il pomodoro

Il tomatl azteco: la prima vita del pomodoro

Se ci capitasse di vedere un pomodoro selvatico, il capostipite dei pomodori che conosciamo, non scommetteremmo un euro sul suo futuro in cucina: è una bacca verde, poco più grande di un acino d’uva, per di più tossico come molte delle altre 3000 specie della famiglia delle solanacee. Contiene appunto solanina, un alcaloide che produce per difendersi da funghi e insetti ma che a noi provoca nausea, diarrea, vomito, fino alle allucinazioni e alla paralisi.

Il merito di averne intuito le potenzialità va ai primi agricoltori del Messico meridionale, che ne incontrarono la pianta come infestante nei campi di mais. Cominciarono a selezionare le piante meno tossiche e pazientemente, nel giro di alcun secoli, riuscirono a trasformarlo nel tomatl. Era bastato cambiarne pochi geni – ma loro questo non potevano saperlo – per ottenere un prezioso integratore di sali e vitamine per la loro dieta.

Gli aztechi amavano il tomatl, che consumavano sotto forma di un sugo a base anche di peperoncino e semi di zucca, soprattutto come condimento per la carne. Anche umana. Racconta infatti Bernal Diaz, soldato-cronista della Conquista, che gli aztechi “mangiavano braccia e gambe delle vittime con la salsa di chimole”, fatta di peperoni, pomodori, cipolle selvatiche e sale.

Questo non impedì ai conquistadores di Hernán Cortés, che trovavano il tomatl nei mercati aztechi, di apprezzare questo frutto gustoso e ricco d’acqua, ristoro ideale durante le marcie nel caldo clima subtropicale. Tanto da riportarne subito alcune piante in patria.

Per saperne di più consulta i  capitoli del volume “il pomodoro” della collana Coltura & Cultura:  Caratteristiche botaniche e Aspetti storici.

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