Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: coltivazione protetta

Autori: Donato Antonacci

Introduzione

L’esigenza di ampliare il calendario di offerta dell’uva da tavola, integrando la differenziazione ottenuta mediante l’attività di selezione e di miglioramento genetico mirata all’ottenimento di produzioni più precoci o più tardive, ha portato alla proposizione di tecniche agronomiche in grado di far anticipare l’epoca di maturazione e quindi di raccolta o, al contrario, di far posticipare quest’ultima. Le tecniche di coltivazione protetta dell’uva da tavola, sotto rete e/o sotto telo plastico, studiate e messe a punto negli ultimi 3 decenni in Italia, hanno consentito di produrre uva di migliore qualità e di mantenere l’offerta al mercato per un periodo più lungo, diffondendosi progressivamente in molti Paesi produttori di uva da tavola. Utilizzando modeste modifiche strutturali della forma di allevamento più diffusa per l’uva da tavola, la pergola a tetto orizzontale a doppio impalco, nota come tendone sistema Puglia, è stato possibile rendere suscettibile di forzatura sotto protezione plastica il vigneto tradizionale, modificando su ciascun filare la struttura superiore della pergola da tetto piano a tetto a doppia falda spiovente. Superiormente al palco piano ospitante la vegetazione, su ciascun filare, si realizza un tetto a due falde spioventi, sul quale apporre i manufatti protettivi, teli o reti, di materiale plastico. Questa costituisce attualmente la forma di allevamento utilizzata in maniera quasi esclusiva nella coltivazione dell’uva da tavola in Italia. Le tecniche agronomiche in grado di far anticipare l’epoca di maturazione e quindi di raccolta o, al contrario, di far posticipare quest’ultima prolungando il periodo di presenza dell’uva sulla vite si basano quindi sull’utilizzazione di teli plastici per la delimitazione dell’ambiente di coltivazione della vite, per ciascun appezzamento del vigneto di uva da tavola. La sempre maggiore richiesta di qualità estetica che deve possedere l’uva proposta al consumatore (assenza sia di abrasioni sia di pigmentazioni anomale, uniformità del colore ecc.) e l’esigenza di ridurre il rischio correlato al manifestarsi di eventi climatici dannosi, quali eccessi di vento o caduta di grandine, hanno indotto inoltre la forte diffusione della tecnica di copertura con rete dei vigneti di uva da tavola. Tale tecnica viene spesso abbinata a quella di copertura sotto teli plastici, sia per l’anticipo sia per il ritardo della raccolta. Le conoscenze acquisite nell’ambito delle tecniche di protezione per il ritardo consentono di differire la raccolta fino alla fine del mese di dicembre e oltre. Pertanto in Italia, differenziando la scelta dei vitigni (scegliendo fra quelli a maturazione precoce, media o tardiva), agendo nelle diverse collocazioni ambientali (siti a diversa precocità), operando con tecnica di coltivazione protetta per anticipo, oppure praticando la tecnica di copertura per il ritardo della raccolta, si ha la possibilità di offrire quantità significative di uva fresca a partire da fine maggio arrivando a superare la fine di dicembre. La Sicilia presenta il periodo di commercializzazione più lungo. Da oltre un decennio, tutti i nuovi impianti di vigneto di uva da tavola sono realizzati con strutture adatte alla coltivazione protetta. Negli ultimi anni si sta diffondendo la coltivazione protetta sotto telo per tutto il ciclo vegetativo, anche dove si vuole realizzare la raccolta tardiva (in questo caso senza apporre le chiusure laterali al vigneto), per garantire una maggiore serbevolezza dell’uva.

Coltivazione protetta per il ritardo della raccolta

La coltivazione protetta per ritardo della raccolta è stata la prima tecnica di coltivazione protetta a essere messa a punto e utilizzata in larga scala nel settore dell’uva da tavola. Inizialmente diffusasi nel Lazio, ha avuto poi il perfezionamento e una vasta utilizzazione in Puglia e in Sicilia. Essa permette di conservare l’uva sulla pianta oltre il periodo normale di maturazione e raccolta del vitigno utilizzato, procrastinando quindi la raccolta dell’uva fino a tutto il mese di dicembre e anche oltre, laddove non intervengano temperature troppo basse, utilizzando varietà che ben si adattano. Tale tecnica viene impiegata prevalentemente su varietà a maturazione media, quindi per la maggior parte sul vitigno Italia, ma anche su altre varietà come Michele Palieri e Red Globe fra quelle di uva con semi, sulla Crimson Seedless e Autumn Royal Seedless, fra le uve apirene. In particolare, per l’applicazione della tecnica della coltivazione protetta per ritardo della raccolta, la conduzione del vigneto è fatta in genere sotto rete fino alla fine di luglio; poi, all’inizio di agosto (a invaiatura avvenuta), vengono disposti, solo superiormente al vigneto, i teli plastici di protezione, per impedire alle piogge la bagnatura della vegetazione e dei grappoli di uva, facilitandone la protezione fitosanitaria in una fase delicata come la maturazione. Evitando la bagnatura degli acini, si riduce il rischio di attacchi di marciumi e in particolare di muffa grigia. Il vigneto deve essere coperto con teli plastici prima che si verifichi l’inversione termica per evitare, quindi, anche di rischiare che l’uva venga a contatto con la rugiada, ugualmente pericolosa. In realtà, per il raggiungimento dei migliori risultati, è necessario prevedere diverse operazioni integrate fra loro. In particolare, è importante portare le viti sui livelli più alti della potenzialità produttiva, sia lasciando alla potatura invernale un maggior numero di gemme per pianta e quindi per ettaro, sia utilizzando portinnesti vigorosi, sia curando attentamente la nutrizione e l’irrigazione del vigneto. Il vigneto, quindi, deve essere coperto con teli plastici prima che si verifichi l’inversione termica e che l’uva venga a contatto con la rugiada, oppure che venga bagnata dalla pioggia. La coltivazione protetta per ritardo della raccolta non va praticata nei vigneti che hanno scarsa potenzialità produttiva, per evitare che l’uva arrivi “stanca” al momento della raccolta. In ogni caso, la tecnica per il ritardo, se non viene correttamente applicata, può comportare un sovrasfruttamento del vigneto, che si evince da una non completa lignificazione dei tralci. Le viti, inoltre, risultano più sensibili alle gelate invernali, specialmente se la raccolta si protrae più a lungo e i freddi invernali sono precoci. In queste ultime condizioni, anche il raccolto può essere compromesso da subitanei arrivi di freddo, con rischio di danno crescente all’abbassarsi della temperatura al di sotto di 0 °C. Sono prevedibili, inoltre, ulteriori cali produttivi negli anni successivi, per diminuita differenziazione a frutto delle gemme. Per i teli plastici, il polimero più frequentemente impiegato è il polietilene a bassa densità, a diverso grado di additivazione. Ne esistono in commercio tipi con diverso spessore e durata. Al termine della fase di copertura, i teli devono essere recuperati e conservati in magazzino, al buio, per evitare che la radiazione ultravioletta acceleri il degrado dei teli stessi. Operando in tal modo, è possibile impiegare per più cicli produttivi (3-4 anni) i teli di buona qualità e manifattura. Alla fine delle possibilità di utilizzazione, è necessario raccogliere tutto il materiale plastico non più utilizzabile e smaltirlo nel rispetto delle vigenti normative, evitando operazioni di interramento e/o di bruciatura, molto dannose per l’ambiente. In sintesi, per ritardare nel tempo la data di raccolta sono essenziali delle scelte preliminari: – spingere al massimo la produzione, senza però compromettere il difficile equilibrio quantità-qualità. Tale maggiore richiesta produttiva fatta al vigneto (per ceppo e per unità di superficie) contribuisce ad abbassare il costo unitario di una tecnica in sé costosa e induce di per sé il ritardo della maturazione e quindi della raccolta dell’uva; – adozione dei portinnesti esaltanti la vigoria, capaci di sostenere forti produzioni, dotati di ciclo vegetativo prolungato; a questa necessità rispondono bene i Berlandieri x Rupestris (per esempio, 140 Ru); – apporre la copertura in corrispondenza dell’invaiatura, prima che si verifichino le inversioni termiche caratteristiche degli ambienti caldo-aridi e desertici, inversioni che danno luogo ai dannosi fenomeni di condensa, e prima che inizino le piogge di fine estate-inizio autunno; disporre di corpi d’acqua di un certo rilievo (0,3-0,4 l/s per ettaro) per poter bagnare abbondantemente il terreno nella prima fase della copertura. In tale fase possono verificarsi situazioni di sofferenza per la massa vegetante, a causa degli innalzamenti termici che si determinano sotto le coperture, danno che può manifestarsi anche con defogliazioni più o meno rilevanti; – possibilità di disporre, se possibile, le coperture cercando di evitare le variazioni di quota; se invece ci sono tali variazioni, possono verificarsi danni da eccessi termici sui punti alti del filare. Dopo tali predisposizioni preliminari, si procede all’apposizione dei teli plastici sul vigneto, per la realizzazione della copertura. Durante la maturazione e il mantenimento dell’uva sulla vite, nella fase di conservazione dell’uva sulla pianta e sotto il telo plastico, è necessario effettuare il controllo morfologico dei frutti. Tale tecnica, definita di rifinitura, consiste nell’asportazione di tutto quanto possa deturpare il prodotto o rischiare di renderlo non idoneo all’utilizzazione. In particolare si elimina manualmente e/o con l’ausilio di piccole forbici, eventuali acini marciti, mal coloriti, macchiati da cure fitoiatriche non appropriate, bacche con pigmentazioni anomale, foglie che mosse dal vento possono provocare abrasione agli acini. C’è da tener presente, come norma tecnica che presiede all’azione di ritardo della raccolta, che la copertura svolge un ruolo biologico essenziale; essa infatti non è solo un’interposizione fra ambiente esterno e uva, bensì una tecnica che permette la creazione di un microclima attorno alle foglie più estivo rispetto alla stagione esterna. Ciò consente di avere, rispetto alla stagione, una fase vegetativa giovane, che si esalta anche con tecniche di concimazione (ulteriore azoto, con dose variabile fino a 100 unità/ha) e, se necessario, di irrigazione, con interventi irrigui capaci di mantenere costante il tono vegetativo e il turgore delle bacche. In tal modo si sostiene meglio anche la ripresa autunnale della crescita dell’apparato radicale della vite, evitando il rischio di rottura dell’equilibrio fra produzione e vegetazione. Nella coltura protetta il viticoltore si oppone quindi alla normale inversione biologica: la forzatura per ritardo ha in sé tutti gli elementi atti a identificarla come una forzatura generale della pianta, per indurla al ritardo nella manifestazione della senescenza e spingendola verso la massima espansione produttiva. Questa decisione contrasta con la necessità di mantenere integra l’uva, in una stagione difficoltosa per questo fine; da questo deriva un atteggiamento tecnico non semplice. Mentre si procede alla forzatura del prodotto, si applicano tecniche di alleggerimento del fogliame con interventi diretti (defogliazione); anche l’uso dell’acqua irrigua deve essere molto accorto ed è necessario disporre di terreni permeabili, di facile sgrondo degli eventuali eccessi idrici derivanti da piogge abbondanti.

Coltivazione protetta sotto rete

La diffusione della tecnica di protezione per il ritardo della raccolta, con la sua istanza verso le elevate produzioni, da conseguirsi mediante adeguate spinte vegetative, insieme con l’aumento del rischio economico connesso agli alti costi derivanti dall’adozione di tale tecnica, ha portato alla necessità di proteggere la produzione sia dai danni da vento primaverili (più facili a manifestarsi in condizioni di maggiore spinta vegetativa delle viti) sia da eventuali danni da grandine. Tale esigenza è stata assolta con l’introduzione della tecnica di protezione del vigneto con reti di materiale plastico. Tali reti vengono apposte superiormente e lateralmente al vigneto. Esse svolgono la loro funzione a partire dal germogliamento, fino al compimento del ciclo. Negli ambienti ove non esiste il rischio di nevicate invernali, esse possono rimanere sempre aperte, durante l’anno. Al contrario, dove esiste la possibilità di nevicate in inverno, esse vengono chiuse dopo la raccolta, legandole al filo di ferro posto lungo la linea di colmo, per essere poi riaperte in primavera. Esse determinano condizioni ambientali migliori, riducendo gli eccessi di vento e proteggendo la massa vegetante da eventuali danni da grandine. I vantaggi che questa tecnica comporta sono quindi costituiti dalla significativa riduzione sia dei danni da vento sui germogli sia dei danni meccanici dovuti ad abrasioni sulle bacche, conseguenti allo sfregamento provocato dal movimento di foglie e grappoli a seguito del vento, sia dalla protezione da grandine. Le reti che si usano per la protezione dei vigneti delle uve da tavola derivano dalla tessitura di un monofilo di polietilene ad alta densità, ottenuto a sua volta per estrusione (filo monoestruso). Il polietilene ad alta densità (HDPE) è un polimero che a differenza di quello a bassa densità (LDPE) presenta una cristallinità più alta. Questa comporta un maggiore ordine molecolare. Il polietilene ad alta densità, inoltre, possiede una maggiore temperatura di rammollimento e quindi maggiore resistenza al calore. Minore è lo scorrimento viscoso e quindi l’estensibilità del materiale, pertanto è possibile tendere bene le reti nella messa in opera, condizione indispensabile per poter scaricare bene la grandine. Il polietilene è in genere aggredito dall’ossigeno e dai raggi ultravioletti. Pertanto esso viene aggiunto di additivi che agiscono come antiUV e come antiossidanti. In tal modo i manufatti durano in opera 5-6 anni. La tessitura può essere fatta in vario modo: tessitura piana (costituita da un ordito e da trame), piana con ritorto inglese (con i fili dell’ordito intrecciati fra loro per bloccare la trama nell’intreccio), tessitura Raschel (più complicata e costosa, nella quale ogni maglia della rete presenta l’annodatura ai quattro vertici). In caso di strappi, questi diversi tipi si comportano in maniera differente. Il tipo a tessitura piana resiste male a eventuali lacerazioni della rete. Si comporta meglio la tessitura con ritorto inglese, mentre la tessitura Raschel assicura il miglior comportamento fra le tre tipologie. Le più utilizzate sono quelle aventi tessitura con ritorto inglese. Le reti sono sempre provviste di cimose lungo i lati della fascia di rete e lungo la linea di colmo. Le cimose garantiscono dalla sfibratura e permettono di tendere le reti in senso trasversale. Esistono diversi tipi di rete, a maglia più o meno fitta, la cui scelta viene fatta in funzione del livello di protezione dal vento che si desidera attuare.

Coltivazione protetta per anticipo della raccolta

La coltivazione protetta, condotta per anticipare la maturazione e quindi la raccolta dell’uva, viene realizzata chiudendo prima del germogliamento tutto il vigneto all’interno di una struttura protettiva di teli plastici, che definisce un ambiente tipo serra fredda. Si tratta quindi di una semiforzatura. In Abruzzo tale tecnica veniva praticata per l’anticipo della raccolta dell’uva di varietà precoci, come Cardinal, realizzando una serra mediante strutture di sostegno di più grande dimensione, anche su terreni in leggero pendio. In Sicilia a volte vengono utilizzate serre a fine ciclo produttivo costruite originariamente per la produzione di ortaggi. I teli coprono più filari e non sono vincolati dalla distanza fra di essi, sono sostenuti da intelaiature di legno e posti su falde a spiovente, più in alto di circa 1-2,5 metri rispetto al cielo della pergola, definendo così ambienti protetti di maggiore volume. In Puglia, tentativi di forzatura della coltivazione dell’uva da tavola per anticiparne la maturazione e quindi la raccolta, mediante chiusura del vigneto a tendone all’interno di un ambiente definito da film plastici, erano stati effettuati fin dall’inizio degli anni ’70, provando una tecnica attuata mantenendo per tutto il ciclo (fino alla raccolta) il vigneto all’interno dell’ambiente delimitato dai teli plastici. Le strutture erano realizzate modificando il tradizionale tendone e senza realizzare le costose serre in legno. Ma il livello alto del costo di produzione e la perdita quasi totale, nella seconda parte del ciclo, dell’anticipo fenologico conseguito inizialmente portarono a un momentaneo abbandono della tecnica. Le prove realizzate dall’Istituto Sperimentale per la Viticoltura a partire dall’inizio del 1979 consentirono di meglio mettere a punto la tecnica della forzatura, ponendo particolare attenzione alle relazioni esistenti fra momento di inizio della forzatura, lunghezza della stessa, livelli termici raggiunti nella serra e loro influenza sulla velocità di raggiungimento delle manifestazioni fenologiche, verificando anche la risposta delle principali varietà coltivate. Il perfezionamento della tecnica ne ha determinato la rapida diffusione, prima in Puglia e poi anche nelle altre regioni produttrici di uva da tavola, fino a espandersi a livello mondiale. Questa tecnica consentì anche di ridare slancio alla coltivazione del vitigno di uva apirena Sugraone, varietà poco produttiva che, nel più caldo ambiente di coltivazione realizzato in serra, dava risultati produttivi quantitativi migliori, permettendo il raggiungimento di risultati economici interessanti. La tecnica della “coltivazione protetta per anticipo della raccolta”, così come messa a punto, si realizza facendo svolgere solo una parte del ciclo biologico della vite all’interno della serra, delimitata dai film di materiale plastico sia superiormente sia lateralmente. I teli plastici possono essere di vario tipo, ma il materiale che si è nel tempo più affermato è il polietilene a bassa densità (LDPE), al quale vengono aggiunti degli additivi, etilenvinilacetato, EVA, in primo luogo, ma anche minerali e altre sostanze protette da brevetto. Di recente particolare attenzione si sta portando verso lo studio dei materiali plastici colorati in vario modo e utilizzati nella coltivazione protetta del vigneto, indagando sull’influenza esercitata sul metabolismo della vite dalle diverse tipologie. È importante comunque segnalare che i materiali per le coperture, specialmente nella fase primaverile-estiva, non vanno usati se eccessivamente ombreggianti (problema che aumenta con la durata di impiego, sia per degradazione del film plastico sia per deposito di polveri e altri materiali o sostanze), pena significative diminuzioni della fertilità delle gemme e quindi della produttività del vigneto. L’ombreggiamento che comunque si determina all’interno della serra, se non elevato, comporta un maggiore lussureggiamento della vegetazione, come conseguenza della minore degradazione dei fitoregolatori endogeni prodotti naturalmente dalle piante; ovvero, diminuisce la fotossidazione delle gibberelline (principale via di distruzione per le gibberelline) e di conseguenza queste proteggono maggiormente le auxine dalla distruzione (protezione esercitata dalle gibberelline dall’attacco dell’indolaceticossidasi, principale via di distruzione per l’acido indolacetico). La copertura del vigneto, avviata nel periodo che va da gennaio alla fine di marzo, con teli plastici posti superiormente e lateralmente al vigneto, determina all’interno della struttura un aumento della temperatura, modifica quindi l’ambiente di coltivazione della vite e induce un accorciamento della durata del ciclo biologico, consentendo alle piante di anticipare tutte le fasi fenologiche, compresa la maturazione. Oltre alla descritta modalità di copertura, che rappresenta quella classica, ne esistono altre varianti che comportano l’utilizzazione di materiali plastici diversi, come i “teli usa e getta”, più sottili e che si usano per un solo ciclo produttivo, apposti sul vigneto in abbinamento con reti plastiche, ottenendo un uguale risultato. In ogni caso, si determina all’interno della struttura di protezione un ambiente tipo serra fredda, nel quale durante il giorno la temperatura ambientale è più alta di quella esterna. La maggiore energia termica ambientale determina una riduzione del numero di giorni necessari al compimento di alcune fasi fenologiche, con una diminuzione della lunghezza del ciclo biologico della vite. Il ciclo biologico della vite è quindi condizionato fortemente dalla disponibilità termica ambientale, variando la somma termica necessaria per ciascuna fase e per l’intero ciclo biologico, al variare della precocità intrinseca della varietà di uva da tavola. Infatti, la maggiore disponibilità termica nella fase che va dal pre-germogliamento fino alla fioritura determina la maggiore velocità della fase e un anticipo della manifestazione della fioritura stessa pari a circa 30 giorni. Nel procedere del ciclo biologico parte di questo anticipo viene perso, conservando comunque circa 20 giorni di precocità alla raccolta. In buona sostanza, quindi, con la coltivazione protetta per anticipo si determina un aumento della disponibilità termica ambientale, che comporta una riduzione della durata del ciclo biologico della vite e un anticipo del momento della raccolta, quindi una “precocizzazione” della coltura. Durante il periodo di copertura, e in particolare durante la fase della fioritura e dell’allegagione, è necessario cercare di evitare eccessi termici, mantenendo la temperatura sotto i 30 °C, tenendo sollevati i teli laterali. Questo limite termico è importantissimo per le varietà sensibili alle alte temperature durante la fioritura (per esempio Matilde). Queste, infatti, possono subire danneggiamenti nella delicata fase della fecondazione, con la diminuzione del numero di acini ben fecondati portati dal grappolo e l’aumento del numero degli “acinini”. Dopo l’allegagione, durante la fase di accrescimento in verde degli acini, è opportuno rimuovere prima parzialmente e poi totalmente i teli plastici, eliminando prima quelli laterali e poi quelli posti superiormente al vigneto. Questi ultimi, però, possono essere lasciati sul vigneto come protezione antigrandine. La forzatura non va protratta per tutto il ciclo vegetativo. Infatti, la vite, per acquisire precocità fenologica, ha bisogno solo di un ridotto periodo di copertura, che va dal momento del pianto (metà febbraio-metà marzo) fino a poco oltre il germogliamento in pieno campo (aprile). Pertanto una forzatura di circa 40 giorni (a partire dal germogliamento conseguito nella serra) è sufficiente a imprimere la precocità possibile, come precocità sia morfologica sia qualitativa. Più recentemente, la sintesi di queste esigenze ha portato a variare la tecnica della coltivazione protetta, utilizzando la copertura con rete dopo la fase della forzatura sotto i teli plastici, mantenuti solo per il periodo utile alla realizzazione della forzatura. In altri casi, le reti rimangono sempre presenti, mentre i teli vengono sovrapposti e tenuti in opera solo per il periodo necessario. In questo caso si usano teli di minore spessore. Per l’uva da tavola, la coltivazione protetta per anticipo di varietà già intrinsecamente precoci consente di avviare la raccolta, in Puglia, a fine giugno-inizio luglio. La raccolta continua poi in tutto luglio e giunge fino alla 2a-3a settimana di agosto per le varietà di media epoca sottoposte a questa tecnica di coltivazione. In Sicilia la tecnica consente di anticipare la raccolta a fine maggio, con varietà precoci (Matilde, Victoria ecc.).

Ricerca sulla coltivazione protetta per anticipo della raccolta
Dalle ricerche condotte per un decennio in Puglia e Basilicata emersero le conclusioni riportate di seguito. Con la coltivazione protetta è possibile ottenere un anticipo di circa 19 giorni rispetto al normale periodo di raccolta delle diverse cultivar di uve da tavola. Tale precocizzazione viene conseguita in parte come anticipo del germogliamento e in parte come minore durata del ciclo biologico. La minore durata viene acquisita come risultato finale, ma con diverso comportamento durante il ciclo. Infatti mentre nella prima parte del ciclo stesso si consegue effettivamente un accorciamento, nella seconda parte tale vantaggio viene parzialmente perso. Tale comportamento è probabilmente la conseguenza della diversa capacità delle piante di resistere alle alte temperature durante i diversi momenti del ciclo biologico, capacità collegata all’attività traspiratoria. Vanno infatti considerate le temperature fogliari e dell’intera massa vegetante e la relazione che si determina tra queste, quelle dell’ambiente microclimatico che ospita le piante, la quantità di acqua che queste ultime hanno a disposizione e quella traspirata. Nella prima parte la vite possiede foglie giovani capaci di elevata attività traspiratoria e quindi in grado di regolare la propria temperatura mantenendola all’occorrenza al di sotto di quella dell’aria. Successivamente, con l’aumentare dell’età delle foglie, diminuisce la capacità di termoregolazione e quindi temperature troppo elevate cominciano a provocare un rallentamento metabolico. Anche per gli acini l’attività traspiratoria, inizialmente elevata, va progressivamente riducendosi in conseguenza prima della chiusura degli stomi e poi a causa della deposizione di pruina sulla cuticola. È evidente che oltre all’età delle foglie anche altri fattori agiscono sulla possibilità di termoregolazione della massa vegetante. In primo luogo vanno ricordate: la quantità di acqua presente nel terreno e disponibile per la pianta, l’umidità relativa dell’aria, la ventosità. L’attività traspiratoria è inoltre fortemente condizionata dai contenuti dei diversi fitormoni nelle foglie e negli acini. Per questi ultimi, infatti, mentre durante la fase di attiva crescita erbacea prevalgono le citochinine, le quali favoriscono l’apertura degli stomi e quindi l’attività traspiratoria, quando comincia a rallentare tale crescita erbacea si assiste alla diminuzione delle citochinine e all’aumento dell’acido abscissico, il quale ostacola l’apertura stomatica e quindi la traspirazione. D’altra parte il livello di disponibilità idrica influisce direttamente sul contenuto dei diversi fitormoni nella pianta. Infatti, stati di carenza idrica portano a un forte incremento del livello di acido abscissico e di etilene e nello stesso tempo per le citochinine si verifica una riduzione. Dall’interazione fra tutti questi fattori deriva la capacità dell’apparato vegetante di regolare la propria temperatura. Quando tale capacità è buona, come nella prima parte del ciclo vegetativo, le viti resistono bene alle alte temperature che si realizzano nell’ambiente definito dalla coltivazione protetta del vigneto e utilizzano al meglio le proprie possibilità metaboliche. Al ridursi di tale capacità, le viti cominciano a risentire negativamente degli eccessi termici. È evidente l’importanza che possiede la presenza di un’adeguata disponibilità idrica, in carenza della quale il risultato produttivo viene sensibilmente compromesso. È stata esaminata quindi la relazione esistente fra temperatura media dell’apparato fogliare e disponibilità idrica nel suolo. I rilievi sono stati effettuati nella prima settimana di luglio, nel momento più caldo del giorno (ore 14) in vigneti di uva da tavola allevati a tendone e superiormente protetti da teli plastici. Sono stati confrontati i dati di diversi livelli di disponibilità idrica, ottenuti in maniera diversa, in due campi sperimentali. I risultati hanno consentito di verificare che la migliore disponibilità idrica consente alla vite di abbassare la temperatura dell’apparato fogliare anche di 5 °C rispetto a quella dell’aria, nelle ore più calde della giornata. I rilievi sono stati effettuati nello stesso momento su tre tesi che si differenziavano per l’intervallo di tempo decorso dal precedente intervento irriguo (rispettivamente pari a 1, 6, 12 giorni) praticato con identico volume di adacquamento, di 300 m3/ha. Si osservava che, in presenza di condizioni termoigrometriche dell’aria, misurate all’altezza dell’apparato fogliare, pari al 50% di umidità relativa e 34 gradi centigradi, la temperatura media del detto apparato fogliare risultava pari a 29, 32, 34 gradi rispettivamente nelle tre tesi, al crescere della distanza dall’intervento irriguo. Si nota quindi la notevole influenza esercitata dalla diversa disponibilità idrica posseduta dalla vite sulla sua possibilità di termoregolare la temperatura dell’apparato fogliare. La diversa disponibilità idrica per la pianta derivava dal diverso volume di terreno a disposizione delle radici, mantenendo uguale il volume di adacquamento e la distanza dallo stesso (ovvero differenziando la capacità del terreno di “fare magazzino” per l’acqua). La diversa quantità di terreno era dovuta al fatto che questo, originariamente di spessore limitato e pari a circa 20 cm, in una delle due tesi confrontate veniva integrato solo dalla sottostante roccia calcarea discissa e frantumata in fase di pre-impianto del vigneto. Nell’altra tesi, invece, dopo questi lavori e prima dell’impianto del vigneto, si provvedeva a integrare lo spessore di terreno apportandovi anche ulteriori 25 cm con terreno di riporto. In presenza di condizioni dell’aria pari al 48% di umidità relativa e con 36 gradi di temperatura, si è osservato che la temperatura media dell’apparato fogliare è stata pari a 36 gradi centigradi nel caso del terreno con spessore più limitato, mentre scendeva a 32 gradi nel caso della maggiore quantità di terreno (e quindi di acqua) a disposizione delle radici. Oltre che a livello vegetativo, gli eccessi termici possono provocare grossi problemi anche a livello riproduttivo. Specialmente nella fase di prefioritura-fioritura è importante cercare di evitarli, prevedendo una buona disponibilità idrica e consentendo un sufficiente arieggiamento all’interno della struttura protetta, mediante opportune aperture della stessa. Durante la fase del germogliamento e della crescita vivace dei germogli, infatti, possono non creare problemi anche temperature dell’aria intorno ai 40 gradi centigradi. Nella fase delicata della prefioritura-fioritura è opportuno, invece, cercare di non superare temperature intorno ai 30 gradi, altrimenti si rischia un aumento notevole dell’acinellatura, che può giungere anche a interessare tutto il grappolo. Si ricorda infatti che la vitalità del polline è massima con temperature intorno ai 27 gradi, mentre a 35-38 gradi si annulla. Ma in questa delicata fase della riproduzione il rischio termico può risultare presente anche a livello delle temperature minime dell’aria. Si è osservato infatti che, specialmente su alcune cultivar particolarmente sensibili come la Sugraone, temperature dell’ordine di +5 gradi centigradi, nella fase di prefioritura-fioritura, riducono sensibilmente la quantità di acini allegati, mentre temperature che scendono a +2 gradi possono comportare una quasi totale mancanza di allegagione e la conseguente totale perdita del raccolto. I rachidi senza acini prima si disseccano e poi cadono. Chiaramente più si anticipa il ciclo vegetativo rispetto a quello di pieno campo e più ci si espone a eventuali abbassamenti termici primaverili. È importante infatti ricordare che, specialmente per la prima fase della forzatura, la più rischiosa, la copertura plastica non protegge dagli abbassamenti termici notturni. Infatti possono verificarsi nella serra temperature minime che, in determinate condizioni ambientali, possono essere anche di oltre 2 gradi più basse di quelle del pieno campo. Sono queste considerazioni che devono far scegliere con prudenza il momento di inizio della coltivazione protetta e conseguentemente del ciclo vegetativo. Inoltre si può osservare come tale tecnica di coltivazione sia più adatta e meno rischiosa in zone naturalmente più precoci e meno soggette ad abbassamenti termici. Dalle esperienze maturate si può affermare che, in Puglia, il periodo adatto per iniziare la forzatura è costituito dal mese di febbraio, con variazione dall’inizio alla fine del mese in funzione del rischio climatico delle diverse zone e dell’andamento meteorologico invernale e in particolare del mese di febbraio. In merito alle modalità di realizzazione della coltivazione protetta, dalle prove effettuate si è osservato che per ottenere l’anticipo della raccolta è sufficiente praticare la forzatura per un periodo corrispondente all’incirca ai primi 40 giorni del ciclo biologico (a partire dal germogliamento determinatosi in serra). Successivamente la conservazione parziale delle strutture protettive, mantenute superiormente al vigneto e in modo da garantire una sufficiente ventilazione capace di far evitare eccessi termici, assume principalmente solo finalità di protezione antigrandine. Il proseguimento della coltivazione all’interno di una struttura chiusa comporta, invece, prima una perdita parziale della precocità accumulata. Tale perdita inizia quando si comincia a notare un rallentamento della crescita in verde dell’acino. Pertanto almeno a partire da questo momento vanno eliminati i teli di polietilene che proteggono lateralmente il tendone. In tal modo si consente una sufficiente ventilazione e si evitano i problemi connessi con gli eccessi termici. Se il controllo delle temperature massime è insufficiente, può essere necessario eliminare alcuni teli superiormente per migliorare la ventilazione. Al contrario, l’eventuale continuazione della coltivazione all’interno della struttura chiusa dai teli plastici comporta il rischio di bruciature per le alte temperature dell’aria ivi raggiunte (oltre 42 °C).

Conclusioni

In sintesi, lo studio del comportamento della vite in relazione ai fattori climatici e in particolare alla temperatura riveste un notevole interesse scientifico-applicativo. Da esso discende l’espressione più evidente della possibilità di adattamento varietale all’ambiente di coltura e della possibilità di condizionare artificialmente il ciclo annuale della pianta. Questa seconda considerazione ha una grande evidenza pratica per la coltura dell’uva da tavola, dove la precocità di maturazione indotta con coperture può corrispondere a un incremento di reddito altrimenti non raggiungibile. La successione fenologica annuale della vite e i diversi metabolismi che portano alla maturazione dell’acino sottostanno a un determinismo genetico ben codificato di cui il diverso comportamento varietale e i diversi effetti degli elementi climatici nel corso dell’anno sono una conferma. Tali effetti sono stati valutati scomponendo il ciclo annuale della vite nei suoi sottoperiodi, studiando fase per fase la risposta della pianta al variare delle condizioni ambientali. Tra gli elementi climatici in grado di influenzare la coltivazione della vite, la temperatura è sicuramente la grandezza fisica che ha un ruolo prioritario e ai suoi livelli minimi e massimi sono legate le tappe fenologiche e la lunghezza degli intervalli tra di esse. I due periodi che, nell’ambito dell’intero ciclo annuale della vite, sono maggiormente condizionabili, con una vistosa e commercialmente utile riduzione del numero di giorni, sono il periodo che porta al germogliamento e il successivo periodo che termina con la fioritura. Il primo è legato a incrementi termici e al momento in cui essi vengono messi in atto, il secondo è anch’esso correlato ai livelli di temperatura, che però non devono essere superiori o inferiori a una certa soglia, compresa tra 29 e 31 °C circa, pena la perdita della massima spinta vegetativa ottenibile. La data di invaiatura è più legata alla data di fioritura che non alle temperature del periodo fioritura-invaiatura. Interventi atti ad accorciare questo periodo non sortiscono risultati, con il rischio di veder annullato il vantaggio acquisito se le temperature massime diventano troppo alte e negative per la pianta. Il periodo che va dalla fase di pre-germogliamento fino all’allegagione rappresenta quindi la vera leva su cui agire per conseguire il massimo anticipo ottenibile sotto film plastico. Dopo tale data la copertura può essere rimossa, oppure, se mantenuta per altre finalità protettive (antigrandine), deve essere tale da non incidere sulle temperature e sulla luce, importante quest’ultima in piena maturazione per una perfetta colorazione dell’acino. L’espressione genetica dei caratteri invaiatura e maturazione ha quindi un peso determinante, visto lo scarso effetto positivo che possono avere condizioni termiche differenziate. Il periodo fioritura-raccolta dimostra pertanto una buona costanza di comportamento, con minimi scarti tra le annate e gli ambienti. Sul piano economico, la coltivazione protetta dell’uva da tavola è una tecnica in grado di assicurare un maggior reddito al viticoltore. Per tale motivo si sta sempre più diffondendo a livello mondiale.


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