Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: concimazione

Autori: Vitale Nuzzo, Antonio Coletta, Rosario Di Lorenzo

Introduzione

La gestione della nutrizione dell’uva da tavola è argomento di ampia discussione perché ha conseguenze dirette sulla pianta, sul terreno, sull’ambiente e, rappresentandone un costo, condiziona il risultato economico dell’impresa. Per la messa a punto di uno specifico piano nutrizionale su base aziendale o sub-aziendale, occorre tener conto: del tipo di suolo e delle sue dotazioni naturali in elementi minerali, della qualità dell’acqua di irrigazione, della combinazione d’innesto, della tipologia produttiva (anticipo di maturazione, standard, ritardo della raccolta), della forma di allevamento, della densità di piantagione e dei livelli produttivi. Inoltre, la comprensione da parte dell’agricoltore del ruolo degli elementi minerali essenziali e delle loro dinamiche annuali e interannuali nella pianta e nel terreno è fondamentale per sincronizzare la richiesta effettiva di nutrienti con la loro disponibilità.

Elementi chimici essenziali per la pianta

Sebbene l’analisi chimica dei tessuti di una pianta può rilevare la presenza di numerosi elementi chimici, solo sedici sono essenziali per sostenere i normali processi di crescita e di sviluppo di una pianta: carbonio (C), idrogeno (H), ossigeno (O), azoto (N), fosforo (P), potassio (K), calcio (Ca), magnesio (Mg), zolfo (S), ferro (Fe), manganese (Mn), zinco (Zn), boro (B), rame (Cu), molibdeno (Mo) e cloro (Cl). Altri elementi, sodio (Na), silicio (Si), cobalto (Co) e alluminio (Al), presenti normalmente in piccole concentrazioni, sono invece classificati come benefici, in quanto importanti solo in alcune condizioni ambientali o per alcune specie. Escludendo il carbonio e l’ossigeno, normalmente scambiati con l’atmosfera attraverso l’apparato fogliare, tutti gli altri elementi sono prevalentemente acquisiti per via radicale. Appare quindi evidente il ruolo determinante svolto dalle caratteristiche morfologiche, strutturali e funzionali dell’apparato radicale: in particolare, la periodicità di crescita e di attività delle radici, la distribuzione delle radici lungo il profilo del suolo, il rapporto tra radici fini (di tipo assorbente) e radici grosse (di riserva e trasporto), le loro interazioni con la micro-flora del suolo e la loro associazione con le micorrize possono modificare notevolmente l’assorbimento dei diversi nutrienti. Gli elementi nutritivi, presenti nella soluzione circolante, arrivano alla radice per diffusione o per convezione. Il processo di diffusione si verifica in seguito a un gradiente di concentrazione tra la soluzione circolante prossima alla radice e quella presente nel resto del terreno. In genere è un movimento lento e su brevi distanze da cui però dipende l’assorbimento di importanti elementi nutritivi quali fosforo, potassio, boro, ferro, zinco e manganese; per il loro assorbimento risulta quindi molto importante un adeguato sviluppo della superficie radicale rispetto al volume di suolo occupato. Il movimento di altri elementi (azoto, calcio, magnesio e altri micro-elementi) è dominato dalla convezione o flusso di massa che dipende dal movimento dell’acqua lungo il profilo del terreno (per gravità) e verso la radice indotto dalla traspirazione. Per questo processo è importante sia un’adeguata disponibilità idrica sia una buona funzionalità dell’apparato fogliare in termini di traspirazione e di assimilazione. Sono, infatti, gli assimilati prodotti dalle foglie ad assicurare l’energia necessaria per l’assorbimento degli elementi minerali da parte delle radici, per il loro “caricamento” nel sistema vascolare delle piante e per il loro trasporto che avviene soprattutto per via xilemetica con il flusso traspirativo nelle foglie e nei frutti almeno fino a quando tali organi mantengono una certa attività traspirativa. All’interno della pianta alcuni ioni sono molto mobili (N, P, K, Mg, S, Na e Cl), potendo essere trasportati per via sia floematica sia xilematica, altri parzialmente mobili (Zn, Cu, Mn, Fe, B e Mo – prevalente trasporto xilematico) e altri come il Ca praticamente immobili (solo per via xilematica). Per il Ca e quelli poco mobili è quindi necessario conoscere la loro concentrazione anche negli acini per meglio impostare un efficace piano di concimazione.

Bilancio nutrizionale

Per poter conciliare la tutela dell’ambiente con la necessità di garantire un vantaggioso risultato economico, qualitativo e produttivo occorre da un lato ottimizzare l’uso delle risorse interne alla vite e al vigneto e dall’altro utilizzare metodi efficienti di distribuzione dei fertilizzanti in modo da renderli disponibili nei periodi di massima richiesta da parte della coltura. Nelle piante arboree, compresa la vite, una parte dei carboidrati elaborati dalle foglie e alcuni elementi minerali assorbiti dalle radici vengono accumulati temporaneamente nelle radici e nei tessuti legnosi permanenti della pianta per costituire un pool di sostanze di riserva che verranno rimobilizzate nella primavera successiva per sostenere la crescita espansiva del germoglio (grappolo compreso) nelle prime fasi. Dopo la fioritura, le necessità della pianta sono assicurate in maniera più diretta dagli assorbimenti radicali che successivamente devono anche assicurare la formazione delle riserve per la pianta da utilizzare nella stagione vegetativa successiva. A livello di vigneto una parte degli elementi minerali assorbiti dalla pianta è permanentemente allontanata da esso (frutti), altri sono immobilizzati nelle strutture permanenti, altri invece ritornano al terreno in forma organica insieme al materiale rimosso con le potature estive (sfogliature, sfemminellature, diradamento) e invernali e con le foglie senescenti. La conoscenza della concentrazione degli elementi minerali contenuti nei diversi organi della pianta e del loro destino durante il ciclo annuale e interannuale fornisce utili indicazioni per quantificare le necessità in elementi minerali nel corso del suo ciclo vitale. In pratica, gli strumenti d’indagine a disposizione dell’agricoltore e dell’assistenza tecnica sono: l’analisi pedologica e fisico-chimica del suolo (quella fisico-chimica da ripetersi ogni 5-6 anni); l’analisi fogliare e/o peziolare; l’analisi chimica delle acque d’irrigazione e della soluzione nutritiva in caso di fertirrigazione; la valutazione della biomassa prodotta (alla raccolta: grappoli, foglie e assi; alla potatura: tralci; durante il ciclo: materiale rimosso con le operazioni al verde). Favorire l’utilizzazione da parte della pianta di tali fonti nutritive rappresenta, oggi, un obiettivo importante per una razionale gestione del sistema vigneto di uva da tavola, gestione che preveda cioè il mantenimento o il miglioramento della fertilità agronomica del suolo. Inerbimenti e/o riduzioni delle lavorazioni meccaniche, uso di sostanza organica sono sempre più adottati nella gestione del vigneto di uva da tavola.

Concimazione di fondo
Ha lo scopo di migliorare le caratteristiche fisico-chimiche e microbiologiche del suolo e viene effettuata nell’estate precedente l’impianto del vigneto prima della lavorazione profonda (aratura o rippatura) in modo da apportare elementi nutritivi poco mobili nel suolo (P, K, Mg soprattutto) in forma organica o minerale. Poiché le quantità di concimi o ammendanti da apportare sono piuttosto ingenti, così come le entità di energia da impegnare per la lavorazione profonda, occorre sottolineare che la concimazione di fondo è un’operazione particolarmente delicata sia sul piano ambientale sia su quello economico dell’azienda. Prima di effettuarla occorre quindi un’attenta valutazione della fertilità naturale del suolo scegliendo l’opportunità o meno di eseguire una lavorazione molto profonda (intorno a 1 metro) sulla base della sua effettiva necessità. Per esempio, è stato messo in evidenza che lavorare un terreno di medio impasto oltre gli 80 cm non ha avuto vantaggi sulla crescita delle piante e la produzione di uva, ma ha prodotto una forte lisciviazione di K, Ca e Mg. Per quanto riguarda le quantità di concime da apportare con la concimazione di fondo le scelte devono basarsi in relazione ai parametri di seguito descritti. – Profondità dello strato esplorato dalle radici: la concimazione sarà quantitativamente inferiore in suoli poco profondi rispetto a quelli più profondi. – Percentuale di scheletro: in suoli ricchi di scheletro si dovranno diminuire le dosi di concime da apportare in rapporto alla percentuale di scheletro. – Combinazione d’innesto: le esigenze variano in relazione al portinnesto utilizzato; per esempio qualora il portinnesto sia l’SO4 si dovranno apportare minori dosi di potassio. – pH del suolo: le manifestazioni di carenza ed eccesso, infatti, sono spesso originate da valori anomali di tale parametro, soprattutto nel caso dei microelementi; generalmente un pH neutro o sub-acido (7-6) favorisce la disponibilità della maggior parte degli elementi essenziali per la vite; sono meno disponibili a pH acidi (< 6) N, P, K, Mg, Ca e Mo; mentre a pH > 7 sono meno disponibili Fe, Mn, Zn, Cu e B. Altre caratteristiche fisico-chimiche del suolo: nei terreni sciolti non è consigliabile intervenire con la concimazione di fondo sia organica, perché potrebbe andare incontro a ossidazione o eremacausi, sia minerale, perché potrebbero essere facilmente dilavati; nei terreni acidi o alcalini evitare le concimazioni fosfatiche perché il P potrebbe andare incontro a insolubilizzazione (fosfati di Fe e Al in ambiente acido, e fosfato bi-calcico o tricalcico in quelli alcalini). In pratica, visto il crescente costo dei concimi minerali, si consiglia di porre molta attenzione sulla necessità o meno di effettuare la concimazione di fondo e comunque di non superare le dosi calcolate sulla base delle analisi del suolo. Per quanto riguarda l’arricchimento in sostanza organica del suolo, si potrebbe intervenire, qualora non si sia in grado di reperire letame bovino maturo, con ammendati organici naturali (compost) previsti dalla legge 784 del 1984 (ora decreto legislativo 217 del 2006). Al fine di aumentare il contenuto di sostanza organica del suolo tramite la concimazione di fondo, si consiglia di evitare l’apporto di concimi minerali azotati, in quanto l’alta mobilità di questo elemento ne comporterebbe la perdita negli strati profondi del suolo o in falda. Una valida soluzione per arricchire un terreno di sostanza organica consiste nel seminare specie erbacee tipo leguminose come favino, veccia, e sovesciare la coltura al momento della fioritura: si apporta in questo modo, oltre a un notevole quantitativo di sostanza organica al terreno che ne migliora la struttura, azoto disponibile per le viti non facilmente dilavabile dal sistema pianta/terreno.

Concimazione per impianti giovani
La pianta di vite appena messa a dimora (barbatella innestata o barbatella da innestare) non può contare sulle riserve accumulate l’anno precedente. È quindi necessario intervenire con la concimazione minerale (macro e microelementi) precocemente per favorire l’attecchimento e le prime fasi di crescita e, più volte, durante la stagione vegetativa per sostenerne la crescita e accelerare l’entrata in produzione delle piante, con l’obiettivo quindi di costituire rapidamente la struttura della pianta senza per questo rinunciare a una precoce produzione. Operando in questo modo già al secondo anno, piante innestate in campo possono raggiungere produzioni di circa 10-20 kg di uva per pianta. Di particolare importanza risultano essere anche le concimazioni tardive (agosto-settembre) che permettono alla pianta la costituzione di adeguate riserve utilizzabili per sostenere le fasi iniziali della crescita nella primavera successiva. Alla fine del primo anno le piante saranno così in grado di maturare un adeguato numero di gemme sia sul germoglio principale sia sui laterali, che nel caso di forma a tendone o a Y possono costituire le future branche. Anche durante il secondo anno occorrerà intervenire con concimazioni periodiche non solo per sostenere l’attività vegetativa, ma anche per sostenere la crescita e la maturazione degli acini, preparando così la pianta al periodo di piena produzione.

Concimazione di produzione
La concimazione ordinaria per i cicli di produzione deve, da un lato, garantire un adeguato livello di elementi minerali nella pianta, evitando carenze o eccessi, e dall’altro mantenere i livelli adeguati di fertilità chimica e biologica del suolo attraverso una corretta gestione della quantità di sostanza organica. Si tratta quindi di compilare un bilancio nutrizionale basato sulla stima delle asportazioni da parte della pianta, del riciclo, attraverso la mineralizzazione, degli elementi minerali contenuti nel materiale asportato con le potature (estive e invernali), del consumo di sostanza organica del suolo per mineralizzazione e dell’apporto di elementi minerali con le acque d’irrigazione. Per quanto riguarda la stima della quantità di elementi minerali asportati normalmente, si prendono in considerazione gli organi annuali ed epigei della pianta (grappoli e germogli), mentre si suppone che le variazioni inter-annuali degli altri organi legnosi (tronco, radici) siano praticamente trascurabili. In una sperimentazione con Sugraone innestata su 1103 Paulsen, mediamente alla raccolta, il peso del grappolo rappresentava circa il 70% del peso dell’intero tralcio, per cui per ogni tonnellata di grappoli si producevano circa 700 kg di foglie e tralci. Quindi per ogni tonnellata di frutta si aveva un fabbisogno di circa 4 kg di N, 1 kg di P2O5, 4 kg di K2O, 5 kg di CaO, 1 kg di MgO, 16 g di Fe, 18 g di Mn e 5 g di Zn. Merita di essere maggiormente approfondito il riciclo di elementi minerali contenuti nei residui colturali della pianta. Alcuni autori hanno indicato un consumo medio annuo di sostanza organica, per il processo di mineralizzazione, pari a circa il 3% all’anno. Per ridurre i fenomeni di stanchezza o in generale per evitare una significativa riduzione della fertilità agronomica dei suoli è necessario intervenire per reintegrare o aumentare il livello di sostanza organica del suolo. Le foglie senescenti, il materiale fresco rimosso dalla pianta con le potature estive e i sarmenti della potatura invernale trinciati e interrati rappresentano una fonte economica di sostanza organica e secondariamente anche di elementi minerali. In un vigneto del Metapontino di Sugraone le quantità di foglie senescenti ammontavano a circa 4 t/ha, il materiale di potatura verde a circa 1,5 t/ha e il materiale di potatura secca ammontava a circa 5 t/ha. Queste quantità se da un lato potrebbero controbilanciare le perdite annuali di sostanza organica dovute al processo di mineralizzazione o comunque contribuire a ridurne il fabbisogno annuale, dall’altro asportano, almeno temporaneamente, un quantitativo di elementi minerali pari a circa 51 kg/ha di azoto, 10 kg/ha di anidride fosforica (P2O5), 27 kg/ha di ossido di potassio (K2O), 108 kg/ha di ossido di calcio (CaO) e 14 kg/ha di ossido di magnesio (MgO). Le acque di irrigazione possono essere un’ulteriore fonte di elementi minerali importante per l’uva da tavola. Infatti, anche acque di buona o di ottima qualità per l’irrigazione possono contenere concentrazioni di azoto, potassio, calcio, magnesio, zolfo, cloro e sodio tali da contribuire in maniera significativa o, per i microelementi, da soddisfare completamente le esigenze annuali della pianta. Per esempio, nelle acque irrigue utilizzate in Basilicata il contenuto in azoto nitrico e in potassio è di circa 10-20 mg/l, mentre per calcio, magnesio, sodio e cloro le concentrazioni variano tra 20 e 150 mg/l che corrispondono, supponendo un volume irriguo stagionale di 2000 m3/ha, rispettivamente a 20-40 kg/ ha e 40-300 kg/ha. In definitiva con la concimazione di produzione si dovrebbe: – a fine inverno intervenire con concimi organici (compost o letame) per ripristinare il livello iniziale di sostanza organica del suolo; – durante la stagione vegetativa, in funzione del livello produttivo dell’anno precedente e della gestione del materiale di potatura invernale (allontanamento o riciclo interno), si dovrebbero ripristinare gli elementi allontanati definitivamente dal vigneto; a fine estate-inizio autunno, un ulteriore intervento dovrebbe ripristinare le riserve interne alla pianta.

Modalità di somministrazione dei fertilizzanti

Distribuzione al suolo
Tradizionalmente gli elementi nutritivi vengono forniti alla pianta attraverso il terreno con varie modalità: su tutta la superficie o localizzati con distribuzione superficiale o interrati. La scelta può dipendere da diversi fattori legati alla praticità di esecuzione dell’operazione, alle tecniche colturali in atto e al tipo di concime utilizzato. La distribuzione tradizionale del fertilizzante al terreno è normalmente applicato sia in pre-impianto per incrementare le dotazioni di fondo in elementi minerali o in sostanza organica del suolo, sia nelle fasi di produzione per l’apporto di concimi organici, organo-minerali o minerali durante il periodo autunno-invernale.

Concimazione fogliare
Le foglie, insieme ad altri organi epigei della pianta (frutti e fusto), hanno la capacità di assorbire semplici molecole minerali o organiche in forma gassosa o irrorate sulla loro superficie in soluzione acquosa o in sospensione. Rispetto alla distribuzione al suolo la concimazione fogliare ha il vantaggio di fornire i nutrienti direttamente alle foglie e ai frutti, evitando l’interazione con la matrice colloidale del suolo o i rischi di dilavamento superficiale e/o profondo. D’altra parte, però, almeno per i macroelementi, non è possibile apportare dosi tali da soddisfare l’esigenza annuale della pianta; infatti, al di sopra di una certa concentrazione la soluzione nutritiva può risultare fitotossica, ma può essere efficace per superare una temporanea carenza. Per i microelementi (B, Zn, e Fe in particolare), invece, la concimazione fogliare pone meno rischi e risulta più vantaggiosa rispetto ad altre modalità di somministrazione. In genere è utile ricorrere alla concimazione fogliare in condizioni climatiche (per esempio basse temperature), pedologiche (elevate concentrazioni di calcare e di pH sub-alcalino o alcalino del suolo), agronomiche (ristagno idrico o scarsa disponibilità idrica) e fisiologiche che limitano l’assorbimento radicale, per superare condizioni temporanee di carenza di uno o più elementi essenziali, per migliorare la qualità dei frutti (per esempio aumentare la concentrazione di calcio nei frutti), per incrementare le riserve di nutrienti intervenendo poco prima della caduta delle foglie e per regolare la disponibilità di microelementi (per esempio Ca, B, Zn, Fe e Mg). Le foglie di vite hanno in genere caratteristiche anatomiche favorevoli all’assorbimento di elementi minerali avendo, nella pagina superiore, un ridotto spessore cuticolare e una buona microrugosità e un’abbondante presenza di tricomi e densità stomatica nella pagina inferiore. La vite, come è noto, presenta una capacità di scambio cationica fogliare tra le più elevate. L’assorbimento fogliare è anche positivamente influenzato da un’elevata umidità dell’aria che riduce le proprietà idrofobiche della cuticola, migliorando l’assorbimento dei composti ionici, e ritarda l’evaporazione della soluzione irrorata, dalla luce che favorisce l’apertura stomatica, la permeabilità della membrana delle cellule di guardia e, aumentando la temperatura della lamina, favorisce la fluidità delle cere della cuticola migliorando il movimento dei composti apolari. In genere, a pH superiore a 3 la penetrazione dei cationi (K+, Ca2+ e Mg2+ ecc.) è maggiore rispetto agli anioni (per esempio PO43–). La permeabilità all’urea è 10-20 volte superiore di quella di altri ioni inorganici. Proprio per questo motivo l’aggiunta di urea alla soluzione viene utilizzata per facilitare anche la penetrazione di altri composti quali P, Mn, S, Mg e Fe. Nella viticoltura da tavola la concimazione fogliare è ormai normale strumento di programmazione e di realizzazione della fertilizzazione del vigneto, soprattutto quando si punta a produzioni di elevata qualità. Ogni agricoltore deve anche tener presente che la risposta positiva alla concimazione fogliare si ha soprattutto quando il nutriente apportato costituisce un fattore limitante per la crescita vegeto-produttiva della vite (per esempio somministrazione di ferro in situazioni di clorosi ferrica). In caso contrario, ovvero quando si apportano elementi non limitanti, è possibile che si favoriscano squilibri nutrizionali nella pianta (come nel caso di abbondanti apporti di potassio che possono portare al disseccamento del rachide) e si riduce così il vantaggio economico dell’impresa.

Distribuzione attraverso l’irrigazione (fertirrigazione)
La fertirrigazione è una tecnica che consiste nella somministrazione di concimi minerali solubili tramite l’impianto irriguo; un fertirrigatore preleva la soluzione madre concentrata e la diluisce mandandola nell’impianto d’irrigazione. Fertirrigare, comunque, non significa semplicemente aggiungere fertilizzanti all’acqua irrigua, ma rappresenta un efficace sistema per aumentare le rese e la qualità delle produzioni, ottimizzare e razionalizzare la distribuzione dei concimi con lo scopo di diminuirne le dosi, ridurre i costi di produzione e contenere l’inquinamento ambientale. La fertirrigazione rappresenta una valida alternativa alla concimazione minerale tradizionale del vigneto, basato su di una concimazione di fondo e pochi interventi durante il ciclo annuale. Nei sistemi di fertirrigazione spesso accade che, nella gestione, si pone attenzione soltanto a monte del sistema, controllando la composizione minerale, il pH e la conducibilità elettrica (EC) della soluzione finale in entrata, ma si trascura cosa accade nel terreno a livello radicale. Per essere sicuri di avere somministrato correttamente il concime e che l’elemento nutritivo abbia raggiunto la radice e sia stato assorbito, bisogna ricorrere ai lisimetri a suzione, dal costo contenuto, che consentono di monitorare, oltre al bulbo di umidità in corrispondenza del gocciolatore, anche la composizione chimica della soluzione a livello radicale. In Italia il viticoltore non ha maturato la giusta sensibilità verso questi aspetti di fondamentale importanza nell’ottimizzazione del sistema irriguo a differenza di quanto avviene negli altri Paesi produttori di uva da tavola come Australia, Sudafrica, Cile, dove i viticoltori sono impegnati da tempo per ottimizzare la nutrizione idrica e minerale del vigneto. Tale pratica, inoltre, offre una grande flessibilità nel rifornimento dei fertilizzanti: per esempio si possono fornire piccole dosi di concimi a intervalli regolari, così da far incontrare la domanda di minerali con la relativa disponibilità. Evidentemente per raggiungere questi scopi occorrono un preciso uso dell’irrigazione e una buona conoscenza delle esigenze delle piante e della disponibilità di nutrienti del suolo. Da un punto di vista tecnico, per aumentare l’efficienza della fertirrigazione, è opportuno: – avere una soluzione da distribuire sub-acida (pH di circa 5,5-6,5), eventualmente correggendo il pH con acido fosforico (75-80%) o preferibilmente con acido nitrico (60%), soprattutto nel caso di acque con durezza superiore a 20-30 gradi francesi (°F, pari a 200-300 mg/l di carbonato di calcio; 1°F corrisponde a 10 mg/l). L’acido può essere aggiunto nella linea di distribuzione o facendolo aspirare direttamente da una pompa dosatrice del fertirrigatore o acidificando direttamente la soluzione nutritiva madre. L’operatore deve porre la massima attenzione nella manipolazione dell’acido sia per la loro tossicità sia per la capacità di corrosione: va sempre aggiunto l’acido all’acqua e mai viceversa. Bisogna considerare inoltre che acidificando con acido nitrico si effettua contemporaneamente una concimazione azotata. Un pH ottimale di 5,5-6,5 è il presupposto per un efficiente ed economico assorbimento di nutrienti delle radici. L’energia risparmiata dalla pianta nell’assorbimento di elementi dal suolo può quindi essere utilizzata per sostenere la crescita vegetoproduttiva. Inoltre, la correzione del pH serve anche a prevenire incrostazioni (calcare) agli impianti irrigui; – non superare la salinità, espressa generalmente come valore della conducibilità elettrica (ECa, espressa in dS/m o mS/cm), tollerata dalla coltura. Indicativamente, la vite è specie sensibile alla salinità dell’acqua irrigua tollerando valori di ECa inferiori a 1 mS/cm, oltre tale valore e fino a 2,7 mS/cm si ha una perdita produttiva del 25% circa. Oltre i 2,7 mS/cm si hanno problemi severi di tossicità. La ECa è usata per ottenere una stima dei sali totali dissolti (STD) nell’acqua, mediante la formula STD (mg/l) = 640 × ECa (mS/cm); – programmare l’immissione del fertilizzante nella parte centrale dell’intervento irriguo in modo da mantenere il fertilizzante nella zona centrale della parte umettata. Infatti, se l’immissione del fertilizzante avviene all’inizio dell’intervento irriguo gli elementi minerali vengono trasportati verso la periferia della zona bagnata, se invece vengono immessi alla fine rimangono nella zona più superficiale. In entrambi i casi si possono determinare condizioni locali di eccessiva salinità con grave danno alle radici. I concimi idrosolubili (comprendenti anche i microelementi da chelati) sono quelli normalmente utilizzati nelle applicazioni di pieno campo. Per i concimi idrosolubili esiste un’ampia gamma di prodotti commerciali diversi per caratteristiche e prezzo. In fase di scelta, gli aspetti da considerare sono: il titolo (contenuto percentuale di elementi fertilizzanti); la solubilità e la presenza di residui insolubili; le forme di azoto (ureico, nitrico e ammoniacale); il titolo in cloro (cloruro) e sodio (solo per il primo la legge prevede la dicitura “con basso titolo in cloro”); la tipologia. Tra le tipologie di fertirrigatore il più semplice ed economico è il tubo Venturi che non richiede energia elettrica per il suo funzionamento, ha un costo molto contenuto, ma è poco preciso nella diluizione. Le pompe dosatrici meccaniche con controllo volumetrico funzionano pure senza corrente elettrica, s’installano sulla rete idrica e usano la pressione dell’acqua come forza motrice: impostando la percentuale di aspirazione preleva la soluzione nutritiva madre e la inietta nella linea di distribuzione dell’impianto. Esistono comunque sistemi tecnologicamente più avanzati (pompe dosatrici elettriche a membrana, centralina di fertirrigazione e climatica) dal costo notevolmente maggiore che consentono però di controllare il pH e la EC sia dell’acqua sia della soluzione nutritiva finale.

Correzione dei terreni a elevato pH
Negli areali destinati alla coltivazione delle uve da tavola, spesso, si riscontra la presenza di terreni clorosanti. Avviene questo, per esempio, nella Spagna meridionale (Albarize del Jerez in Andalusia) così come in alcune zone dell’Italia meridionale (Puglia e Sicilia). Tali situazioni si ritrovano anche in zone caratterizzate da una spiccata precocità di maturazione e quindi molto interessanti per le potenzialità di mercato delle produzioni. In presenza di tali caratteristiche pedologiche è necessario intervenire per la correzione del pH e permettere una disponibilità adeguata dei nutrienti minerali. Nella coltivazione delle uve da tavola i mezzi tradizionalmente utilizzati nella correzione del pH come l’acido solforico e l’acido citrico, per la loro pericolosità, sono stati sostituiti o con la somministrazione di chelati di ferro per via radicale, oppure, più recentemente, con formulazioni liquide a base di tiosolfati di azoto e di potassio. Per esempio, nell’uso del tiosolfato d’ammonio ((NH4)2 S2O3) è possibile intervenire contemporaneamente per la riduzione del ferro e per la somministrazione di azoto. Tali composti agiscono anche nella regolazione del rilascio di azoto poiché intervenendo sull’inibizione delle ureasi ed enzimi della nitrificazione, riducono il passaggio a ione nitrico e diminuiscono, così, le perdite di azoto per dilavamento. Inoltre, il rilascio di zolfo dei tiosolfati può migliorare le condizioni nutritive di vigneti posti in terreni particolarmente difficili dal punto di vista del pH e della salinità da sodio. Prove condotte su Victoria, nella zona costiera della provincia di Taranto, hanno permesso di ottenere positivi risultati produttivi intervenendo, in condizioni di forte alterazione dei parametri di salinità (conducibilità delle acque di irrigazione di circa 3,6 dS/m e del terreno fino a 4 dS/m), con azoto ureico integrato da una quota, non inferiore al 40%, di azoto acidificato.


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