Volume: il carciofo

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: carciofo in Tunisia

Autori: Toufik Ouselati, Ismail Ghezal

Introduzione

In Tunisia la coltura del carciofo risale almeno al III secolo d.C., attestata da quattro mosaici presenti in diversi musei. Il primo si trova a Chebba (Tunisia centro-orientale) e, all’interno del mosaico di Arione e Orfeo, mostra due capolini allungati con brattee che divergono in maniera molto ampia, poco o affatto spinose. Il secondo, risalente alla metà del III secolo d.C. e proveniente da El Jem (Tunisia centrale), è esposto nel Museo del Bardo a Tunisi e rappresenta, in uno dei 40 riquadri, due capolini di carciofo. Il terzo si trova nella cornice del museo di El Jem e mostra due capolini: uno con brattee ben serrate e l’altro con brattee divergenti. Il quarto, che si trova al museo di Sousse (Tunisia nord-orientale), raffigura invece un cardo. Per la superficie coltivata, il carciofo occupa il settimo posto tra gli ortaggi coltivati in Tunisia, dopo pomodoro, patata, peperoncino, cipolla, cocomero e melone. La media delle superfici impiegate durante gli ultimi tre decenni è di circa 2000 ha, con una produzione media di 14.000 t di prodotto fresco. La coltura del carciofo è principalmente localizzata nella bassa valle del Medjerda (Governatorati di Béja, Manouba, Ariana e Bizerte), dove si registra più del 95% delle superfici coltivate. In particolare la delegazione di Jedaida (Governatorato di Manouba), con i suoi 600 ha, è la zona di maggiore concentrazione del carciofo. È importante sottolineare che la concentrazione in questa zona (la più vecchia area irrigua pubblica del paese) è una conseguenza dell’adattamento di questa coltura al tipo di terreno e alla qualità dell’acqua con elevata salinità che caratterizzano questa regione. Il resto della superficie (5%) è ripartito tra i Governatorati di Jendouba, Nabeul, Sousse, Zaghouan e Kairouan.

Cultivar

Le principali cultivar in Tunisia sono Violet d’Hyères (65% delle superfici) e Blanc Oranais (30%); altre cultivar presenti: Violet d’Alger, Violet de Bari e Annabi. Tra le popolazioni locali si cita la Belde.

Violet d’Hyères. Originaria della regione di Hyères, in Francia, è considerata come semiprecoce. Cultivar vigorosa, a rapido accrescimento, che comincia a produrre capolini verso la metà di novembre in caso di impianto nel mese di agosto. La produzione prosegue fino al mese di maggio. Il capolino è allungato, conico, con brattee ben serrate e colorate uniformemente di violetto. Con la raccolta del capolino principale, si elimina la dominanza apicale e si favorisce l’emissione dei capolini secondari che vengono raccolti successivamente. La produzione media è di 4-6 capolini/pianta per il consumo fresco e di 2-4 capolini che possono essere utilizzati per la trasformazione industriale.

Blanc Oranais. Blanc si riferisce al colore verde pallido delle brattee, mentre Oranais è dovuto alla regione d’origine di Oran, in Algeria. È molto precoce e comincia a produrre dall’inizio di ottobre. Le piante sono di medio vigore e la produzione dei capolini principali e secondari avviene quasi contemporaneamente, per cui il periodo di raccolta è abbastanza breve. Infatti il ciclo di produzione è concentrato in due epoche distinte: la autunnale, che si ottiene dall’asse principale e da quelli laterali della pianta; la primaverile, che si ottiene principalmente a partire dai carducci emessi successivamente. Produce 6-8 capolini/pianta che vengono esclusivamente impiegati per il consumo fresco.

Tecniche colturali

La coltura occupa il terreno dal mese di luglio fino alla fine di maggio. Le cultivar di tipo bianco sono gestite come coltura annuale, mentre quelle di tipo violetto sono biennali o anche triennali. La moltiplicazione viene eseguita per circa il 90% con porzioni di rizoma provvisto di almeno 3-4 gemme, in cui spesso è presente il residuo del fusto che ha prodotto il capolino. Segue l’impiego degli ovoli (8%) e solo il 2% degli agricoltori usa i carducci, appena asportati dalla pianta o radicati in vivaio. Il materiale di moltiplicazione è autoprodotto dagli agricoltori, che sono sempre più consapevoli dell’importanza di effettuare una accurata selezione del materiale di propagazione per ottenere carciofaie produttive e sane. Pertanto seguono con molta attenzione la selezione in campo di materiale con ottime caratteristiche di precocità, stato fitosanitario, omogeneità e rispondenza agli standard varietali. Le densità di impianto è compresa di solito tra 7-8000 piante/ha, per le cultivar tardive e a elevato accrescimento, 10.000 per il Violet d’Hyères e 14-15.000 piante/ha per quelle di basso-medio vigore come il Blanc Oranais. L’impianto viene eseguito nella prima metà del mese di luglio per le cultivar precoci e la prima metà di agosto per quelle semi-precoci e tardive. Il fabbisogno di acqua è dell’ordine di 700 mm, durante tutto il ciclo di coltivazione. Nelle regioni della bassa valle del Medjerda, il 40-60% del fabbisogno è fornito dalla pioggia. La salinità dell’acqua di irrigazione supera, nel periodo estivo coincidente con il periodo di impianto e di risveglio delle carciofaie di secondo e terzo anno, i 2 g/l. Durante gli ultimi vent’anni e in seguito agli incentivi dello stato, diversi agricoltori hanno adottato il sistema di irrigazione a goccia. Per beneficiare dei vantaggi che tale sistema di irrigazione offre, in particolare a livello della buona gestione delle irrigazioni e della possibilità di frazionare i fertilizzanti, alcune ricerche effettuate in Tunisia hanno permesso di elaborare un programma di fertilizzazione da proporre agli agricoltori che utilizzano questo sistema di irrigazione. La proposta di fertilizzazione che riguarda le cultivar assimilabili al Violet d’Hyères indica, per l’obiettivo di produzione prefissato (12 t/ha) e in funzione dello stadio fenologico della coltura, le quantità di fertilizzante da apportare e gli equilibri da rispettare tra gli elementi N, P2O5, K2O.

Avversità

Le principali malattie fungine osservate in Tunisia sono: – oidio (Leveillula taurica), che si manifesta soprattutto nel periodo autunnale sulle cultivar precoci; – peronospora (Bremia lactucae), che compare nel periodo invernale, soprattutto durante le annate piovose; – muffa grigia (Botrytis cinerea), che compare sui capolini, anch’essa durante le annate piovose. Per quanto riguarda i virus, ne sono stati isolati quattro dal carciofo coltivato in diverse regioni del Paese: virus latente del carciofo (ArLV), virus dell’arricciamento maculato del carciofo (AMCV), virus X della patata e virus del mosaico del cetriolo (CMV). I principali parassiti animali sono gli afidi, le nottue e le lumache. Gli afidi più comuni sono Brachycaudus cardui e Aphis fabae; oltre al danno diretto dovuto alla suzione della linfa, sono temuti soprattutto per la loro capacità di trasmissione dei virus. Tra le nottue citiamo principalmente le nottue polifaghe, che compaiono all’inizio dell’autunno, e la nottua specifica del carciofo (Gortyna xanthènes), che compare all’inizio della primavera. Le lumache, infine, sono attive soprattutto in inverno e nei periodi piovosi, provocando danni sulle foglie e deprezzando i capolini.

Periodo di produzione

La produzione del carciofo in Tunisia si estende dall’inizio di ottobre fino alla fine del mese di maggio. Una parte di tale produzione è commercializzata nei mercati ortofrutticoli all’ingrosso, il resto è venduto o nei luoghi di produzione o nei mercati settimanali e di quartiere. Solitamente sono venduti in mazzi di 3-4 capolini, con gambo tagliato a circa 30 cm o più, con le relative foglie. Il rifornimento dei mercati è garantito essenzialmente dal carciofo di tipo blanc durante i periodi autunnali e invernali, mentre le quantità di carciofi di tipo violet superano quelle di tipo blanc soltanto a partire dalla seconda metà del mese di febbraio. Negli ultimi anni una quota seppur modesta, ma progressivamente crescente di capolini è stata commercializzata presso la GDO, favorita dall’apertura, soprattutto a Tunisi, di nuove strutture di vendita tecnologicamente avanzate.

Prospettive

Nonostante l’antica tradizione della produzione del carciofo in Tunisia e gli sforzi profusi per la sua promozione, in particolare attraverso il contributo efficace della SAM (Station d’Appui de Manouba) e di altre istituzioni agricole, per quanto concerne la sperimentazione, la formazione, il controllo e l’elaborazione di supporti di divulgazione, le superfici coltivate a carciofo restano limitate e assicurano soltanto l’approvvigionamento del mercato interno, invece di prevedere progetti di esportazione e di trasformazione. La promozione di questa coltura può avvenire soltanto attraverso l’armonico sviluppo di tutte le componenti della filiera: agronomica, commerciale e industriale. L’introduzione e la diffusione della coltivazione biologica, che è in corso di sperimentazione e verifica a Manouba e a Chott Mariem, potrà influenzare positivamente le vendite sul mercato interno e all’estero.

Filiera agronomica. Comporta l’incremento delle superfici coltivate, il miglioramento quantitativo e qualitativo della produzione, l’ampliamento del calendario di produzione.

Incremento delle superfici. Quest’azione può essere realizzata attraverso l’estensione della coltura in nuove regioni o in quelle tradizionali le cui superfici sono rimaste limitate. Tale estensione avviene grazie all’attuazione di programmi di ricerca-sviluppo basati su: – lo studio del comportamento di diverse cultivar per selezionare quelle che meglio si adattano alla zona interessata; – la formazione dei tecnici e dei produttori alle tecniche di coltura e ai principali circuiti di commercializzazione di questo prodotto.

Miglioramento della produzione, della qualità e del calendario di raccolta. È importante sottolineare che le conoscenze della ricerca e della sperimentazione acquisite dalla SAM e dalle diverse istituzioni agronomiche, riguardanti tutti i fattori di produzione, sono sufficienti per elaborare un pacchetto tecnico che permette di ottimizzare la gestione di questa coltura.

Commercializzazione. È evidente che nessuna azione di sviluppo di questa coltura può realizzarsi senza che siano assicurati sbocchi di commercializzazione tanto a livello del mercato locale, quanto dell’esportazione e della trasformazione. – Mercato locale. Attraverso la promozione di nuove ricette e modalità di preparazione di piatti a base di carciofo. Questa azione dovrebbe essere realizzata attraverso i media, le fiere e le degustazioni. – Trasformazione. Nonostante gli sforzi profusi dagli industriali tunisini o in accordo con soci stranieri al fine di avviare un’industria di trasformazione del carciofo, attraverso la creazione di infrastrutture per la trasformazione e la stipula di contratti di produzione con gli agricoltori, quest’attività non si è sviluppata e la trasformazione resta dipendente dall’eccedenza di produzione e dalla domanda del mercato estero. Infatti i dati relativi alla quantità di capolini trasformati dall’industria negli ultimi anni, pur evidenziando l’incremento del prodotto lavorato, confermano che l’approvvigionamento dipende quasi esclusivamente dalla disponibilità o meno della materia prima e non da una precisa programmazione. La quantità massima di capolini destinati alla trasformazione è stata registrata nel 1999 con 3524 t, mentre nel 1997 sono state trasformate solo 100 t. L’incremento della trasformazione può essere assicurato soltanto dall’esistenza di un’infrastruttura produttiva, a partire dalle cultivar specifiche aventi le caratteristiche richieste per la trasformazione (omogeneità, numero di capolini, calibro e caratteristiche qualitative). – Esportazione. È importante ricordare che, alla fine degli anni Sessanta, la Tunisia esportava più di 4000 t di prodotto fresco. Attualmente, l’esportazione ammonta soltanto a 350 t. Come per la trasformazione, la promozione dell’esportazione deve avvenire nell’ambito di accordi commerciali con promotori stranieri, alla stregua di altri ortaggi, come per esempio la lattuga.

 


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