Volume: il carciofo

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: carciofo in Perù

Autori: Santiago Fumagalli Galli, Andres Casas Diaz

Introduzione

Il carciofo è stato introdotto in Perú sin dall’epoca della conquista spagnola, ma fino agli anni Novanta la superficie coltivata è rimasta limitata a 300-400 ha, situati nella Cordigliera centrale. Era presente solo una cultivar, denominata Criolla, di probabile origine italiana, simile allo Spinoso sardo, moltiplicata vegetativamente; la produzione era destinata principalmente al consumo fresco. L’area di coltivazione era concentrata quasi esclusivamente nella zona nota come Concepción, situata presso la valle del fiume Mantaro, nella regione di Junín e, limitatamente, nei pressi di Lima. A partire dalla fine degli anni Novanta e con l’inizio del terzo millennio, è stata avviata l’introduzione di cultivar propagate per “seme” in areali differenti, allo scopo di valutare sia l’adattabilità alle diverse condizioni pedoclimatiche, sia l’idoneità alla trasformazione industriale. La loro coltivazione a fini commerciali è iniziata nel 2001-2002 e, negli anni successivi, le cultivar propagate per “seme” si sono diffuse progressivamente in diverse valli della costa e della Cordigliera andina, dal livello del mare fino a 2500 metri di altitudine. Attualmente si stima che il carciofo sia coltivato su 7000 ha; i dati statistici della FAO riportano per il 2007 la superficie totale di 4200 ha, che pongono il Perú tra i primi cinque produttori mondiali. La coltivazione è praticata prevalentemente sulla costa, con il 70% circa della produzione, nelle regioni di Lima, La Libertad, Ancash e Ica, mentre sulla Cordigliera oltre alla regione di Junín si segnalano quelle di Huanuco, Ayacucho e Arequipa. La produzione delle nuove aree è destinata quasi esclusivamente alla trasformazione industriale, per la preparazione di cuori, quarti e fondi di carciofo, conservati principalmente in salamoia ed esportati negli USA e in Europa.

Cultivar

La cultivar tradizionalmente presente in Perú è la Criolla, pianta di altezza media con foglie e capolini muniti di grosse spine, colore delle brattee viola con sfumature verdi; la propagazione è effettuata tramite carducci. Le carciofaie sono allevate per 2-3 anni. Tuttavia, in seguito all’introduzione delle nuove cultivar propagate per “seme”, quella attualmente più diffusa è la Imperial Star, introdotta dalla California, seguita da Lorca e da A 106, di origine spagnola. Il ciclo di coltivazione è annuale; sono tutte caratterizzate da buon vigore ed elevata produttività, i capolini sono tendenzialmente globosi, di colore verde con leggere sfumature viola alla base delle brattee esterne. Sono in fase di valutazione alcune cultivar ibride, tra cui Madrigal e Symphony che, in prove sperimentali effettuate in Italia e Spagna, hanno mostrato ottima produttività con capolini di ottima qualità particolarmente richiesti dall’industria di trasformazione.

Esigenze ambientali

Il carciofo predilige climi temperati con notti fresche (intorno agli 11-13 °C) e temperature diurne di circa 22-24 °C. Nella zona costiera il trapianto ha inizio in febbraio e si conclude a maggio; la raccolta avviene tra giugno e dicembre. Nelle aree di coltivazione della Cordigliera, il ciclo inizia normalmente alla fine dell’inverno, dopo l’epoca delle gelate, intorno al mese di agosto, mentre la raccolta si effettua tra dicembre e giugno. L’alternanza dell’epoca di raccolta nelle due differenti zone di coltivazione garantisce la produzione di capolini continua per tutto l’anno, anche se la maggior parte è concentrata in primavera, perché l’area di coltivazione più ampia è quella costiera.

Tecnica colturale

Le tecniche di coltivazione sono influenzate notevolmente dalle diverse condizioni pedoclimatiche dei due areali di produzione e dalle cultivar utilizzate. Nella zona costiera il ciclo colturale inizia con il trapianto di piantine con 3-4 foglie vere provenienti da “seme” e allevate in vivaio per 20-25 giorni. La distanza a cui sono poste le piante è di 1,6-2 m tra le file e di 0,5-0,70 m sulla fila; la densità varia tra le 10.000-12.000 piante/ha. I capolini sono destinati quasi esclusivamente all’industria della trasformazione. Invece, nella zona della Cordigliera andina, dove è molto diffusa la cultivar Criolla, la crescita delle piante è meno vigorosa, per cui spesso il sesto di impianto è più ravvicinato (1,2-1,4 m tra una fila e l’altra) e la densità può raggiungere anche le 14.000 piante/ha. I capolini sono per lo più destinati al consumo fresco o alla lavorazione industriale per la preparazione di fondi. Il metodo irriguo più diffuso è quello per infiltrazione laterale da solchi; per questo motivo il terreno è opportunamente preparato in modo che le piante siano disposte al centro di porche con i solchi per l’irrigazione ai lati. A mano a mano che la pianta si accresce, il terreno viene lavorato in modo che il solco sia progressivamente più distante dalla pianta. Questo sistema consente anche un discreto controllo delle infestanti. All’inizio del ciclo di coltivazione il turno irriguo è ravvicinato (ogni 3-5 giorni) con volumi di adacquamento modesti; con la crescita delle piante si arriva progressivamente a turni di 10-15 giorni. Nella zona di Ica e in alcuni impianti di Arequipa si possono osservare carciofaie con sistemi di irrigazione per aspersione automatizzati. In genere la fertilizzazione viene effettuata in entrambi gli areali somministrando in totale 280-150-280 kg/ha rispettivamente di N, P2O5 e K2O. L’azoto e il potassio vengono frazionati in 4 parti uguali e distribuiti a 20, 50, 80 e 110 giorni dal trapianto (gdt), mentre il fosforo viene somministrato interamente con il primo intervento (20 gdt). Il quantitativo dei fertilizzanti può variare in base alla fertilità del terreno, della cultivar e della tecnica colturale. Specialmente nelle carciofaie allevate lungo la zona costiera, è frequente l’impiego di gibberelline (GA3 o GA4+GA7) per favorire l’anticipo della produzione dei capolini. Di solito si effettuano 2 o 3 trattamenti tra 50 e 90 gdt, a intervalli di 15 giorni dalla prima applicazione. Le dosi impiegate variano molto in base alla zona di produzione e al tipo di cultivar (ibrida o a impollinazione aperta) e aumentano progressivamente, da 30 a 100 mg/l, con il procedere dei trattamenti. Per il controllo della flora infestante, oltre all’impiego di tecniche di preparazione del terreno adeguate, si fa ricorso a erbicidi come il pendimetalin, in dosi di 4 l/ha distribuito prima del trapianto. Per quanto riguarda gli insetti, i parassiti più comuni sono le larve terricole di lepidotteri (Agrotis spp.), chiamate volgarmente vermi grigi, larve di ditteri minatrici, afidi (specialmente Aphis fabae) e larve che danneggiano le foglie e i capolini (Spodoptera spp., Heliothis virescens). Si segnalano casi frequenti di marciumi delle radici causate da batteri, prevalentemente Erwinia carotovora. Sulle foglie sono frequenti gli attacchi di oidio, mentre sui capolini è segnalata a volte la presenza di muffa grigia. Nei terreni posti lungo la costa è stata riscontrata frequentemente la presenza di nematodi del genere Meloidogyne spp.

Raccolta

I capolini delle cultivar inermi e propagate per “seme” sono raccolti con il diametro compreso tra 4 e 8 cm e con il gambo di 2-3 cm. Subito dopo la raccolta sono posti in cassoni e trasportati rapidamente presso le industrie di trasformazione, dove vengono calibrati e lavorati per la preparazione di cuori interi, metà o quarti. Il prodotto così ottenuto viene conservato in salamoia, in fusti di banda stagnata per essere successivamente rilavorato, oppure è inscatolato o confezionato in barattoli di vetro pronti per la vendita diretta. Nel caso in cui i capolini non possano essere lavorati rapidamente, sono conservati in celle frigorifere a una temperatura compresa tra 2 e 5 °C. La produzione totale delle carciofaie propagate per “seme” è influenzata notevolmente dai fattori pedoclimatici nonché dalle tecniche agronomiche e dalla cultivar impiegata. In genere oscilla fra 10 e 25 t/ha, con un valore medio compreso tra 14 e 16 t/ha. La produzione della cultivar autoctona Criolla, destinata al consumo fresco, registra minori variazioni, probabilmente perché il materiale di propagazione che viene selezionato dagli agricoltori è abbastanza omogeneo. Si raccolgono da 100.000 a 150.000 capolini/ha, corrispondenti a 18-22 t/ha.

Prospettive

Il Perú sta sempre più consolidando il proprio mercato del prodotto trasformato soprattutto verso i Paesi esteri; per questo motivo le superfici destinate a carciofo variano di anno in anno. Per il 2009 si stimano circa 4000 ha interamente destinati alla produzione per l’industria. È ormai dimostrato che in Perú il carciofo può essere prodotto nell’arco di tutto l’anno; questo è un vantaggio competitivo che gli addetti dell’agroindustria desiderano sicuramente sfruttare. Per questa ragione le aree coltivate potrebbero subire un ulteriore incremento. Altro obiettivo dell’industria è quello di migliorare la produttività del processo e la qualità del prodotto trasformato con l’impiego di cultivar più idonee alla lavorazione, che presentino in particolare il capolino di forma conica o cilindrica (e non globosa come quelle attualmente in uso), compatto, privo di foro al centro e con grosso ricettacolo.

 


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