Volume: il carciofo

Sezione: paesaggio

Capitolo: carciofo nel lazio

Autori: Olindo Temperini

Introduzione

La coltivazione del carciofo nel Lazio riveste un ruolo importante non solo sotto l’aspetto economico ma anche socio-culturale; infatti, secondo il botanico Montellucci, è da attribuire agli Etruschi l’opera di addomesticamento di questa specie a partire dalle popolazioni selvatiche di Cynara cardunculus var. sylvestris (cardo selvatico). Le estese popolazioni selvatiche di questa specie, nella zona collinare tra Civitavecchia e Tolfa fino alle vicinanze di Cerveteri e Tarquinia, e le raffigurazioni di foglie di carciofo in alcune tombe della necropoli etrusca di Tarquinia, confermerebbero queste affermazioni. Anche se questo ortaggio è stato coltivato fin dall’antichità e ha una lunga tradizione nella cucina laziale, le superfici investite a carciofo Romanesco sono rimaste per secoli a livello di semplici orti familiari. I capolini di carciofo Romanesco coltivato nel Lazio sono confluiti sul mercato di Roma soltanto dopo la Prima guerra mondiale, e in particolare quelli prodotti nei dintorni di Ladispoli, Cerveteri e Campagnano. Le cultivar affermate furono il Castellammare, per la sua precocità, e il Campagnano che, pur maturando tardivamente, presentava caratteristiche organolettiche eccellenti. Con l’avvento della riforma agraria la coltivazione del carciofo divenne intensiva, tanto che nel 1950 nel comune di Ladispoli ebbe luogo la prima edizione della Sagra del Carciofo Romanesco. L’eco del successo di questa manifestazione, che si ripete ogni anno all’inizio della primavera, varcò i confini del Lazio e per gli agricoltori si aprirono le porte dei mercati nazionali. A tale manifestazione ne seguirono di analoghe negli altri comuni produttori di carciofo (sagra di Campagnano, Sezze ecc.). Le varietà del carciofo Romanesco coltivate nel Lazio si sono ben affermate per le ottime caratteristiche commerciali (capolini grandi e assenza di spine), nonché per le pregiate qualità organolettiche.

Tecnica colturale

Preparazione del terreno e concimazione di fondo

La preparazione del terreno destinato ad accogliere le piante di carciofo inizia con un’aratura profonda circa 40-50 cm, effettuata in agosto-settembre se sul terreno non ci sono colture in atto oppure, se presente una coltura invernale (finocchio, cavolfiore ecc.), nella primavera successiva appena le condizioni del terreno lo permettono. In occasione di tale operazione, sulla base delle indicazioni fornite dai laboratori di analisi sulle caratteristiche fisico-chimiche del suolo e la qualità dell’acqua di irrigazione, si procede all’interramento del letame (40-60 t/ha) o altro fertilizzante organico (pollina, guano ecc.). Pochi giorni prima della messa a dimora delle piante si eseguono alcune lavorazioni complementari di livellamento e affinamento del suolo. In occasione di tali operazioni si esegue la concimazione minerale di base che prevede in media la distribuzione di 70-80 kg/ha di P2O5 e 80-90 kg/ha di K2O. Nei terreni particolarmente compatti, per evitare problemi di asfissia radicale, si realizzano fossi di scolo lungo la testata e le scoline laterali.

Impianto

La tecnica di coltivazione del carciofo a produzione vernino-primaverile nel Lazio varia notevolmente in funzione del materiale di propagazione impiegato nella costituzione delle nuove carciofaie. Infatti, gli agricoltori di questa regione impiegano come materiale di propagazione carducci, ovoli, piante micropropagate e “semi”, secondo il grado di specializzazione dell’azienda, del materiale acquisibile sul mercato e del genotipo scelto. Impiegando il carduccio come materiale di propagazione, l’epoca di impianto varia in funzione della disponibilità di questo materiale con conseguenti ripercussioni sull’epoca di raccolta dei capolini. Nella tecnica classica di coltivazione i carducci sono disponibili a distanza di 30-40 giorni dal risveglio vegetativo, che normalmente viene promosso con abbondanti irrigazioni nei primi giorni di agosto. I carducci vengono prelevati durante la fase di scarducciatura che, com’è noto, avviene quando i carducci sono sufficientemente sviluppati e prevede, nel carciofo di tipo Romanesco, l’asportazione di tutti i carducci a eccezione di quello che andrà a costituire la parte aerea della pianta. I carducci prelevati vengono immediatamente tolettati; tale operazione si rende necessaria per ridurre la perdita di acqua per traspirazione e consiste nell’eliminazione delle foglie più esterne e nella riduzione della lamina fogliare in quelle rimanenti. I carducci così preparati sono posti direttamente a dimora. Per facilitare l’emissione delle radici e quindi il rapido accrescimento della giovane pianta, viene mantenuto un microambiente particolarmente adatto attraverso interventi irrigui frequenti e con volumi ridotti. L’irrigazione dei carducci diventa particolarmente importante in condizioni di scarsa umidità del terreno ed elevata ventosità, in quanto i carducci subirebbero una rapida ed eccessiva disidratazione con conseguenze anche gravi sulla loro sopravvivenza. Questa tecnica ancora oggi praticata comporta svantaggi piuttosto evidenti: presenza di un certo numero di fallanze, entrata in produzione della carciofaia soltanto a partire dal secondo anno di impianto, necessità di operare rimpiazzi e di conseguenza ottenimento di carciofaie difformi. Tenuto conto di questi aspetti negativi e su indicazioni della cattedra di Orticoltura dell’Università di Viterbo, alcuni agricoltori di Sermoneta (LT) stanno impiegando come materiale di propagazione i carducci prelevati in primavera da carciofaie giunte a fine ciclo. In particolare questa tecnica prevede l’eliminazione della parte aerea delle piante in aprile, cioè dopo la raccolta dei capolini di maggior pregio: i cimaroli e i capolini di primo e secondo ordine. Effettuato il taglio della parte aerea, si esegue un’abbondante irrigazione per promuovere una rapida e cospicua emissione di carducci. A distanza di circa un mese (seconda decade di maggio), i carducci sono sufficientemente sviluppati, pertanto vengono distaccati dalle piante madri; sono quindi sottoposti a tolettatura e posti a radicare. A fine luglio le piante si presentano con un apparato radicale ben sviluppato e sono pronte per essere messe a dimora. L’impianto avviene nella prima decade di agosto ed è immediatamente seguito da un’abbondante irrigazione. Questa tecnica, rispetto alla precedente, garantisce un ottimo accrescimento della carciofaia prima che sopraggiunga il freddo invernale, per cui l’entrata in piena produzione avviene già a partire dal primo anno di impianto. Negli ultimi anni è possibile trovare sul mercato anche piantine a radice protetta ottenute facendo radicare direttamente carducci provenienti da piante madri coltivate fuori suolo. Il materiale così ricavato è disponibile all’inizio dell’estate e normalmente viene posto a dimora nei primi giorni di agosto. L’impiego delle piantine provviste di pane di terra, oltre a garantire un attecchimento prossimo al 100% e quindi un’elevata uniformità della carciofaia, determina anche l’entrata in produzione della carciofaia già dal primo anno di coltivazione. In altre zone del Lazio (per es. Cerveteri) si utilizzano come materiale di propagazione anche gli ovoli, largamente impiegati in Italia meridionale e insulare, e in particolare per le cultivar rifiorenti quali Brindisino e Spinoso sardo. Gli ovoli vengono prelevati al momento della dicioccatura e posti a germogliare in luogo fresco e ombreggiato. Trascorsi circa 20 giorni, gli ovoli che hanno iniziato la fase di germogliamento vengono posti direttamente a dimora. Tale tecnica, pur risultando efficiente in quanto garantisce un equilibrato sviluppo della carciofaia sin dal primo anno di impianto, è poco impiegata a causa del ridotto numero di ovoli prodotti dalle singole piante. A partire dagli anni ’90 si è diffuso l’impiego di piante micropropagate della cultivar C3, in grado di soddisfare la necessità dei cinaricoltori di disporre in tempi brevi di un elevato numero di piante e nel contempo ottenere carciofaie uniformi e produttive sin dal primo anno di impianto. Negli ultimi anni il ricorso a tale materiale è in parte rallentato per motivi riconducibili principalmente all’elevato costo delle piantine e al materiale non sempre rispondente in modo omogeneo alle caratteristiche della cultivar richiesta. La forte diffusione di piante micropropagate della cultivar C3 e la volontà da parte degli agricoltori di arrivare sempre prima sul mercato con il prodotto ha determinato nel tempo il completo abbandono delle cultivar tradizionali, Castellammare e Campagnano, del carciofo Romanesco. Di recente nel Lazio si è diffusa anche la coltivazione di genotipi (cultivar e ibridi F1) di nuova costituzione per cui l’impianto delle nuove carciofaie viene effettuato impiegando piante a radice protetta, ottenute disponendo il “seme” in contenitori alveolati da 28-36 fori contenenti terricciato commerciale. L’epoca di semina/trapianto risulta particolarmente importante affinché la giovane carciofaia esplichi appieno le proprie performance produttive e qualitative. Infatti, da prove effettuate dalla Facoltà di Agraria di Viterbo in collaborazione con ARSIAL presso l’Azienda Dimostrativa ARSIAL di Tarquinia, è emerso che la cultivar Imperial Star, sottoposta a tre differenti epoche di impianto, ha risposto in termini di precocità in modo molto diverso in funzione dell’epoca di trapianto. In particolare la raccolta dei capolini è iniziata l’11 novembre nelle piante trapiantate nella prima settimana di luglio, il 5 dicembre in quelle trapiantate nella terza decade di luglio. Le piante trapiantate nella seconda decade di agosto hanno evidenziato un habitus vegetativo tipico delle cultivar a produzione primaverile e la raccolta è iniziata nella prima decade di marzo. Da tale esperienza risulta estremamente importante definire l’epoca ottimale di trapianto delle cultivar propagate via “seme”.

Concimazione di copertura

La concimazione di copertura prevede la completa distribuzione di azoto e un ulteriore apporto di potassio. L’azoto viene distribuito attraverso due o tre interventi in quanto, essendo il ciclo vegetativo del carciofo piuttosto lungo, apportandolo in un’unica soluzione, si andrebbe incontro a numerose perdite per dilavamento. La frazione di potassio distribuita in copertura è necessaria in quanto questo macronutriente favorisce una maggior colorazione delle brattee esterne dei capolini, caratteristica molto apprezzata dai consumatori. Nel Lazio, essendo la coltivazione del carciofo ancora oggi poliennale, il piano di fertilizzazione distingue due situazioni: primo anno e anni successivi a quello dell’impianto. Nel primo anno la concimazione inizia a distanza di circa 20 giorni dall’impianto, e cioè quando le piantine si sono ben affrancate e quindi sono in grado di utilizzare al meglio gli elementi minerali apportati. Normalmente vengono distribuiti 30-40 kg/ ha di N sotto forma nitro-ammoniacale o ureica, il concime viene quindi interrato attraverso una leggera fresatura, operazione che contribuisce anche al contenimento delle erbe infestanti. Un secondo intervento viene effettuato tra la seconda e la terza decade di settembre distribuendo ulteriori 60-70 kg/ha di N, sotto forma nitro-ammoniacale. Un terzo intervento viene eseguito in prossimità dell’emissione dello scapo fiorale, che si manifesta attraverso la presenza di foglie lanceolate a portamento assurgente, distribuendo ulteriori 30-40 kg/ha di N, sotto forma nitrica o ammoniacale, e altrettanti di K2O. Negli anni successivi la concimazione inizia nella prima decade di agosto e precede l’irrigazione necessaria per il risveglio vegetativo della carciofaia, distribuendo l’intera quantità di fosforo (60-70 kg/ha P2O5) e 2/3 di quella del potassio (80-90 kg/ha K2O). L’intervento successivo avviene subito dopo la scarducciatura con la distribuzione di 90-100 kg/ha di N sotto forma nitro-ammoniacale, cui fa seguito una lavorazione superficiale del terreno. In prossimità dell’emissione dello scapo fiorale si effettua l’ultimo apporto di nutrienti (N e K2O) con le stesse quantità e modalità descritte per il primo anno di impianto.

Densità colturale

Il giusto numero di piante per unità di superficie incide fortemente sulle caratteristiche del prodotto in termini di precocità, quantità (numero di capolini/pianta) e qualità (pezzatura e compattezza dei capolini). Le esperienze di campo indicano, infatti, che aumentando oltre un certo limite la densità colturale si verifica un aumento dei capolini per unità di superficie, mentre diminuiscono quelli prodotti dalle singole piante e inoltre si osserva anche un ritardo della raccolta. La pezzatura dei capolini è un parametro particolarmente importante per la definizione della qualità del carciofo Romanesco; infatti, il prodotto maggiormente quotato sul mercato è rappresentato dai capolini principali (cimaroli) e, a seguire, da quelli di primo e di secondo ordine. I capolini di ordine superiore sono normalmente destinati all’industria di trasformazione e quindi commercializzati a prezzi decisamente inferiori. Nel definire le distanze d’impianto, i cinaricoltori del Lazio tengono conto non solo delle considerazioni precedentemente esposte, ma anche dei mezzi disponibili per le operazioni colturali, della vigoria del clone coltivato e del costo della piantina. Normalmente, la distanza adottata tra le file oscilla tra 1,2 e 1,4 m e quella sulla fila tra 0,8 e 1 m; pertanto, la densità colturale del carciofo romanesco coltivato nel Lazio varia tra 8000-9000 piante/ha.

Irrigazione

La stagione irrigua normalmente inizia tra la fine di luglio e l’inizio di agosto e si protrae fino a ottobre-novembre, successivamente viene sospesa, in quanto le precipitazioni atmosferiche sono generalmente sufficienti a soddisfare le esigenze idriche della coltura. Interventi irrigui successivi si rendono necessari, qualora non si verifichino piogge per lunghi periodi, durante la fase di raccolta, per evitare stress idrici alla pianta con conseguenze anche gravi in termini di qualità e quantità del prodotto. Gli interventi irrigui più importanti nella coltivazione del carciofo Romanesco sono quelli effettuati il primo anno subito dopo l’impianto, in quanto essenziali per l’attecchimento delle piante, e quello operato negli anni successivi tra la fine di luglio e i primi di agosto per anticipare il risveglio vegetativo delle piante, che com’è noto è correlato positivamente con l’epoca di entrata in produzione della coltura. Sono quindi effettuati, a seconda dell’andamento stagionale, da 8 a 12 interventi con volumi medi di adacquamento pari a 250-300 m3/ha/turno, distribuiti nella maggior parte dei casi per aspersione e raramente a goccia. Il metodo irriguo per aspersione viene preferito a quello localizzato in quanto offre un giusto compromesso tra efficienza d’uso dell’acqua e costi per l’irrigazione. A supporto di tale scelta va inoltre detto che il ciclo vegetativo della coltura si svolge prevalentemente nel periodo autunno-vernino, caratterizzato da precipitazioni più o meno frequenti, per cui alcuni dei vantaggi che per le colture a ciclo primaverile-estivo di pieno campo fanno preferire il sistema a goccia rispetto a quello per aspersione, in questa situazione non sussistono o sono molto ridotti; si pensi per esempio al risparmio di acqua, alla bagnatura della parte aerea e del terreno nell’intera interfila ecc. Occorre infine evidenziare che, utilizzando il metodo localizzato a goccia, sarebbero ostacolate alcune operazioni colturali quali la dicioccatura, la fresatura lungo la fila e la zappatura.

Dicioccatura

La dicioccatura consiste nell’eliminazione della parte epigea e viene effettuata a fine giugno o all’inizio di luglio, in funzione della cultivar e dell’andamento stagionale, quando cioè le piante entrano nella fase di riposo estivo. Tale operazione può essere eseguita manualmente con l’ausilio della zappa, oppure con macchine operatrici provviste di lame o martelletti rotanti. Nel primo caso i residui colturali devono essere rimossi dal terreno perché possono ostacolare le successive operazioni colturali, mentre nel secondo caso, risultando il materiale vegetale finemente sminuzzato, lo si interra attraverso una fresatura. Quest’ultima pratica comporta un aumento di sostanza organica e una restituzione consistente di elementi minerali al terreno, permettendo così di ridurre le concimazioni fosfo-potassiche di un ulteriore 20%. Nella scelta del momento di intervento occorre, comunque, tener conto di non anticipare né protrarre eccessivamente tale operazione, in quanto si verificherebbero effetti indesiderati in entrambi i casi. Infatti, anticipando eccessivamente il taglio della parte aerea, la pianta viene stimolata a emettere molti carducci, specialmente in caso di pioggia, con notevole dispendio di sostanze di riserva accumulate nella parte ipogea. Ritardare eccessivamente la dicioccatura comporterebbe un indurimento eccessivo dei tessuti, per cui l’operazione di taglio risulterebbe alquanto difficoltosa e causa di danni più o meno gravi al rizoma, specialmente quando fosse completamente meccanizzata.

Scarducciatura

La scarducciatura è un’operazione colturale che consiste nell’individuazione del miglior carduccio, che andrà a costituire la nuova parte epigea, e nell’asportazione dei germogli superflui che, come riportato precedentemente, potranno essere impiegati come materiale di propagazione. Di solito questo intervento interessa marginalmente la coltura nel corso del primo anno mentre diventa fondamentale negli anni successivi. In generale tale operazione viene eseguita in due-tre passaggi: il primo nella seconda–terza decade di settembre, il secondo tra la fine di novembre e gli inizi di dicembre e il terzo, previsto principalmente per le cultivar tardive (Campagnano e Grato 1), tra gennaio e febbraio.

Controllo delle erbe infestanti

La pratica del diserbo chimico nel carciofo, almeno nell’Italia centrale, è poco attuata in quanto all’inizio dell’impianto o dopo il risveglio vegetativo il controllo delle infestanti viene effettuato, nelle prime fasi del ciclo colturale, mediante sarchiature eseguite con mezzi meccanici e intervenendo successivamente anche con zappature manuali lungo la fila. Per ridurre i costi di produzione, il controllo delle infestanti lungo la fila potrebbe essere attuato con due passaggi di pirodiserbo, impiegando come combustibile il GPL. I risultati conseguiti presso il Dipartimento di Biologia delle Piante Agrarie di Pisa hanno, infatti, messo in evidenza la validità di questa tecnica, essendosi raggiunta le stessa produzione di capolini rispetto a quella ottenuta con la zappatura. Rispetto a quest’ultima, a fronte di un consumo di 125 kg/ha di GPL, è stato rilevato un risparmio di manodopera di circa 10 giornate lavorative/ha.

Descrizione e attitudine dei cloni di carciofo Romanesco

I cloni di carciofo Romanesco più rappresentativi del Lazio sono tradizionalmente il Castellammare e il Campagnano. Negli ultimi anni si è diffuso l’impiego di piantine micropropagate di cloni precoci della tipologia Romanesco (per es. clone C3 e C4), nonostante i costi elevati di tale materiale. Un certo interesse si è dimostrato anche per il Grato 1, incrocio derivato da libera impollinazione tra Castellammare e Terom, selezionato nell’ambito di un’attività di miglioramento genetico svolta congiuntamente da Università della Tuscia, Università di Pisa e ARSIAL. Il carciofo Romanesco si distingue per la forma globosa con caratteristico foro centrale e brattee serrate, prive di spine. Le brattee assumono diversa colorazione, dal verde al violetto, tipica dei differenti cloni. I principali cloni di carciofo Romanesco coltivati nel Lazio possono essere sinteticamente così descritti.

Castellammare. Pianta di taglia media o grande con altezza di inserzione del capolino principale intorno ai 30 cm, caratterizzata da portamento espanso e attitudine pollonifera media. La foglia è di colore verde scuro, inerme, di dimensioni grandi. Il capolino principale risulta sferico, compatto, con caratteristico foro all’apice, di dimensioni grandi con brattee esterne di colore verde con sfumature violette, ad apice arrotondato, inciso, inerme. Il peduncolo è medio o lungo e di grosso spessore. La produzione media è di circa 6-8 capolini per pianta per il consumo fresco e 5-8 per l’utilizzazione conserviera.

Campagnano. Pianta di taglia grande con altezza di inserzione del capolino principale intorno ai 50 cm, portamento molto espanso e attitudine pollonifera scarsa. La foglia è di colore verde cinerino, inerme e di grandi dimensioni. Il capolino principale risulta sferico, compatto con caratteristico foro all’apice, dimensioni molto grandi, brattee esterne di colore verde con sfumature violette, ad apice arrotondato, inciso e inerme. Il peduncolo è medio o lungo e di grosso spessore. La produzione media è di circa 8-10 capolini per pianta per il consumo fresco e 4-5 per l’utilizzazione conserviera.

C3. Clone precoce di carciofo Romanesco ottenuto mediante selezione fenotipica. Pianta di media vigoria con foglie di colore verde cinereo. Il capolino, di forma subsferica schiacciata, è caratterizzato da brattee molto serrate, di colore verde con sfumature violacee, disposte in modo da lasciare un incavo nel centro del capolino stesso. È suscettibile alla peronospora e all’oidio.

Grato 1. Pianta dotata di notevole vigoria, capolino di forma globosa, simile a quella del Campagnano ma con pezzatura superiore, brattee intensamente colorate di violetto e molto carnose, lenta formazione della peluria nel ricettacolo. Leggermente più tardivo del Castellammare, anche se più produttivo di quest’ultimo, è adatto sia per il consumo fresco sia trasformato. La pianta è vigorosa e contrassegnata da un colore cinerino a cui è associata una maggior tolleranza alle avversità di ordine biotico e abiotico (per esempio la maggior tolleranza al freddo).

Qualità e commercializzazione dei capolini

Fino agli anni ’50-’60 sui mercati laziali era presente quasi esclusivamente il prodotto locale o quello delle regioni limitrofe (Campania, Toscana e Marche), mentre oggi si assiste alla presenza di capolini provenienti anche da Puglia, Sicilia e Sardegna. La concorrenza esercitata dalle altre regioni italiane è avvenuta inizialmente immettendo a partire da novembre, sul mercato del Lazio, capolini delle cultivar a produzione autunno-primaverile (Brindisino, Catanese, Violetto di Provenza e Spinoso sardo) e negli ultimi anni anche capolini del C3. La diffusione di questo clone precocissimo di carciofo Romanesco nelle regioni meridionali è avvenuta in virtù di una richiesta sempre maggiore da parte del mercato fresco e agli elevati prezzi di vendita che il prodotto riesce a spuntare in gennaio e febbraio, quando cioè la presenza del prodotto laziale è in generale carente in quanto fortemente condizionata dall’andamento delle temperature. Naturalmente i cinaricoltori del Lazio sono maggiormente penalizzati dal freddo invernale rispetto a quelli del Sud, tanto è vero che negli ultimi anni, risentendo fortemente della concorrenza delle regioni meridionali, stanno considerando l’ipotesi di un ritorno delle cultivar storiche del carciofo Romanesco: il Campagnano e il Castellammare, compresi i relativi cloni, al fine di ampliare il calendario di produzione. Un passo importante per la cinaricoltura regionale è stato fatto con il riconoscimento del marchio IGP, che permette al consumatore di ben identificare il prodotto proveniente da questa regione. Oltre alla denominazione Carciofo Romanesco del Lazio IGP, è consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento a nomi, ragioni sociali, marchi d’impresa, indicazioni geografiche e toponomastiche riferite a comuni, frazioni, aree, fattorie e località comprese nei comuni afferenti al Consorzio di tutela e dai quali effettivamente proviene il carciofo. Le confezioni sono sigillate e ricoperte con rete di plastica o con foglio di plastica trasparente. Per il consumo locale è consentita, esclusivamente in ambito regionale, la vendita dei cimaroli in mazzi da dieci, provvisti di foglie e con gambo anche superiore ai 10 cm di lunghezza, oppure con mazzi di numero non definito a forma di pigna e senza foglie. La commercializzazione del prodotto effettuata dai cinaricoltori non ricadenti nelle zone coperte dal marchio IGP e da quelli non iscritti al Consorzio per la tutela del carciofo romanesco avviene in forme diverse: in azienda attraverso la vendita diretta al dettaglio o ai grossisti, oppure tramite cooperative per i soci regolarmente iscritti. Nella maggior parte dei casi il prodotto viene presentato sul mercato in due diverse forme: in mazzi quando trattasi di prodotto precoce e ben quotato, per cui il produttore ritiene importante testimoniarne al consumatore la freschezza, oppure i capolini possono essere disposti in cassette di recupero o a perdere, quando il prezzo del prodotto è tale da ridurre al minimo i costi di imballaggio.

Problemi e prospettive

Le cause che hanno indotto una contrazione della superficie investita a carciofo nel Lazio e una sempre più accentuata meridionalizzazione della coltura sono da ricondursi principalmente a un’azione indiretta, dovuta alla concorrenza esercitata sul mercato dal carciofo a produzione autunnale nei confronti del carciofo Romanesco, e a una diretta, con la coltivazione di questa tipologia di carciofo anche in regioni quali Sicilia, Puglia e Sardegna, dove fino a pochi anni fa era presente il solo carciofo autunnale. La produzione del carciofo rifiorente si estende per un periodo che va da ottobre ad aprile, mentre quella del carciofo Romanesco è limitata al periodo febbraio-aprile. Pertanto, la presenza sul mercato del carciofo autunnale in anticipo, e per così lungo tempo, induce un minor interesse da parte del consumatore nei punti di forza (stagionalità e precocità) delle produzioni del carciofo Romanesco coltivato nel Lazio. La diffusione del carciofo Romanesco in altre regioni con condizioni climatiche più favorevoli per esaltare la precocità della cultivar C3 ha accentuato la crisi del carciofo coltivato nel Lazio. Va infine sottolineato che recentemente è iniziata la concorrenza anche dai Paesi esteri quali Spagna, Francia, Egitto e Tunisia, che quindi contribuiscono all’acuirsi della crisi della cinaricoltura laziale. Tale situazione si ripercuote negativamente sul prezzo del carciofo Romanesco e di conseguenza sulla possibilità di espansione di questa coltura nella regione. Dalle considerazioni sin qui esposte risulta evidente che la coltivazione del carciofo Romanesco nelle regioni centrali italiane sarà sempre più destinata a ricoprire un ruolo marginale a livello nazionale. Per innescare un’inversione di tendenza occorrerebbe quindi agire su alcuni aspetti della filiera: a) incrementare le rese unitarie e ridurre i costi di produzione; b) ampliare il calendario di commercializzazione e migliorare la qualità dei capolini; c) attuare nuove strategie di mercato in termini di promozione e commercializzazione del prodotto. Per quanto riguarda il punto a), occorre sottolineare che per conseguire maggiori rese unitarie associate a un minor costo di produzione non si può prescindere dall’impiego di materiale di propagazione qualificato per l’ottenimento di carciofaie omogenee sia sotto il profilo dello sviluppo delle piante sia sotto quello della produzione. Per cui è necessario che si sviluppi un’attività vivaistica specializzata in grado di produrre materiale sano, certificato e a costi contenuti. In relazione al punto b), occorre tener conto che, a seguito del processo di globalizzazione, sono venuti meno alcuni aspetti importanti che caratterizzavano le produzioni, come la stagionalità e la precocità. È pertanto intuibile che in futuro per affermarsi sul mercato non bisognerà puntare solo sulla precocità di produzione, ma anche sull’offerta di prodotti di elevato standard qualitativo e per lunghi periodi. Relativamente al punto c), va rilevato che il consumatore è scarsamente informato sugli aspetti qualitativi e nutrizionali di questa orticola. È poco noto, infatti, che nel Lazio le condizioni ambientali (basse temperature) che si verificano durante il ciclo vegetativo del carciofo sono poco favorevoli allo sviluppo dei parassiti. Questo aspetto, nell’attuale coscienza ecologica e salutistica, dev’essere enfatizzato in quanto risulterebbe di forte presa sul consumatore. Infine va rimarcato che il riconoscimento del marchio IGP è sicuramente da considerarsi un passo importante per la valorizzazione del carciofo Romanesco in quanto consente al consumatore di distinguerlo da quello proveniente da altre zone di produzione. È però necessario abbandonare il vecchio modo di presentare il prodotto sul mercato, a favore di quanto disposto sia dal disciplinare di produzione, sia dalle norme di qualità CEE. Per favorire il consumo del carciofo in Italia e soprattutto all’estero, bisognerebbe supportare le vendite con azioni di promozione che illustrino anche ricette e preparazioni; infatti questo ortaggio è scarsamente consumato anche perché è poco conosciuto il suo uso in cucina.

 


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