Volume: la patata

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: borsa patate

Autori: Roberto Piazza

Il venerdì è sempre stato giornata di mercato nella città di Bologna: mercato dei bovini al vecchio foro boario, vicino a porta Lame; mercato dei capparellai (agricoltori e mediatori avvolti da un panno pesante e rotondo) in piazza Maggiore; mercato al minuto della “piazzola” in piazza VIII Agosto. Il venerdì, davanti al civico 22 di via Fioravanti, ingresso principale del Mercato ortofrutticolo all’ingrosso, si davano appuntamento anche cooperatori, mediatori e commercianti di patate. Si incontravano e discutevano dell’andamento stagionale, dell’inizio delle scavature, della probabile qualità del prodotto, delle quantità attese e, alla fine, dei prezzi da pagare ai produttori, “per un prodotto consegnato in cassoni, o in casse, o lavato in gabbiotti”, prezzi validi per due o tre giorni durante il periodo della scavatura. Si rivedevano, poi, il lunedì successivo, e ancora il mercoledì, con una scansione dei tempi che rimaneva immutata di anno in anno. Fissato il prezzo – che non era tanto la risultante dell’incontro fra domanda e offerta, quanto la sintesi di informazioni produttive e commerciali – si andava nella sala contrattazioni del Mercato, dove si poteva usufruire delle cabine telefoniche, mentre i commercianti più attrezzati inviavano alle loro aziende o ai loro clienti messaggi via telescrivente, e gli addetti alla sala riportavano sulla lavagna i tassi di cambio della lira con il marco, il franco e la sterlina. A quel tempo il cambio lira-marco, in particolare, era seguitissimo: dall’inizio delle scavature, che avvenivano ai primi di giugno a sinistra e a monte della via Emilia, le cosiddette novelle avevano un notevole indice di gradimento in Germania, soprattutto sul mercato di Monaco di Baviera, da sempre considerato la porta di ingresso dei nostri prodotti in quel Paese. Era importante specialmente negli anni Settanta-Ottanta, arco temporale in cui non erano rari, in Italia, momenti inflazionistici che sfioravano, e a volte superavano, il 20%, a fronte di una valuta, il marco, che godeva di grande stabilità. Fu nell’estate del 1976 che gli incontri informali dei commercianti furono, per così dire, istituzionalizzati: i “patatai” furono invitati a sedersi nella sala contrattazioni del Mercato. Non fu un’operazione di semplice ospitalità; si cominciò a mettere ordine nelle discussioni sugli andamenti di mercato delle patate prima, e delle cipolle poi. Non solo: la municipalizzata che gestiva il Mercato delegò a un suo funzionario il compito di presiedere le riunioni. Fu così che, durante la campagna pataticola 1976-77, nacque ufficialmente la Borsa patate di Bologna, con la partecipazione degli operatori commerciali privati, delle cooperative e delle rappresentanze professionali degli agricoltori. Coordinare gli interventi di categorie dagli opposti interessi era un lavoro complesso e impegnativo: da un lato gli agricoltori si ribellavano a prezzi da “affamatori del popolo”, che a loro avviso non coprivano neppure il costo dell’escavazione; dall’altro lato i commercianti ribattevano che, a prezzi più alti, le patate sarebbero rimaste nei campi. Tuttavia, alla fine di ogni riunione un prezzo veniva sempre “partorito”, e quindi rispettato; se le parti non si accordavano (cosa che accadeva assai di rado) si accettava la mediazione del presidente della Borsa. Il sistema delle rappresentanze, nel mondo agricolo, è sempre stato piuttosto tormentato: alla Borsa di Bologna, nel corso degli anni, hanno partecipato direttori e presidenti di cooperative, funzionari dei sindacati, grandi aziende produttrici, ma anche numerosi piccoli produttori che frequentavano spazi riservati nel Mercato stesso, e che erano stati ammessi grazie alla loro conoscenza degli andamenti commerciali. I produttori, per un certo periodo, ebbero un vuoto di rappresentanza, ma all’inizio degli anni Ottanta, grazie alla Borsa, nacquero finalmente due associazioni, APPE e ASSOPA, che riuscirono effettivamente a colmare la lacuna, rappresentando il mondo agricolo dei produttori di patate, comprese le quattro grandi cooperative che nel frattempo avevano trovato un loro spazio all’interno della Borsa: la Coop CORI di Altedo, la Produttori Patate di Molinella, la COMETA di Medicina e la Tre Spighe di Castel Guelfo. Anche nella rappresentanza dei commercianti non mancavano le difficoltà, in quanto vi convivevano due anime: quella di chi acquistava, stoccava e quindi rilavorava il prodotto, e quella di chi faceva gli acquisti per conto di soggetti che immettevano immediatamente il prodotto sul mercato, ovvero i mediatori – oggi si potrebbero definire buyer – per conto di altri, ma anche per sé. Tuttavia, la compagine commerciale poneva minori problemi di rappresentanza rispetto a quella dei produttori, perché generalmente aveva una migliore conoscenza degli andamenti di mercato e poteva contare su personaggi di grande serietà, affidabilità e potere economico. La loro autorevolezza trascinava anche i cosiddetti piccoli, i mediatori, e a volte persino i direttori delle cooperative, che “vivevano” il mercato alla stessa maniera dei commercianti. La parola data da questi personaggi, che conoscevano il territorio e la gente che lo abitava come le proprie tasche, era come un assegno o una cambiale ben coperta: ogni promessa valeva la credibilità non solo della persona, ma di un’intera azienda.

Borsa patate dal 1980 a oggi

A più di trent’anni dalla sua nascita, è possibile tracciare un bilancio dell’operato della Borsa patate sul territorio bolognese: essa può essere definita come una grande innovazione di sistema, capace di far scaturire da sé un’innovazione di prodotto (Selenella) e un’innovazione di carattere istituzionale, ovvero il primo accordo interprofessionale su una specie ortofrutticola da consumo fresco e, in seguito, anche per la trasformazione industriale. La Borsa, come istituzione, ha tutelato e garantito negli anni produttori, commercianti e industriali, salvaguardando, per ciascuna delle categorie, sia la tradizione sia la prospettiva futura. Non solo: si è posta a garanzia dei consumatori e dell’ambiente, per gli uni puntando sulla qualità globalmente intesa, e per l’altro diffondendo la cultura della lotta integrata e dei sistemi agronomici a basso impatto ambientale. Infine, ha incentivato la totale meccanizzazione della coltura, con il conseguente positivo aumento della domanda relativa a mezzi tecnici sempre più sofisticati e moderni. Per gemmazione, all’inizio degli anni Ottanta, dalla Borsa patate nacque il Centro di documentazione per la patata (Cepa), che si è occupato di preparare e organizzare, ogni due anni, un grande evento internazionale, richiamando a Budrio rappresentanze della pataticoltura nazionale ed europea. Tra gli aspetti fondamentali di questo fenomeno si sono segnalati, fin dalle origini, lo stretto legame con il territorio e la ricerca della comunicazione: il prezzo e gli andamenti del mercato furono, infatti, diffusi settimanalmente attraverso una radio privata (Radio Budrio) che, dal canto suo, riceveva centinaia di telefonate di agricoltori interessati non solo al prezzo delle patate, ma anche a quello delle cipolle, delle mele, delle pesche e delle pere. Non furono poche le sollecitazioni che pervennero anche dai consumatori, i quali già allora, ben prima dello stucchevole caso delle zucchine d’oro, registrato nei primi anni 2000, vedevano prezzi all’ingrosso troppo lontani dai prezzi praticati al dettaglio. La nascita del bimestrale “Il Gazzettino della Patata” dimostrò che la divulgazione delle informazioni era fondamentale per la crescita economica, ma anche culturale, degli addetti ai lavori. Il prezzo di Borsa divenne il riferimento che, anche a livello nazionale, tutti gli operatori commerciali, le cooperative e gli imprenditori agricoli attendevano di conoscere prima di stipulare affari. Le due associazioni di produttori sopra citate, ASSOPA e APPE, con le loro rappresentanze nazionali UNAPA e Italpatate, divennero le più forti sul territorio italiano e le uniche a livello regionale.

Prezzi e liquidazioni della Borsa patate

 

Fino alla metà degli anni Ottanta, il prezzo delle patate da pagarsi al produttore, franco la sua azienda, negli imballi dell’acquirente, era stabilito di volta in volta durante le sessioni della Borsa, che nei mesi di giugno, luglio e agosto si riuniva due o tre volte la settimana. Succedeva, in particolare in agosto, al termine delle scavature e spesse volte in coincidenza con le prime piogge autunnali, che i prezzi scendessero in maniera significativa: i grossisti, ma anche le cooperative, dovevano stoccare il prodotto e affrontare un futuro commerciale senza alcuna rete di salvataggio, nel caso di crisi di mercato che avvenissero dopo i mesi di ottobre, novembre o dicembre. Fu in quel momento che in seno alla Borsa nacque l’idea di formulare un prezzo orientativo di fine campagna, che consentisse sia agli stoccatori grossisti sia ai dirigenti delle cooperative di coinvolgere anche i produttori negli andamenti di mercato. Non solo: questi ultimi dovevano essere esposti, al pari delle altre componenti, agli effetti positivi o negativi delle congiunture; ma soprattutto si dovevano creare condizioni di controllo, tutela e condivisione per gli interessi fondamentali di tutte le categorie. Venne perciò stabilito un prezzo di riferimento per lo stoccaggio, rispetto al quale si ammettevano variazioni massime del 20%. In altre parole, se l’andamento di mercato si fosse mantenuto più o meno nella norma sino a fine campagna (aprile-maggio dell’anno successivo) si sarebbe potuto, o dovuto, concordare le liquidazioni con le associazioni dei produttori su valori uguali o simili al prezzo di riferimento; qualora, invece, il mercato fosse andato male, la liquidazione poteva essere inferiore al prezzo di riferimento, ma non oltre il 20%. Laddove il mercato fosse andato bene – come poi è risultato nel 70% dei casi – le liquidazioni attese potevano superare senza alcun limite il prezzo di riferimento. In tutti e tre i casi, i componenti della Borsa e gli operatori esterni non erano vincolati allo stesso prezzo, bensì liberi in funzione delle proprie decisioni aziendali. In questo modo, di anno in anno venivano valutate le capacità imprenditoriali dei componenti il sistema commerciale che ruotava attorno alla Borsa: fatto 100 il prezzo di riferimento per lo stoccaggio, al produttore veniva garantito 80, e il rimanente si giocava sull’andamento di mercato, oltre che sulle capacità delle imprese e delle cooperative. I fondatori della Borsa, protagonisti di quei tempi, forse non ebbero piena coscienza di tutte le implicazioni che fecero grande la pataticoltura bolognese e regionale, pur rendendosi conto di portare avanti una cosa nuova e originale: con esperienza, professionalità e fiducia nel proprio operato, continuarono a lavorare al fine di creare una ricchezza che non è solo privata, ma diffusa su un comprensorio che va ben oltre i confini della regione.


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