Volume: il carciofo

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: carciofo in Argentina

Autori: Stella Maris Garcia

Introduzione

In Argentina assume il nome di alcaucil, parola che deriverebbe dall’arabo harscioh o al-karshuf e che significa “spina di terra” o “pianta che punge”. La migrazione italiana avvenuta in seguito alla prima guerra mondiale ha introdotto in Argentina le prime varietà di carciofo, insieme alle pratiche agronomiche e alle modalità di consumo originarie, che sono state poi adattate alle condizioni locali. Per molti anni l’area coltivata a carciofo in Argentina è stata stimata intorno ai 4000 ha, ma a partire dal 1980 il calo di redditività ne ha determinato una drastica riduzione, pari circa al 50%: la coltura poliennale immobilizza infatti la superficie occupata per diversi anni, a differenza di altre specie orticole, che prevedono la possibilità di effettuare 2 o 3 avvicendamenti annuali. In Argentina non esistono dati statistici ufficiali relativi alla produzione, a parte quelli rilevati dal censimento del 2002 sulla superficie coltivata. Da questi risultava che la superficie totale era di 782 ettari distribuiti in tutto il Paese e concentrati nelle principali province di produzione: Buenos Aires (55,46%), San Juan (22,84%), Santa Fe (11,19%) e Mendoza (8,76%). Stando ad alcune stime, nel 2007 a La Plata (Buenos Aires) si contavano 700 ha impiantati, a San Juan e Mendoza (che formano la regione di Cuyo) 400, a Rosario 200 e a Mar del Plata circa 100 ha. Attualmente la superficie coltivata a carciofo in Argentina si aggira intorno ai 2000 ha, con produzione unitaria media di 12 t/ha. Nella zona di La Plata (provincia di Buenos Aires) si concentra il nucleo produttivo più importante, con il 64% della superficie totale del Paese; seguono la Cintura Orticola di Rosario (provincia di Santa Fe) con il 14% e, con un valore analogo, la zona di Cuyo, che comprende le province di San Juan e Mendoza. A San Juan, il 65% della produzione viene destinato all’industria conserviera della provincia di Mendoza. Esistono inoltre piccoli nuclei produttivi di superficie ridotta nelle Cinture Orticole delle grandi città (Mar del Plata, Córdoba, Tucumán ecc.). Le zone di La Plata e Rosario presentano un clima temperato, non soggetto a gelate fra i mesi di ottobre e aprile e un livello di precipitazioni pari a circa 1000 mm all’anno. I terreni contengono un livello di sostanza organica oscillante fra il 2% e il 5% e un alto contenuto di argilla. La zona di Cuyo (San Juan e Mendoza), al contrario, è caratterizzata da terreni sabbiosi con alte percentuali di sostanza organica e da un clima secco con precipitazioni che sfiorano i 100 mm all’anno. Nell’area di influenza della Cintura Orticola di Rosario il carciofo occupa il quarto posto all’interno delle colture orticole, preceduto da pomodoro, lattuga e sedano; esso costituisce una fonte di reddito nei momenti in cui non si effettuano altre colture orticole di grande interesse. La produzione è destinata a rifornire il mercato locale e altre aree di consumo, fra cui Córdoba, Santa Fe e Buenos Aires. La produzione argentina è sostanzialmente destinata al mercato del fresco, con valori di consumo pro capite annuo pari a 2,6 kg. La lavorazione industriale avviene principalmente nella provincia di San Juan. La produzione dei capolini è commercializzata esclusivamente sul mercato interno; la possibilità di aprirsi al mercato internazionale, grazie all’offerta di un prodotto di qualità e fuori stagione, è penalizzata dal tasso di cambio, che ha più volte impedito l’accesso a mercati esteri con prezzi competitivi rispetto ad altri Paesi concorrenti.

Varietà

Romanesco. Detto anche Francés (francese), Francés precoz (francese precoce) o Ñato francés. Caratterizzato da capolini semisferici verdi con striature violacee e brattee prive di spine. La produzione comincia a fine giugno e si protrae fino alla fine di agosto, epoca in cui il freddo blocca la produzione; l’utilizzo di gibberelline permette di anticipare la raccolta al mese di maggio. La resa è di 6-7 capolini/pianta con peso medio di 200-250 g per capolino. È la varietà principale coltivata nella zona di La Plata e nella Cintura Orticola di Rosario.

Ñato. Tipo tardivo, noto anche come Ñato criollo o Violeta nella Cintura Orticola di Rosario. Caratterizzato da capolini tendenzialmente globosi, solidi e compatti. Presenta brattee esterne mucronate e violacee. L’infiorescenza pesa fra i 200 e i 300 g, con una resa di 7 capolini/pianta. La produzione avviene in primavera e fra metà settembre e novembre, periodo in cui le alte temperature provocano l’apertura delle brattee compromettendone il valore commerciale. Negli anni Ottanta era la varietà più coltivata a livello nazionale, ma per la sua epoca di produzione molto tardiva è stato soppiantato dal tipo Romanesco, di produzione più precoce.

Blanco o Blanco de San Juan. Tipo precoce. Pianta di dimensioni ridotte, dalle foglie verdi, inermi, con presenza di eterofillia. Si distingue per i capolini ovali, compatti, di colore verde chiaro, e di piccole dimensioni (140-160 g). La produzione avviene in due periodi, entrambi seguiti da una fase di interruzione per via dei freddi intensi: da inizio marzo a fine maggio (autunno) e da inizio luglio a metà settembre (inverno). Probabilmente si tratta della cultivar spagnola Blanca de Tudela con la quale presenta numerose analogie. In Argentina questa varietà viene coltivata nelle province di Mendoza e San Juan.

Precoz italiano. Tipo precoce, noto anche come Italiano o Ñato italiano. Caratterizzato da capolini violacei con sfumature verdi e spine rudimentali. Produce 5-6 capolini/pianta di 140-160 g, da metà luglio a settembre (inverno).

Oro verde FCA. Pianta a portamento semieretto, con un’altezza media di inserzione del primo capolino a 45 cm, foglie pennatosette prive di spine. Il capolino principale, caratterizzato da brattee mucronate, è inerme, compatto, di forma sub-globosa e colorazione verde chiara, con un rapporto lunghezza/larghezza pari a 0,96. Si tratta di una varietà a ciclo tardivo; la raccolta inizia approssimativamente a partire dalla metà di settembre (primaverile).

Esmeralda FCA. Varietà tardiva. Pianta dal portamento espanso, con un’altezza media di inserzione del primo capolino a 40 cm, foglie pennatosette prive di spine. Il capolino principale è inerme, di forma tronco-conica e colorazione verde opaca, con un rapporto lunghezza/larghezza pari a 1,08. Varietà tardiva, di qualità pregiata; la raccolta inizia approssimativamente a partire dalla fine di settembre (primaverile).

Gauchito FCA. Tipo tardivo. Selezione creata a partire da materiale di origine francese. Pianta dal portamento eretto, foglie pennatosette e infiorescenza tronco-conica compatta. Le brattee, inermi, presentano una colorazione verde opaca. La produzione totale di capolini è di 17 t/ha al termine del primo anno di coltivazione.

Guri FCA. Tipo tardivo. Selezione creata a partire dall’incrocio tra una varietà locale e una di origine francese. Pianta dal portamento eretto, foglie pennatosette e infiorescenza tronco-conica compatta. Le brattee sono inermi e variegate. La produzione totale di capolini è di 15 t/ha al termine del primo anno di coltivazione.

Estrella del Sur FCA. Prima e unica varietà di origine argentina ottenuta da moltiplicazione per “seme”. Epoca di produzione tardiva; priva di spine. I capolini sono di colore viola intenso, mostrano una spiccata omogeneità, sia per la forma sia per il colore e si caratterizzano per la grande compattezza e per l’assenza di difetti.La produzione totale è di 11 t/ha.

Le varietà Oro verde FCA, Esmeralda FCA, Gauchito FCA, Gurí FCA ed Estrella del Sur FCA sono tipologie ottenute dai ricercatori della Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università Nazionale di Rosario (Argentina). La varietà Blanca de Tudela (originaria della zona spagnola di Tudela) è stata introdotta in Argentina intorno al 1930 e ha iniziato a essere coltivata nella provincia di San Juan con la denominazione Blanco o Blanco de San Juan; in Cile ha assunto invece la denominazione Argentina, dal suo luogo di provenienza. La stessa cosa è avvenuta con le varietà Romanesco e Precoce di Jesi coltivate in Italia, che in Argentina hanno assunto rispettivamente le denominazioni Francés e Precoz italiano.

Propagazione e tecnica colturale

In Argentina l’utilizzo di varietà per riproduzione da “seme” è molto recente; esso non supera il 3% della superficie coltivata, ed è rappresentato quasi esclusivamente dalla varietà Imperial Star. Tuttavia, grazie alla diffusione di nuovi ibridi importati, le zone di La Plata y Cuyo raggiungono un tetto di 50 ha a riproduzione sessuata. Nelle zone di La Plata e Rosario si utilizzano i carducci come materiale di propagazione; l’uso di ovoli è limitato ai centri produttivi delle province di Mendoza e San Juan. La grande diversità climatica delle zone di coltivazione e la presenza di varietà a cicli differenti fanno sì che le epoche di impianto e di raccolta varino a seconda delle aree di produzione. Nella zona di La Plata i carducci sono impiantati sia in autunno sia in primavera, con una forte prevalenza di quest’ultimo periodo. L’impianto autunnale comporta un breve intervallo di raccolta a novembre; infatti, a dicembre, le alte temperature estive impediscono di ottenere capolini di qualità. Per quanto riguarda l’epoca di impianto primaverile, la raccolta avviene nell’agosto successivo; l’impiego di gibberelline consente l’anticipo della produzione al mese di maggio, ampliando notevolmente il periodo di raccolta dei capolini. Nella zona di Rosario prevale l’impianto autunnale (marzo-aprile), con epoca di raccolta simile a quella di La Plata con la stessa di data di impianto. Nelle province di Mendoza e San Juan le porzioni di ceppaia sono impiantate durante il riposo vegetativo del periodo estivo, fra la metà di gennaio e i primi di febbraio. Con la varietà Blanco de San Juan, priva di particolari esigenze dal punto di vista termico e del fotoperiodo, si riesce a ottenere una modesta produzione già dall’autunno, con tempi anticipati rispetto a quella di La Plata, e un periodo di raccolta più ampio in primavera. Generalmente le carciofaie vengono trattate come colture poliennali; infatti permangono per 3-4 anni nello stesso appezzamento in cui sono state impiantate. Nel caso di moria delle piante, la coltura viene abbandonata perché la scarsa densità non permette un buon livello produttivo. È diffuso l’impiego di fitoregolatori, fra cui le gibberelline, utilizzate per ottenere maggiore precocità; in genere si effettuano 2 applicazioni fogliari localizzate al centro della rosetta nei mesi di marzo e aprile, con dosi che variano dalle 30 alle 50 ppm per ogni applicazione. Nella Cintura Orticola di Rosario alcuni esperimenti effettuati sulla varietà Francés hanno permesso di anticipare la raccolta ai mesi di marzo-aprile; ciò è stato possibile solo nel caso in cui fossero state applicate dosi molto elevate di gibberelline a fine gennaio, riducendo significativamente la qualità commerciale dei capolini. La densità è di circa 9000 piante/ha, che in genere si dispongono a una distanza di 1,40 m tra le file e di 0,80 m sulla fila. Per le piante della varietà Blanco de San Juan, meno vigorose, la distanza utilizzata è di 0,50 m. Per quanto riguarda l’irrigazione, si fa ricorso sia a sistemi per infiltrazione sia a sistemi per aspersione; trattandosi di una coltura a ciclo lungo, si sta introducendo l’uso dell’irrigazione a goccia per riuscire a sfruttare anche le tecniche di fertirrigazione.

Raccolta. I capolini sono raccolti normalmente con le brattee compatte e selezionati in base alle dimensioni; quelli sovramaturi, si caratterizzano invece per la presenza delle brattee aperte e si raccolgono a partire da novembre, periodo che coincide con temperature elevate. Il momento della raccolta varia a seconda delle zone di produzione e delle caratteristiche del ciclo di produzione delle singole varietà, precoce, semiprecoce o tardivo. La raccolta del Romanesco inizia in agosto, con la possibilità di anticipo a maggio-giugno nel caso in cui si siano effettuate applicazioni di acido gibberellico. Per le varietà più tardive (Ñato, Oro verde ed Esmeralda), la raccolta inizia a metà settembre; in questo caso è impossibile ottenere una maggiore precocità, perché queste varietà non rispondono all’applicazione di acido gibberellico. La produzione unitaria media nazionale è di 7 t/ha; attualmente, però, con l’introduzione delle nuove varietà si possono ottenere anche produzioni unitarie di 12-14 t/ha. A raccolta conclusa e durante il mese di dicembre la pianta viene capitozzata a livello del terreno; ciò permette l’emissione di nuovi germogli, che saranno utilizzati per una nuova piantagione. I produttori effettuano quest’operazione manualmente, con zappe o machete, oppure meccanicamente, con lame rotanti, a seconda dell’estensione della coltura. L’utilizzo di questi macchinari, fortemente aggressivo, provoca sul rizoma danni e ferite che favoriscono l’insediamento dei parassiti.

Scarducciatura. Quando i carducci raggiungono una dimensione adeguata, vengono distaccati dalla pianta madre in modo da lasciarne solo 1 o 2 per pianta; un’eccezione è rappresentata dalla varietà Blanco de San Juan, che si propaga con porzioni di ceppaia (rizoma): in questo caso si lasciano sul rizoma stesso alcune gemme che, dopo l’impianto e in seguito a piogge (o irrigazione), daranno origine a nuovi germogli.

Commercializzazione

La redditività delle carciofaie varia in funzione dell’epoca di raccolta e della forte variabilità dei prezzi che si riscontra sia durante l’anno sia tra le diverse annate di coltivazione. Infatti durante l’anno il valore del prezzo di vendita dei capolini segue un andamento inverso al calendario di raccolta: i prezzi sono più alti all’inizio, quando l’offerta del prodotto è più limitata, e diminuiscono progressivamente con l’aumento della produzione. Il fattore stagionalità e il livello di disponibilità dell’offerta fanno sì che all’inizio della campagna di vendita i prezzi siano anche 4 volte superiori a quelli registrati alla fine della raccolta stessa. I prezzi di vendita registrano notevoli variazioni nel corso dell’anno; in genere i valori più alti si registrano nei mesi di giugno e di luglio, per poi stabilizzarsi a livelli più bassi nel periodo ottobre-dicembre. L’offerta dei capolini è caratterizzata da scarsi volumi nei primi 6 mesi dell’anno, poi cresce progressivamente fino a raggiungere il massimo in ottobre, per calare bruscamente nei mesi caldi di novembre e dicembre.

Problemi e prospettive

Fino a qualche anno fa la coltivazione della carciofaia era praticata anche per 6-7 anni; attualmente, a causa di problemi sanitari, la durata massima si estende a 3 anni. Tra i virus identificati spiccano il Tomato Spotted WiIt Virus (TSWV) nella regione di Cuyo e Rosario, il Cucumber Mosaic Virus (CMV), individuato nella zona di La Plata, e l’Artichoke Latent Virus (ALV); sebbene non produca alterazioni visibili nelle piante, quest’ultimo è stato individuato di recente a La Plata e nella zona di Rosario. Lo scarso livello di meccanizzazione e di industrializzazione, nonché l’assenza di una politica adeguata in materia di esportazioni, impediscono l’espandersi della coltivazione del carciofo. A ciò si aggiunga anche il disinteresse dei consumatori nei confronti di questo ortaggio, determinato soprattutto dalla difficoltà di preparazione, nonché dalla scarsa conoscenza delle sue proprietà benefiche e dall’assenza di una buona campagna promozionale finalizzata all’aumento del consumo. Il miglioramento genetico e la creazione di nuove varietà potrà consentire l’ampliamento del calendario di raccolta, l’uniformità delle coltivazioni e il miglioramento della qualità dei capolini. Negli ultimi anni alcuni produttori della zona di La Plata si sono associati con l’obiettivo di riavviare la produzione del carciofo e incentivare il mercato interno ed estero, organizzando nel 2007 e nel 2008 la Festa Nazionale del Carciofo: un’ottima occasione per diffondere le tecniche di produzione più innovative e incentivare e promuovere il consumo di questo ortaggio.

 


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