni fiore ha origine una capsula (pisside) che contiene moltissimi semi neri lenticolari e bitorzoluti.

Romice (Rumex). La forma a punta di lancia delle foglie e dei semi di questa pianta è rievocata nel suo nome. La radice è simile a un fittone carnoso. Inizialmente la pianta emette una rosetta di grosse foglie bollose e lanceolate; con il progredire della stagione dalla rosetta di foglie spunta, e si accresce in altezza, un fusto eretto, robusto e tenace, dal quale originano molti rami. Alla sommità di questi ultimi si differenziano ampie pannocchie di fiori poco visibili perché privi di petali veri e propri, formati ognuno da tre elementi triangolari (valve), con tubercoli esterni, che confluiscono in punta. Da ogni fiore ha origine un frutto-seme a forma di dardo, lungo 1-2 mm, marrone o bruno. Nei vigneti si trovano due specie: il romice crespo (Rumex crispus) e il romice comune (Rumex obtusifolius); il nome del primo si riferisce al bordo increspato delle foglie, il secondo è così detto per la punta delle foglie ad angolo ottuso.

Ruchetta violacea (Diplotaxis erucoides). Questa specie fa parte di un folto gruppo di piante chiamato genericamente “rucola” con profumo e sapore caratteristici e pungenti; d’altro canto tutte le piante della famiglia a cui appartiene (Crucifere, detta anche delle Brassicacee) hanno odori e sapori tipici, come i cavoli, le senapi, le verze, i ravanelli ecc. Il nome latino della ruchetta descrive la “doppia serie” (diplotaxis) di semi all’interno di ciascun frutto. Il fusto è eretto o leggermente prostrato, molto ramoso e striato. Le foglie sono bollose, ispide; quelle inferiori hanno lamina profondamente incisa, le superiori sono quasi intere. I fiori hanno ognuno quattro petali incrociati (da qui il nome della famiglia), di colore bianco, per lo più venati di violetto; essi sono riuniti su lunghi racemi senza foglie in cima ai rami. Da ogni fiore si sviluppa un frutto (siliqua) lungo e sottile, contenente moltissimi semi.

Saeppola canadese (Conyza canadensis). Il forte odore di cimice di questa pianta e la sua provenienza nord-americana giustificano il suo nome scientifico. Di recente (un paio di secoli) comparsa in Italia, è ora una delle specie più diffuse, in particolare nelle zone degradate, su terreni poco lavorati e, ovviamente, non diserbati in altro modo. La sua enorme mobilità di diffusione si deve alla grande quantità di frutti-semi (acheni) prodotta da ogni pianta; questi ultimi sono simili nella forma a piccoli vermicelli e vengono trasportati dal vento per effetto della loro leggerezza e del pappo che li sormonta e che funziona come un vero e proprio paracadute, capace di far percorrere al seme stesso enormi distanze. Pianta molto variabile nell’altezza del fusto. Le foglie sono lanceolate e pelose, prive di picciolo. I fiori sono piccolissimi, biancastri, raccolti su minuscoli capolini (appartiene alla famiglia delle Composite o Asteracee) che diventano piumosi a maturità.

Senape bianca (Sinapis alba). Plinio il Vecchio ha dato il nome alle senapi; l’aggettivo alba (bianca) si riferisce, forse, al colore chiaro dei semi di qualche varietà della stessa specie. Pianta dalla vegetazione rigogliosa, con fusto prevalentemente eretto, tenace e robusto, striato, pelosetto. Le foglie sono rugose e con la lamina lirata, cioè profondamente incisa in segmenti dei quali quello apicale è il più grande. Questa specie appartiene alla famiglia delle Crucifere (detta anche delle Brassicacee, dal nome delle rape = genere Brassica) perché la corolla di ogni fiore è formata da quattro petali incrociati. I fiori sono gialli e riuniti in infiorescenze a racemo, cioè sono inseriti, a uno a uno, lungo un asse apicale del fusto e dei numerosi rami. Da ogni fiore deriva un frutto particolare (siliqua) conformato a piccolo coltello, con un “manico” basale, nel quale sono dislocati i semi, e provvisto di una lama corta alla sommità.

Setaria o pabbio (Setaria). Le pannocchie ovoidali di queste graminacee estive constano di moltissimi fiori, parecchi dei quali abortiscono e si trasformano in setole, giustificando il nome di questo raggruppamento. Sulle setole sono presenti miriadi di microscopici uncini il cui orientamento concorre a differenziare, in modo pratico, diverse specie: nel pabbio verticillato (Setaria verticillata), così detto per i fiori raccolti in verticilli, gli uncinuli sono rivolti verso la base della pannocchia stessa, consentendo all’intera pannocchia o alle singole spighette di rimanere attaccata a vari supporti, siano essi rappresentati dal mantello di animali o da vestiti (calze, in particolare!), con i quali vengono a contatto casualmente. In altre due specie gli uncinuli sono rivolti verso la sommità della pannocchia, per cui non sono aderenti: nel pabbio comune (S. viridis) le setole sono giallastre, nel pabbio rossastro (S. glauca) le setole sono rossastre.

Soffione o dente di leone (Taraxacum officinale). Dei due nomi italiani di questa specie, il primo rievoca il soffio mediante il quale si fanno volare i frutti maturi muniti all’estremità superiore di un pappo che funge da paracadute; il secondo ricorda le foglie e in particolare la forma dei lobi acuti (come denti di leone) lungo il bordo della lamina. Il nome latino riassume l’uso officinale per “scacciare” la tosse. Si tratta di una specie presente nei vigneti in tutte le stagioni, con radice fittonante e robusta. Le foglie sono tutte basali e formano una rosetta più o meno appressata al terreno. Col progredire dello sviluppo dal centro della rosetta di foglie originano solitamente molti fusti, lisci e senza foglie, che portano alla sommità dapprima un capolino di ligule gialle che si trasforma in una formazione fruttifera sferica e che sembra trasparente, formata dai diversi frutti (acheni) sormontati ognuno da un pappo sericeo bianco.

Trifoglio (Trifolium). Ogni foglia di queste piante è costituita da tre segmenti che sembrano essi stessi piccole foglie e giustificano l’appellativo latino e italiano con cui queste essenze sono conosciute. Tra le dicotiledoni leguminose questo gruppo di piante è forse quello più utilizzato per la costituzione di erbai da foraggio. Due specie di trifoglio sono, a volte, anche seminate appositamente per costituire un tappeto erboso temporaneo da interrare (sovescio) in prossimità della fioritura; esse sono trifoglio alessandrino (Trifolium alexandrinum) e trifoglio sotterraneo (T. subterraneum). I due trifogli sono molto simili dal punto di vista botanico e fisiologico; entrambi, infatti, sono a ciclo annuale, hanno fiori biancastri e sono molto adattabili ai climi siccitosi, come quelli pugliesi. La prima specie si può sfruttare anche per le eccellenti qualità del suo foraggio, la seconda è meno produttiva ma si adatta anche su terreni moderatamente acidi, dove la prima trova difficoltà di accrescimento.

Veccia (Vicia). La veccia è una leguminosa coltivata da tempi remoti. Le foglie sono composte da molti segmenti inseriti a coppie lungo un asse che termina con evidenti cirri che consentono alla pianta di arrampicarsi e avvincere (come si deduce dal nome latino) le altre piante. La specie principale, usata spesso per il sovescio nei vigneti pugliesi, è la veccia comune (V. sativa) impiegata solitamente per la costituzione di erbai misti con avena che forniscono ottimo e abbondante foraggio per unità di superficie. Si tratta di una pianta molto rigogliosa, con fusti volubili e fiori, solitari o in coppia, di un bel colore roseo o biancastro. È adattabile a vari substrati anche se preferisce terreni argillosi o calcarei; teme però i terreni eccessivamente umidi e i climi molto freddi. Un’altra veccia che si può utilizzare allo stesso scopo è la veccia vellutata (V. villosa), dai lunghi racemi di fiori violacei, così detta per essere ricoperta da una cortissima e rada peluria.

Veronica (Veronica). Questo genere di piante è dedicato a Santa Veronica e fa parte della famiglia delle Scrofulariacee, così detta perché annovera anche piante impiegate in passato per curare la scròfola. Al genere appartengono, fra le altre, due specie che si trovano spesso nei vigneti: la veronica comune (Veronica persica) e la veronica a foglie d’edera (Veronica hederifolia). Entrambe le specie hanno fusto prostrato e adagiato sul terreno, foglie a lamina lobata e fiori celeste-azzurrognoli con strie più scure, frutti a capsula e semi incavati. Le due specie differiscono però per la forma delle foglie, dei frutti (capsule) e dei semi. Nella veronica comune, originaria della Persia, i lobi fogliari sono acuti, le capsule sono bilobe e compresse e contengono numerosi semi simili per forma a piccole valve di conchiglia; nell’altra specie i lobi fogliari sono arrotondati, simili a quelli delle foglie dell’edera, mentre le capsule e i semi in esse contenuti sono di forma globosa.

Vitalba (Clematis vitalba). Il nome italiano di questa pianta significa vite bianca (il colore si riferisce a quello dei fiori) e rievoca la sua somiglianza con la vite; essa, infatti, è lianosa, con fusti lignificati, lunghi anche fino a 30 m, e rami erbacei volubili. Anche il nome latino sottolinea la somiglianza tra le due specie: esso infatti significa tralcio di vite. Le foglie hanno piccioli lunghi e prensili, tramite i quali l’intera pianta si avviluppa a tutori inerti o ad altre piante vicine; la lamina è profondamente divisa in 3-5 segmenti anch’essi visibilmente picciolati, ovali dentati o lobati sul bordo. I fiori sono molto visibili, riuniti su ampie pannocchie, hanno petali biancastri e profumati (di vaniglia). Da ogni fiore si sviluppano diversi frutticini (acheni) caratterizzati ognuno da una cresta piumosa di colore argento lunga 2-3 cm. La specie si trova maggiormente nelle zone più umide o lungo le dorsali appenniniche.

Zigolo infestante (Cyperus rotundus). Il nome latino di questa specie è la traduzione di quello greco kýpeiros. Originaria delle regioni tropicali, predilige i vigneti più meridionali, del Salento o quelli siciliani; in queste regioni infesta anche altre colture, arboree e orticole di pieno campo e di serra. Dall’aspetto complessivo la pianta, specialmente per la forma delle foglie, sembra una graminacea ma appartiene alla famiglia delle Ciperacee. Sulla sua radice crescono piccoli bulbi e rizomi che danno origine ad altre piante, visto che i semi difficilmente giungono a maturazione. Le foglie sono inserite a rosetta prossima al terreno. Con l’avanzare del ciclo vegetativo dalla rosetta di foglie nasce un fusto fogliaceo, a sezione triangolare, che porta alla sommità una pannocchia formata da molti rami sui quali sono riuniti in spighe piccolissimi fiori poco appariscenti perché privi di petali colorati. Alla base della pannocchia è visibile una serie di brattee fogliari allungate.

 


Coltura & Cultura