intervista

DONATELLO SANDRONI: “Orco glifosato: storia di lobby, denaro, cancri e avvocati"

Nel marzo 2015 lo IARC- Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, classifica glifosato come “probabile cancerogeno” e per l’erbicida più utilizzato al mondo inizia un feroce processo mediatico, politico e legale tuttora in corso. Donatello Sandroni, agronomo e giornalista, ripercorre nel suo libro “Orco glifosato” le tappe salienti della vicenda, con la speranza di ristabilire un ordine nei fatti, mondandoli da fake news e "junk science".

 La scienza e gli agricoltori dicono sì, l’opinione pubblica lo condanna. Da esperto del settore, che opinione si è fatto del glifosato?

Vi sono due livelli di valutazione: il primo è quello squisitamente tecnico, il secondo è mediatico. Glifosate, o glifosato, serve per un numero estremamente ampio di applicazioni. Per esempio, in alcune zone collinari, particolarmente impervie, le lavorazioni dei sotto-fila dei vigneti o dei frutteti, rischiano di creare problemi al suolo significativi rispetto all’uso dell’erbicida. Glifosato ha poi un aspetto che, comunque, l’agronomo non disprezza: l’estrema praticità. L’agrofarmaco risolve una molteplicità di problemi a costi estremamente contenuti. Uno strumento efficace che costa poco ed estremamente funzionale alla sostenibilità economica dell’azienda agricola.

In secondo luogo, vorrei ricordare che questo prodotto, essendo poco persistente nel terreno e nell’ambiente nelle normali condizioni di utilizzo in Italia, ha come unico difetto l’idrosolubilità. Una quota di questo prodotto si può infatti ritrovare nelle acque.

Questo è uno dei motivi per cui viene spesso attaccato da stampa, opinione pubblica e associazioni ambientaliste e vicine ad esse. Sebbene risulti abbastanza diffuso come frequenza di rinvenimento, i dati relativi alle concentrazioni confermano però che le quantità riscontrate nelle acque sono decisamente lontane dalle soglie di un eventuale rischio sanitario e ambientale dovuto alla sua presenza.

Perché, secondo lei, la vicenda glifosato ha avuto tutta questa eco mediatica?

Ci sono anche qui diverse ragioni. Iniziamo a dire che glifosato è il numero uno al mondo nel settore della fitoiatria. È il primo fra gli agrofarmaci, chiamati purtroppo “pesticidi” nel linguaggio comune, per quantità commercializzate al mondo. Il numero uno è sempre un po’ il totem da attaccare quando si vogliono avversare interi comparti. Glifosato è osteggiato soprattutto da quella componente politica, mediatica e associativa che, da sempre, è avversa all’uso degli agrofarmaci in agricoltura. Attaccare glifosato ha chiaramente un valore simbolico molto alto. Per di più l’agrofarmaco viene collegato agli Ogm. Il binomio glifosato e organismi geneticamente modificati è stata la condanna dell’erbicida. Un accostamento che è un chiaro invito a nozze per gli attacchi da parte degli ambientalisti. Per di più, Monsanto, fra tutte le multinazionali al mondo che producono sementi, agrofarmaci e ogm, è quella che da sempre soffre delle antipatie più profonde da parte del mondo ambientalista e della stampa. Un mix perfetto per essere messi al centro di ogni polemica e accusa, anche la più falsa o bizzarra.

Come giornalista e divulgatore scientifico, quanto la disinformazione penalizza l’immagine dell’agricoltura?

La disinformazione ha molto penalizzato l’immagine dell’agricoltura. Ad esempio, quante volte la stampa e il web hanno aperto gli articoli con delle fotografie di trattamenti aerei - che in Italia sono proibiti - o con un’immagine di agricoltori che trattano in modo barbaro il terreno. Molte volte la comunicazione visiva ha fatto passare gli agrofarmaci come dei veleni usati in modo dissennato, senza criterio e sicurezza, nel più totale disprezzo dell’ambiente e della salute. Cosa che avviene solo in particolari aree del Pianeta particolarmente arretrate, ove c’è ancora molto da costruire dal punto di vista della guida tecnica, ma che non accade nei Paesi più sviluppati come per esempio in Italia, ove le applicazioni di agrofarmaci sono effettuate seguendo approcci ben normati e tecnicamente corretti.

La mancanza di una corretta informazione ha quindi inciso sull’opinione pubblica: più volte ha fatto credere a dei danni per la salute che, però non sono poi mai stati dimostrati. Una serie di illazioni che ha portato la collettività ad avere pesanti avversioni contro questi prodotti.

Prendiamo come esempio la questione glifosato scoppiata in Francia: più del 70% delle testate giornalistiche, parlando della cancerogenicità di questo erbicida, ha citato solo il parere dello IARC “Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro”. Solo il 12 % delle testate ha citato EFSA - “Agenzia per la Sicurezza Ambientale Europea”, che sostiene la non cancerogenicità del glifosato. Soltanto il 6% dei giornalisti citava ECHA “Agenzia Europea per le sostanze chimiche” che appoggiava la tesi di EFSA. Zero citazioni per tutte le altre agenzie di regolamentazione al mondo, allineate con EFSA ed ECHA, come quelle australiane, canadesi, neozelandesi, americane, svizzere e perfino giapponesi. Anche i gruppi congiunti di lavoro OMS/FAO, i cosiddetti JMPR, hanno concluso diversamente da IARC in tema di glifosato. Non citare la maggioranza dei pareri sull’erbicida, tutti positivi, ha portato i cittadini a giudicare glifosato in funzione di un solo parere, spostando nettamente l’opinione pubblica francese (73%) a favore dell’abolizione del glifosato. 

Il suo libro cerca di fare chiarezza su questa vicenda al limite della spy story. Pensa ad un seguito?

Si, penso che “Orco glifosato” avrà un sequel. Le copie di questa stampa sono praticamente esaurite, sto pensando di aggiornarle, a seguito anche degli ultimi avvenimenti, come il caso mediatico legato al processo di San Francisco, ennesimo caso di disinformazione.

La corte, basandosi unicamente sugli studi IARC, ha condannato Monsanto per aver omesso volontariamente di scrivere sulla propria etichetta che il prodotto è cancerogeno.

Questo approccio non ha però considerato un dettaglio fondamentale: come qualsiasi altra azienda e per qualsiasi altro prodotto, anche Monsanto ha sottoposto glifosato agli enti di regolamentazione che approvano o meno gli agrofarmaci e nessun ente mondiale ha mai ravvisato che il prodotto fosse cancerogeno e quindi che necessitasse di questa indicazione in etichetta.

Per il seguito di questo libro, vorrei passare ad un e-book in italiano e in inglese, aggiornandolo con questi eventi e con alcune altre ricerche uscite nel mentre, spesso orientate chiaramente alla criminalizzazione di questo erbicida senza però apportare evidenze concrete di avere qualche ragione d’essere.

Come la precedente versione cartacea, anche il sequel avrà come target i diversi operatori del comparto tecnico produttivo agrario, come gli agronomi, i tecnici aziendali, i referenti di cooperative e consorzi. Ma anche responsabili dei servizi fitosanitari regionali, accademici e player della filiera agroalimentare. E perché no, magari anche politici e giornalisti. Ovvero quelli che con i propri comportamenti hanno fatto i maggiori danni alla verità dei fatti.   

 

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