Volume: il carciofo

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: carciofo nel mondo

Autori: Vito Vincenzo Bianco, Nicola Calabrese

Diffusione e produzione

Il carciofo è coltivato nel mondo su una superficie di poco inferiore a 130.000 ettari (ha), con una produzione totale di 1.327.000 t. In generale negli ultimi vent’anni sia la superficie coltivata sia la produzione totale dei Paesi in cui la coltivazione è praticata da lungo tempo non hanno subito variazioni significative, mentre sono stati registrati notevoli incrementi in quelli in cui il carciofo è stato introdotto di recente. L’Italia è al primo posto per la superficie coltivata, circa 50.000 ha, pari al 39% della superficie mondiale e la produzione totale di capolini, con 474.000 t (36% del totale mondiale). Segue la Spagna, con meno della metà della superficie e della produzione totale rispetto all’Italia, con 20.000 ha e 215.000 t. Al terzo e quarto posto per superficie coltivata si collocano la Francia con 10.300 ha, in cui la superficie si è ridotta del 30% dagli anni ’90 in poi, e la Cina con 10.000 ha. Quest’ultimo dato è particolarmente interessante perché l’introduzione del carciofo in Cina è recente; in circa 15 anni sono stati raggiunti e superati altri Paesi in cui la coltivazione di questa specie ha una lunga e consolidata tradizione tra i quali Argentina, USA, Grecia, Marocco, Egitto e Algeria. Anche per il Perú si registra un incremento notevole delle superfici, che sono decuplicate negli ultimi cinque anni, raggiungendo 4200 ha nel 2007. Per la produzione totale, dopo Italia e Spagna, seguono nell’ordine Argentina, Egitto, Perú e Cina. La Francia, a causa della bassa produzione unitaria (5,3 t/ha in media), è relegata al settimo posto. Completano la graduatoria dei primi dieci Paesi produttori Marocco, USA e Algeria. Per quanto riguarda il calendario del periodo di raccolta, è opportuno premettere che la tecnica colturale e le caratteristiche varietali influenzano notevolmente il calendario di raccolta in tutti gli areali di coltivazione. In genere, nei Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, la produzione dei capolini comincia in autunno, prosegue durante l’inverno con modalità che dipendono dalle condizioni climatiche, in alcune zone può anche interrompersi, raggiunge il culmine in primavera e termina di solito a fine maggio. Differisce notevolmente il calendario di produzione delle regioni della Francia del Nord; in queste zone, infatti, le condizioni climatiche particolari consentono la raccolta dei capolini durante la stagione estiva; pertanto la Francia può produrre carciofi tutto l’anno. Situazione simile si osserva in California (USA), dove le favorevoli condizioni climatiche delle diverse aree di coltivazione e le differenti tecniche colturali permettono l’offerta di capolini sul mercato interno durante l’intero anno. Nei Paesi del Sudamerica, l’epoca di produzione va da metà aprile a inizio dicembre e corrisponde al periodo autunnale-primaverile. In Perú, invece, la produzione si ottiene durante tutto l’anno, perché le due grandi aree di coltivazione, la zona costiera e la sierra andina, coprono nel loro insieme tutti i mesi. Questa situazione è molto favorevole all’industria di lavorazione (che trasforma gran parte della produzione per destinarla all’esportazione), non essendo soggetta alla stagionalità della lavorazione come invece accade negli altri Paesi produttori.

Esportazioni e importazioni

Per quanto riguarda gli scambi commerciali del prodotto fresco, il totale delle esportazioni nel 2007 ammonta a 56.551 tonnellate (t) per un valore complessivo di 70.648.000 $. La Spagna è al primo posto per l’esportazione dei capolini con circa 21.500 t, corrispondenti al 10% della produzione nazionale e, in valore, a poco più di 29 milioni di $. La maggior parte del prodotto è esportata in Francia (65% del totale) e in Italia (29%); quantità modeste sono destinate in Germania, Belgio e Olanda. L’Egitto è il secondo esportatore mondiale con 12.000 t, pari al 16% della produzione nazionale, e in valore a 8.825.000 $. Seguono Francia e Stati Uniti con 7391 e 5172 t, per un valore di 9.817.000 e 4.574.000 $ rispettivamente; l’Italia esporta 4162 t di capolini, che corrispondono solo allo 0,9% della produzione nazionale. Questo dato evidenzia che il mercato interno assorbe la quasi totalità della produzione. Le esportazioni italiane sono dirette quasi totalmente verso i Paesi dell’Unione Europea (93%) e verso quelli extra Ue (6%); quantità modestissime raggiungono l’Estremo Oriente e il Nordamerica. Curiosità suscitano i dati riferiti all’esportazione dell’Olanda che non è un Paese produttore di carciofo; in realtà gli olandesi importano prodotto a prezzo basso (951 $/t), lo rilavorano e lo esportano a un prezzo (2495 $/t) più che doppio di quello d’acquisto. L’importazione di carciofo fresco nel mondo è pari a 51.762 t per un valore di 66.882.000 $. La Francia è il primo Paese importatore con 20.765 t, seguita dall’Italia con 15.165 t per un valore di 19.505.000 $ e da Olanda, Canada, Germania e Belgio. La Svizzera e il Regno Unito si distinguono per l’elevato prezzo pagato, 2281 e 1986 $/t, rispettivamente. Negli ultimi anni la quantità di carciofo importata in Italia è raddoppiata, infatti nel periodo 2000-2003 era di 7000 t circa; i Paesi di provenienza del prodotto importato sono Spagna, Francia ed Egitto. Quest’ultimo è diventato di recente il maggior esportatore di carciofo in Italia; infatti, fino al 2002 le quantità esportate erano modeste (1000 t circa), mentre negli anni successivi hanno quasi raggiunto 12.000 t. I carciofi egiziani arrivano in Italia durante il periodo invernale, prevalentemente da metà dicembre a fine febbraio, quando la richiesta del mercato è elevata, mentre in molti areali cinaricoli nazionali la produzione rallenta, o si interrompe, a causa delle basse temperature e dei danni da freddo. Diversamente la Francia esporta carciofi soprattutto nel periodo estivo, quando le carciofaie in Italia sono nella fase di riposo o la produzione deve ancora iniziare. È interessante notare che, pur essendo l’Italia il maggior produttore mondiale e pur esportando pochissimo carciofo, è anche il secondo Paese importatore, a conferma dell’elevato consumo a livello nazionale di questo ortaggio. Infatti il consumo pro capite più elevato si riscontra in Italia con circa 8 kg, cui seguono Spagna, Argentina, Grecia e Cile. Per quanto riguarda il prodotto trasformato, la Spagna, con oltre 60.000 t è di gran lunga anche al primo posto per l’esportazione di cuori di carciofo conservati soprattutto in salamoia, che esporta prevalentemente negli Stati Uniti, in Italia, Francia, Germania e Canada rispettivamente per il 55 – 12 – 9 – 7 e 6%. Altri Paesi produttori di carciofo trasformato sono Italia, Francia, Egitto, Tunisia, Turchia, Cina, Perú e Cile. L’Italia si distingue per una produzione eccellente e per una diversificata tipologia di carciofini sottolio. I principali Paesi importatori sono gli Stati Uniti, che assorbono il 53% del totale del prodotto trasformato, seguiti da Francia, Spagna e Italia. L’Egitto è tra i Paesi extracomunitari quello che monopolizza le esportazioni nell’Unione Europea del carciofo trasformato, con il 96% del totale, sia per quanto riguarda le quantità, poco più di 8600 t, sia in valore, pari a 13.600.000 $. Con il 2,7 e 0,7% seguono Tunisia e Marocco rispettivamente. I Paesi esportatori di carciofo in salamoia negli Stati Uniti sono principalmente la Spagna, che copre il 60% del mercato, seguita a distanza da Perú, 20% e Cile, 15%; l’Italia occupa solo la quarta posizione con il 3,2%. Le principali città di destinazione sono New York, Los Angeles, Baltimora e San Francisco. Negli ultimi dieci anni il Perú si è affacciato prepotentemente sul mercato mondiale dell’esportazione del carciofo trasformato, collocandosi al secondo posto dopo la Spagna. La buona qualità del prodotto e il costo di produzione, molto basso rispetto ad altri Paesi competitori, hanno favorito l’espansione sui mercati. Gli Stati Uniti sono il principale Paese destinatario delle esportazioni (67% del totale); quote minori raggiungono Spagna (16%) e Francia (9,2%). Seppur con quantitativi finora molto modesti (0,3% del totale esportato), i carciofi in salamoia del Perú raggiungono l’Italia, creando qualche preoccupazione alle prospettive future delle industrie del settore. La Spagna è il maggior esportatore di carciofo surgelato, con circa 6000 t, destinate principalmente a Francia (48% del totale esportato) e Italia (41%); mentre Egitto, Perú e Marocco sono i principali Paesi extracomunitari che esportano il carciofo surgelato nell’Unione Europea con rispettivamente il 72 – 17 – 8% del mercato totale.

Produzione in Italia

In Italia il carciofo è coltivato su una superficie di poco inferiore a 50.000 ha; la produzione totale di capolini, è di circa 518.000 t. Dall’andamento della superficie totale negli ultimi sessant’anni, si nota il progressivo incremento fino al 1971, quando è stato raggiunto il valore massimo di 63.742 ha; negli anni successivi la superficie è diminuita fino a raggiungere il minimo nel 1993 con 47.100 ha. Nell’ultimo decennio la superficie si è stabilizzata intorno ai 50.000 ha. Per quanto riguarda la produzione totale, l’andamento ricalca quello osservato per la superficie, pur tenendo conto della notevole influenza sulla produzione delle condizioni climatiche verificatesi nelle singole annate. La produzione unitaria del carciofo in Italia è aumentata fino alla metà degli anni ’70, e leggermente diminuita nei vent’anni successivi. La tendenza alla riduzione della produzione areica si è consolidata nell’ultimo decennio, nonostante siano migliorati notevolmente la tecnica colturale (soprattutto per quanto riguarda la fertilizzazione e l’irrigazione) e il controllo dei parassiti. Attualmente le regioni in cui il carciofo è maggiormente diffuso sono la Puglia con 17.085 ha e 173.448 t di capolini, la Sicilia (14.270 ha e 159.064 t) e la Sardegna (12.952 ha e 106.860 t), che insieme rappresentano il 90% della superficie totale coltivata e l’85% della produzione nazionale. Presenze significative della coltivazione del carciofo si registrano anche in Campania (2019 ha e 34.663 t) e Lazio (1043 ha e 20.650 t).

Scenari futuri del carciofo in Italia

Recenti studi e indagini di mercato hanno delineato con chiarezza gli aspetti riferiti al mercato globale sui quali tutto il sistema agricolo italiano deve riflettere e confrontarsi. Alcuni Paesi emergenti, a partire da quelli del Nordafrica (Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto), soprattutto per il prodotto fresco, e del Sudamerica (Cile e Perú), per il trasformato, sono in costante crescita organizzativa e commerciale e attuano politiche di vendita con prezzi molto competitivi, mentre i tradizionali competitori europei, Spagna e Francia, si presentano sui mercati in maniera compatta sfruttando al meglio la loro organizzazione e riuscendo a esaudire le esigenze logistiche della grande distribuzione, che invece l’Italia non riesce a soddisfare. In Italia, gran parte della produzione viene offerta in maniera disorganizzata: ciò costituisce senza dubbio un handicap per la nostra produzione e quindi le vendite e i fatturati di molti prodotti ortofrutticoli, tra cui il carciofo, stanno vivendo stagioni difficili. Tanto più che alcuni Paesi importatori, soprattutto la Francia, registrano un crescente interesse da parte di Paesi nordafricani che sono considerati forti competitori; invece l’adozione di politiche di collaborazione, anziché di concorrenza, potrebbe condurre a strategie commerciali comuni tese ad ampliare la gamma dell’offerta e a estendere la stagionalità della produzione. Alla luce delle nuove politiche comunitarie, due sembrano le strade da percorrere per gli imprenditori agricoli: le piccole imprese che vendono i carciofi ai mercati locali dovrebbero specializzarsi e offrire prodotti di qualità per il mercato interno, mentre per quelle più strutturate la scelta quasi obbligata dovrebbe essere l’aggregazione, per creare gruppi vincenti fuori dai confini nazionali, che propongano innovazioni e impongano sui mercati il prodotto italiano, sfruttando in particolar modo le nuove politiche di incentivazione messe in atto dalla Comunità Europea a supporto delle Associazioni di Produttori. Altri aspetti e/o iniziative da intraprendere per incrementare le vendite e favorire la commercializzazione del carciofo potrebbero essere in sintesi: – l’ampliamento degli areali per la produzione in pieno inverno (quando la domanda è elevata e la produzione nazionale scarseggia), in modo da coprire gli spazi lasciati dall’offerta spagnola e da quella proveniente dai Paesi del Nordafrica, e durante l’estate attraverso la coltivazione in alta collina; – la promozione e la diffusione dei consumi nei Paesi a più alto sviluppo economico, come la Svizzera, la Germania e il Belgio, senza trascurare i Paesi dell’Est e quelli con elevata presenza di popolazioni di immigrati provenienti dal Nordafrica già abituali consumatori di carciofo, specialmente nel periodo del Ramadàn; – sviluppare politiche commerciali competitive con quelle di altri Paesi produttori come Spagna e Francia; – promuovere politiche di supporto tecnico, logistico e finanziario agli imprenditori agricoli per diminuire le inefficienze e aumentare i profitti; – valorizzare maggiormente il prodotto attraverso strategie di marketing, puntando soprattutto su imballaggi, modalità di confezionamento ed etichettature che mettano in risalto le caratteristiche di bontà, sanità, sicurezza d’uso e freschezza del prodotto; – affiancare ai due marchi IGP già esistenti, Carciofo Romanesco e Carciofo di Paestum, che legano il prodotto a uno specifico territorio, quelli per i quali è già stata presentata richiesta: come Spinoso sardo, Carciofo violetto della Val di Cornia, Carciofo violetto di Sant’Erasmo, Carciofo brindisino, Violetto di Ramacca, anche se in qualche caso i marchi non hanno pienamente soddisfatto le attese; – aumentare l’offerta di prodotti prelavorati, ottenuti utilizzando cultivar propagate per “seme”, caratterizzate da elevate produzioni e naturalmente predisposte alla concentrazione della raccolta di tutto il prodotto nel periodo di 1-2 mesi; – promuovere le ricerche sulla coltivazione biologica; – favorire la coltura a ciclo annuale per le positive ripercussioni sullo stato fitosanitario delle piante; – approfondire gli studi sulle caratteristiche nutrizionali e la biodisponibilità dei principi attivi contenuti nei capolini, unitamente a mirate campagne di informazione presso i consumatori sempre più attenti agli aspetti salutistici della dieta.

 


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