Volume: il carciofo

Sezione: coltivazione

Capitolo: concimazione

Autori: Alberto Graifenberg, Giovanni Mauromicale

Concimazione, epoca di somministrazione, dosi, produzione, qualità dei capolini

La pianta di carciofo presenta ritmi di accrescimento intensi nell’arco del ciclo colturale, eccezione fatta per una più o meno breve stasi vegetativa durante il periodo gennaio-febbraio. Nelle aree dove le temperature invernali diurne non scendono al di sotto della soglia termica cardinale del carciofo, che è 8-9°C, i ritmi di accrescimento sono, invece, pressoché costanti, registrando punte di particolare intensità nei mesi autunnali (varietà autunnali) e tra febbraio e aprile (varietà primaverili). Per poter sostenere questi ritmi di accrescimento e raggiungere un buon livello produttivo, sia sotto l’aspetto quantitativo sia qualitativo, è necessaria, pertanto, un’idonea concimazione, opportunamente integrata dall’irrigazione. Un’insufficiente disponibilità di elementi nutritivi può causare, infatti, una riduzione dell’accrescimento e una produzione di capolini piccoli, con brattee divergenti e stelo fiorale corto ed esile. Un corretto programma di concimazione deve, ovviamente, assecondare i ritmi di asportazione degli elementi nutritivi della coltura e tenere conto delle caratteristiche del terreno, della sua dotazione in elementi fertilizzanti e sostanza organica, nonché delle condizioni meteoriche. Inoltre, è necessario tenere presente la precessione colturale e l’eventuale interramento dei residui colturali.

Concimazione organica

L’impiego di concimi organici, quando sono disponibili, è sempre consigliabile, in dosi variabili a seconda della natura del terreno e della dotazione in sostanza organica (S.O.). Per un buon letame maturo le dosi orientative possono oscillare tra 30 e 40 t/ha. La concimazione organica assume un ruolo preminente allorquando si utilizzano, nei terreni argillosi, acque irrigue a elevata conducibilità elettrica e ricche di sodio. In questo caso la somministrazione di letame, così come il sovescio di leguminose o l’interramento di residui vegetali, migliora la struttura e il pH, e consolida l’azione favorevole di eventuali correttivi inorganici, quali gesso, zolfo e carbonato di calcio, che hanno lo scopo di sostituire il sodio con il calcio nei siti di scambio ionico dei sistemi colloidali del terreno. In ogni caso, il concime organico va accuratamente distribuito in modo omogeneo sulla superficie del terreno e interrato uniformemente con le lavorazioni preparatorie.

Concimazione fosfatica e potassica

La concimazione fosfatica e potassica, nonostante i risultati delle ricerche sull’argomento non siano sempre concordi, influenza particolarmente la precocità e migliora le caratteristiche di qualità dei capolini, soprattutto nei terreni carenti di questi elementi nutritivi. Sulla base dei risultati dell’analisi del terreno e avendo come riferimento un contenuto normale di P2O5 e K2O, possiamo riscontrare 3 casi: – dotazione normale di questi due elementi: sono sufficienti apporti di concime miranti a mantenere il livello di fertilità nel terreno (quota di mantenimento) e perciò uguali alla quantità di elemento asportato dalla coltura per il potassio e fino a una maggiorazione del 50% nel caso del fosforo, in considerazione dei processi di immobilizzazione cui questo elemento va incontro nel terreno; – dotazione elevata: per il potassio è consigliabile una dose pari al 50-70% di quella asportata, mentre, per il fosforo gli apporti possono essere aumentati fino al 90% delle asportazioni; – dotazione insufficiente: la concimazione di mantenimento (uguale all’asportazione della coltura) va opportunamente maggiorata per reintegrare anche la dotazione nutritiva del terreno. Le maggiorazioni possono raggiungere il 200% delle asportazioni nel caso del fosforo e il 120-130% nel caso di quelle del potassio. Il fosforo e il potassio vanno somministrati opportunamente interrati prima dell’impianto o della riattivazione estiva della carciofaia. Soprattutto nei terreni ricchi di calcare attivo e con pH superiore a 7, a causa dei processi di immobilizzazione cui va incontro, il fosforo va somministrato in quantità sensibilmente più elevata rispetto alle asportazioni. Ciò anche per prevenire i noti fenomeni di annerimento dell’apice delle brattee del capolino, con il nome di black tip. In una normale carciofaia e su un terreno tendenzialmente calcareo è consigliabile apportare fino a 8 quintali di perfosfato minerale (18-21% di P2O5) in un’unica somministrazione o frazionato in un paio di volte, curando in particolar modo il suo immediato interramento. Nei terreni acidi è invece consigliabile l’interramento delle scorie di defosforazione o scorie di Thomas (12-20% di P2O5), in quanto possiedono una reazione alcalina. Il potassio è un elemento in genere ben presente nei terreni coltivati a carciofo. Pertanto, l’uso dei concimi potassici si riduce al mantenimento di un buon livello della componente facilmente assimilabile dalla pianta. Quindi, 2-3 quintali di solfato di potassio, ugualmente interrato all’impianto o al risveglio della carciofaia poliennale, più 1-2 apporti in copertura (tra dicembre e febbraio dopo le piogge autunnali) con 1-1,5 quintali di nitrato di potassio possono garantire un buon risultato produttivo, compresa la ricercata colorazione violacea delle brattee esterne del capolino. Va tenuto anche presente che le massicce concimazioni con potassio potrebbero facilitare il dilavamento di altri elementi (calcio e magnesio) e quindi favorire alcune deficienze quali quelle di magnesio, per esempio. Il solfato di potassio (50-52% di K2O) è il concime potassico di maggior pregio. Infatti, l’apprezzabile presenza di zolfo (400 g/kg), la quasi completa assenza di cloro e il basso indice di salinità ne consigliano un impiego agevole e consono alla gran parte dei terreni coltivati a carciofo. Il cloruro di potassio (40-50% o 60-62% di K2O), per la presenza del cloro e l’elevato indice di salinità, è invece poco consigliabile, soprattutto quando si fa ricorso ad acque irrigue ricche di cloro e con alta conducibilità elettrica.

Concimazione azotata

La concimazione azotata risulta spesso un fattore decisivo per un ottimale accrescimento della pianta e, quindi, per il perseguimento di un buon risultato produttivo della coltura. L’azoto, infatti, è costituente fondamentale della materia vivente, entrando nella costituzione di proteine, lipidi complessi, nucleotidi e loro derivati (acidi nucleici, coenzimi, ATP), clorofilla ecc. Le piante reagiscono rapidamente alla concimazione azotata acquisendo un maggiore rigoglio vegetativo in conseguenza di un elevato ritmo di accrescimento e una colorazione fogliare più verde. L’eccessiva disponibilità di questo elemento nutritivo, tuttavia, ritarda l’ispessimento della parete cellulare, favorendo la formazione di tessuti teneri e acquosi, che sono maggiormente soggetti agli attacchi di funghi, batteri e insetti e ai danni determinati da condizioni meteorologiche sfavorevoli, quali siccità e abbassamenti termici. Al maggiore accrescimento vegetativo della pianta, indotto da un’abbondante concimazione azotata, spesso fa riscontro una diminuzione della precocità di produzione dei capolini e un ritardo nell’entrata in quiescenza della carciofaia a fine primavera-inizio estate. Questo elemento, a causa delle note perdite per dilavamento, provocate dalle irrigazioni e dalle piogge abbondanti, e per volatilizzazione sotto forma gassosa (che possono interessare in alcuni casi fino al 60-70% dell’azoto fornito), va somministrato in più riprese. I momenti più opportuni per le varietà autunnali di nuovo impianto a mezzo di ovoli coincidono con il dispiegamento della 6a-7a foglia (50 kg/ha di N), la differenziazione del capolino principale, che normalmente si ha tra la seconda metà di settembre e la prima decade di ottobre (60-70 kg/ha di N), la prima raccolta (60 kg/ha di N) e la fine delle basse temperature invernali (60-70 kg di N). Una quinta somministrazione con 50 kg/ha di azoto nitrico è consigliabile quando si vuole ottenere un’abbondante produzione di capolini per l’industria. In quest’ultimo caso, il concime va dato in corrispondenza della formazione dei primi capolini dai carducci (fine marzo-aprile) e supportato da alcune irrigazioni se il decorso stagionale è asciutto. Il concime azotato va scelto in funzione della tipologia del terreno e dell’andamento meteorico. In condizioni normali è consigliabile effettuare la seconda e la terza somministrazione di azoto impiegando, rispettivamente, nitrato di calcio (15,5% di N) e nitrato di potassio (13% di N). Nella prima somministrazione, oltre all’urea (46% di N), potrebbe essere utile impiegare il solfato ammonico (20-21% di N) per l’apporto di zolfo e per il suo potere acidificante, quanto mai opportuno quando si irriga con acqua salmastra. Il nitrato di ammonio (26-27% di N), soprattutto nei terreni calcarei, è bene interrarlo leggermente per evitare le perdite di ammoniaca per volatizzazione. Per le varietà primaverili, impiantate precocemente in luglio-agosto, le epoche e le quantità più opportune della concimazione con azoto sono: – al dispiegamento della 6a-7a foglia con 50 kg/ha di N; – alla differenziazione del capolino principale (prima metà di dicembre nelle regioni meridionali) con 70-80 kg/ha di N; – all’emergenza dei primi capolini dalla rosetta fogliare con 7080 kg/ha di N. Una quarta somministrazione di 50 kg/ha di N è consigliabile quando si vuole realizzare una buona produzione di carciofini per l’industria. Nelle carciofaie poliennali, la distribuzione di 3-4 q/ha di fosfato biammonico (18% di N e 46% di P2O5) al risveglio può assicurare una buona concimazione azotata e fosfatica di base in grado di assecondare la ripresa vegetativa delle piante. La somministrazione di azoto in copertura può essere effettuata seguendo gli schemi proposti in precedenza, a partire dal secondo intervento. Non sono consigliabili, comunque, apporti di azoto superiori a quelli asportati dalla coltura, che in linea di massima sono stimabili in circa 250 kg/ha di N. A confortare quanto ora asserito sono i risultati delle numerose ricerche sulla concimazione azotata del carciofo, i quali, nel loro complesso, hanno dimostrato che la produzione di capolini aumenta fino all’impiego della dose di 200-250 kg di N e che, al di sopra di questa, ulteriori aumenti di azoto sono inefficaci o negativi. La concimazione azotata non aumenta in misura significativa la concentrazione di N-NO3 sulle frazioni eduli del capolino, mentre ha un effetto inibitore sulla produzione di acidi caffeolchinici e flavonoidi dei tessuti delle piante, come accertato in ricerche condotte, rispettivamente, in Sicilia e in Germania.

Altri macroelementi (calcio, magnesio, zolfo e ferro)

Vengono indicati come macroelementi secondari poiché, generalmente, sono presenti nel terreno in quantità sufficiente a soddisfare le esigenze della coltura, per cui solo raramente è necessario intervenire con delle specifiche somministrazioni per aumentarne la disponibilità. Le asportazioni di questi elementi, seppure significative come nel caso del calcio (oltre 150 kg/ha) e dello zolfo (50 kg/ha), sono, infatti, normalmente reintegrate attraverso l’impiego di concimi quali perfosfati, solfato ammonico, solfato di potassio, nitrato di calcio ecc. che contengono macroelementi secondari e con le acque di irrigazione che, sovente, sono ricche di calcio e magnesio.

Concimi organo-minerali

Un tempo definiti misti organici, sono prodotti ottenuti per reazione o miscela di uno o più concimi organici con uno o più concimi minerali semplici oppure composti. Ricerche condotte in un’area cinaricola siciliana hanno messo in evidenza come la somministrazione, all’impianto della carciofaia e in copertura, dei concimi organo-minerali (contenenti N, P, K), in luogo di quelli minerali, abbia comportato un miglioramento sia della precocità di produzione sia del ritmo di emissione dei capolini durante l’intera stagione produttiva. La concimazione organo-minerale si è dimostrata in grado di ridurre gli effetti negativi della salinità sulla produzione di capolini, atteso che la sua efficacia è aumentata in seguito all’utilizzo di acqua irrigua con più elevata conducibilità elettrica (4,6 dS/m, invece di 1,6 dS/m).

Concimazione fogliare e fertirrigazione

La distribuzione dei concimi può essere effettuata anche per via fogliare o a mezzo di fertirrigazione. In entrambi i casi debbono essere utilizzati concimi perfettamente solubili. Pertanto, la scelta del prodotto deve essere particolarmente oculata, anche in considerazione del fatto che il mercato offre numerosi preparati, spesso decisamente costosi. L’impiego di concimi fogliari serve solo a correggere momentaneamente disfunzioni o carenze nutritive di microelementi e non ad alimentare sistematicamente le piante con macroelementi. In ogni caso, la correzione di eventuali deficienze di microelementi è bene effettuarla dopo aver analizzato il terreno e le foglie. A tal fine, è opportuno ricordare che l’eventuale integrazione fogliare ha un’efficacia solo momentanea e che per eliminare la carenza si deve intervenire con una correzione del terreno. Con la fertirrigazione si distribuiscono i concimi organici o minerali sciolti nell’acqua di irrigazione, aumentando notevolmente l’efficienza di entrambe le tecniche colturali. Negli ultimi anni, la diffusione della microirrigazione nella coltivazione del carciofo ha favorito l’interesse degli agricoltori verso questa tecnica. Un limite all’adozione delle fertirrigazioni nel carciofo è rappresentato dalla difficoltà di intervenire nei periodi invernali piovosi. La fertirrigazione, invece, è facilmente realizzabile durante i periodi estivi siccitosi nelle carciofaie risvegliate precocemente con l’irrigazione. Va visto anche con interesse il suo utilizzo in coltura biologica, dove il controllo delle piante infestanti a mezzo pacciamatura con film plastico non consente la distribuzione tradizionale dei concimi.

Concimazione nelle varietà propagate per “seme”

Può essere gestita in sintonia con i criteri esposti per le varietà a propagazione vegetativa. Tuttavia, in considerazione del fatto che lo sviluppo e la produzione individuale delle piante da “seme”, soprattutto se ibridi F1, sono superiori di un buon 20% rispetto a quelli delle piante delle varietà propagate per via vegetativa, sarebbe opportuno, in via indicativa, aumentare, con pari percentuale, le dosi degli elementi fertilizzanti somministrati. Lo schema di concimazione consigliato potrebbe essere simile a quello proposto per le varietà autunnali tradizionali, nel caso in cui le piante da “seme” vengano trattate con AG3 per ottenere una produzione alla fine dell’autunno, e a quello ipotizzato per le varietà primaverili tradizionali, nel caso che le piante da “seme” non siano trattate con AG3. In ogni caso, è consigliabile effettuare la prima somministrazione di azoto, sotto forma di solfato ammonico, in corrispondenza dell’impianto (prima della semina o del trapianto delle plantule), atteso che la pianta proveniente da “seme” sviluppa subito e più velocemente il proprio apparato radicale.

Elementi nutritivi, asportazioni e carenze

L’esecuzione di una razionale concimazione richiede la conoscenza delle asportazioni degli elementi nutritivi, delle quantità degli stessi già presenti nel terreno e che verranno disponibili durante la coltura e infine, se possibile, anche dei risultati di prove sperimentali di concimazione nello stesso ambiente pedoclimatico. Per quanto riguarda le asportazioni, ossia le quantità di elementi nutritivi prelevati dalle piante dal terreno durante la coltura, esse saranno tanto maggiori quanto più elevata sarà la biomassa secca prodotta dalle piante per unità di superficie. La sostanza secca può oscillare in generale dal 4 al 20% della biomassa fresca in relazione alla specie e agli organi della pianta. La sostanza secca è costituita soprattutto da C (carbonio), O (ossigeno) e H (idrogeno) rispettivamente per circa il 45, 40 e 5%, che la pianta elabora attraverso la fotosintesi, assumendo il C e l’O dall’anidride carbonica e l’H dall’acqua, mentre la restante parte, quindi circa il 10%, è formata dai macro e microelementi nutritivi che la pianta asporta dal terreno.

Macroelementi

Azoto (N). L’azoto minerale presente nel terreno è prevalentemente in forma nitrica (NO3–), in quanto quella ammoniacale (NH4+), a una temperatura normale, viene rapidamente trasformata in nitrica. Una buona dotazione di N minerale è di 80-100 ppm (80-100 mg/kg di terreno essiccato all’aria). Nella sostanza secca delle piante, l’N può oscillare, in relazione alla specie e all’organo, mediamente da 1,5 a 3,5%. Esso è costituente di composti di base, come le proteine.

Fosforo (P). Il fosforo viene assorbito dalle piante principalmente come fosfato monovalente (H2PO4–) e anche, ma meno rapidamente, come fosfato bivalente (HPO42–). Il pH del terreno regola l’abbondanza di queste due forme, prevalendo H2PO4– sotto pH 7 e HPO42– al di sopra. Gran parte del fosforo, presente nel terreno, risulta insolubilizzato, se il pH non è compreso tra 6 e 7; una buona dotazione è di circa 30-40 ppm. Data la scarsa mobilità del fosforo nel terreno, il suo assorbimento da parte delle piante dipende anche dallo sviluppo dell’apparato radicale. La percentuale di P2O5 nella sostanza secca delle piante risulta mediamente di 0,7-1,7% e quindi più bassa di quella dell’N. Nelle piante il fosforo, essendo componente dell’ATP (AdenosinTriPhosphate), gioca un ruolo rilevante sulla trasmissione dell’energia e quindi è indispensabile nel processo fotosintetico e in altri processi metabolici.

Potassio (K). Dopo l’azoto e il fosforo, di solito, l’elemento di cui i terreni sono maggiormente carenti è il potassio, anche se, essendo meno dilavabile dell’azoto soprattutto nei suoli limoargillosi e apportandone, in generale, con la concimazione una quantità superiore a quella asportata, i terreni lungamente coltivati e concimati ne sono abbastanza ricchi. Esso viene assorbito dalle piante come K+. Una buona dotazione del terreno si aggira su 150-200 ppm. Il contenuto di K2O nella sostanza secca dei tessuti della pianta in generale può variare dal 2 al 5,5%. Il potassio nella pianta gioca un ruolo rilevante su flusso e regolazione dell’acqua nei tessuti, avendo una notevole influenza, come elemento osmotico, sull’apertura e chiusura degli stomi. Come l’azoto e il fosforo, anche il potassio viene facilmente ridistribuito dagli organi maturi verso quelli più giovani, per cui, anche in questo caso i sintomi compaiono prima di tutto sulle foglie più vecchie e su quelle posizionate in basso.

Calcio (Ca). È un elemento in generale fortemente presente nei terreni agrari italiani soprattutto nel Centro Sud. Il calcio viene assorbito dalla pianta come Ca++. Nei terreni raggiunge valori anche di 1000-1600 ppm. Valori alti comunque sono utili, soprattutto, se nell’acqua di irrigazione è contenuto il sodio, elemento che risulta antagonista del calcio per l’assorbimento. Il contenuto in CaO nei tessuti della pianta può variare da 0,6 a 5,5% sulla s.s. Il calcio è un componente essenziale delle pareti cellulari e quindi responsabile della stabilità dei tessuti. Occorre dire che sintomi di carenza di questo elemento possono essere presenti anche se il contenuto nel terreno è a livelli normali. La causa di questo disordine nutrizionale è un assorbimento limitato, per esempio per l’antagonismo con il sodio, o una irregolare distribuzione in seno alla pianta negli organi che hanno un basso livello di traspirazione, in quanto il calcio viene trasportato quasi completamente nello xilema e quindi con il flusso traspiratorio, e non ha luogo una sua ridistribuzione nel floema

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Magnesio (Mg). Questo elemento, generalmente presente in misura sufficiente nei terreni italiani, può risultare carente nei terreni sabbiosi in zone particolarmente piovose. Si può verificare carenza di magnesio anche in terreni molto ricchi di potassio per fenomeni di antagonismo di assorbimento con questo elemento. Nei terreni, buoni valori sono di 40-50 ppm. Dalle piante viene assunto come Mg2+ ed è presente nella sostanza secca in percentuali medie di 0,7-1,2%. Il magnesio gioca un ruolo rilevante sulla fotosintesi, essendo componente della molecola della clorofilla, sulla sintesi delle proteine e sulla distribuzione degli assimilati nei tessuti delle piante.

Zolfo (S). In generale è difficile che questo elemento sia carente nei terreni agrari. Dalle piante è assorbito come SO42– ed è contenuto nella sostanza secca in percentuali medie di 0,15-0,40%. Occorre comunque sottolineare che la forma SO42– è libera e quindi, come l’NO3–, facilmente dilavabile, per cui un’eventuale carenza si può avere soprattutto nei terreni sabbiosi, in zone caratterizzate da forte piovosità. Lo zolfo, nella sua forma elementare, non viene assorbito dalle piante ma deve essere dapprima trasformato dai tiobatteri in SO42–: ciò avviene lentamente se la temperatura del suolo è inferiore ai 10 °C. Nella pianta è componente delle proteine contenenti amminoacidi solforati come cistina e metionina, di enzimi e di vitamine (Vit. B1 o tiamina).

Microelementi

Ferro (Fe). È presente nel terreno nella forma ionica trivalente o cosiddetta ossidata (Fe+++) e in quella bivalente o ridotta (Fe++). Quest’ultima è maggiormente e più rapidamente assorbita dalle piante. Dotazioni ottimali si aggirano, in relazione al tipo di terreno, tra 3 e 6 ppm. Nelle piante è presente in molti enzimi ed è fondamentale per la sintesi della clorofilla. Nella sostanza secca raggiunge mediamente valori di 200-800 ppm.

Rame (Cu). È un microelemento presente nel terreno nella forma monovalente ridotta (Cu+) e nella forma bivalente (Cu++), maggiormente assorbibile dalle piante; dotazioni ottimali si collocano tra 4 e 7 ppm in relazione al tipo di terreno, con i valori maggiori richiesti nei terreni ricchi di humus dove in parte viene fissato. Nelle piante è presente negli enzimi che determinano le ossidasi, che a loro volta sono coinvolte nel metabolismo dell’azoto. Nella sostanza secca i valori più frequenti sono tra 10 e 50 ppm.

Boro (B). È presente nel terreno sotto forma libera di acido borico (H3BO3), rapidamente e passivamente assorbito dalle piante, e di ione borato (H4BO4–), asportato in minore quantità. Dotazioni ottimali si aggirano su 0,8-1,2 ppm, con i valori maggiori nei terreni argillosi e ricchi di humus. Il boro nelle piante svolge il ruolo importante di attivatore e disattivatore degli ormoni della crescita. Stimola anche il trasporto degli zuccheri. Nella sostanza secca delle piante è presente con valori da 15 a 100 ppm.

Molibdeno (Mo). È presente nel terreno in forma libera e assorbibile dalle piante come MoO4-- e nelle analisi del terreno viene riferito come molibdeno disponibile; giuste dotazioni si aggirano tra 0,2 e 0,4 ppm. Il molibdeno è componente sia degli enzimi, che trasformano i nitrati nelle cellule (in particolare la nitratoriduttasi ), quindi alla base della formazione degli amminoacidi, sia di quelli che favoriscono nelle leguminose l’azotofissazione. Nella sostanza secca delle piante è presente da 0,2 a 10 ppm. I sintomi di carenza compaiono sulle foglie più vecchie che risultano ispessite con macchie gialle ai margini. Talvolta si ha anche malformazioni delle foglie che assumono un aspetto ovoidale a cucchiaio.

Manganese (Mn). È presente in generale nei terreni in quantità notevolmente superiori al fabbisogno delle piante; può, comunque, non essere disponibile per l’assorbimento nella forma libera e assorbibile dalle piante come Mn2+ a causa del pH troppo elevato del terreno o per l’eccessiva presenza di calcio, elemento antagonista per l’assorbimento. Dotazioni normali si situano tra 2 e 4 ppm. Il manganese è componente di enzimi che attivano il processo di distensione cellulare e di quelli che stimolano la fotosintesi e la sintesi proteica. Nella sostanza secca delle piante è presente da 120 a 1350 ppm.

Zinco (Zn). I terreni, in generale, raramente soffrono della carenza di questo microelemento, la cui forma libera e assorbibile dalle piante è Zn2+ . Dotazioni normali sono tra 1 e 4 ppm. Come metallo pesante dosi superiori a 7 ppm nei terreni sabbiosi possono essere già fitotossiche per certe piante. Lo zinco è presente nella sostanza secca delle piante da 20 a 120 ppm. Esso influisce su diversi processi, come il metabolismo dell’azoto, l’assorbimento del fosforo e la formazione delle auxine.

Asportazioni

Il carciofo è una pianta caratterizzata da una parte ipogea, detta anche ceppaia, costituita da un robusto apparato radicale sul cui colletto si differenziano le gemme che danno origine ai germogli, detti carducci. Di questi, nel carciofo Romanesco (tardivo) ne viene lasciato in generale uno solo, mentre nel carciofo precoce si arriva anche a tre. Gli altri vengono eliminati mediante la cosiddetta scarducciatura. Nel caso della ricerca condotta sulla cultivar Grato 1 sono stati raccolti i capolini con uno stelo di 4-5 cm privo di foglie, mentre in quella sulla cultivar Locale di Mola, i capolini venivano tagliati con una parte rilevante di stelo provvisto anche di foglie. Sia il carciofo precoce (cultivar Locale di Mola) sia quello tardivo di tipo Romanesco (cultivar Grato 1) producono, ad analoga densità di impianto di circa 7000 pt/ha, una notevole quantità di biomassa fresca e secca, maggiore nel secondo rispetto al primo, nonostante il peso fresco dei capolini sia solo parzialmente diverso e quello secco identico. La maggior parte della biomassa è costituita, in entrambe le cultivar, dallo stelo principale con foglie. La biomassa fresca dei capolini rappresenta solo circa il 12-14% dell’intera biomassa prodotta dalla pianta. Il carciofo è caratterizzato quindi da un harvest index veramente basso. Nel carciofo tardivo si possono individuare 2 periodi di massimo accrescimento: il primo nel periodo di risveglio vegetativo, a fine estate, con lo sviluppo dei carducci, il secondo a fine inverno con la crescita dello stelo fiorale e l’inizio della formazione del capolino principale. Il secondo rappresenta il periodo di massima produzione di biomassa fresca e secca. Nel carciofo precoce, invece, il periodo di massima formazione di sostanza fresca e secca nell’agro di Mola di Bari, in Puglia, si verifica all’inizio dell’inverno con la crescita dei fusti principali e la contemporanea emissione dei capolini. In relazione alle asportazioni, il carciofo è una pianta che assorbe una grande quantità di elementi nutritivi, in particolare modo K2O ed N, e questi elementi si trovano soprattutto nella parte epigea e, principalmente, nello stelo fiorale fornito di foglie, essendo questa la parte della pianta con produzione maggiore di sostanza fresca e secca. Passando ad analizzare il ritmo di assorbimento dei diversi nutrienti, si può rilevare come essi seguano l’andamento della produzione della biomassa fresca e secca e quindi il picco di maggior assorbimento si verifica con lo sviluppo dello stelo fiorale e la formazione del capolino principale, che per il carciofo Romanesco classico si ha verso la seconda metà di marzo. In questo periodo viene asportato circa un terzo del totale degli elementi assorbiti nell’arco dell’intero ciclo colturale. Le concentrazioni maggiori di N, P2O5 e K2O si verificano nei carducci e nei capolini, mentre quelle di CaO e MgO nello stelo fornito di foglie. La percentuale di N, P2O5 e K2O tende a ridursi verso la fine del ciclo colturale, mentre aumenta quella del CaO e rimane costante la concentrazione di MgO.

 


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