Volume: il carciofo

Sezione: paesaggio

Capitolo: carciofo in puglia

Autori: Vito Vincenzo Bianco, Nicola Calabrese

Introduzione

Le prime informazioni certe sulla presenza del carciofo in Puglia risalgono al 1736, quando nel seminario di Otranto (LE), durante il mese di aprile furono servite pietanze a base di carciofo; inoltre nel 1751 e nel 1763 viene segnalato il consumo di carciofo in un monastero di Trani (BA) e nel seminario di Gravina (BA). Testimonianze successive riportano il consumo di carciofo dal 1763 al 1860. Nel viaggio attraverso il Regno di Napoli nel 1789 De Salis Marschlins riporta la presenza di piante di carciofo presso Canneto, in provincia di Bari. Nel 1811 Serafino Gatti annovera il carciofo tra gli ortaggi coltivati in Capitanata. Fino agli inizi del 1900 il carciofo era coltivato su piccolissimi appezzamenti o lungo i muri a secco e intorno alle abitazioni rurali o in consociazione con diverse specie di frutti. Nei primi anni del 1900, tra le province importanti per la produzione del carciofo erano annoverate anche Bari e Lecce. Dopo la seconda guerra mondiale alcuni intraprendenti coltivatori di Mola di Bari contribuirono all’espansione del carciofo nell’area brindisina e foggiana. Nel 1923, 1929, 1939, 1949, il carciofo era presente in Puglia rispettivamente su 210, 437, 869 e 958 ha. Dalla sua introduzione ad oggi la superficie destinata a carciofo è aumentata in maniera considerevole: la diffusione più ampia nei comprensori orticoli è progressivamente avvenuta a partire dagli anni ’50 ed è proseguita fino agli inizi degli anni ’90, raggiungendo il massimo assoluto nel 1991 con 19.280 ha. Negli ultimi quindici anni, pur mostrando una lieve diminuzione, la superficie si è mantenuta sostanzialmente costante oscillando tra 16.000 e 18.000 ha con una produzione di circa 150.000 t; tali cifre collocano la Puglia al primo posto fra le regioni italiane. L’incremento della superficie e della produzione verificatosi tra il 1950 e il 1970 è dovuto soprattutto alla disponibilità di acqua irrigua. Attualmente il carciofo è maggiormente coltivato nelle province di Foggia (8600 ha e 100.800 t di capolini), Brindisi (6820 ha e 57.000 t) e Bari (1180 ha e 8400 t), mentre è poco diffuso nelle province di Taranto (440 ha) e Lecce (140 ha). Notevoli sono le ripercussioni nel comparto agricolo regionale e nel suo tessuto sociale; nel 2007 la PLV regionale è stata di poco superiore a 110 milioni di euro. La grande disponibilità di materia prima ha favorito la costituzione di numerose piccole e medie industrie di trasformazione del prodotto ancora oggi molto attive sul mercato nazionale e internazionale; già nel periodo 1975-1980 in provincia di Foggia venivano lavorati circa 75.000.000 di capolini. Inoltre la produzione del carciofo in Puglia ha dato origine a un grande fervore di iniziative concretizzatesi in mostre e sagre, come a Mola di Bari, Trinitapoli, San Ferdinando di Puglia, Brindisi, Mesagne, San Pietro Vernotico. A Bari inoltre sono stati organizzati i primi quattro Congressi internazionali sul carciofo e numerosi sono i Convegni e le giornate di studio tenutisi in vari comuni pugliesi. Notevolissima risulta in Puglia la tradizione gastronomica, consolidata in una quarantina di ricette. Interessante ricordare che Vincenzo Corrado, nato a Oria (BR) nel 1738, cuoco alla corte di Ferdinando IV di Borbone, nel suo libro Del cibo pitagorico, ovvero erbaceo pubblicato nel 1781, descrive 16 ricette a base di carciofo.

Tecnica colturale

Impianto

Tradizionalmente avviene mediante carducci, meno comune è l’uso di ovoli o di porzioni di ceppaia, mentre sono scarsamente utilizzate le piantine ottenute da micropropagazione e quelle provenienti da acheni (comunemente detti “semi”); la diffusione di queste ultime è in progressivo aumento, grazie alla recente introduzione di ibridi con ottime capacità produttive. Nella provincia di Brindisi l’impianto della nuova carciofaia è realizzato quasi esclusivamente mediante carducci nel mese di ottobre, in concomitanza con le operazioni di scarducciatura; da tale impianto la raccolta dei primi capolini ha luogo in marzo-aprile, con produzione abbastanza modesta. In provincia di Foggia i carducci vengono piantati generalmente in marzo e i primi capolini raggiungono la maturazione commerciale nel mese di ottobre. La densità piante/ha varia in relazione alla fertilità del terreno, la cultivar e il tipo di meccanizzazione aziendale; generalmente è compresa tra 7000 e 9000 piante/ha. Nel Foggiano le piante sono disposte solitamente in file singole con distanze che variano da 1,20x1,20 a 1,45x1,45 m, nel caso di disposizione in quadro oppure in rettangolo a 1,35 x 0,9 m. Invece nel Brindisino è maggiormente diffuso il siepone con le file singole distanti 1,8 m e piante a 0,6-0,9 m sulla fila. L’impiego di carducci appena distaccati dalla pianta non consente il regolare attecchimento, per la presenza di ferite che rendono più facile l’insediamento di parassiti (funghi terricoli, batteri) con conseguente moria. Inoltre con l’impianto autunnale la prima raccolta si effettua nella primavera successiva ed è caratterizzata da un basso numero di capolini per pianta. Per di più, considerata la disformità del materiale, l’entrata in produzione risulta scalare. Per ovviare a tali inconvenienti, è consigliabile impiegare carducci radicati. A tale scopo, i carducci delle cultivar che iniziano a produrre in autunno, provenienti dalla scarducciatura effettuata in febbraio-marzo, si lasciano in piantonaio fino al momento dell’impianto (che ha luogo generalmente in luglio), con l’accortezza di sospendere le adacquate 30-40 giorni prima di piantarli per evitare la differenziazione dei capolini. Con tali carducci radicati si ottiene un’elevata percentuale di attecchimento e un’uniforme entrata in produzione in novembre. Le carciofaie provenienti dall’impianto di ovoli germogliati effettuato in estate iniziano a produrre generalmente in novembre. Le piantine propagate per “seme” sono trapiantate solitamente entro il mese di luglio; la produzione di capolini comincia da fine ottobre a febbraio, a seconda delle cultivar e della tecnica colturale praticata. Il prolungato ricorso alla propagazione agamica ha favorito nel tempo un progressivo peggioramento delle condizioni fitosanitarie delle carciofaie con la comparsa di gravi problemi di carattere fitopatologico e agronomico, con ricadute economiche negative per i produttori. I patogeni che destano maggiore preoccupazione sono i virus e i funghi tracheomicotici (soprattutto il Verticillium dahliae); non tanto perché risultano più dannosi di altri parassiti, ma piuttosto perché possono essere facilmente trasmessi e diffusi attraverso il materiale di propagazione che, a un esame visivo, risulta completamente asintomatico. Le infezioni di V. dahliae presentano anche la peculiarità di contaminare il terreno con i propri organi di conservazione, i microsclerozi; le infezioni, all’inizio di scarsa incidenza e solitamente localizzate, si diffondono progressivamente nel terreno. Questa situazione ha costretto gli agricoltori a spostare frequentemente le carciofaie su appezzamenti diversi, con la conseguente riduzione dei cicli di coltivazione (da 4-5 anni si è passati a 2), e a volte ad abbandonare la coltura.

Cultivar

Le prime carciofaie da reddito furono impiantate in Puglia nell’immediato dopoguerra con materiale di propagazione proveniente dalla Sicilia della cultivar Catanese o Violetto di Sicilia. Nel tempo, questa cultivar ha assunto diverse denominazioni in relazione alla località di coltivazione. Pertanto il panorama odierno comprende numerose popolazioni che hanno a volte una diffusione territoriale limitata; spesso lo stesso tipo è denominato in modo diverso in aree differenti, generando confusione non solo per i nomi e gli eventuali sinonimi ma anche per quanto riguarda gli aspetti tecnici e commerciali. È quanto accade ancora oggi, soprattutto nella provincia di Brindisi e in misura minore in quella di Bari, in cui l’originario Catanese viene indicato come: Locale di Brindisi, Brindisino, Locale di Ostuni, Locale di Mola, Molese, Violetto di Mola, Baresano, Violetto di San Ferdinando, Violetto di Brindisi, Nostrano di Brindisi, Violetto del Salento, Nostrano di Orta Nova, ecc. Le cultivar maggiormente presenti in Puglia sono in definitiva: Violetto di Provenza, introdotto nel secondo dopoguerra nel Salento, si è diffuso invece con molto successo negli ultimi vent’anni nella provincia di Foggia, sostituendo progressivamente le popolazioni locali e assumendo comunemente il nome di Francesino. Questa cultivar è molto produttiva e con la tecnica della forzatura gli agricoltori riescono ad anticipare la produzione dei capolini già in settembre, con notevoli benefici economici vista la scarsa presenza in quel periodo di produzioni provenienti da altre regioni. Il Violetto di Provenza risulta, rispetto al Catanese, più precoce e più produttivo; i capolini presentano una colorazione violetta più intensa, maggior peso specifico, forma conica durante la produzione autunnale e tendente all’ovoidale in primavera. Brindisino e Locale di Mola sono maggiormente coltivati rispettivamente in provincia di Brindisi e di Bari e hanno la prerogativa di produrre, oltre a un buon numero di capolini per il mercato fresco (di solito la produzione autunnale), anche una notevole quantità di carciofini (raccolti da fine marzo in poi) molto richiesti dall’industria di trasformazione. Recenti studi di genetica molecolare, basati su diversi marcatori quali Random Amplified Polymorphic DNA (RAPD), Amplified Fragment Length Polymorphism (AFLP) e microsatelliti, hanno evidenziato che il Brindisino e il Locale di Mola appartengono alla tipologia del Catanese, confermando su base scientifica le informazioni già riportate da relazioni tecniche e da fonti giornalistiche, secondo le quali i primi impianti di carciofo in Puglia furono realizzati con materiale di propagazione proveniente dalla Sicilia. Nel territorio pugliese, si segnalano inoltre alcuni impianti di Romanesco, Terom, Tema 2000 e, recentissimi, di Opal ed Exploter. Queste cultivar offrono al cinaricoltore la possibilità non solo di aumentare la tipologia dell’offerta del prodotto, ma anche di ampliare notevolmente il calendario di raccolta dei capolini. In particolare per il Romanesco, molto interessante si prospetta la produzione già da fine gennaio-febbraio, con notevole anticipo rispetto alle aree tradizionali di coltivazione: anche Tema 2000, introdotta di recente, ha suscitato notevole interesse presso i cinaricoltori per la sua buona capacità produttiva, la resistenza al freddo e per la colorazione violetta dei capolini ben accetta nei mercati toscani. Buone prospettive di diffusione potranno avere le nuove cultivar ibride propagate per “seme”, di nuova introduzione sul mercato, in particolare Opal, sia per la sanità delle piante sia per l’elevata produttività e qualità dei capolini. Presenti in aree di coltivazione molto limitate, ma meritevoli di una più ampia valorizzazione, sono le popolazioni Verde di Putignano, Violetto di Putignano, Bianco tarantino (che producono capolini di piccole dimensioni idonei ad essere consumati crudi e sottolio), Centofoglie e Catalogna per i capolini tardivi e grossi che spuntano ottimi prezzi sui mercati locali. Altre popolazioni di scarso rilievo in via di scomparsa sono il Carciofo di Lucera, di Troia e di Carovigno.

Ciclo colturale

Il diverso andamento climatico dei due maggiori areali di coltivazione del carciofo in Puglia, la provincia di Foggia e quella di Brindisi, condiziona notevolmente il ciclo e la tecnica di coltivazione. Infatti se si considerano i valori della temperatura registrati in due località tipiche, Cerignola (FG) e Mesagne (BR), si osserva che la temperatura media annuale di Cerignola è inferiore di 1 °C a quella di Mesagne. In particolare nei mesi di novembre, dicembre, gennaio e febbraio a Cerignola risulta di circa 2 °C inferiore rispetto a Mesagne. Dall’analisi delle serie storiche dei dati termometrici relativi al Brindisino e al Foggiano, è stato calcolato che nel Brindisino la frequenza di giorni con temperature minime al di sotto di 0 °C (rischio di gelata) è inferiore a 3 anni su 100 nel periodo agosto-dicembre. Nel periodo successivo la probabilità di gelate aumenta leggermente raggiungendo il massimo, circa il 4%, intorno alla prima decade di febbraio. Situazione ben diversa si osserva nel Foggiano dove già a fine novembre la probabilità che ci siano gelate è del 4%; questa aumenta al 10% a fine dicembre e raggiunge il 15% nella prima decade di febbraio. Pertanto nel Foggiano risulta ampiamente giustificata l’esigenza di risvegliare precocemente (metà-fine giugno) le carciofaie e di forzare la coltura anche con l’impiego di fitoregolatori, in particolare acido gibberellico, in modo da iniziare la raccolta dei capolini dalla metà di settembre. Le raccolte proseguono per tutto novembre e, a ritmo ridotto e in assenza di gelate, anche durante i mesi invernali; più di frequente invece le carciofaie del Foggiano risultano fortemente danneggiate dagli abbassamenti termici con conseguente interruzione del ciclo produttivo. Di solito l’emissione dei capolini riprende progressivamente a fine marzo per raggiungere il massimo nella seconda decade di aprile; dalla metà di maggio gli agricoltori sospendono le adacquate per favorire la messa a riposo delle piante. In provincia di Brindisi il ciclo di coltivazione ha inizio generalmente in concomitanza dei temporali di fine estate ma, in caso di ritardo delle piogge, si interviene con una o due adacquate a partire dalla fine di agosto. La raccolta inizia a metà novembre e prosegue durante tutto l’inverno; raramente, come si è detto, le gelate sono di intensità tale da interrompere il ciclo produttivo delle piante. Più spesso provocano danni sulle brattee esterne dei capolini che risultano commercialmente deprezzati; in primavera la produzione si concentra nel periodo marzo-aprile e prosegue a volte fino all’inizio di giugno con la produzione di capolini da destinare all’industria di trasformazione.

Concimazione e irrigazione

La biomassa di una carciofaia in ottimo stato di vegetazione durante tutto il ciclo colturale può raggiungere e a volte superare le 100 t/ha; le asportazioni degli elementi nutritivi dal terreno dipendono da numerosi fattori, ma in genere per la produzione di tale biomassa vengono asportati 286 – 44 – 368 – 178 - 157 e 28 kg/ha rispettivamente di N, P2O5, K2O, Ca, Na, Mg. Quantità più modeste si riferiscono a Fe, Mn, Zn e Cu (5210 – 650 - 275 e 165 g/ha rispettivamente). Ricerche condotte sulla crescita delle piante e sulle asportazioni degli elementi nutritivi della cultivar precoce Locale di Mola (simile a Locale di Brindisi e a Violetto di San Ferdinando) evidenziano che per produrre 1 t di capolini sono necessari 19 kg di N, 3 kg di P2O5 e 24 kg di K2O. Spesso gli agricoltori che attuano il risveglio forzato delle piante tendono a somministrare quantità di azoto complessive superiori a 400 kg/ha; mentre nel Brindisino, con il ciclo di coltivazione tradizionale, gli apporti totali di questo elemento raramente superano i 250 kg/ha. Numerose ricerche hanno evidenziato che apporti superiori a 250-300 kg/ha non determinano incrementi produttivi e di precocità ma, al contrario, causano la crescita eccessiva delle foglie e il ritardo della raccolta. Inoltre, aumenta il contenuto di azoto nel terreno e la possibilità d’inquinamento della falda. Il disciplinare di produzione redatto dalla Regione Puglia pone il limite massimo per la distribuzione di N, P2O5 e K2O rispettivamente a 300 – 120 – 150 kg/ha. Vieta inoltre l’uso di fanghi, liquami e concimi o ammendanti derivanti da rifiuti solidi urbani. Di solito la distribuzione dei concimi fosfatici e potassici viene effettuata all’impianto e, negli anni successivi, al risveglio vegetativo mentre l’azoto è somministrato in modo frazionato in almeno 3 interventi: al risveglio vegetativo, al momento della scarducciatura e all’epoca dell’emissione dei primi capolini. Con il diffondersi della fertirrigazione gli elementi nutritivi sono somministrati durante l’intero ciclo di coltivazione. L’impiego di letame e/o di concimi organici da interrare al momento dell’aratura principale è limitato alle aziende che ne hanno disponibilità. La stagione irrigua varia a seconda del ciclo colturale: nel Foggiano la prima adacquata, che serve per il risveglio, viene effettuata intorno al 20 giugno, con volumi di adacquamento variabile da 300 a 600 m3/ha in funzione delle caratteristiche del terreno. Si prosegue con interventi settimanali e volumi di adacquamento di circa 200 m3/ha fino all’autunno, quando il turno irriguo si allunga a 10-15 giorni. La stagione irrigua si interrompe in inverno e riprende di solito a fine febbraio per proseguire sino al termine delle raccolte (fine maggio-inizio giugno). In provincia di Brindisi il ciclo di coltivazione inizia circa 2 mesi dopo rispetto al Foggiano e le piogge che cadono generalmente a partire da agosto permettono l’accrescimento della coltura; pertanto l’irrigazione si attua solo nel caso di autunno e inverno siccitosi, e la stagione irrigua vera e propria inizia da marzo per proseguire fino a maggio. I volumi stagionali si aggirano intorno ai 4-5000 m3/ha per la provincia di Foggia e ai 2500-3000 per quella di Brindisi. Il metodo irriguo più largamente diffuso è quello a microportata, comunemente detto a goccia. In alcune zone, soprattutto nelle province di Foggia e di Bari, è ancora praticata l’irrigazione per aspersione, o con impianti fissi soprachioma, o con linee adduttrici poste sul terreno e con ugelli del tipo mini sprinkler sorretti da aste poco sopra la pianta. Questo metodo consente la nebulizzazione dell’acqua sulla pianta in modo da ottenere anche una funzione climatizzante, antigelo in inverno o per ridurre la temperatura in estate al fine di limitare rispettivamente i danni da freddo e l’atrofia del capolino.

Raccolta, qualità dei capolini, trasformazione

La produzione varia in funzione dei fattori pedoclimatici, della tecnica colturale, della cultivar, del metodo di propagazione, dell’età della carciofaia e in media oscilla da 150 a 200.000 capolini per ettaro. La produzione per il mercato fresco è di circa 100.000 capolini/ha nel Foggiano e 80.000 nel Brindisino; quella destinata all’industria è per entrambe le zone di 50-60.000 capolini/ha. Già dagli anni ’70 le produzioni areiche delle carciofaie del Foggiano risultano notevolmente superiori a quelle della provincia di Brindisi; ciò si spiega sia per la maggiore produttività del Violetto di Provenza rispetto al Brindisino, sia per le differenti tecniche colturali. È noto che il risveglio anticipato, l’impiego di fitoregolatori, l’epoca e la modalità di impianto influiscono sulla precocità, sulla durata del calendario di raccolta, sulla quantità e qualità del prodotto. Il periodo di raccolta si aggira intorno a 250 giorni per le cultivar precoci, con carciofaie risvegliate a fine giugno-luglio; le raccolte, in numero variabile da 15 a 20, iniziano a fine settembre e terminano generalmente in maggio. Per le cultivar tardive hanno inizio a febbraio-marzo e terminano in giugno. In particolare a Foggia la raccolta inizia tra la metà di settembre e la prima decade di ottobre, raggiunge il massimo nel mese di novembre, cala rapidamente, o si arresta, nei mesi invernali e riprende a marzo con un picco ad aprile. A Brindisi, invece, la produzione autunnale è molto limitata; i primi capolini vengono raccolti in novembre, la produzione aumenta lentamente nei mesi invernali, si innalza bruscamente tra marzo e aprile e si protrae fino ai primi di giugno. La raccolta avviene a mano con l’ausilio di forbici o coltelli ben affilati; i carciofi successivamente vengono depositati in cesti o sacchi, i quali poi vengono scaricati ai bordi del campo per essere trasportati al centro aziendale. Quando la distanza tra le file lo permette, i capolini vengono caricati in piccoli cassoni trasportati da motocoltivatori o trattori di modeste dimensioni. Nelle grandi aziende vengono impiegati carri agevolatori della raccolta trainati, costituiti da cassoni che possono contenere 3-4000 capolini, dotati di ali laterali di 2-4 metri, che permettono di ridurre sensibilmente i costi della raccolta. I capolini destinati all’industria vengono tagliati con peduncolo lungo 3-5 cm, generalmente raccolti senza l’ausilio del coltello e venduti in sacchi di 300-400 pezzi. L’accrescimento dei capolini è più rapido in autunno e primavera rispetto all’inverno; con il ritardo della raccolta il pappo si allunga, compaiono le brattee interne violette con piccole spine apicali, la fibrosità aumenta, mentre la porzione edule diminuisce. In alcuni mercati locali i carciofi sono ancora confezionati nel classico fascio di 15-25 e 5-6 pezzi rispettivamente per le cultivar precoci e tardive, oppure venduti alla rinfusa. In questi casi i capolini vengono tagliati con il peduncolo (che può superare anche i 30 cm), su cui sono inserite 2-4 foglie. In proposito, il regolamento della Comunità Europea (N. 963 della Commissione del 7/5/1998) stabilisce che i peduncoli devono presentare un taglio netto ed essere di lunghezza non superiore a 10 cm. Nelle regioni Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, tale disposizione può subire deroghe in virtù del regolamento CE 1466/2003 del 19/8/2003 per il quale è autorizzata ancora la vendita in mazzi, al dettaglio, di carciofi con peduncolo di lunghezza superiore a 10 cm. La motivazione a tale deroga risiede nella considerazione che in tali regioni tradizionalmente il gambo viene utilizzato in alcune preparazioni culinarie. Attualmente la maggior parte dei consumatori al momento dell’acquisto nei mercati locali chiede l’accorciamento dello stelo e il materiale di scarto contribuisce a far aumentare la massa di spazzatura che deve essere allontanata dai punti di vendita con conseguente aggravio dei costi per le imprese di nettezza urbana; se invece tale porzione di stelo con le foglie annesse venisse lasciato sulla pianta potrebbe contribuire all’aumento della produzione e successivamente all’aumento della sostanza organica nel terreno. In proposito, ricerche condotte sul Locale di Mola per verificare l’influenza della diversa lunghezza del taglio del peduncolo sulla biomassa asportata e le caratteristiche produttive, hanno messo in evidenza che con il taglio tradizionale (30-40 cm con foglie annesse) vengono asportate circa 10 t/ha di foglie sinteticamente attive; il peso dei capolini raccolti l’anno successivo risulta di 20 g inferiore rispetto al peso di quelli tagliati con stelo corto (5 cm). È interessante notare che la vendita dei capolini in fasci è sostituita rapidamente da capolini con 20-30 cm di peduncolo però senza le foglie, che vengono sistemati in cassette. Nella GDO si va affermando la vendita dei capolini con circa 10 cm di peduncolo commercializzati in vassoi con numero variabile di pezzi o in mazzi da 3-6 pezzi. In Puglia sono presenti numerose piccole aziende di trasformazione del carciofo, spesso a carattere familiare, che assorbono tutta la produzione regionale e che si approvvigionano anche da altre regioni, in particolar modo dalla Sicilia. La maggior parte di queste aziende produce semilavorati conservati in salamoia che poi sono venduti a grosse ditte fuori regione che rilavorano il prodotto e lo commercializzano. In questo modo gran parte del valore aggiunto generato dalla trasformazione è realizzato al di fuori dell’ambito regionale con grave perdita per le imprese locali. Non mancano comunque aziende che trasformano, confezionano e commercializzano direttamente carciofi sottolio o in salamoia, preparati in numerose tipologie: cuori di diversa dimensione, con gambo o senza, divisi a metà, in quarti, spicchi e fette o i soli ricettacoli (fondi) o anche pezzi di ricettacolo e brattee. Di recente sono preparati anche i cuori grigliati, alla brace, alla giudìa, alla cafona e conditi con diversi ingredienti. Nella produzione regionale di surgelati si segnala la recente introduzione sul mercato di carciofi in pastella pronti da friggere.

Situazione attuale e prospettive

In Puglia il carciofo è ancora una coltura in grado di remunerare i produttori; negli ultimi anni la sua coltivazione ha incontrato difficoltà di carattere economico, causate dalla difficile situazione congiunturale di tutto il settore agricolo, ma che riflettono anche i problemi di natura agronomica e patologica che limitano, a volte anche fortemente, la produzione e la qualità dei capolini. Tra i problemi agronomici si segnala la crescente salinità delle acque irrigue; la concimazione, soprattutto quella azotata, effettuata in modo irrazionale; l’uso improprio di fitoregolatori; la propagazione per via vegetativa. Strettamente legati a questi sono gli aspetti patologici che in alcune aree stanno rendendo praticamente impossibile la coltivazione. Oltre alle virosi, presenti in tutti gli areali di coltivazione, notevoli danni sono provocati da Verticillium spp. e dai roditori. Un settore che presenta ancora molte carenze è quello legato alla commercializzazione e, più in generale, alla valorizzazione del prodotto. In Puglia circa il 50% del prodotto fresco passa attraverso strutture commerciali organizzate (mercati all’ingrosso e grande distribuzione), mentre la quota restante viene offerta in maniera disorganizzata, penalizzando notevolmente i produttori, specie quelli con aziende di piccole dimensioni. Opportune azioni di valorizzazione, che mettono in risalto oltre alle caratteristiche qualitative anche gli aspetti legati alla tipicità del prodotto e la sua stretta relazione con il territorio di produzione, sono state attuate in Puglia a supporto della commercializzazione. Alla luce delle nuove politiche comunitarie, due sembrano le strade da percorrere per gli imprenditori agricoli: le piccole imprese che vendono i carciofi ai mercati locali dovrebbero specializzarsi e offrire prodotti di qualità per il mercato interno, mentre per quelle più strutturate la scelta quasi obbligata dovrebbe essere l’aggregazione per creare gruppi competitivi sul mercato nazionale ed estero, sfruttando in particolar modo le nuove politiche di incentivazione messe in atto dalla Comunità Europea a supporto delle Associazioni di Produttori.

 


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