Volume: il carciofo

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

La particolare epoca di impianto della carciofaia, nel pieno della stagione estiva, rende questa coltura diversa dalle altre ortive da pieno campo, anche dal punto di vista della diffusione delle erbe infestanti. Generalmente le lavorazioni di preparazione del letto di semina consentono di rinettare il terreno all’atto dell’impianto, così come il diserbo di pre-trapianto, nel caso si utilizzino carducci, o di pre-emergenza, nel caso si utilizzino ovoli. In assenza di diserbo la prima tipologia di infestazione che apparirà nella coltura comprende le specie annuali che nascono, grazie soprattutto all’irrigazione, durante la stagione estiva. A questo tipo di flora seguirà quella della stagione autunno-invernale che invaderà la carciofaia all’inizio della produzione e che verrà sostituita dalle specie che nasceranno durante la primavera e l’estate nell’anno successivo all’impianto. Intanto anche le specie poliennali e quelle perenni avranno l’opportunità di insediarsi nella carciofaia, specialmente nelle zone del Centro-Nord nelle quali la durata della coltura si protrae più a lungo di quella delle altre zone d’Italia. In definitiva nel corso della vita della carciofaia si possono prevedere le tre seguenti tipologie di flora selvatica: a) flora estiva dell’anno di impianto e di quelli successivi; b) flora autunno-primaverile dell’anno di impianto e successivi; c) flora annuale o poliennale che si sviluppa prevalentemente negli anni successivi a quello di impianto, durante tutte le stagioni. Queste tre tipologie floristiche assumono connotazioni specifiche diverse, a seconda della zona geografica, con il prevalere di alcune specie sulle altre nel corso dell’anno di impianto o durante gli anni successivi, nelle diverse stagioni considerate. In una serie di indagini floristiche svolte negli ultimi tre anni è stato possibile suddividere il territorio italiano a maggiore vocazione per la coltura del carciofo in cinque comprensori, tutti diversi fra loro per assortimento floristico. I cinque comprensori sono: – Toscana e Lazio insieme; – Puglia Nord (province di Foggia e di Bari) e Campania insieme; – Puglia Sud (province di Brindisi, Taranto e Lecce) e Basilicata; – Sardegna; – Sicilia e Calabria. Dal punto di vista floristico complessivo le regioni che si assomigliano di più fra loro sono la Toscana, il Lazio e la Sardegna, dove la frazione più sostanziosa dell’infestazione è formata da specie del gruppo b, fra le quali prevalgono frequentemente il loglio, la falsa ortica e la senape selvatica, oltre all’avena selvatica e all’erba stella in Toscana e Lazio e al centocchio e alla fumaria in Sardegna. Sulle due coste tirreniche, tra le infestanti del gruppo a, sono molto diffuse due specie di amaranto: amaranto comune e amaranto blitoide; in particolare quest’ultimo si sta diffondendo nelle carciofaie di tutta l’Italia, ma costituisce veri e propri tappeti erbosi in quelle laziali. In Sardegna un’altra specie estremamente diffusa è la sanguinella comune. Anche nelle carciofaie campane e in quelle pugliesi settentrionali prevalgono le specie del gruppo b sulle altre: fra tutte il centocchio e la fumaria, il poligono degli uccellini e il caglio e, localmente, il cocomero asinino; il massimo rappresentante delle specie del gruppo c, invece, è il vilucchio. L’assortimento floristico è molto diverso nella parte meridionale del territorio pugliese, dove, a lungo andare, prevalgono le specie del gruppo c, come l’acetosella gialla, il fiorrancio selvatico e lo zigolo infestante. Nelle coltivazioni di carciofo siciliane e calabresi, infine, la frazione della flora di tipologia b e quella di tipo c non si discostano di molto dal punto di vista quantitativo: la prima comprende prevalentemente avena selvatica, senape selvatica, scagliola e fumaria; la frazione floristica di tipo c si compone per la massima parte di acetosella gialla, bietola marittima, malva selvatica e vilucchio.

Descrizione delle specie

Acetosella gialla (Oxalis pes-caprae). Questa specie viene spesso confusa con il trifoglio; essa, infatti, ha foglie composte ognuna da tre segmenti cuoriformi, punteggiati di color ruggine, che si ripiegano in basso durante la notte o prima dell’arrivo di una pioggia. Il sapore di aceto delle foglie e la tonalità citrina dei bellissimi fiorellini ispirano il nome italiano. Anche il nome latino ricorda l’acidità delle foglie e la loro ricchezza in acido ossalico (dal greco oxys=acutopungente e hals=sale), mentre l’aggettivo latino pes-caprae associa la forma delle radici a quella degli zoccoli delle capre. In realtà la radice di questa pianta consiste in una serie di tuberetti legati fra loro da un sottile ma tenace rizoma.

Amaranto (Amaranthus spp.).

Il nome si riferisce alla persistenza dei frutti sulla pianta, anche dopo che questa matura (dal greco: a=non e maraino=avvizzisco). Le due specie più diffuse nelle carciofaie italiane sono: a. comune (A. retroflexus) e a. blitoide (A. blitoides); la prima deve il nome latino alle infiorescenze recline all’indietro (retroflexus), mentre l’aggettivo blitoides origina dal greco bliton=con foglie edibili. L’edibilità degli amaranti viene sfruttata ancora attualmente nei Paesi tropicali: le foglie giovani si usano come verdure, mentre dai semi si ottiene un’ottima farina panificabile.

 

Aspraggine volgare (Picris echioides). I nomi, italiano e latino, si riferiscono al sapore amaro delle foglie (dal greco picris=amaro); queste ultime sono cosparse di pustole biancastre, al centro delle quali si inseriscono setole coriacee, che conferiscono alla lamina fogliare un aspetto ruvido e irsuto (echioides). I fiori compaiono verso la fine della primavera; sono gialli, a forma di ligula, riuniti in grossi capolini con brattee spinulose alla base. I frutti sono piccoli e rugosi, simili a piccoli vermi: questa caratteristica era ricordata nel nome latino della specie, ormai in disuso: Helminthia (invece di Picris), cioè “scatola di vermi”.

Avena selvatica (Avena sterilis). Le avene sono conosciute sin dall’antichità; il nome pare derivi dal sanscrito avasa e sottolinea l’uso come foraggio che ne facevano i popoli antichi. Queste piante sono state accostate spesso, da poeti e scrittori, alle vicissitudini umane, come nel Colloquio sentimentale del poeta Paul Verlaine, che così recita: “Nel vecchio parco gelido e deserto sono appena passate due forme… Andavano così tra l’avena selvatica, e le loro parole le udì solo la notte”, e gli fa eco il nostro D’Annunzio, nell’Alcyone (La spica). “... Ma la vena selvaggia, ma il ciano cilestro, ma il papavero ardente, con lei cadranno, ahi, vani su le secce...”.

Becco di gru(Erodium spp.). Il frutto è composto da un’appendice appuntita, come il becco di una gru o di un airone (dal greco erodium = airone), formata dall’insieme di molti “becchi” allungati e sottili che portano alla base un seme. A maturità l’appendice del frutto si sfilaccia, i becchi si staccano, indipendenti, attorcigliandosi a cavaturacciolo, cadono sul terreno e, in base alle variazioni di umidità dell’aria, si allungano (srotolandosi) e si accorciano (riarrotolandosi), in un movimento lento ma progressivo, mediante il quale si conficcano nel terreno e trasportano così i semi alla profondità adatta per la loro germinazione. Le specie più diffuse sono b. d. g. comune (E. cicutarium) e b. d. g. malvaceo (E. malacoides).

Bietola marittima (Beta vulgaris-maritima). Lungo i litorali e all’interno delle regioni centro-meridionali si trova spontanea la bietola marittima, componente del gruppo delle bietole (o barbabietole), conosciuto sin dai tempi più antichi, quando le popolazioni europee le raccoglievano spontanee o le coltivavano per utilizzare le foglie o le radici a scopo alimentare. Le bietole hanno generalmente radice ingrossata, fusto eretto e liscio e foglie glabre; tranne che per la radice, la bietola marittima è diversa dalle altre bietole perché ha fusto adagiato sul terreno e, in qualche caso, particolarmente ingrossato e ispido di peli.

Borsa del pastore (Capsella bursa-pastoris). Il nome italiano ricorda i piccoli frutti, simili nella forma alle borse degli antichi pastori. Lo scrittore inglese William Coles, nel suo Adamo nell’Eden scrisse: “Queste ‘borse’ sono assimilate ad una piccola tasca (in latino capsella) piena di semi; sono cuoriformi e a maturità si aprono spontaneamente e lasciano cadere i semi in esse contenuti.” La specie mostra una grande variabilità nella grandezza e nel portamento, nella forma delle foglie e nel colore dei fiori: a piante piccolissime si affiancano piante alte anche quaranta centimetri; il margine delle foglie può essere più o meno inciso e i fiori hanno cinque petali generalmente bianchi.

Caglio o attaccaveste (Galium spp.). I pastori greci lo usavano per far cagliare il latte: è a questo che si riferiscono i nomi caglio e Galium (dal greco gala=latte). Il nome attaccaveste ricorda, invece, la capacità di queste piante di attaccarsi ai vestiti e al mantello degli animali, grazie ai minuscoli uncini che la ricoprono. Tale caratteristica è particolarmente spiccata nella specie più diffusa, il G. aparine (dal greco apairo=porto via), che ha piccoli frutti globosi inseriti su peduncoli dritti. Un’altra specie, diffusa prevalentemente nel Sud Italia, è il caglio coriandolino, il cui nome latino è G. tricornutum (dal latino tri=tre e cornutus=cornuto), poiché i frutticini sono raggruppati a tre a tre su peduncoli incurvati che sembrano corni.

Cardo campestre o stoppione (Cirsium arvense). Dei due nomi italiani, il primo si riferisce alla spinosità delle foglie, mentre il secondo rimarca la grande diffusione di queste piante, che un tempo nascevano sulle stoppie dopo la raccolta del grano. Il nome latino deriva da una parola greca (kirsós) che indica le varici e sottolinea l’uso terapeutico che di questa specie facevano gli antichi per curare tali alterazioni. Le piante si riproducono prevalentemente tramite gemme radicali, in quanto esse generano, per lo più, fiori di un solo sesso, quindi l’impollinazione e la conseguente formazione del seme risultano compromesse.

Cardo mariano (Silybum marianum). Questa pianta ha grandi foglie verdi screziate di bianco, da quando, si dice, alcune gocce di latte sfuggirono alla Madonna (mariano-marianum), mentre allattava Gesù Bambino. Il termine cardo forse deriva dalla parola greca ardis (punta dello strale), con riferimento alle solide spine che ricoprono i margini delle foglie o le brattee del capolino; silybum, infine, pare derivi dal greco sìlybon, usato dagli antichi per indicare i cardi in genere. Pianta conosciuta e coltivata da molto tempo a scopo alimentare e come pianta officinale; i preparati di cardo mariano e l’infuso delle foglie vengono impiegati per curare molte patologie umane, in particolare per depurare il fegato.

Centocchio comune o stellaria (Stellaria media). Il primo nome italiano si riferisce ai numerosissimi fiorellini bianchi che hanno forma di stella, come si evince anche dal secondo nome italiano e dal nome latino. Anche i piccolissimi semi sono ricoperti di microscopiche verruchette stellate. La stellaria è una pianta prostrata sul terreno ed è poco appariscente, ma è presente praticamente durante tutto l’anno. Le piante sono usate per farne insalate o frittate, ma anche in erboristeria per alleviare piccole patologie. A volte la stellaria forma veri e propri tappeti erbosi nelle carciofaie.

Chenopodio o farinello (Chenopodium spp.). Il primo nome italiano e il nome latino derivano dal greco antico e rievocano la forma delle foglie, simile a quella delle zampe delle oche: dal greco khen=oca e podion-pus=piede. Le foglie sono ricoperte, specie sulla pagina inferiore, da uno straterello farinoso: a ciò si riferisce il secondo nome italiano; sin dai tempi più antichi erano usate in cucina e attualmente si utilizzano nella cucina dei Paesi tropicali. In Italia si trovano frequentemente due specie: il c. bianco (Ch. album) e il c. rosso (Ch. rubrum), il primo specialmente nel Centro e nell’Italia peninsulare, il secondo nelle due isole maggiori.

Cocomero asinino o sputaveleno (Ecballium elaterium). Il secondo nome italiano si riferisce alla proprietà che hanno i frutti maturi di espellere violentemente i semi, misti a mucillagini velenose; questa caratteristica è messa in luce anche dal nome scientifico, di derivazione greca (ekballein=lanciare). L’aggettivo specifico riprende, invece, la pericolosità di questa pianta, dal greco elatér=stimolo, che può provocare gastroenteriti, con vomito e diarrea, aborto ecc. Sin dai tempi antichi però le sono state riconosciute anche proprietà medicinali, tanto che Teofrasto la consigliava per curare la scabbia delle pecore e qualche malattia dell’uomo. Crisantemo selvatico (Chrysanthemum). Dall’inizio della primavera nelle carciofaie, per lo più dell’Italia meridionale, si notano spesso macchie di un brillante colore giallo-dorato: sono i crisantemi selvatici (in greco: chrysós=oro e ánthemon=fiori). Le due specie di crisantemi che si trovano più frequentemente nelle carciofaie sono il c. campestre (Ch. segetum, da segés, segétis=dei seminati) e il c. giallo (Ch. coronarium, perché i fiori sono coronati di ligule giallo oro). La prima specie prevale nelle colture siciliane, la seconda in quelle pugliesi, ma entrambe estendono la loro presenza in Sardegna e sulla costa tirrenica peninsulare.

Erba stella (Coronopus squamatus). Questa pianta, dai minuscoli fiori bianchi, ha portamento appressato al terreno con le foglie disposte a formare una specie di stella: a ciò si riferisce il nome italiano. Il nome latino coronopus si riferisce alla forma delle foglie a “zampa di cornacchia” con la lamina allungata e il margine molto inciso. L’aggettivo squamatus rievoca invece la “scagliosità” dei piccoli frutti. Nei Paesi centro-europei la chiamano “crescione porcino”, a cagione del sapore che ricorda quello del crescione (Nasturtium officinale). Fino a non molto tempo fa era raccolta e utilizzata in insalata anche dai popoli mediterranei come pianta officinale.

Falsa ortica (Lamium spp.). Da febbraio a settembre si può apprezzare la bellezza dei fiori che hanno foglie rugose come quelle dell’ortica, ma non urticanti. I fiori hanno la corolla saldata in una “gola” che ha all’estremità due labbra; a tali conformazioni sono dovuti il nome latino Lamium e quello della famiglia (Lamiacee o Labiate). Nelle carciofaie sono diffuse due specie: la f. o. reniforme (L. amplexicaule) e la f. o. purpurea (L. purpureum); il nome della prima specie ricorda la forma delle foglie superiori e il loro rapporto con il fusto (lo abbracciano, essendo prive di picciolo), la seconda specie è così detta per avere le foglie superiori picciolate e quasi sempre arrossate.

Fiorrancio selvatico (Calendula arvensis). Pianta dai fiori gialloarancio, che fiorisce nel corso di un lungo arco di tempo, dall’autunno alla primavera, pare con maggiore intensità all’inizio dei mesi, cioè alle kalendae di Roma antica. Questa specie, che produce semi aculeati dalla forma caratteristica e variabile (ricorda a volte una falce di luna e altre un anello bitorzoluto), è conosciuta e utilizzata come pianta medicinale sin dall’antichità. Pare che la prima pianta sia nata dalle lacrime di Afrodite alla notizia della morte del suo amante più bello, Adone. Per questo motivo nel linguaggio dei fiori la calendula rievoca tristezza e dolore.

Fumaria o fumosterno (Fumaria officinalis). Le lunghe frequentazioni tra questa specie e l’uomo, nell’arco dei secoli, sono legate alle sue particolarità che rievocano l’idea del fumo. Secondo alcuni il fumo sarebbe quello che si sprigiona dalle radici appena strappate, che emanano un lezzo gassoso; secondo altri è l’aspetto che fa sembrare l’intera pianta come una nuvoletta gassosa; altri ancora dicono che il contatto della linfa della pianta con gli occhi fa lacrimare questi ultimi, proprio come il fumo. Meglio sarebbe identificare questa specie con i suoi bellissimi e strani fiorellini rosa, composti su lunghi racemi apicali, e valutare le sue proprietà medicinali (officinalis) sfruttate sin dall’antichità.

Grespino comune (Sonchus oleraceus). Il nome latino ricalca quello greco (sonkos) e pare si riferisca al fusto vuoto di queste piante, mentre l’aggettivo oleraceus deriva dall’uso “come ortaggio” (dal latino oler=verdura e aceus=simile). Il nome italiano è di derivazione incerta, ma le proprietà culinarie di questa pianta sono ricordate anche in molti nomi dialettali. Plinio il Vecchio, nel racconto della sfida tra Teseo e il Minotauro, afferma che Teseo prima di affrontare il mostro acquistò forze mangiando un piatto di grespini. Oltre al grespino comune, nelle carciofaie si trova anche il grespino spinoso (S. asper).

Loglio (Lolium spp.). Il nome italiano ricalca quello latino riferito alla famosa zizzania (Lolium temulentum) di biblica memoria. Le tre specie di Lolium che, invece, si trovano ancora nei campi di carciofo, sono: l. comune (L. perenne), loglietto (L. multiflorum) e l. rigido (L. rigidum); la seconda specie è la più diffusa delle tre, la prima si trova prevalentemente nell’Italia centrale, la terza nelle colture siciliane e, in particolare, in quelle pugliesi. I Lolium, riconoscibili specialmente per la lucentezza delle foglie, sono piante coltivate da sempre come foraggere. Negli ultimi tempi però hanno acquisito fama negativa come specie allergeniche.

Malva selvatica (Malva sylvestris). Le proprietà emollienti della malva sono ricordate nel suo nome (dal greco malakòs=molle). Cicerone, nelle sue Epistulae (43-48 a.C.) narra di un’indigestione per averne mangiata molta. Orazio nelle Odi (23 a.C.) si accontenta di nutrirsi così: “… Me pascunt olivae, me cichorae levesque malvae…”. Plinio il Vecchio ne canta le virtù nella sua Naturalis historia (77 d.C.). Arriviamo così al ’900, quando il poeta decadente e patriota Aleardo Aleardi, nei suoi Canti (1864), rivolgendosi alla colta signorina inglese Evelina Yates, dice: “Vedrai Venezia… Pietosa larva di città superba… cene, teatri e provocanti maschere. E ricinta d’elleboro e di malva. L’ebete fronte…”.

Ortica minore (Urtica urens). L’acido formico contenuto nelle microscopiche ampolle alla base dei peli che ricoprono le foglie e i fusti è una delle sostanze che provocano il bruciore che si avverte quando si strofinano queste piante (dal latino ùrere=bruciare). Con l’ortica si preparano gustose minestre, si intrecciano tessuti o si approntano estratti e cataplasmi per curare diverse patologie: queste piante sono considerate astringenti, depurative ed emostatiche, tanto che c’è ancora qualche persona anziana che si diletta a camminare a gambe nude nei campi di ortica per attivare la circolazione del sangue e lenire i dolori reumatici.

Poligono degli uccellini (Polygonum aviculare). Il nome italiano di questa specie ricalca perfettamente quello latino e deriva da due parole di origine greca: (poly=molti, gony=ginocchi), con riferimento alla presenza di nodi sul fusto che lo articolano come fossero ginocchia; questa caratteristica è messa in luce anche dall’altro nome italiano con cui è conosciuta (centonodi) e da molti nomi dialettali italiani. Gli uccellini (aviculare, dal latino avis=uccello) c’entrano perché sono molto ghiotti dei minuscoli semi prodotti dalla pianta (almeno, così pare). Pianta ubiquitaria per eccellenza, si trova in quasi tutte le colture.

Pomidorella o erba morella (Solanum nigrum). La pomidorella è così chiamata perché produce bacche simili a quelle del pomodoro ma molto più piccole e di colore nero quando sono mature. Di questa pianta si sono sfruttate le virtù medicinali e quelle “magiche” (un filtro medievale per trasformare animali era a base di erba morella, belladonna, sangue di pipistrello, pelle di rospo, urina di rana e altre nefandezze del genere). Quanto alle sue virtù medicinali, come tutte le solanacee è psicoattiva, ma attenzione! Plinio, nella sua Naturalis historia (21, 180) afferma che l’erba morella=morion è più veloce dell’oppio nel procurare la morte.

Porcellana comune (Portulaca oleracea). Il nome latino sottolinea la modalità con cui si aprono le sue piccole capsule, con una portula apicale, e l’uso in cucina che se ne è sempre fatto, dal latino oleracea=da orto. Le sue foglie carnosette hanno sapore insipido o leggermente salato. Il nome italiano è forse dovuto al fatto di essere molto ricercata dai maiali. Nel basso Medioevo e fino al XVIII secolo si pensava che, sfalciata con altre erbe e messa sulla soglia della porta, fosse capace di sbarrare il passo al Maligno. In un ricettario delle streghe per partecipare al sabba bisognava ungersi con diverse erbe tritate, fra le quali: portulaca, loglio, josciamo, papavero rosso e nero, lattuga e belladonna.

Ravanello selvatico (Raphanus raphanistrum). Questa pianta è conosciuta e utilizzata da tempi immemorabili. Plinio e Democrito ne ricordano le proprietà afrodisiache. Anche in epoche successive si ha testimonianza dell’uso in cucina di questa specie. Radici e foglie sono utilizzate crude o cotte, in frittate: hanno proprietà rubefacenti, antiemorroidarie, coleretiche e depurative; mangiarne troppe però può portare a danni renali e intestinali. Ma non a tutti piace; alcuni ritengono che abbia sapore scialbo, come pensavano i napoletani dell’Ottocento, che coniarono il nomignolo “ravanello” per indicare individui scialbi e boriosi.

Ruchetta violacea (Diplotaxis erucoides). I semi disposti in doppia (dal greco diplús=doppio) serie (dal greco taxis=serie) all’interno dei frutti caratterizzano il nome latino. Questa pianta fa parte di un insieme di specie denominato “rucola”, come si arguisce dall’aggettivo erucoides e dal nome italiano. I Romani le attribuivano qualità magiche e le utilizzavano nei filtri amorosi. Ovidio nel II libro della sua Ars amatoria la chiamava herba salax o erba lussuriosa (… ex horto quae venit, herba salax…). Columella nel Liber decimus del De re rustica sosteneva: “L’eruca eccita a Venere i mariti ‘pigri’” (“… Priapo excitet ut Veneri tardos eruca maritos”).

Saeppola canadese (Conyza canadensis). È una delle specie che prende il sopravvento verso la fine del ciclo della carciofaia, eppure fino a duecento anni fa non era ancora presente in Italia. Importata dall’America del Nord (come il nome sottolinea), pare con un carico di bestiame o di fieno, si è diffusa velocemente grazie ai suoi microscopici frutti appesi a un pappo leggerissimo che funziona come un vero paracadute; sfruttando tale conformazione si pensa che la sua diffusione sia cominciata dai greti ferroviari con lo spostamento d’aria provocato dal passaggio dei convogli e, più tardi, lungo strade e autostrade.

Sanguinella comune (Digitaria sanguinalis). I termini riferiti al sangue nel nome ricordano il colore rosso che assumono foglie, fusti e infiorescenze; secondo altri il sangue menzionato è quello che fuoriesce dalle narici in cui si è infilata una parte di infiorescenza. Certa è, invece, l’origine del nome latino Digitaria, per l’infiorescenza formata da rametti disposti come le dita (in latino digitus) di una mano. Nei nomi dialettali compaiono spesso termini che rievocano il sangue: sanguinaria in Toscana, erba sanguignòra in Piemonte, sanguinela in Emilia; ma anche nomi che si riferiscono alla forma dell’infiorescenza: piota d’gal in Piemonte, cornajoela nel Pavese, fòrcule in Friuli, piede di pullo nel Napoletano.

Scagliola o falaride (Phalaris). Nelle carciofaie italiane si possono trovare tre specie: scagliola cangiante (Ph. brachystachys), sc. minore (Ph. minor) e sc. sterile (Ph. paradoxa), che è la più diffusa. Il nome Phalaris è dovuto alla lucentezza delle glume di queste piante (da faleròs=lucente, candido). Il nome Phalaris o Falaride era anche quello di un tiranno di Akragas (l’odierna Agrigento), vissuto attorno al 570 a.C., tristemente famoso per aver fatto arrostire i suoi nemici nella pancia di un bue di bronzo arroventato e per aver scritto delle lettere filosofiche la cui attribuzione segnò una controversia nell’ambito della letteratura inglese di fine ’700 tra un giovane accademico (Charles Boyle) e il bibliotecario del re (Richard Bentley).

Senape selvatica (Sinapis arvensis). Sono le prime piante a fiorire nelle colture di carciofo e il giallo dei fiori si espande a macchie negli appezzamenti, confondendosi, nel Meridione, con quelle più ampie dell’acetosella gialla. Questa specie è utilizzata come alimento sin dai tempi più remoti. Della pianta veniva consumato tutto, dalle radici ai semi che, opportunamente trattati, rientrano nella preparazione delle mostarde e delle salse piccanti. I fiori entrano a far parte nella lista dei 38 fiori di Bach: l’essenza dei fiori macerati al sole combatterebbe la depressione e il pessimismo.

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis). Questa pianta si avvilucchia intorno a supporti inerti o vivi; il nome latino e quello italiano sottolineano tale portamento (dal latino convolvere=avvolgere) e la sua avanzata tra la vegetazione che le sta attorno, con caparbietà e convinzione: è questo il significato che si dà al suo fiore. Tale caratteristica ha reso il vilucchio una delle piante più citate da poeti e scrittori: “Viene col soffio della primavera un lugubre risucchio d’assorbite esistenze; e nella sera, negro vilucchio, solo il tuo ricordo s’attorce e si difende…” (Eugenio Montale, Le occasioni, Bassa marea); “… Che sarà della sua vita, un vilucchio avvoltato alla sua fede?” (Giovanni Pascoli, I canti di Castelvecchio).

Zigolo infestante (Cyperus rotundus). Abita le regioni più calde dei tropici ma si spinge anche alle latitudini meridionali, nei terreni più caldi e umidi; in Italia infesta specialmente le colture arboree pugliesi e siciliane e si trova frequentemente anche nelle carciofaie pugliesi e campane. Il nome latino deriva da quello greco antico: kýpeiros. Pianta molto competitiva, specialmente lungo le fasce fluviali, si diffonde nei campi grazie a un apparato radicale rizomatoso e a piccoli bulbi. La sua presenza in Italia è stata registrata da parecchio tempo, tanto da essere diventata pianta mangereccia.

 


Coltura & Cultura